Il dilemma digitale della radio

8 aprile 2014 • Media e Politica, Ricerca sui media • by

La radio è tuttora un potente mezzo della comunicazione moderna. Nei soli Stati Uniti d’America, ad esempio, più di 240 milioni di persone la ascoltano ogni settimana. Nei momenti di crisi e in caso di disastro, inoltre, rimane spesso l’ultima risorsa di informazione disponibile. Ma la supremazia del mezzo radiofonico nell’ambito dei media digitali è minacciata costantemente da nuove tecnologie che mettono in discussione la sua essenza stessa, e proprio negli Usa, il pensiero creativo e le potenzialità future della radio sono messe in pericolo e ridotte drasticamente anche da una politica cieca e asservita a una specifica ideologia.

La radio è stato l’ultimo tra i mass media analogici tradizionali ad aver affrontato il fenomeno definito, nel campo della comunicazione, come “convergenza”. Con questa definizione ci si riferisce alla digitalizzazione in atto in tutti i media e si sottintende l’idea secondo la quale i media precedentemente separati dovranno inevitabilmente “convergere” in modo che la loro distribuzione potrà avvenire in un unico flusso, come avviene con Internet. Da un punto di vista puramente tecnologico, questa è senza dubbio una pratica vantaggiosa.

Ma gli studiosi del settore e gli attori politici che studiano il fenomeno della convergenza spesso mancano di considerare tutti e tre i fattori importanti che rendono possibile questo fenomeno. Lo sviluppo di nuove tecnologie è solo il primo di questi, gli altri due sono la strategia industriale e la politica pubblica.

Lo sviluppo della radio digitale negli Stati Uniti mostra chiaramente la debolezza insita nell’idea che la convergenza sia un fenomeno “inevitabile”. Al contrario, ha messo in evidenza come il neoliberalismo e il credo fondamentalista secondo il quale le leggi di mercato siano per natura i mezzi più efficienti per organizzare una società moderna abbiano portato in realtà a un deficit di democrazia nella politica della comunicazione.

Mentre la maggioranza del mondo industrializzato ha adottato un sistema radiofonico digitale denominato DAB o DAB+, infatti, che colloca i segnali digitali su un nuovo spettro che usa un mezzo di supporto completamente separato dalle tradizionali modulazioni di frequenze FM e AM, negli Stati Uniti le emittenti radio hanno invece optato per un soluzione fatta in casa che si limita a doppiare la radio HD e che situa i segnali digitali accanto e sotto i segnali analogici già trasmessi.

Lo sviluppo della radio HD è stato tortuoso: infatti è impossibile cambiare le leggi della fisica cercando di far entrare in uno spettro di canali radiofonici, già di fatto saturo, altri nuovi segnali. Coscienti di questa semplice legge fisica, i promotori della radio HD hanno convinto i regolatori del mercato dei media statunitensi a cambiare la scienza sulla quale lo spettro radio è ripartito, in sostanza trasformando le nozioni di “canale” e “interferenza” per far spazio al sistema HD, ignorando bellamente le implicazioni conseguenti. Inoltre, l’HD è un sistema chiuso che obbliga tutte le stazioni radio statunitensi ad adattarsi a delle licenze specifiche basate sulle stile di quelle proprietarie della Microsoft, al fine di poter trasmettere in digitale.

Durante la riunione della Federal Communications Commission americana la cui votazione all’unanimità ha stabilito che che la Radio in HD sarebbe stata implementata entro il 2002, il commissario democratico Michael Copps fece notare apertamente che “c’erano alcune questioni da chiarire, tra le quali come avrebbe funzionato la radio HD nel mondo reale”, ma comunque si mostrò fiducioso che il mercato avrebbe risolto autonomamente  i problemi che sarebbe scaturiti dalla transizione al digitale.

Un dozzina di anni dopo, il mercato ha emesso la sua sentenza: appena il 13%  delle emittenti radiofoniche statunitensi sono in passate HD. Solo il 2% degli ascolti radio avviene attraverso segnali di questo tipo; tranne che negli ultimi modelli di automobili, è inoltre difficile trovare un’autoradio digitale. Sondaggi tra gli ascoltatori suggeriscono inoltre che una vasta maggioranza ancora non sa cosa sia la radio in HD e la confonde spesso con i servizi via satellite o in streaming. Nel frattempo, la crescita e la ricerca di quei servizi stanno trasformando fondamentalmente la definizione pubblica di ciò che è la radio in sé, provocando insicurezza tra i depositari del retaggio radiofonico tradizionale che ora temono una marginalizzazione di cui si sono in larga parte responsabili.

Il passaggio al digitale è come un gioco d’azzardo e i giocatori sono simili dovunque: coloro che ricoprono una carica sono preoccupati di preservare lo status quo piuttosto che un vera evoluzione, mentre i regolatori sono talmente sopraffatti da Internet che la politica della diffusione delle notizie è stata effettivamente subappaltata ai soli addetti ai lavori. È  un circolo vizioso e improduttivo, ma soprattutto un esempio che dimostra chiaramente il fallimento intellettuale della visione neoliberal del mondo. Il perdente definitivo è la stessa radio, anche come tecnologia che in passato aveva affascinato popoli interi e ora rischia di ridursi a medium da ultima spiaggia.

La buona notizia è che i potenziali fallimenti del mercato aprono anche  a diverse opportunità che stimolano a riconsiderare lo status quo. Per esempio, nel caso di un congiuntura negativa, si potrebbe proporre una nuova visione del futuro della radio. Senza dubbio, sarà comunque totalmente digitale e su molteplici piattaforme, ma i passi per giungervi non sono ancora del tutto chiari. Il passaggio alla radio digitale è dunque un’opportunità per rinforzare la nozione di partecipazione democratica nel processo di definizione della politica dei media. Anche se solo per ripristinare una sembianza dello stato di buona salute di cui godeva in passato.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Alessandra Filippi

Photo credit: Highway Agency / Flickr Cc

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