Noi siamo la polizia della trasparenza

1 dicembre 2015 • Libertà di stampa, Più recenti • by

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Due pagine del diario di Mohamedou Ould Slahi, detenuto a Guantanamo. Il testo è stato ottenuto tramite una richiesta Foia da Larry Siems, che ne ha curato la pubblicazione (In Italia, “12 anni a Guantanamo” è edito da Piemme)

Nota: Pubblichiamo questo articolo del giornalista americano Philip Eil che denuncia il suo personale caso di reporter cui viene negato accesso a documenti pubblici negli Usa. Il caso è interessante per discutere delle difficoltà cui vanno incontro i giornalisti nell’approcciare l’Amministrazione Obama che, a detta di molti osservatori incluso il Committe To Protect Journalists, ha imposto un velo di segretezza senza precedenti sul suo operato. Il pezzo cita a più riprese il caso di James Risen, Premio Pulitzer che ha rischiato il carcere pur di difendere una sua fonte in un caso di whistleblowing. Alla vicenda di Risen, l’Ejo ha dedicato due articoli: “James Risen, il carcere pur di proteggere una fonte” e “James Risen e la difesa delle fonti”

È ormai chiaro come l’Amministrazione Obama non sia più credibile, quando parla della sua trasparenza, dato che la retorica non corrisponde alla realtà dei fatti. Obama ha dichiarato di essere alla guida della “amministrazione più trasparente della storia”, ma molte organizzazioni mediatiche come The Atlantic, Bloomberg Business, New York Times, Slate, Wall Street Journal e la Columbia Journalism Review la pensano diversamente. E per buone ragioni. Questa amministrazione, ad esempio, ha spiato le linee telefoniche della Associated Press, mandato a processo i whistleblower con zelo senza precedenti, tradito le promesse elettorali sul mantenere pubblici i processi decisionali e legislativi più importanti e ha settato nuovi record negativi quanto a risposta alle richieste Foia.

Personalmente, mi trovo invischiato in un caso perfettamente emblematico: con una richiesta Foia inoltrata alla Drug Enforcement Administration, sto combattendo per avere accesso alle prove mostrate durante un processo di alto profilo conclusosi nel 2011. Esatto, mi è stato negato l’accesso a del materiale che era stato presentato in pubblico, in un tribunale, più di quattro anni fa. Materiale che ha mandato un uomo in prigione per il resto della sua vita. Scrivo questo articolo non per aggiornare i lettori sugli avanzamenti del mio caso: la causa procede lenta e non credo che vedrò i documenti molto presto, se mai mi sarà concesso. Questo articolo, al contrario, ha l’obiettivo di discutere una tendenza preoccupante che ho notato mentre cercavo di pubblicare i miei articoli dedicati al caso: i giornalisti e gli editor, negli Usa, sembrano essere esitanti nel trattare specifici casi di fallimenti della trasparenza. 

Probabilmente vi è un interesse più forte per i trend complessivi in fatto di Foia e accesso all’informazione, oppure è una combinazione di diverse cause, tutte riassumibili dalle risposte che ho ricevuto cercando di proporre il mio articolo: “credo che il discorso sul Foia sia troppo specifico per il circuito dei media per essere pubblicato dal nostro sito”, “è un caso interessante, ma di norma non ci occupiamo di Foia”, “sfortunatamente non abbiamo spazio per questa storia”. In un altro caso, ho scambiato mail e telefonato per 10 mesi con un reporter di profilo nazionale che inizialmente aveva definito il mio caso “davvero disturbante” ma che poi non ha trovato il tempo per trattarlo in nessun modo.

In tutta onestà, il mio caso è stato trattato da MuckRock, The Providence Journal e altre testate, ma per qualche ragione, il pubblico rimane ampiamente non informato su quanto pervasive e impegnative siano queste battaglie, sia a livello statale che federale. Questo non va bene: i contribuenti devono sapere come lavorano le agenzie governative su base quotidiana al fine di contrastare la raccolta di notizie dei giornalisti. Non fraintendetemi, comprendo l’esitazione dei giornalisti e di chi sta in redazione: sono stato io per primo un editor e uno staff writer e so cosa significa essere oberati di lavoro, sottopagati e inondati dalle mail. So cosa significa avere un taglio specifico e un’audience ben definita e un caporedattore pronto a gridarti addosso se si viene bruciati dai concorrenti. Un’altra cosa che so, pero, è cosa significhi agitare le braccia per farsi notare e chiedere aiuto affinché documenti che secondo il Sesto emendamento, diversi casi legali e il Freedom of Information Act, dovrebbero essere di pubblico dominio e sentirsi rispondere dai colleghi “no grazie”. O peggio, non sentirli rispondere nulla.

Come giornalista vittima di ostruzionismo da parte della pubblica amministrazione, ecco il mio reminder: noi, come giornalisti e come editor, siamo la polizia della trasparenza. Non nel senso del Dipartimento di Giustizia che, secondo l’House Oversight Committee vive, quanto alla sua trasparenza, in un mondo a parte; non nel senso delle autorità locali, come la polizia del Massachusetts, recentemente premiata con il premio riservato dai giornalisti investigativi all’agenzia pubblica più inavvicinabile e chiusa. Sto parlando di persone come me e voi: che ve ne rendiate conto o meno, noi siamo la spada che protegge la trasparenza del governo dal preciso momento in cui otteniamo le credenziali da giornalisti o una piattaforma su cui pubblicare.

In febbraio, il giornalista del New York Times James Risen, che conosce bene questi problemi, ha twittato per denunciare come l’attuale amministrazione sia “il piu grande nemico della libertà di stampa di questa generazione” e che avrebbe speso il resto della sua vita a “combattere per rimediare ai danni fatti a questa libertà negli Stati Uniti da Barack Obama ed Eric Holder. Dopo che i suoi tweet erano diventati virali, la Public Editor del quotidiano di New York, Margaret Sullivan, ha pubblicato un articolo discutendo dei problemi sollevati da Risen.

Tutto il pezzo merita di essere letto, ma voglio sottolinearne alcuni passaggi. Per primo, l’intervista di Sullivan con Philip B. Corbett, Standards Editor del New York Times:

“Complessivamente, i nostri reporter sanno che non devono commentare le questioni di cui trattiamo”, ha detto Corbett a Margaret Sullivan, ma poiché il Times è tutto tranne che neutrale quando si tratta di libertà di stampa, “metterei questa questione in una categoria diversa”.

Queste sono le parole dello Standard Editor di uno dei più importanti giornali del paese, parole che danno il permesso, forse anche l’incoraggiamento, affinché i suoi giornalisti prendano posizione in modo chiaro su questo problema. L’altro punto che vorrei sottolineare dell’articolo di Sullivan è invece la chiusura, dove la Public Ediror torna sul punto più importante:

“A causa della sua esperienza personale, qualcuno come James Risen ha l’obbligo di esporsi in modo forte sulle questioni della libertà di stampa. Penso che più giornalisti dovrebbero aprirsi e unirsi a lui con la medesima passione. Forse il tono del tweet di Risen non era molto consono allo stile del nostro giornale, ma l’insistenza sul raccontare la verità e sul pressare il potere sono è esattamente quello per cui combatte il Times. Sempre”.

La prossima volta che un collega vi contatta per esporvi un fallimento della trasparenza o la prossima volta che ne siete vittima voi stessi, pensate all’articolo di Margaret Sullivan e alla distanza che separa tra la retorica dell’Amministrazione Obama e la realtà dei fatti. Pensate alla polizia del Massachusetts e al suo premio. Pensate a un pubblico totalmente inconsapevole dei problemi imposti a chi dovrebbe essere il watchdog del potere. Pensate agli articoli che non saranno scritti a causa di queste barriere, dell’atteggiamento da bulli e dall’intimidazione. Se non combattiamo noi per queste questioni non lo farà nessuno. Noi siamo la polizia della trasparenza.

Articolo pubblicato originariamente da New England First Amendment Coalition e tradotto per gentile concessione

 

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