Perché il servizio pubblico conta ancora in Europa

28 ottobre 2016 • Media e Politica, Più recenti • by

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Pixabay / CC0 Public Domain

Che il servizio pubblico radiotelevisivo giochi un ruolo fondamentale in Europa è tanto noto quanto spesso dimenticato. Questo è particolarmente vero nel Vecchio Continente, dove quello che può essere definito un bene comune è messo sotto stretto scrutinio da parte dei suoi finanziatori, i cittadini, e dai governi. Nonostante molti ritengano che fornisca un sostegno importante alla democrazia, altrettanti in quasi tutto il continente mettono il servizio pubblico al centro di dibattiti spesso accesi.

C’è chi, come la Svizzera e il Regno Unito, cercano di ridurlo e di lasciare più spazio al libero mercato; c’è chi, come sta avvenendo in Serbia, cerca di democratizzarlo e di mettere la parola fine al monopolio dello Stato, e, poi, c’è chi vi esercita un forte controllo e lo usa per formare l’opinione pubblica a suo favore, come avviene in Russia o in Polonia. Diversi di questi quesiti, persino quelli dei broadcaster stessi, sono stati discussi di recente in occasione della giornata nazionale della Ssr, la Società Svizzera di Radiodiffusione, il servizio pubblico elvetico. In particolare, ci si è chiesti: a cosa deve servire, oggi, il servizio pubblico? Che cosa può e deve offrire in più che i privati non possono?

Domande a cui cerca una risposta anche l’Uer, l’Unione Europea di Radiodiffusione. Nata nel febbraio del 1950 per promuovere lo scambio di programmi tra gli allora 23 membri, l’Unione conta oggi 56 Paesi coinvolti, raggruppa 820 canali televisivi e 1156 stazioni radio in 122 lingue. Complessivamente, l’offerta degli aderenti raggiungere un’audience di oltre un miliardo di persone.

Secondo l’Uer, che ha partecipato alla conferenza della Ssr, un servizio pubblico di successo è espressione della qualità di una democrazia, in cui la popolazione è meglio informata, ha più fiducia nelle istituzioni e si impegna di più nella vita politica. Tutto questo avviene anche grazie all’impegno di chi quel servizio pubblico lo offre, puntando sulla qualità e la diversità dei programmi proposti, e producendo più programmi di informazione, diffondendoli in orari in cui le persone sono più propense a fruirli, come negli orari dei pasti e la sera.

In un’epoca di digitalizzazione spinta è necessario chiedersi anche quale sia il ruolo di Internet nel posizionare il servizio pubblico e quale sia il suo potenziale contributo. Internet ha modificato profondamente l’utilizzo che facciamo dei media e il servizio pubblico non fa certamente differenza. La rete è usata in quanto supporto ai mezzi tradizionali (radio e tv), ed è di grande aiuto per raggiungere quelle fasce di popolazione che si trovano prevalentemente online. E non si tratta, come molti credono, unicamente dei giovani.

Andare dove va il pubblico è diventato il mantra attuale dell’Uer dei broadcaster che, proprio per questa ragione, hanno espanso la loro presenza anche a diverse piattaforme online. Tra i dati mostrati a Lugano dall’Uer, quelli basati sul Media Intelligence Survey del 2016 ci dicono che è Facebook ad essere la piattaforma più popolare; il 96% dei membri Uer ha pagine attive su questo social, per un totale di più di 3700 profili. Anche Twitter e YouTube sono molto popolari con, rispettivamente, il 94% e l’88% dei membri iscritti.

Piattaforme sì, ma non solo. Quasi tutti i membri dell’Uer si sono dotati di un’applicazione per smartphone e tablet, attraverso le quali possono condividere contenuti, notizie e repliche dei programmi, sia radio che tv. Nonostante la corsa al digitale, la televisione resta il mezzo più utilizzato dagli europei per informarsi. Nel solo Regno Unito, secondo l’Uer, viene guardata dal 97% delle persone almeno una volta alla settimana; in media, queste persone passano quattro ore al giorno davanti al suo schermo. Sono solo 50, invece, i minuti spesi per guardare la tv su un computer, che scendono a 26 per i tablet e a 15 per gli smartphone.

Ma in questa società sempre più incentrata su Internet, dove si può facilmente trovare informazioni gratuite online, ha ancora senso che esista il servizio pubblico? L’Uer non è l’unica a rispondere di sì. Secondo l’Unione, tra le funzioni del servizio pubblico vi è, infatti, soprattutto informare i cittadini, offrendo spazio a vari punti di vista e puntando alla neutralità dell’informazione. Diversamente dalle emittenti private, il servizio pubblico deve rendere conto al suo pubblico, poiché sono queste persone che, in molti Paesi, lo finanziano attraverso il canone.

Canone che, anche in Svizzera, oggi si trova anch’esso al centro del dibattito. In particolare, tanti si chiedono se questo modello di finanziamento abbia ancora senso, oppure se il servizio pubblico dovrebbe essere in grado di mantenersi da solo, tramite fondi pubblici e pubblicità. Eppure il canone, e tanti lo ignorano, come ci ricorda l’Uer, è il mezzo più efficace per garantire un servizio pubblico neutrale, che prediliga l’indipendenza redazionale e che permetta di scegliere il miglior tipo di programmi per il pubblico e il miglior modo per distribuirli. Perché il servizio pubblico non deve necessariamente fare qualcosa di diverso rispetto ai broadcaster privati, ma lo deve fare diversamente, incarnando le differenze per arrivare a ottenere il sostegno del pubblico. Infatti, quello che tanti dimenticano, broadcaster inclusi, è che è il pubblico a scegliere il servizio pubblico, e mai il contrario.

Si tratta di una strategia dell’offerta, di onorare un mandato che deve soddisfare i bisogni dei cittadini, che deve essere pertinente per loro, senza esclusioni. Il servizio pubblico deve necessariamente essere in grado di rispondere alle critiche, di restare neutro e imparziale, orientandosi verso il futuro senza tralasciare la qualità che deve distinguerlo dai privati. Per queste ragioni è importante che i broadcaster si chiedano cosa sia necessario fare per offrire questo servizio sfruttando il più possibile anche le opportunità offerte dal digitale. Il tutto senza dimenticare di decidere al servizio di chi essere: del governo, dei partiti o dei cittadini?

L’autrice è una studentessa dell’Università della Svizzera italiana che ha partecipato alla giornata nazionale della Ssr. Gli studenti hanno partecipato attivamente ai lavori intervenendo a una tavola rotonda.

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