Come i giornali Usa hanno influenzato l’elezione di Trump

18 novembre 2016 • In evidenza, Media e Politica • by

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Michael Vadon / Flickr CC / BY-SA 2.0

New York – Il 17 luglio del 2015, l’Huffington Post annunciò che avrebbe relegato la copertura mediatica della campagna elettorale di Donald Trump – allora appena cominciata – nella sezione “intrattenimento” del suo sito, anziché in quella dedicata alla politica. “[La candidatura di Trump] è un’attrazione di secondaria importanza, non abboccheremo all’amo”, rimarcavano in una nota Danny Shea e Ryan Grim, rispettivamente direttore editoriale della testata e capo della redazione di Washington.

L’8 novembre scorso Donald Trump è stato eletto Presidente degli Stati Uniti con 270 voti elettorali, contro i 232 di Hillary Clinton, ed entrerà in carica a gennaio. Definire la stampa americana ‘complice’ del trionfo di Trump è forse esagerato; è impossibile però negare che dell’inaspettata vittoria del magnate newyorkese i media condividano una parte di responsabilità. Le elezioni presidenziali americane 2016 non verranno ricordate soltanto per il fallimento di tutti i sondaggi e gli exit poll, per le predizioni sbagliate del New York Times e di 538 (non è la prima volta); non passeranno alla storia unicamente come le elezioni della “bolla” e delle “camere dell’eco” che hanno creato social network a nostra immagine e somiglianza politica—portando al riaccendersi di una polemica sul ruolo editoriale di Facebook nella diffusione virale di notizie false o non verificate.

Durante la campagna, i media statunitensi hanno compiuto una serie di errori, fallendo in un compito storico e primario: essere la voce informativa di tutti gli americani, aprirsi al confronto, imparare ad ascoltare le comunità, riguadagnare fiducia e credibilità. Hanno sottovalutato – accecati dall’innegabile potere mediatico del personaggio – il malcontento grassroot degli elettori delle classi medie e povere che lo hanno poi sostenuto. “La stampa ha preso Trump letteralmente, ma non seriamente. I suoi elettori invece lo hanno preso seriamente, ma non letteralmente”, ha sintetizzato con efficacia Salena Zito sull’Atlantic qualche settimana fa. A fallire sono stati i media intesi come entità strutturate di costruzione e diffusione della conoscenza. Hanno fallito per ragioni complesse e intersecate tra loro: demografiche, sociali, sistemiche, geografiche, politiche.

Bianche, snob, liberal: il fallimento delle media-élite
Una prima ragione va ricercata nella mancanza di diversità tra chi siede dietro alle scrivanie dei media statunitensi. Soprattutto uomini bianchi, di estrazione liberal, tendenzialmente benestanti. Sono direttori, caporedattori, giornalisti che vivono e lavorano nelle poche sacche detrumpizzate del paese: New York (Clinton 87.2%), Washington (Clinton 98.2%), San Francisco (Clinton 85.3%), Los Angeles (Clinton 71.5%). Anche questa è una bolla, è innegabile, e da qui è difficile percepire o comprendere la “hopelessness”, la mancanza di speranza che ha dato vigore all’elettorato pro-Trump nell’America rurale. A confermare la tendenza di una stampa ampiamente pro-Clinton, ci sono i numeri raccolti da David Sillito sulla Bbc: in totale oltre 200 pubblicazioni si sono schierate a favore della sfidante democratica, meno di una ventina per l’imprenditore 70enne. Di queste venti, soltanto due rientrano tra i 100 giornali a più grande circolazione del paese.

Per approfondire: Lezioni giornalistiche dalle elezioni Usa: newsletter e curation di Andrew Jack

“[Noi giornalisti] siamo andati nei grandi stati repubblicani per qualche giorno, abbiamo intervistato i minatori e i disoccupati dell’industria automobilistica della Rust Belt. Ma non li abbiamo presi seriamente. O non abbastanza”, ha scritto Margaret Sullivan sul Washington Post. Secondo lei, ma anche secondo numerosi altri osservatori, i media non hanno investigato a sufficienza l’amarezza economica della working class; e allo stesso tempo si sono rivelati troppo indulgenti sui problemi lasciati in eredità dai democratici nel corso degli anni. Sul Guardian, Sarah Smarsh ha identificato così la ragione di questa mancata auto-analisi: “Per le media company, formate soprattutto di liberal di ceto medio e alto, [investigare davvero queste dinamiche] avrebbe significato guardarsi negli occhi”, ha scritto Smarsh. “Poche persone nate in contesti poveri finiscono a lavorare nelle redazioni o a pubblicare libri”.

L’incapacità di percepire il malcontento
“Metà dell’America ha perso fiducia nei media”, ha argomentato ieri sera Jeff Jarvis, esperto di media e docente di giornalismo, durante un dibattito tenutosi presso la City University di New York (CUNY). “Ha perso fiducia perché i media non hanno ancora imparato ad ascoltare” i bisogni e le istanze delle comunità dell’America profonda. L’8 novembre, dopo l’annuncio della vittoria di Trump, via Twitter Jarvis era stato ancora più duro: “Temo che il giornalismo sia irrimediabilmente rotto, un fallimento. La mia professione ha fallito nell’informare il pubblico sul fascista che stava eleggendo”.

Secondo Jarvis i media non sono riusciti ad abbattere il muro di incomunicabilità che storicamente li separa dagli elettori di Trump, quella generazione bianca che da anni ha bollato i giornali generalisti come inaffidabili, a favore di altre fonti di informazione completamente schierate, bigotte e fascistoidi, di cui Breibart News rappresenta il massimo esempio. Anziché far cadere la barriera, il modo in cui i media americani hanno trattato il percorso politico del futuro presidente non ha fatto altro che rinforzare una bolla pre-esistente—confermando le condizioni degli elettori pro-Clinton, e dando nuova linfa ai sospetti dei trumpisti sull’attendibilità dell’informazione nel paese.

“Molta di questa animosità [da parte dell’elettorato di Trump] non era rivolta a qualcosa che i giornalisti hanno detto o scritto nello specifico, ma aveva come obiettivo ciò che quegli stessi giornalisti rappresentano”, ha spiegato durante il dibattito Ben Domenech, fondatore di The Federalist, un giornale online di stampo conservatore. “Non insultano il reporter di CNN in quanto reporter-persona, ma lo criticano perché odiano la copertura fatta dal suo canale su Obamacare”. La mancanza di imparzialità nella copertura della campagna elettorale appena conclusa ha accentuato questa sensazione di distacco e credibilità perduta. A CUNY era presente anche Borja Echevarria, vicepresidente del comparto Digital del colosso ispanico-americano Univision, il quale ha riportato le considerazioni condivise con Jorge Ramos, uno dei giornalisti di punta dell’emittente, poche ore prima del dibattito.

Nell’agosto 2015 Ramos era stato allontanato da una conferenza stampa di Trump dopo avere cercato di porre una domanda ‘scomoda’ sull’immigrazione all’allora candidato alla nomination. Secondo il giornalista è oggi necessario un ‘mea culpa’ da parte dei media americani: “Abbiamo sottostimato la rabbia e il bisogno di ribellione dei votanti bianchi che hanno eletto Trump; abbiamo dato troppo spazio ai sondaggi, e nonostante una serie di fallimenti che si ripete da decenni, continuiamo a commissionarli; abbiamo dato troppo valore alla credenza secondo cui ‘nessuno può essere eletto alla Casa Bianca senza il supporto dei Latinos’: be’, non era vero”.

Il fallimento dei modelli di business e il trionfo mediatico di Trump
Dietro al trionfo mediatico di Trump, che ha goduto di una visibilità senza precedenti, ci sono anche motivi economici. Secondo Jay Rosen, famoso critico dei media e professore di giornalismo alla New York University (NYU), anche “la debolezza economica della stampa” e “il fallimento dei modelli di business” hanno avuto un ruolo nel determinare l’esito della votazione. Da un lato, ha spiegato Rosen, perché la scarsità di risorse rende sempre più difficile intraprendere dispendiose battaglie legali (delle quali Trump è un grande fan); dall’altro perché il miliardario newyorkese ha rappresentato per siti, giornali e televisioni una fonte inesauribile di notizie in grado di attrarre un pubblico vastissimo—portando più copie vendute, più utenti unici sui siti web, più telespettatori sugli schermi.

Per approfondire: Il giornalismo sostiene inevitabilmente il populismo? di Robert G. Picard

“L’errore fatale è stato fatto all’inizio, quando si riteneva che Trump fosse un buffone, un imbonitore, che gli americani si sarebbero accorti presto dei suoi trucchetti e delle sue bugie”, ha scritto Matthew Ingram su Fortune. “Tutto questo è stato esacerbato dal panorama attuale dei media, in cui le testate generaliste sono alla disperata ricerca di introiti, e si affidano ancora a un modello di business basato sul numero di click e di visualizzazioni”. L’esempio chiave di questo circolo vizioso è rappresentato, secondo diversi analisti, dalle televisioni, ‘ree’ di avere concesso troppo spazio alle dichiarazioni razziste, misogine, volgari del candidato repubblicano senza dare loro troppo peso, sottovalutandone l’impatto, almeno inizialmente.

Il cortocircuito della CNN
Se c’è un uomo che più di ogni altro potrebbe essere considerato uno dei fautori dell’ascesa al potere di Trump è Jeff Zucker, il presidente di CNN Worldwide. Zucker conosce Trump dai tempi di NBC, quando assunse l’imprenditore per condurre il reality show ‘The Apprentice’, garantendogli per anni una rinnovata popolarità tra gli americani. Fino a pochissimo tempo fa, Zucker manteneva rapporti piuttosto stretti con Trump: nel 2015 una reporter di People Magazine aveva raccontato come il presidente di CNN avesse “fatto capolino” nell’ufficio di Trump mentre lei era lì per intervistare il candidato repubblicano; mentre a giugno del 2016, Joe Scarborough di MSNBC aveva spiegato a Politico che Zucker “chiama personalmente Trump” per invitarlo alle trasmissioni dell’emittente.

Ad ottobre, parlando con un corrispondente del Washington Post durante un dibattito ad Harvard, Zucker si era lasciato scappare una piccola ammissione di colpa: “Se [a CNN] abbiamo commesso un errore, è che non avremmo dovuto trasmettere così tanti comizi di Trump”. Zucker ha comunque poi difeso la sua emittente, spiegando come essa sia stata “la prima” a comprendere la forza prorompente del messaggio del futuro presidente americano; inoltre, secondo quando riferito dal numero uno della CNN, Trump sarebbe sempre stato molto più disponibile a farsi intervistare rispetto ai suoi concorrenti repubblicani e alla stessa Clinton. Il futuro presidente, insomma, ha calpestato il maggior numero di volte possibile il tappeto rosso che conduceva dalla sua Tower newyorkese agli studi televisivi dei principali broadcaster americani. Secondo uno studio, l’ammontare totale di esposizione mediatica riservata gratuitamente al candidato conservatore equivarrebbe a circa 2 miliardi di dollari in spazi pubblicitari.

I rapporti tra Trump e Zucker, ad ogni modo, non sono più idilliaci. Il futuro presidente americano ha riservato all’ex amico un tweet tagliente, dopo che quest’ultimo aveva commissionato e mandato in onda un documentario sulla vita e la carriera di Trump da lui giudicato “inguardabile”, una “finzione”, una “perdita di tempo”. “Jeff Zucker ha fallito a @NBC e ora sta fallendo a @CNN”, aveva twittato il candidato repubblicano. Scaramucce a parte, però, Trump ha dato alle televisioni quello che volevano (una tempesta perfetta di notizie in grado di catturare l’attenzione degli spettatori), ricevendo in cambio ciò che voleva (esposizione mediatica continuativa e gratuita). Un meccanismo sintetizzato perfettamente dal presidente di un’altra emittente nazionale, Leslie Roy Moonves di CBS: “Trump potrebbe non essere positivo per l’America, ma è fottutamente positivo per CBS. I soldi stanno entrando in continuazione ed è divertente. Non ho mai visto nulla di simile, sarà un anno davvero ottimo per noi. Mi dispiace, è una cosa terribile da dire. Ma continua così, Donald”.

Sempre secondo Mathew Ingram, Trump si sarebbe avvantaggiato di un ecosistema dei media ormai ‘a pezzi’; sfruttando le debolezze del circuito mediatico (difficoltà economiche, ricerca di sensazionalismo, de-centralizzazione della trasmissione dell’informazione grazie ai social network), il magnate è riuscito a costruire una combinazione perfetta: utilizzando da un lato l’ampia gittata delle televisioni, e dall’altro Twitter con il suo potere comunicativo immediato ed esplosivo, che gli ha permesso di costruire un ponte diretto “con potenziali sostenitori, molti dei quali già ampiamente sfiduciati dai media” tradizionali.

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