Fare ricerca nelle redazioni è sempre più difficile

1 giugno 2015 • Più recenti, Ricerca sui media • by

Thomas Hawk / Flickr CC

Thomas Hawk / Flickr CC

Se si pensa al giornalismo come a una cultura, è logico pensare di affrontare la ricerca accademica in questo settore come quella applicata ad altre culture: andando sul campo ed esaminandola nel modo più esteso possibile. Per questo motivo una nuova generazione di ricercatori ha riscoperto l’etnografia, una tecnica classica dell’antropologia. Secondo questo approccio, il ricercatore/osservatore si immerge completamente all’interno di una cultura o di una sottocultura e ne osserva approfonditamente le pratiche quotidiane. Allo stesso tempo, gli accademici che si occupano di media e che svolgono la loro ricerca in questo modo passano settimane o mesi nelle redazioni, descrivendo e analizzando i cambiamenti nella natura del giornalismo.

Questi ricercatori sono esploratori in un territorio straniero, investigatori di pratiche antiche e nuovi trend: si tratta di profili di accademici che hanno lasciato le zone più battute dell’Accademia per tuffarsi direttamente nei cambiamenti del giornalismo, mentre avvengono. A volte vengono accolti a braccia aperte, altre con sospetto, e quando rientrano dal periodo “sul campo” possono raccontare e analizzare quello che hanno visto, riportandone le difficoltà, ma aggiungendo anche la giusta dose di speranza e innovazione.

“Durante gli ultimi dieci anni abbiamo certamente visto l’ascesa di una nuova ondata di ricerche etnografiche che hanno aiutato a comprendere meglio i processi di produzione delle notizie e le routine delle redazioni convergenti”, dice David Domingo, co-editor del libro Making Online News – Volume 2: Newsroom Ethnographies in the Second Decade of Internet Journalism: “ne è anche scaturita l’intuizione che il modo in cui le notizie vengono redatte non è poi innovativo come ci si poteva aspettare. In questo, la ricerca etnografica ha aiutato a spiegare come l’innovazione sia stata gestita o respinta”.

Altri libri dati alle stampe di recente mostrano lo spettro complessivo di questo processo di analisi nel giornalismo: per il testo Can Journalism Survive? An Inside Look at American newsrooms, ad esempio, David Ryfe ha speso molto tempo presso diverse redazioni regionali negli Usa, mentre Nikki Usher ha pubblicato un libro sul “dietro le quinte” del New York TimesMaking News at the New York Times. Chris Anderson, infine, ha invece analizzato i cambiamenti del metropolitan journalism, andando a osservare il lavoro di diverse redazioni di Philadelphia.

Il nuovo interesse per l’analisi etnografica non si limita comunque ai soli libri o al contesto statunitense: molti articoli di ricerca pubblicati in journal come Journalism Practice, International Communication Gazette, Journalism Studies e Journalism hanno adottato questo approccio nell’analizzare le pratiche delle redazioni.

Gli accademici devono affrontare nuove difficoltà per ottenere accesso alle redazioni
Girare per gli uffici dei giornali e osservare le persone, le pratiche e la produzione del giornalismo è un fenomeno in crescita ma è stato ben poco di moda fino a poco tempo fa. I primi esempi di etnografia nelle redazioni si trovano già negli anni ’50, ma è stato infatti solo a partire dai ’70 e dai primi ’80 che gli accademici hanno iniziato a spendere quantità di tempo considerevoli negli uffici. Secondo Chris Anderson si sta ora assistendo a una seconda “età dell’oro della ricerca etnografica nelle redazioni”, ma è altrettanto vero che ottenere accesso a questi ambienti è, per chi fa ricerca, sempre più difficile, dato che le redazioni si sono fatte sempre più sensibili alle questioni commerciali, rispetto anche solo a qualche anno fa. “Tutti stanno cercando di trovare la formula magica, sia che questa sia un’app, un modo di contare le metriche o il native advertising: tutti sono preoccupati di trovare l’ingrediente mancante e, allo stesso tempo di tenerlo segreto”, spiega ancora Anderson, “e i giornali non vogliono che altri possano vedere il loro modo in cui fanno innovazione”.

Per David Domingo, invece, ci sono anche altre sfide connesse al fare ricerca sul giornalismo basandosi sull’osservazione: l’ambiente digitale, ad esempio, rende anche più difficile per i ricercatori tracciare le interazioni che avvengono tra giornalisti via email o social media o, ancora, il fatto che la stragrande maggioranza dell’attenzione sia stata fin qui concentrata su giornalisti ed editori e molto poco su altre aree come il marketing o l’IT è un aspetto limitante.

“Non vuoi passare per lo scienziato e loro come gli insetti sotto la lente d’ingrandimento”
Anche quando l’accesso alla redazione viene concesso, poi, i ricercatori hanno altre potenziali difficoltà cui far fronte, perché, paradossalmente, la lente d’ingrandimento viene rivolta verso di loro e non sul reale oggetto di ricerca, i giornalisti: “non vorresti essere preso per un nerd”, siega Chris Anderson, “o come lo scienziato che ha in mano la lente con cui osservare gli insetti. Per questo è importante riuscire a coltivare un dialogo produttivo”. Sia Anderson che Domingo sottolineano a questo proposito che, se da un lato l’etnografia applicata al giornalismo sta portando a galla molte intuizioni utili, il cambiamento in atto nel settore delle news impone anche che si utilizzino lenti d’ingrandimento sempre più ampie e potenti, guardando maggiormente all’ecosistema delle news, includendo anche blogger, i citizen journalist e le Ong.

“Non possiamo permetterci di guardare solo alle redazioni professionali se vogliamo trovare la quadra di come viene svolto il giornalismo al giorno d’oggi”, sottolinea Domingo, “questa è certamente una sfida in più perché il terreno su cui ci si muove non ha più confini, ma se segui gli attori principali, questi ti porteranno dove le cose stanno accadendo davvero”.

L’etnografia spesso porta in superficie più domande che risposte
La ricerca etnografica impone accesso e tenacia. Ma, per Chris Anderson, è una questione di attitudine: “se sei qualcuno che vuole conoscere quale sia la risposta nel modo più chiaro possibile, allora forse questo approccio non è il migliore per te. Ma se al contrario ti piace la complessità e finire con l’avere più domande di quando hai iniziato, allora questo è l’approccio giusto”.

Articolo tradotto dall’originale inglese

 

 

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