Perché dobbiamo continuare a parlare di Snowden

11 aprile 2016 • Libertà di stampa, Più recenti • by

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Emanuele Amighetti / EJO

Perugia – Sono passati tre anni dall’esplosione del caso NSA, ma la coda lunga di quelle rivelazioni e delle loro conseguenze occupano ancora un posto importante nella discussione sullo status quo contemporaneo del giornalismo. La scultura “Anything to say?” di Davide Dormino (nella foto) con le statue di Julian Assange, Chelsea Manning ed Edward Snowden, posta in Piazza IV Novembre, è stata il fulcro di questa edizione dell’International Journalism Festival di Perugia, dovesi è discusso in diversi momenti dell’eredità del caso NSA e dei grandi casi di whistleblowing degli ultimi anni, un dibatitto ancora più significativo nei giorni immediatamente successivi l’esplosione dei Panama Papers.

Un panel in particolare ha guardato in retrospettiva a questi tre anni, mettendo allo stesso tavolo ricercatori (Charlie Beckett, LSE; Emily Bell, Columbia, che ha moderato la discussione) che hanno analizzato il caso NSA e WikiLeaks e giornalisti (Stefania Maurizi, L’Espresso; Ewen MacAskill, The Guardian; Marcel Rosenbach, Der Spiegel) che hanno lavorato direttamente al caso. MacAskill, che volò con Glenn Greenwald a Hong Kong per incontrare Snowden tre anni fa, ha stretto le connessioni tra Snowden, WikiLeaks e gli altri casi di whistleblowing recenti: “dopo WikiLeaks pensavamo che non avremmo mai più ricevuto un altro leak così grande, ma poi è successo Snowden e poi i Panama Papers”. Il punto cruciale, infatti, è riconoscere che i grandi leak rappresentano una condizione caratterizzante del giornalismo contemporaneo e la portata oceanica dei Panama Papers (11,5 milioni di documenti) non è assolutamente detto rappresenti un punto di arrivo finale in termini di dimensioni. Succederà di nuovo, insomma, e per via dell’agilità concessa al whistleblowing dal digitale per primo e per un mutamento culturale avvenuto, almeno su un piano sistemico, nella cultura stessa del giornalismo, che si è aperta maggiormente alla collaborazione, in particolare per la realizzazione di inchieste investigative.

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Un momento del panel a #ijf16

“Lavorare in un modo networked è stato importante”, ha spiegato a Perugia Charlie Beckett riferendosi alla collaborazione avvenuta tra WikiLeaks e diverse testate giornalistiche di primo piano nel 2010, “perché il rischio è stato condiviso e si sono potute mettere insieme diverse competenze necessarie a portare il lavoro a compimento, a cominciare dalla presentazione dell’informazione”. Più apertura, da questo punto di vista, significa più possibilità di azione e proprio l’incontro tra cultura giornalistica e hacker ha dato i frutti più interessanti: “il giornalismo deve comunque continuare ad avere delle basi istituzionali per funzionare e le istituzioni hanno una audience, hanno una readership e, a livelli diversi, sono fidate, non a caso Snowden ha scelto in modo chiaro chi contattare”, ha spiegato ancora Beckett.

A tre anni dal caso NSA vi è stata anche una curva di apprendimento per quanto riguarda l’adozione della crittografia da parte dei giornalisti al fine di proteggere meglio il loro lavoro e le loro fonti, ma la strada da percorrere è ancora lunga sia dal punto di vista della formazione che da quello della consapevolezza della urgenza del problema. “La necessità di proteggere le mie fonti nel modo migliore mi ha fatto avvicinare a WikiLeaks”, ha raccontato a Perugia Stefania Maurizi parlando del ruolo della digital security nel suo lavoro.

In questi tre anni diverse testate di primo piano si sono dotate di software per sollecitare il whistleblowing, PGP per la cifratura delle mail è cresciuto in termini di adozione e numerosi giornalisti hanno almeno iniziato a porsi il problema, ma si tratta ancora di una nicchia di expertise. Per questo motivo, continuare a parlare del caso Snowden e dell’impatto della sorveglianza digitale sulla democrazia e il giornalismo è ancora cruciale. “L’unico rimpianto che ho è non aver fatto abbastanza per proteggere Snowden”, ha detto Ewen MacAskill ricordando i giorni concitati del suo viaggio a Hong Kong, un punto che il giornalista del Guardian ha affrontato anche in un toccante intervento dal pubblico durante il panel cui ha preso parte anche Sarah Harrison di WikiLeaks.

Bisogna continuare a parlare del caso Snowden anche per questo, per ribadire ancora quanto forti e pericolosi siano i rischi che i whistleblower affrontano nell’attuale contesto politico: “assistiamo sempre più spesso a una criminalizzazione diretta dei whistleblower e dei giornalisti che lavorano su questi temi”, ha dichiarato Marcel Rosenbach, “e il trend era iniziato già prima di Snowden, che sapeva quali sarebbero state le conseguenze, ma ha deciso di comportarsi in ogni caso come ha fatto”. I tempi sono maturi, ad esempio, affinché l’Italia si doti di una legge adeguata sul whistleblowing, un’assenza che, al momento, rende la pratica e le segnalazioni estremamente rischiose. “Dal punto di vista della protezione delle fonti giornalistiche, il nostro lavoro è diventato certamente molto più difficile”, ha detto Stefania Maurizi.

Il destino della whistleblower Chelsea Manning, condannata a 35 anni di carcere per essere una fonte giornalistica, è l’emblema della situazione, almeno per quanto riguarda i casi più globali. Al netto dei rischi, dopo tre anni è innegabile che vi sia stato un dibattito attorno alla sorveglianza digitale e alle problematiche connesse: “è certamente un successo avere ancora una discussione su temi così complessi, non credevo sarebbe successo e l’impatto si è visto  anche sulle aziende”, ha spiegato ancora Rosenbach, “WhatsApp è passata alla end-to-end encryption ed è una cosa che riguarda un miliardo di persone in tutto il mondo, che ora usano la crittografia senza nemmeno saperlo”. Bisogna continuare a parlare di Snowden, soprattutto, perché non rigurda solo il giornalismo.

 

 

 

 

 

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