L’evoluzione dell’attivismo digitale in Cina

24 giugno, 2014 da · Leave a Comment 

Chi frequenta abitualmente il cyberspace cinese avrà probabilmente sentito nominare il “Watch Brother”, uno dei casi più emblematici nell’evoluzione dell’attivismo digitale cinese degli ultimi anni. Si tratta della vicenda che ha visto protagonista Yang Dacai, Direttore del Bureau of Work Safety della provincia di Shannxi, che si è guadagnato una discreta fama con questo appellativo per una foto risalente all’agosto del 2012 diventata virale sui social media cinesi. Mentre si trovava sulla scena di un incidente dove alcune decine di persone hanno perso la vita su un bus a due piani, Yang è stato infatti ritratto mentre sogghignava a un collega in una foto scattata con uno smartphone da un guidatore che passava sul luogo dello schianto. Read more

2013, anno nero per i giornalisti

19 dicembre, 2013 da · Leave a Comment 

Sono 211 i giornalisti ancora detenuti in tutto il mondo per il loro lavoro e il dato di quest’anno, il secondo peggiore di sempre, segue solo quanto registrato nel 2012, anno che ha fatto registrare il record negativo di 232 reporter dietro le sbarre. A rivelarlo, il Committee to Protect Journalist che ha pubblicato il suo report annuale (che si estende fino all’1 dicembre) sull’argomento, comprensivo di un database completo, suddiviso per nazioni.  A guidare la classifica dei paesi con il numero maggiore di giornalisti in prigione è ancora la Turchia (che guidava la graduatoria anche lo scorso anno): sono 40, infatti, i reporter nelle carceri turche. A seguire, ancora l’Iran che mantiene il secondo posto con 35 reporter imprigionati. Al terzo posto, la Cina con 32, un numero identico a quanto registrato nei precedenti 12 mesi. A chiudere la top ten sono Eritrea, Vietnam, Siria, Azerbaijan, Etiopia, Egitto, e Uzbekistan.

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Numero di giornalisti incarcerati per anno (Cpj)

In Turchia si registra una lieve diminuzione del numero dei cronisti detenuti ma il clima per l’informazione è ancora fosco, fa sapere il Cpj: il governo sta  trattenendo infatti ancora dozzine di giornalisti curdi con accuse di terrorismo o per aver partecipato ad attività antigovernative. In Iran, invece, si registrano dieci casi in meno rispetto al 2012: alcuni giornalisti hanno infatti concluso il loro periodo detentivo, mentre altri sono stati scarcerati “su licenza”, ma potrebbero essere riportati in prigione per finire di scontare la pena. Il Cpj fa comunque notare che, nonostante l’elezione di Hassan Rouhani, si registrano ancora casi di incarcerazione e condanna di giornalisti riformisti e vicini alle minoranze. Il numero cinese, come abbiamo visto, è rimasto stabile: molti giornalisti in prigione negli scorsi anni sono stati liberati, compreso Shi Tao (vincitore del International Press Freedom Award del Cpj nel 2005), ma il numero è andato in pareggio a causa di un nuova ondata di arresti avvenuta lo scorso agosto che ha portato dietro le sbarre, con accuse di corruzione, diverse persone attive in Rete e critiche del governo.

Emblematico il caso dell’Egitto che entra nel ranking con 5 giornalisti ancora detenuti. L’anno scorso, al contrario, l’Egitto non faceva parte della graduatoria. Dopo la caduta di Morsi la scorsa estate, il nuovo governo ha arrestato diversi giornalisti ostili al nuovo esecutivo o simpatizzanti di quello precedente. Oltre all’Egitto, anche Russia, Bangladesh, Kuwait, Macedonia, Pakistan, Republicca del Congo e Stati Uniti non avevano arrestato giornalisti nel 2012, ma lo hanno fatto nel 2013. In Siria, i casi sono scesi da 15 a 12, ma – fa notare il Cpj – il dato non tiene conto di tutti i giornalisti rapiti in territorio siriano da gruppi armati di opposizione: a fine 2013 sarebbero approssimamente 30 i reporter ancora nelle mani dei rapitori. L’unico giornalista in carcere nelle Americhe a comparire nel report del Comittee è il blogger Roger Shuler, incarcerato negli Usa per una causa di diffamazione. A lui bisogna aggiungere anche Barrett Brown, giornalista che rischia 100 e oltre anni di carcere per aver solamente linkato il database contenente i documenti sottratti a Stratfor e pubblicati da WikiLeaks. Guardando ai dati complessivamente si nota come 124 dei 211 giornalisti in prigione abbiano subito accuse di terrorismo o sovversione, mentre in 45 casi le accuse non sono state rivelate. La maggioranza dei 211, 106, sono giornalisti che lavorano su Internet e un terzo del complesso sono freelance.

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Dati relativi al 2013 (RwB)

A questi dati preoccupanti si aggiungo anche quelli di Reporters Without Borders, che ha diffuso il suo report sui giornalisti uccisi nel corso del 2013 (che si estende fino al 18 dicembre). Secondo la Ong sono 71 i giornalisti che hanno perso la vita svolgendo la loro professione nel corso dell’anno. Il 39% dei giornalisti ha perso la vita in scenari di crisi e il 37% lavorava per una pubblicazione cartacea, il 30 per la radio, un altro 30 per la televisione e il 3 per una testata solo Web.

Il dato complessivo delle morti è sceso del 20% rispetto allo scorso anno ma il 2012 – con 88 vittime -, scrive Reporters Without Borders, era stato un anno “eccezionale” da questo punto di vista. Sono invece 39 i citizen journalist e i netizen che hanno perso la vita nel 2013. Secondo Rwb nel 2013 sono aumentati anche gli attacchi fisici contro i giornalisti, anche in occasione delle proteste in Turchia e in Ucraina durante l’autunno. In Brasile, Messico e Colombia si sono registrati numerosi casi di violenza da parte delle forze dell’ordine in occasione di manifestazioni. Sono invece 31 i giornalisti e i citizen journalist che hanno dovuto lasciare la Siria per ragioni di sicurezza.

I cinque paesi dove sono morti piu giornalisti sono Siria, Somalia, India, Pakistan e le Filippine. La Ong segnala anche una crescita sensibile nel numero di giornalisti rapiti – da 38 nel 2012, si è infatti passati a 78 nel corso degli ultimi mesi: tra questi, 49 sono finiti nelle mani dei rapitori in Siria e 14 in Libia. Reporters Without Borders conta, contrariamente ai 211 del Cpj, 178 giornalisti in carcere.

Photo credits: Aschevogel / Flickr CC

 

Forbidden Voices:
Donne blogger in prima linea

5 dicembre, 2012 da · Leave a Comment 

Lunedì 10 dicembre, in occasione della Giornata mondiale per i diritti umani, l’Osservatorio europeo di giornalismo dell’USI e Amnesty International organizzano un incontro con, a seguire, la proiezione del film documentario: Forbidden Voices - Come iniziare una rivoluzione con un portatile.  Interverranno la blogger iraniana in esilio Farnaz Seifi, protagonista del film documentario insieme alla blogger cubana Yoani Sánchez e alla blogger cinese Zeng Jinyan, la regista Barbara Miller, il portavoce della sezione Svizzera di Amnesty International Andrea Ostinelli e Natascha Fioretti dell’Osservatorio europeo di giornalismo. Nell’incontro, oltre a presentare il film, si discuterà del ruolo e delle potenzialità della rete nell’affermazione delle libertà individuali, nella difesa dei diritti fondamentali e della libertà di espressione in quei paesi dove vengono negati ed è forte la censura.

L’incontro, aperto al pubblico, avrà luogo lunedì 10 dicembre presso l’Aula A11 dell’Università della Svizzera italiana, alle ore 18.00.

Per informazioni: ejo.com@usi.ch

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Il Guardian sceglie Twitter per raccontare le crisi in Maghreb e in Libia

9 marzo, 2011 da · 4 Comments 

La mappa interattiva dei messaggi Twitter relativi alla crisi del Nord Africa e del medio Oriente proposta dal Guardian è la testimonianza dell’incredibile cambiamento che sta vivendo il mondo dell’informazione e, nello stesso tempo, di quanto sia complicato per i giornalisti utilizzare in modo professionale il nuovo canale di comunicazione. L’eccellente lavoro compiuto dal Guardian rende possibile la selezione dei Twitter per singolo Paese. Una valanga di messaggi che si aggiorna in tempo reale fonte di notizie e caleidoscopio di opinioni ed emozioni della gente del luogo.

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Vivere di giornalismo nell’era della nuova informazione

23 gennaio, 2011 da · Leave a Comment 

La crisi della carta stampata e la fragilità dei modelli di business online portano necessariamente con sé l’inevitabile conseguenza di una tendenziale riduzione della remunerazione del giornalista. Un’affermazione sicuramente vera su scala globale. Se analizzassimo il numero complessivo di persone che contribuiscono ad alimentare l’ecosistema delle notizie attraverso i mezzi che internet mette oggi a disposizione ci troveremmo di fronte a un esercito di uomini e donne che vivono ai limiti della sussistenza. Ma questo è l’effetto della globalizzazione dell’industria dell’informazione che ha permesso di individuare nuove opportunità e creare un’offerta di gran lunga superiore a quella espressa nel passato dal giornalismo tradizionale.

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