Tinte fosche dalla Turchia per la libertà di stampa

2 luglio 2012 • Libertà di stampa • by

Corriere del Ticino, 30.06.2012

Di recente sono stati fatti nuovi tentativi politici per rianimare le trattative per l’entrata nell’UE della Tur­chia. Chiunque sia l’attore di queste manovre dovrebbe osservare con mag­gior attenzione la situazione della stampa in quel Paese. Infatti è con rammarico che dobbiamo constatare quanto poco i media occidentali par­lino delle continue vessazioni di cui i giornalisti e le redazioni in Turchia so­no vittime.
Come ricercatore ed esperto di giorna­lismo non mi vergogno ad ammettere quanto poco io stesso fossi informato rispetto alla pervicacia con cui il pri­mo ministro Recep Tayyip Erdogan for­za la stampa ad aderire alla sua linea di Governo, come perseguita gli artisti e gli intellettuali, come impone l’edu­cazione religiosa nella scuole e come cerca di limitare i diritti delle donne.
In Turchia di fatto il premier sta pro­cedendo ad una silenziosa islamizza­zione, riuscendo a mandare in frantu­mi persino il maggiore gruppo media­tico, critico verso il Governo mentre il suo genero è stato nominato alla testa dell’altro grande conglomerato, facen­do piazza pulita dei capo redattori non compiacenti. Mentre i giornalisti che esprimono qualsiasi forma di critica devono aspettarsi le ire di Erdogan. Oppure, peggio, vengono arrestati e fi­niscono in carcere con l’accusa di es­sere sospettati di terrorismo.

Nella classifica mondiale di «Repor­ters without Borders» la Turchia in fat­to di libertà di stampa occupa il 148. posto – dunque insieme alla Bielorus­sia è il fanalino di coda dell’ Europa (sempre che questo Paese si possa con­siderare Europa)-. Per fare un confron­to: la Svizzera si trova all’ottavo po­sto, la Germania al sedicesimo, la Francia al trentottesimo e l’Italia al sessantunesimo. Persino la Russia e l’Ucraina si piazzano meglio della Tur­chia. E non sorprende che il numero dei giornalisti detenuti in Turchia sia maggiore di quello della Cina o del­l’Iran.

Le mie informazioni ho potuto racco­glierle in occasione del convegno an­nuale organizzato da EJTA, European Journalism Training Association, l’as­sociazione mantello che raggruppa tut­te le scuole di giornalismo in Europa. Tenutosi ad Istanbul esso ha dato la possibilità a rinomati ricercatori e gior­nalisti turchi di esternare la loro co­sternazione rispetto agli sviluppi dram­matici nei riguardi della libertà di stampa nel loro Paese.

Dopo questo convegno, grazie al suo potere mediatico, la star del pop Ma­donna ha reso attento il globo intero della minaccia alla libertà di stampa in Turchia. Come ha riportato il setti­manale tedesco Der Spiegel durante il suo concerto sulla sua schiena c’erano impresse sei lettere, grandi alcuni cen­timetri, «No fear». Chiunque fosse tra il pubblico ha capito il messaggio: Ma­donna voleva incoraggiare il popolo turco a non aver paura dei nemici del­la libertà, dei patriarchi, dei filistei e della polizia che vigila sulla morale e i costumi. La cantante ha anche mo­strato un seno sul palco, un chiaro ge­sto di solidarietà.

Per completare il quadro pochi giorni dopo l’incontro una giovane professo­ressa che aveva participato al conve­gno sembra abbia rischiato di perde­re il posto. Pare che il decano volesse licenziarla perché un giornale di estre­ma destra aveva insinuato che fosse un membro del PKK, Partito curdo dei lavoratori, vietato per legge. Solo gra­zie alle proteste degli studenti il retto­re è riuscito ad evitare che fosse cac­ciata. È evidente che tali tentativi non fanno altro che incrementare il clima avvelenato dalle intimidazioni. Sono queste le giuste premesse per integrare un Paese di tali enormi dimensioni in un’Europa già così scossa dalla crisi?

Traduzione dall’originale tedesco “Finsteres aus der Türkei” a cura di Alessandra Filippi

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