La morte del servizio pubblico. O la sua rinascita?

30 luglio 2015 • In evidenza, Media e Politica, Ricerca sui media • by

Vincenzo Fiore / Flickr CC

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Nel prolungato, talvolta estenuante dibattito sull’Europa e la sua identità, raramente viene menzionata una delle creazioni più originali e potenti che il Continente ha partorito nel corso del XX secolo. Si tratta del public service broadcasting, il “servizio pubblico” prima radiofonico e poi televisivo, ovvero il contributo più importante che l’Europa abbia offerto alla storia mondiale di questi due mezzi. Parlare di televisione a fronte degli enormi problemi – di natura politica, economica e sociale – che, da europei, stiamo vivendo in questi anni potrebbe sembrare fuori luogo.

Eppure, come intuivano bene, già negli anni Cinquanta, statisti del calibro di Charles De Gaulle e Konrad Adenauer, la tv ha, in virtù della sua straordinaria popolarità, la capacità di forgiare la cultura condivisa molto più efficacemente e rapidamente di una legge, o di altri mezzi di comunicazione. Il sogno di utilizzare le immagini e il piccolo schermo per contribuire a quell’integrazione culturale che non è mai seguita all’unificazione economica si è infranto a fronte di troppe difficoltà, o è sopravvissuta, un po’ marginalmente, in un concorso musicale come Eurovision Song Contest, in un canale d’informazione continentale come EuroNews o nelle ambizioni culturali della rete franco-tedesca (più che veramente europea) ARTE.

E probabilmente non poteva essere altrimenti: il servizio pubblico è certamente un’invenzione dell’Europa (occidentale), ma esso ha servito molto più efficacemente le esigenze dei diversi stati nazionali che non le aspirazioni europee. È stato, senza alcun dubbio, per molti decenni, un pilastro essenziale della Nazione. E, oggi, torna nell’agenda di discussione dell’opinione pubblica di diversi Paesi, che prova a rispondere, in fondo, a una domanda cruciale: abbiamo ancora bisogno del servizio pubblico? Si tratta di un’istituzione desueta, destinata ad affogare nel mare magnum dell’abbondanza dei media digitali e della frammentazione delle audience?

La vivacità del dibattito attorno al servizio pubblico è ampiamente testimoniata. Nella Grecia appesantita dai debiti e dalla crisi, la televisione pubblica ERT è stata, prima, l’agnello sacrificale più visibile delle politiche di rigore, e poi il simbolo di un’inversione di marcia radicale, che ha portato alla sua riapertura, lo scorso giugno.

In Gran Bretagna, in vista del rinnovo della Royal Charter della BBC, previsto nel 2017, il governo conservatore guidato da David Cameron ha pubblicato un Libro Verde e ha chiamato gli stakeholders (cittadini compresi) a esprimersi in una pubblica consultazione che si concluderà in ottobre. Sul piatto ci sono questioni essenziali sul futuro del public service broadcasting: perché la BBC esiste, e quale è la sua missione? A che pubblico deve guardare il servizio pubblico? Che ruolo può avere nel contesto delle industrie creative e digitali? Come deve essere finanziata? In modo deve essere governata, al fine di mantenere intatta la sua autonomia e indipendenza?

Anche in Italia è in corso da mesi un dibattito su una proposta presentata dal governo di centro-sinstra guidato da Matteo Renzi: molto più limitata nei suoi scopi, l’ennesima “riforma della RAI” mira soprattutto a rimettere mano ai criteri di governance, ma sembra del tutto inadeguata a rispondere alle sfide del futuro.

Pochi strumenti possono risultare utili per comprendere la posta in gioco nei dibattiti attuali sul servizio pubblico come un libro appena pubblicato dall’editore Vita e Pensiero di Milano, che ho avuto l’onore di curare nella sua edizione in italiano: si tratta di Il Servizio pubblico. Storia culturale delle televisioni in Europa, di Jérôme Bourdon, Professore all’Università di Tel Aviv e ricercatore presso il Centre de Sociologie de l’Innovation a Parigi. Il libro di Bourdon è il primo tentativo di scrivere una storia culturale e comparata dei servizi pubblici nei principali paesi europei (con attenzione particolare a Gran Bretagna, Francia, Spagna, Italia, Germania, e incursioni nei Paesi Bassi, in quelli scandinavi e in Portogallo). Un libro di storia, dunque, che però è in grado di offrirci uno sguardo profondo su quanto sta accadendo proprio oggi.

Se il servizio pubblico è un’idea a suo modo “coerente”, e le diverse istituzioni radiotelevisive pubbliche possono contare su una storia di reciproche influenze, è anche vero che ciascuna vicenda nazionale ha le proprie specificità. Bourdon traccia una linea di distinzione abbastanza netta fra i paesi del Nord dell’Europa (Gran Bretagna in primis, la cui BBC ha rappresento sempre un modello ideale, ma anche Germania e paesi scandinavi) e quelli del Sud dell’Europa (Portogallo, Spagna, Francia, Italia). Sono diversi gli elementi che distinguono questi due modelli di servizio pubblico, ma l’aspetto più rilevante è senz’altro rappresentato dal rapporto con le istituzioni politiche e, come conseguenza diretta, dalla qualità dell’informazione che le televisioni “di Stato” sono in grado di produrre e veicolare.

Nei paesi del Nord dell’Europa la storia del servizio pubblico è stata caratterizzata dalla costante ricerca di soluzioni pragmatiche – non sempre ottimali, e certamente soggette a cicliche revisioni – per assicurare alle istituzioni radiotelevisive un’autonomia non solo dalle pressioni economiche, ma anche da quelle politiche. La vicenda che caratterizza i servizi pubblici dei paesi del Sud dell’Europa è invece ben più travagliata, perché qui non è stato quasi mai possibile tagliare radicalmente il nodo che lega il potere politico e la dirigenza delle imprese televisive “di Stato” (si pensi alla RAI democristiana delle origini, alla lottizzazione degli anni Settanta e Ottanta, al clamoroso conflitto di interessi durante i governi di Silvio Berlusconi, ma anche all’interventismo di molti Presidenti della Repubblica francesi, da De Gaulle a Mitterand fino a Sarkozy).

Se dunque, come testimonia il caso italiano, dopo decenni di “riforme” e “riforme di riforme”, il tema, al Sud dell’Europa, è ancora e di nuovo quello dell’indipendenza politica, al Nord si discute di temi ben più pressanti: nell’età della “convergenza dei media” un broadcaster non può più essere semplicemente un insieme di reti televisive tradizionali, ma deve confrontarsi con uno scenario digitale che impone rapide e radicali trasformazioni, diventando, sempre più, una media company a 360°.

È su questo versante che un servizio pubblico al passo con la contemporaneità deve raccogliere la sfida: per esempio, sul terreno delle piattaforme distributive tese a raggiungere una pluralità di pubblici che non costituiscono più, inesorabilmente, un “massa”, ma una “massa di nicchie”; o, ancora, sul versante del sostegno alla produzione audiovisiva nazionale, anche in un’ottica, autenticamente europea, di co-produzioni di qualità (cosa che sta avvenendo, con maggiore efficacia, sul terreno dei nuovi operatori della televisione a pagamento).

Attardarsi a discutere su un punto che dovrebbe essere risolto con la semplicità (e la rapidità) del buon senso – alla governance della tv pubblica deve essere assicurata un’indipendenza sostanziale dalla politica – sembra la ricetta migliore per condannare il servizio pubblico a non occuparsi delle vere sfide dell’oggi, e a votarlo a una morte quasi inesorabile.

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