Il giornalismo da Bruxelles deve uscire dalla sua bolla

14 dicembre 2015 • Media e Politica, Più recenti • by

European Council / Flickr CC

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Sono davvero poche le opinioni a essere più condivise di questa da parte dei giornalisti: è quasi impossibile fare del buon giornalismo sull’Unione europea. Il mostro burocratico di Bruxelles, infatti, fa di norma notizia solo quando fallisce e persino in quel caso spesso il giornalista per primo, il suo direttore, o il suo pubblico, finiscono per fraintenderne le ragioni. Non è quindi una sorpresa che così tanti europei non abbiano idea del perché esista questa organizzazione.

Bill Emmott, ex-direttore dell’Economist, vede però le sfide della cronaca sull’Ue più come opportunità che come problemi. Secondo Emmott, intervenuto di recente al seminario Business and Practice of Journalism del Green Templeton College, ci sarebbero infatti molteplici fattori a rendere difficile riferire sull’Unione. Essenzialmente, sostiene il giornalista inglese, l’Unione potrebbe essere vista come “un progetto per distruggere le news”, dato che il suo scopo è proprio negoziare le tensioni tra le nazioni europee, le stesse tensioni che spesso costituiscono le notizie. “Inoltre, spesso c’è una differenza netta tra cosa è importante per i vari organi (dell’Ue, nda) e cosa è invece importante per il territorio”, spiega Emmott, che aggiunge come spesso “molto raramente la stessa persona è capace di descrivere entrambi i punti di vista”.

Infine, rimane l’annosso problema che rende molto difficile lanciare un forte medium Pan-europeo: l’assenza di un mercato pubblicitario davvero continentale. L’Economist è riuscito ad attrarre diversi inserzionisti d’élite, ha detto Emmott, ma la maggior parte delle aziende multinazionali pubblicizzano ancora a livello nazionale. “Le recenti crisi, prima quella dell’Euro, poi quella dei migranti e infine il terrorismo, avrebbero dovuto facilitare la cronaca sull’Europa”, ha dichiarato Emmott a Oxford, ciononostante, la conclusione complessiva è che quanto fatto dai giornali in questi casi sia stato solamente “nazionale e con qualche plus”. Secondo Emmott, per quanto riguarda la crisi dell’Euro, il problema è stato che “chi era in prima linea” raramente era specializzato in economia o non poteva guardare oltre alla prospettiva nazionale.

Perché allora Emmott ha comunque una visione ottimista e vede la situazione attuale come un’opportunità? E come possono i media migliorare la loro copertura europea? Per Emmott, sia direttori che i redattori che coprono l’Ue dovrebbero cambiare approccio. Gli inviati a Bruxelles dovrebbero uscire di più, passare più tempo in strada e tornare anche in patria per non restare rinchiusi nella loro bolla belga. I direttori, inoltre, dovrebbero assicurare che i fatti europei vengano riportati con un’ottica nazionale e quelli nazionali riportino anche una prospettiva europea. I fatti nazionali e regionali sono intrecciati, ma spesso la prassi giornalistica tende a mantenerli separati.

Emmott è anche fiducioso sul fatto che i recenti sviluppi nei media possano portare a una migliore cronaca sull’Europa. In primo luogo, il fatto che i media siano sempre meno finanziati dalla pubblicità e sempre più fondati sugli abbonamenti potrebbe rendere economicamente possibile la creazione di un vero medium Pan-europeo. In secondo luogo, i social media hanno già formato determinate sfere pubbliche che non sono definite da confini nazionali, cosa che potrebbe ripercuotersi anche sull’industria delle news. Infine, le difficoltà riscontrate nel riferire su questioni regionali importanti all’interno dell’Europa creano anche grandi opportunità giornalisti o testate che vogliono differenziarsi dagli altri. “Sarà anche difficile farsi sentire, ma quando riesci a farlo, questo porta un grande valore al lettore”, ha concluso Emmott.

Per approfondire:
Politico Europe, esiste una sfera pubblica europea? di Wolfgang Blau
Notizie dall’Unione europea: complicate e noiose? di Caroline Lees
La crisi dell’Europa è anche una crisi dei media europei? di Stephan Russ-Mohl

Articolo tradotto dall’originale inglese da Georgia Ertz

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