Osservatorio europeo di giornalismo – EJO https://it.ejo.ch Wed, 24 Apr 2019 08:18:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.2 Il giornalismo in Europa: lezione di commiato del Prof. Russ-Mohl https://it.ejo.ch/giornalismi/usi-lugano-lezione-russ-mohl https://it.ejo.ch/giornalismi/usi-lugano-lezione-russ-mohl#respond Mon, 20 May 2019 10:53:24 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19255 Si terrà il prossimo martedì 28 maggio alle ore 18:00 nell’aula A11 del campus di Lugano la lezione di commiato del Prof. Stephan Russ-Mohl, dal 2002 al 2018 professore ordinario di giornalismo e gestione dei media all’Università della Svizzera italiana e direttore dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo. Il giornalismo in Europa è variegato quanto l’Europa stessa. …

The post Il giornalismo in Europa: lezione di commiato del Prof. Russ-Mohl appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

Si terrà il prossimo martedì 28 maggio alle ore 18:00 nell’aula A11 del campus di Lugano la lezione di commiato del Prof. Stephan Russ-Mohl, dal 2002 al 2018 professore ordinario di giornalismo e gestione dei media all’Università della Svizzera italiana e direttore dell’Osservatorio Europeo di Giornalismo.

Il giornalismo in Europa è variegato quanto l’Europa stessa. I giorni successivi alle elezioni europee possono essere un momento particolarmente significativo per riflettere sul ruolo svolto dai media e dal giornalismo a Bruxelles e nell’Unione europea, così come sull’importanza di questo settore. La lezione di commiato del Prof. Russ-Mohl – in inglese – si baserà su alcuni spunti forniti dall’Osservatorio europeo di giornalismo europeo (Ejo), un progetto iniziato nel 2004 come piattaforma in tre lingue con sede all’Usi e che da allora è diventato una rete di prestigiosi istituti di ricerca provenienti da 15 Paesi e altrettante aree linguistiche. La lezione volgerà lo sguardo anche al futuro, esplorando i modi in cui ricercatori e giornalisti potrebbero cooperare più strettamente nella lotta contro la disinformazione e le notizie false, e quello che altri Paesi europei e la stessa Ue potrebbero imparare dalla Svizzera. Seguirà un rinfresco.

Prof. Stephan Russ-Mohl
Stephan Russ-Mohl è stato Professore ordinario di giornalismo e gestione dei media all’USI dal 2002 al 2018, dove ha fondato e diretto l’Osservatorio Europeo di Giornalismo. Nato nel 1950, ha compiuto la sua formazione professionale in Giornalismo alla Deutsche Journalistenschule di Monaco e ha condotto i suoi studi universitari nel campo delle scienze sociali e amministrative a Monaco di Baviera, a Costanza e a Princeton. Dal 1985 al 2001 ha tenuto la cattedra di giornalismo e gestione dei media alla Freie Universität Berlin. È stato infine “research fellow” alla University of Wisconsin (Madison, 1989), all’Istituto Universitario Europeo (Firenze, 1992), alla Stanford University (1995, 1999, 2008 e 2015). Nel 2011-2012 è stato Gutenberg Fellow presso il centro di ricerca Forschungsschwerpunkt Medienkonvergenz dell’Università di Magonza.

The post Il giornalismo in Europa: lezione di commiato del Prof. Russ-Mohl appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/giornalismi/usi-lugano-lezione-russ-mohl/feed 0
L’altra storia del giornalismo digitale: dal Mediterraneo al web https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-digitale-mediterraneo-chip-salsa-genova https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-digitale-mediterraneo-chip-salsa-genova#respond Mon, 13 May 2019 08:33:10 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19246 Alan Rusbridger, ex direttore del Guardian, nel suo libro Breaking News – about what journalism was; where it is going; and what it may become, racconta di come lui e altri tre colleghi volarono negli Stati Uniti nella prima metà degli anni 90 per “trovare l’Internet” e capire dove stava andando il giornalismo digitale. E …

The post L’altra storia del giornalismo digitale: dal Mediterraneo al web appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

Alan Rusbridger, ex direttore del Guardian, nel suo libro Breaking News – about what journalism was; where it is going; and what it may become, racconta di come lui e altri tre colleghi volarono negli Stati Uniti nella prima metà degli anni 90 per “trovare l’Internet” e capire dove stava andando il giornalismo digitale. E per iniziare la trasformazione digitale del Guardian che, proprio in questi giorni ha annunciato il primo ritorno al profitto dal 1998 grazie a una combinazione di strategia digitale molto innovativa e cura della propria comunità di lettori. Metà degli anni ‘90. Molti media, nel Nord Europa come negli Stati Uniti, hanno provato diverse strade per compiere una piena trasformazione digitale. Altri hanno atteso ma poi, soprattutto dopo il crollo del mercato pubblicitario all’inizio degli anni 2000, hanno comunque sperimentato vie nuove per rimanere in piedi. Molti non ci sono riusciti.

Un’altra storia
La storia nel Sud Europa, e soprattutto in Italia, è diversa. La transizione al mondo online è iniziata dopo e proseguita più lentamente, ostacolata da resistenze culturali a più livelli e da mercati, anche a causa della lingua, decisamente più ridotti. E in generale da una tendenza diffusa a diffidare del nuovo e a rimanere imperniati sulle proprie tradizioni e certezze. Diventando talvolta perfino parossistici in un atteggiamento di attesa di nuovi eventi risolutivi che fa un po’ andare con la mente alle attese vane e prolungate che caratterizzano il romanzo di Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari del 1940. Che, detto per inciso, fu ispirato proprio dalle lunghe notti passate nella redazione del quotidiano per cui lavorava, come lo stesso Buzzati raccontò anni dopo in un’intervista. Da queste diverse traiettorie si sono sviluppati contesti, almeno per quanto riguarda l’innovazione nel mondo dell’informazione, così differenti da non essere paragonabili. O quasi.

È a partire da considerazioni come queste che Chips&Salsa: Giornalismi digitali, interattivi, mediterranei, che si terrà il prossimo 14 giugno a Genova, ha scelto il Mediterraneo come uno dei suoi fili conduttori. Non per indulgere in un’artificiosa idea di identità, discussa e contestata da tanti storici e antropologi. La scelta deriva da una considerazione pratica. Esiste una condizione simile tra i media dei paesi del Sud Europa e quelli della regione mediterranea in generale. Parliamo di media che spesso non sono riusciti a compiere la transizione dalla cellulosa al web e con budget per l’innovazione limitati. Media legati a una dimensione più tradizionale, che spesso ancora considera la redazione di serie A quella che si dedica alla carta stampata e di serie B quella dedicata all’online.

Anche se un giornalismo propriamente mediterraneo non esiste, quella “mediterranea” può essere una prospettiva utile da cui osservare l’evoluzione dell’informazione. Una prospettiva che guarda alle sperimentazioni prodotte nei media anglosassoni e nordeuropei – oggi lo stato dell’arte – ma che fa i conti con budget più risicati e risorse più limitate. Insomma, un occhio a New York Times, Guardian e compagnia, ma anche a quello che stanno facendo testate tradizionali, startup, freelance in Italia, Spagna e Medio Oriente quando si tratta di nuove pratiche e nuovi processi.

Rimescolamenti
Il programma di Chips&Salsa 2019 è costruito secondo questa visione, mescolando contesti giornalistici differenti, progetti di grandi testate e di reporter indipendenti, lavori che richiedono budget enormi e hanno dimensione internazionale e altri sviluppati in economia e rivolti a un pubblico locale. Il tutto con uno sguardo privilegiato sull’area mediterranea, intesa sia come provenienza degli speaker sia come oggetto di indagine giornalistica.

Jeremy White, giornalista del New York Times ospite di Chip&Salsa

All’interno di questa cornice Jeremy White, giornalista del New York Times, racconterà attraverso quale mix di competenze nascono le straordinarie visualizzazioni 3D che mostrano come è crollato il Ponte Morandi a Genova o come è bruciata la cattedrale di Notre-Dame a Parigi. Amr Eleraqi invece arriverà dall’Egitto per offrire uno squarcio sulla faticosa ma entusiasmante diffusione del giornalismo dei dati in Medio Oriente. Oscar Marin Miro (The Outliers Collective) e Pablo Leon Sanchez (El Pais) presenteranno i loro lavori con tecnologie immersive e video 360. Con Alessia Cerantola, giornalista investigativa molto apprezzata anche nel contesto internazionale, scopriremo i processi e le tecnologie impiegati per realizzare inchieste globali come i Panama e i Paradise Papers. Isaia Invernizzi (l’Eco di Bergamo) ci porterà dentro la redazione di un giornale locale che non disdegna di fare cronaca utilizzando le nuove tecnologie, rigorosamente low cost. Marianna Bruschi offrirà, invece, il punto di vista privilegiato di chi dirige il Visual Lab del Gruppo Gedi, uno dei maggiori gruppi editoriali italiani che ha investito in un team di cui fanno parte giornalisti, designer, videomaker e sviluppatori. E Carola Frediani, giornalista esperta in cybersicurezza, ragionerà con il pubblico su come ha costruito il suo organo di informazione preferito: una newsletter che in pochi mesi ha raggiunto oltre 3mila referenziatissimi iscritti.

Nuove competenze
Si tratta solo di alcuni esempi del programma di un evento che non vuole essere una conferenza né un festival del giornalismo. Semmai un incontro tra giornalisti, per giornalisti ma anche per tutti quelli che si interessano di informazione digitale e hanno voglia di guardare avanti, alle sperimentazioni in corso, ai cambiamenti, alle innovazioni portate avanti anche in assenza di grandi risorse. Ma soprattutto, Chips&Salsa è un’occasione per guardare in modo positivo dove sta andando il giornalismo anche italiano. Perché, seppur nelle difficoltà economiche in cui si trovano gli editori, di esperienze significative in questi anni se ne stanno vedendo molte. Dentro e fuori i media tradizionali.

È un’occasione per ribadire che è necessario parlare di competenze nuove, approfondite, non generaliste. Che servono persone capaci di muoversi nel mondo dei dati, in quello dell’intelligenza artificiale, delle tecnologie multimediali, dal video 360 alla realtà aumentata, alla grafica interattiva. Persone che sappiano fare una verifica approfondita e puntuale dei materiali che circolano in rete e non incappino nei tipici errori di chi pubblica e condivide in fretta, sotto la pressione di arrivare per primo per non “bucare”. E servono figure che ormai nuove non sono più. Sviluppatori, front e back end, social media manager e, andando oltre, persone dedicate alla gestione delle comunità di lettori/ascoltatori e al monitoraggio delle interazioni, sia attraverso i social media sia sui canali più personali, come le e-mail, utilizzate ormai da molti per produrre meravigliose newsletter. Chips&Salsa vuole dare voce e spazio a queste competenze e ai giornalisti che le mettono in pratica.

Ieri e oggi
Per questo il formato scelto non è quello dei panel, della grande discussione in astratto, ma di una serie di rapidi interventi focalizzati, dove verranno raccontate esperienze concrete. Il tutto con un atteggiamento verso l’evoluzione dell’informazione curioso e appassionato, senza snobismi difensivi, critico e mai compiacente. Come quello di Franco Carlini uno dei primi giornalisti italiani a occuparsi di nuove tecnologie. Il titolo dell’evento, “Chips&Salsa”, è preso a prestito da un suo libro (del 1995!) e da una sua celebre rubrica sul quotidiano il manifesto. Per Carlini i “chip” erano i processori, l’hardware delle nuove tecnologie, e la “salsa” il software che aggiungeva intelligenza alle macchine. Ed è con questo hardware e questo software che oggi si deve fare informazione. Era già vero a metà degli anni ‘90 quando Carlini iniziava a esplorare la Rete e la task force del Guardian attraversava l’Atlantico. Lo è ancora di più oggi.

Il programma completo di Chip&Salsa è disponibile qui.

The post L’altra storia del giornalismo digitale: dal Mediterraneo al web appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-digitale-mediterraneo-chip-salsa-genova/feed 0
La stretta sull’anonimato online che potrebbe ledere i diritti https://it.ejo.ch/giornalismi/anonimato-internet-austria-legge-troll https://it.ejo.ch/giornalismi/anonimato-internet-austria-legge-troll#respond Thu, 09 May 2019 09:39:14 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19235 Una proposta di legge alquanto controversa ha fatto capolino, nelle ultime settimane, su alcune testate internazionali riportando nuovamente l’attenzione sul tema dell’anonimato online. Il ministro delle comunicazioni austriaco Gernot Blümel, del partito popolare austriaco di centro destra OVP, ha infatti dichiarato che il governo avrebbe l’intenzione di eliminare l’anonimato in rete per arginare reati quali …

The post La stretta sull’anonimato online che potrebbe ledere i diritti appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

Pixabay

Una proposta di legge alquanto controversa ha fatto capolino, nelle ultime settimane, su alcune testate internazionali riportando nuovamente l’attenzione sul tema dell’anonimato online. Il ministro delle comunicazioni austriaco Gernot Blümel, del partito popolare austriaco di centro destra OVP, ha infatti dichiarato che il governo avrebbe l’intenzione di eliminare l’anonimato in rete per arginare reati quali la diffamazione o, più semplicemente, insulti mirati e hate speech. Nella proposta di legge, chiamata “Diligence and Responsibility on the Web”, che, se realizzata, entrerebbe in vigore nel 2020, si prevede che gli utenti forniscano il loro nome, cognome e indirizzo di casa direttamente alla piattaforma o al sito sul quale commentano. Lo scopo primario è, dice Blümel, quello di poter fornire all’autorità giudiziaria o governativa – in caso di necessità – i dati identificativi dell’utente reo di aver commesso un illecito riconducibile alle fattispecie citate in precedenza. E la motivazione centrale è che “ciò che è richiesto nel mondo analogico dev’essere valido anche nel mondo digitale”, ha dichiarato Blümel.

Chi controlla e quali sanzioni commina?
Altra peculiarità della proposta di legge austriaca è quella di definire precisamente le sanzioni alle quali incorrono le piattaforme che non “controllano” il comportamento dei loro utenti: è infatti responsabilità di queste ultime sorvegliare e punire le irregolarità, pena una multa fino a 500mila euro. Coadiuvare le piattaforme spetterebbe all’Autorità austriaca delle comunicazioni, KommAustria. Per quanto riguarda le piattaforme internazionali operanti su territorio austriaco (una su tutte Facebook) dovrebbe inoltre essere dato nelle mani di un rappresentante, di fatto collegamento fra il governo e la piattaforma, la responsabilità di far sì che la legge sia rispettata (pena una multa fino a 100mila euro al soggetto). Le nuove norme si applicherebbero alle piattaforme aventi più di 100mila utenti registrati, un ritorno economico annuale di 500mila euro o che ricevono sussidi da parte del governo per più di 50mila euro. Sarebbe inoltre sempre nelle mani delle piattaforme anche la responsabilità di assicurarsi che i dati identificativi immessi dagli utenti per lasciare un commento online siano veritieri.

Questa considerazione solleva non pochi dubbi. Per fronteggiarli, una delle possibilità paventate dal governo è quella di fare ricorso alla cosiddetta “two factors authentication” (“autenticazione a due fattori”, nda), basata sia su dati identificativi sia sul numero di telefono personale. Dal 2017, infatti, è ormai obbligatorio fornire i propri dati identificativi per comprare una Sim card anche in Austria. Anche i forum sarebbero soggetti alle limitazioni proposte dalla proposta di legge e alcuni utenti della famosa piattaforma Reddit, hanno espresso alcune criticità in merito. La prima è quella derivante dall’impossibilità di commentare alcun contenuto online senza avere timore che, potenzialmente – anni dopo – questa azione possa portare a situazioni problematiche legali o in ambito lavorativo. Infatti, non è potenzialmente ciò che si afferma oggi ad essere un pericolo bensì ciò che potrà essere ricollegato alla nostra persona in un futuro anche prossimo – nel quale possono essere cambiate le posizioni politiche del governo, le credenze sociali o la concezione di senso comune.

Alcune eccezioni alla proposta di legge e “un possibile passo verso la censura”
Nonostante sia uno dei siti web che veicolano hate speech in Austria, unzensuriert.at, legato al partito austriaco della libertà di estrema destra populista – FPO, potrebbe essere esonerato dalla citata proposta di legge poiché “si vuole ridurre il potenziale onere che ricade su piattaforme, siti web e startup più piccole, altrimenti non in grado di essere conformi” ha dichiarato Blümel. Se la proposta di legge potrebbe effettivamente scoraggiare alcuni utenti dal diffondere potenziali discorsi d’odio, minacce o insulti anche di rilevanza penale, è necessario pensare però al rovescio della medaglia. Infatti, è possibile che siano proprio siti web di piccole dimensioni e con un basso numero di utenti registrati a essere i maggiori aggregatori di hate speech, rendendo così, di fatto, la legge controproducente.

Oltre alla già trattata e “semplice” questione del diritto alla privacy, vi è poi anche la concreta possibilità che le piattaforme o i siti web diventino una vera e propria miniera d’oro per hacker malevoli: un data breach operato su così tanti dati personali raccolti da piattaforme con più di 100mila utenti potrebbe avere delle ricadute potenzialmente devastante. Inoltre, l’avvocato Markus Dorfler sostiene che la proposta di legge messa in campo sia una limitazione di quella che è la libertà di espressione così come definita dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani. Anche numerosi politici dell’opposizione si sono dichiarati contrari alla proposta. Sigi Maurer, dei Verdi, ha visto utilizzare da parte della maggioranza alcune sue affermazioni come prova del bisogno impellente di una normativa a discapito dell’anonimato in rete. Maurer aveva infatti rilasciato alcune dichiarazioni in merito ai post sessisti che spesso si ritrovano su piattaforme social come Facebook, ma ha poi fatto sapere che, “il governo ha abusato del mio caso per spingere all’approvazione di una legge che di fatto censura la libertà di espressione”.

Mario Lindner (Partito Socialdemocratico, SPO), come riportato dal quotidiano Der Standard, ha invece aggiunto come la proposta del governo non possa essere una soluzione alle sfide che il mondo digitale ci mette davanti e che l’anonimato non è il mezzo che le persone fattivamente utilizzano per insultare o diffamare online. Molto critica la reazione dell’ISPA (Internet Service Providers Austria) che ha affermato come le condizioni di uguaglianza auspicate da Blümel, ovvero che ciò che vale nel mondo reale deve valere anche in quello digitale, sono irrealistiche proprio perché nella realtà non viene richiesto un documento di identità per potersi esprimere liberamente.

In Italia si parla di “anti trolling” ma forse si sottovaluta il problema
Sebbene la questione dell’anonimato online non sia nuova, questa appare ciclicamente come un tema di dibattito. In Francia, quest’anno, il Presidente Macron ha suggerito la possibilità di bannare i commenti anonimi postati sui social media e l’Italia non è da meno. In un recente articolo apparso su La Stampa, si fa riferimento a una proposta di legge del deputato Andrea Ruggieri (Forza Italia) volta a sacrificare l’anonimato in cambio della sicurezza di soggetti deboli, anche minori. La proposta, denominata “Nuove disposizioni in materia di tracciabilità degli account social” propone di abbinare i dati identificativi dell’utente con il codice fiscale, così da avere – secondo Ruggieri – contezza di chi effettivamente scriva determinate affermazioni o pubblichi contenuti o notizie false.

Al momento dell’iscrizione a una piattaforma social, secondo Ruggieri, sarebbe d’obbligo per queste “richiedere contestualmente, oltre ai dati anagrafici del soggetto iscritto, anche il codice fiscale e la copia fotostatica in digitale dello stesso”. Alla proposta di legge, su Twitter, ha risposto Stefano Zanero, Professore associato del Politecnico di Milano ed esperto di sicurezza informatica, con un lungo thread su Twitter, in cui il ricercatore ha sottolineato come le proposte di legge sul tema dell’anonimato online, secondo lui non realistiche e invece pericolose, arrivino da partiti politici molto diversi fra loro e che vi sia ancora molta confusione in merito al reale oggetto del problema, molto spesso un insieme di questioni molto spinose.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo

The post La stretta sull’anonimato online che potrebbe ledere i diritti appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/giornalismi/anonimato-internet-austria-legge-troll/feed 0
In Europa dell’Est si innova il finanziamento del giornalismo e la sua indipendenza https://it.ejo.ch/economia-media/in-euorpa-dellest-si-innova-il-finanziamento-del-giornalismo-e-la-sua-indipendenza https://it.ejo.ch/economia-media/in-euorpa-dellest-si-innova-il-finanziamento-del-giornalismo-e-la-sua-indipendenza#respond Wed, 08 May 2019 12:34:10 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19220 I media di tutta Europa affrontano la stessa sfida: per mantenere la propria indipendenza devono avere un solido modello finanziario. Nell’Europa centrale e dell’Est però il problema è particolarmente grave. Kornélia R. Kiss racconta come alcune startup alternative hanno cercato di evitare la trappola di diventare strumenti politici. L’indipendenza finanziaria è fondamentale per l’indipendenza editoriale. …

The post In Europa dell’Est si innova il finanziamento del giornalismo e la sua indipendenza appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

“Support Mérce, so that we can remain independent” – un’immagine della campagna crowdfunding del sito ungherese Mérce

I media di tutta Europa affrontano la stessa sfida: per mantenere la propria indipendenza devono avere un solido modello finanziario. Nell’Europa centrale e dell’Est però il problema è particolarmente grave. Kornélia R. Kiss racconta come alcune startup alternative hanno cercato di evitare la trappola di diventare strumenti politici. L’indipendenza finanziaria è fondamentale per l’indipendenza editoriale. Quando i media non possono mantenersi da soli, ma sono supportati da interessi di parte – specialmente se di natura politica – finiscono inevitabilmente con il rinunciare alla propria indipendenza.

La crisi finanziaria del 2008 ha avuto un effetto particolarmente negativo sui mercati mediatici dell’Europa centrale e dell’Est. Sin dalla transizione politica post 1989 e dalla privatizzazione delle organizzazioni mediatiche precedentemente controllate dallo stato, la regione è stata nelle mani di società editrici internazionali che hanno intravisto delle opportunità in questi contesti emergenti. Ma non appena i proventi pubblicitari sono crollati sull’onda della crisi, le imprese internazionali hanno cominciato a ritirarsi dal mercato. Le loro partecipazioni sono quindi state comprate da investitori locali o da “oligarchi” le cui principali attività commerciali erano in altri settori e che spesso avevano anche degli interessi politici palesi. Alcuni sono persino entrati direttamente in politica.

L’insano strapotere degli oligarchi
Secondo l’esperto di media ceco Václav Štětka – ora docente in Comunicazione e Media all’Università di Loughborough – la crisi economica ha innescato un “circolo vizioso” nell’ambiente mediatico: “da quando la divulgazione di notizie è divenuta un’attività in perdita, la situazione nella regione è peggiorata anno dopo anno”, ci risponde, aggiungendo che “un panorama mediatico dominato da un modello gestionale oligarchico non può essere descritto come l’ambiente ideale per l’indipendenza giornalistica”. In Paesi dove gli oligarchi sono strettamente alleati con il governo, i politici al potere sono ben felici di godere dei benefici di avere dei media inoffensivi e quindi hanno poco interesse nel cambiare la situazione creando delle condizioni più favorevoli per l’indipendenza finanziaria delle testate di informazione.

Nuovi modelli di sostenibilità
Tuttavia, tra i paesi del gruppo “Visegrad 4” (Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia), i giornalisti stessi sono spesso all’avanguardia nello sforzo di combattere l’onnipresente minaccia di finire nelle mani dello stato: alcuni media indipendenti della regione hanno infatti preso in considerazione una serie di soluzioni alternative con l’obiettivo di raggiungere la sostenibilità, tentando la strada dei modelli basati su abbonamenti, sovvenzioni, crowdfunding e paywall.

  • Slovacchia: pioniera della regione

Nonostante abbia una popolazione di appena 5,4 milioni di abitanti e un mercato mediatico molto piccolo, la Slovacchia ha assistito ad alcune tra le innovazioni più interessanti nel settore giornalistico. Uno dei successi slovacchi è rappresentato dal quotidiano Denník N e dal suo sito, fondato da un gruppo di giornalisti che aveva abbandonato il quotidiano SME in segno di protesta quando, nel 2015, l’ex co-proprietario del giornale aveva venduto le sue azioni al gruppo d’investimenti slovacco Penta. Il cambiamento nella struttura gestionale aveva scatenato timori sulla possibilità che la testata finisse vittima dell’oligarchizzazione, con ricadute sugli spazi del giornalismo indipendente.

Il rischio corso dai fondatori di Denník N è stato ripagato: nel 2018 la testata ha raggiunto i 30mila abbonati, e il 75% dei ricavi del giornale proviene ora direttamente dai lettori. Denník N ha fatto di tutto per scoprire per cosa i suoi lettori fossero disposti a pagare: con il sostegno del Digital News Innovation Fund di Google, la testata ha analizzato le preferenze del suo pubblico, un elemento che ha permesso di targetizzare i propri lettori con marketing mirato. Questo modello economico di successo è stato ora esportato anche in Repubblica Ceca, dove nell’ottobre 2018 è stata lanciata una versione ceca di Denník N. Un’altra interessante novità slovacca è invece il concetto di “paywall nazionale” creato dalla Piano Media già nel 2011. Secondo questa impostazione, diverse testate hanno concordato di mettere alcuni dei loro contenuti dietro un paywall condiviso, lasciando agli abbonati la possibilità di accedere ai contenuti di tutte le testate incluse nel sistema.

L’idea è stata inizialmente un successo e Piano Media è stato in grado di esportare il concetto in altri mercati mediatici della regione. Tuttavia, il sistema di paywall nazionale in Slovacchia è giunto al termine nel 2016 quando diversi giornali hanno preferito avere il pieno controllo sui loro contenuti, abbandonando il progetto. Nonostante il paywall nazionale si sia rivelato una soluzione non praticabile sul lungo termine per l’intera regione, alcuni editori slovacchi, cechi e polacchi hanno adottato modelli di pagamento individuali simili.

  • Repubblica Ceca: la sfida dell’oligarchizzazione per le startup mediatiche

La minaccia di “oligarchizzazione” ha spinto alcuni giornalisti cechi ad intraprendere progetti simili. Quando Andrej Babiš, il secondo uomo più ricco del Paese e ora primo ministro della Repubblica Ceca, ha acquistato la casa editrice Mafra nel 2014, alcuni giornalisti del gruppo hanno abbandonato per dare vita a loro proprie iniziative. Una di queste è il mensile Reportér, specializzato in analisi approfondite e giornalismo investigativo, lanciato da un gruppo di giornalisti del quotidiano Mladá fronta DNES. Le principali fonti di reddito di Reportér sono pubblicità, vendite e donazioni.

  • Polonia: un approccio professionale al crowd-funding

Alcune compagnie mediatiche internazionali occupano ancora un posto significativo nel panorama dei media polacchi, nonostante gli sforzi del governo conservatore di “ripolonizzare” i media. Anche alcune delle testate maggiori hanno fornito il loro sostegno a nuovi progetti mediatici. Nel 2016 il quotidiano di lunga tradizione Gazeta Wyborcza ha contribuito a lanciare il sito di notizie investigative senza scopo di lucro oko.press, che si finanzia ora principalmente grazie a crowdfunding e sovvenzioni. Alla conferenza Public Sphere for Europe tenutasi a Potsdam nel dicembre 2018, la giornalista di Oko Agata Szczęśniak ha spiegato come il sito web abbia cercato di rendere più professionali le sue campagne di crowdfunding con l’aiuto di un fundraiser che lavorava in precedenza per Amnesty International.

  • Ungheria: medelli ibridi

In Ungheria il problema dei media che finiscono nelle mani dello stato ha raggiunto uno stadio avanzato. Il mercato dei media è sbilanciato per via del fatto che quasi tutte le testate a favore del governo hanno una circolazione estremamente bassa e godono dell’appoggio della pubblicità statale. Le organizzazioni indipendenti contano quasi interamente su sovvenzioni e donazioni da parte dei loro lettori. Non ci sono paywall nel mercato mediatico ungherese e i siti di notizie indipendenti più popolari come Index.hu e 444.hu si affidano al crowdfunding, mentre le piattaforme no-profit investigative Atlatszo e Direkt36 si finanziano grazie alle sovvenzioni e ai contributi dei lettori. La piattaforma di news di sinistra Merce dipende interamente dalle donazioni dei lettori.

Due relativamente “nuovi arrivati” sulla scena dei media indipendenti ungheresi stanno invece sperimentando modelli ibridi che prevedono una combinazione di entrate provenienti da abbonamenti e donazioni. Il settimanale Magyar Hang, nato dalle ceneri dell’ex quotidiano conservatore Magyar Nemzet nell’aprile 2018, è ora pubblicato dal suo direttore. Il settimanale conservatore Heti Válasz, che in precedenza apparteneva allo stesso proprietario di Magyar Nemzet, è stato chiuso nel 2018. Poi è stato recuperato dai suoi giornalisti come un nuovo sito online basato su abbonamenti e donazioni.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Claudia Aletti

The post In Europa dell’Est si innova il finanziamento del giornalismo e la sua indipendenza appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/economia-media/in-euorpa-dellest-si-innova-il-finanziamento-del-giornalismo-e-la-sua-indipendenza/feed 0
L’importanza della media literacy https://it.ejo.ch/giornalismo-sui-media/media-literacy-giornalismo-videogame-christchurch https://it.ejo.ch/giornalismo-sui-media/media-literacy-giornalismo-videogame-christchurch#respond Wed, 24 Apr 2019 07:48:06 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19137 Le ultime settimane sono state caratterizzate da un’altra sconvolgente sparatoria che ha fatto decine di vittime. Questa volta i fatti non sono avvenuti negli Usa, ma a Christchurcu in Nuova Zelanda, un luogo normalmente non associato a questo genere di notizie, un elemento che ha causato shock immenso al Paese e ai suoi abitanti. Oltre …

The post L’importanza della media literacy appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

re:publica / Jan Zappner / Wikimedia Commons

Le ultime settimane sono state caratterizzate da un’altra sconvolgente sparatoria che ha fatto decine di vittime. Questa volta i fatti non sono avvenuti negli Usa, ma a Christchurcu in Nuova Zelanda, un luogo normalmente non associato a questo genere di notizie, un elemento che ha causato shock immenso al Paese e ai suoi abitanti. Oltre alla richiesta di nuovi controlli sulle armi, un’altra questione cruciale a essere stata esaminata dopo gli attacchi è stato l’uso dei media nella preparazione e nell’esecuzione del massacro.

L’utilizzo della sua funzione di live streaming, in particolare, ha costretto Facebook a dover eliminare dalla sua piattaforma i video delle sparatorie. Le dichiarazioni dell’assassino sull’essere un avido giocato di Fortnite hanno anche fatto sorgere richieste più insistenti in favore di una più forte alfabetizzazione mediatica di adulti e ragazzi, al fine di proteggerli dagli effetti desensibilizzanti dei social media e dei videogiochi in particolare. Non c’è nulla di realmente nuovo in questo dibattito, che è basato su idee connesse agli effetti dei media. Quattordici anni fa, a me e a un mio collega venne commissionato dall’allora governo laburista britannico di svolgere una ricerca accademica sull’impatto dei videogiochi sulla violenza nella vita reale tra i giovani. La ricerca seguiva l’accoltellamento e omicidio di un adolescente a Leicester, nel Regno Unito, e lo scandalo politico e pubblico che ne era scaturito.

I risultati principali della ricerca, svolta sulla letteratura europea e statunitense disponibile sulla materia, suggerivano che “un collegamento diretto tra i videogiochi e il comportamento violento nella società rimane contraddittorio, mentre la principale difficoltà nello svolgere ricerca in questo settore rimarrà l’isolare un solo elemento causale in un qualsiasi comportamento sociale violento”. Se esisteva un corpus di evidenza che sosteneva che giocare a videogiochi violenti potesse accrescere l’eccitazione e alcuni cambiamenti psicologici nei giocatori, questo non si poteva leggere semplicemente come prova del fatto che giocare ai videogame si traducesse in comportamenti sociali violenti. Inoltre, la maggior parte delle ricerche che suggerivano un link diretto tra il gioco e il comportamento violento proveniva dal Nord America e seguiva la prospettiva della psicologia, ignorando però la ricerca europea nelle scienze sociali, che spesso rifiutava i collegamenti diretti tra i videogiochi e la violenza, sottolineando invece i benefici della gaming culture.

Un parte del nostro report, in particolare, era chiara senza possibilità di smentita: la necessità di mantenere sotto controllo questa area di consumo mediale in crescita rapidissima. Nel report sostenevamo che i videogame sarebbero cresciuti quanto a popolarità e che sarebbero diventati disponibili su un ampio spettro di piattaforme mediali, molte delle quali in mobilità. Uno dei problemi cruciali che avevamo identificato già allora erano le sfide concettuali e metodologiche per la ricerca futura nel dare senso dei confini sempre meno netti tra i videogiochi, altri media e il loro crescente spettro di sistemi distribuzione, a partire dalla rete e dagli smartphone. Un altro motivo di inquietudine era dato da problemi palesi di controllo di questi sistemi di classificazione. In modo ancora più importante, forse, con lo sviluppo delle economie creative che mettono la cultura digitale al centro, sorgeva l’importanza di sviluppare la media literacy e delle strategie di alfabetizzazione mediale e di policy chiare e in grado di incoraggiare la comprensione del panorama mediale digitale in cui i videogiochi sarebbero stati un aspetto centrale.

Il 2005, però, era prima dell’affermazione dei social media e i videogiochi sono diventati a loro volta più realistici negli ultimi 14 anni grazie al progresso tecnologico. Dal 2005 sono emerse anche altre questioni che hanno rafforzato la necessità della media literacy nelle scuole, nelle università e nell’ambito domestico. L’ascesa della tematica “fake news”, ad esempio, ha messo in discussione i valori democratici e i fondamenti su cui la grande maggioranza dei Paesi fonda le proprie leggi e regolamentazioni. La democrazia, infatti, presuppone un accesso eguale e onesto ai media, che guidano una fetta importante della conoscenza contemporanea attorno ai processi politici. Le fake news sovvertono questa idea e distorcono le nozioni di bilanciamento e verità proponendo spesso, al contrario, l’hate speech.

La media literacy, di conseguenza, mira non solo a promuovere una società meno violenta e tollerante, ma protegge anche gli ideali chiave e i valori connessi ai processi democratici. L’attuale importanza delle strategie di media literacy e delle sue policy appare ancora più centrale per via delle libertà concesse dalla rete e dalle tecnologie connesse. Col tempo, la Nuova Zelanda analizzerà l’uso degli strumenti culturali odierni connessi al massacro – le culture delle armi e quelle dei videogame e dei social media – e la media literacy e l’educazione dovranno costituire una delle basi per riaffermare e proteggere una cultura che possa incoraggiare il meglio dei media contemporanei e che possa aiutare a dissuadere chi potrebbe voler cercare il loro utilizzo per l’odio.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo.

 

The post L’importanza della media literacy appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/giornalismo-sui-media/media-literacy-giornalismo-videogame-christchurch/feed 0
La vera sfida dello slow journalism https://it.ejo.ch/giornalismi/slow-journalism-sfida https://it.ejo.ch/giornalismi/slow-journalism-sfida#respond Thu, 18 Apr 2019 11:13:38 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19181 Nel 2019 l’esistenza dello slow journalism è un fatto. Dopo l’uscita di Slow Media – Why Slow is Satisfying, Sustainable, and Smart di Jennifer Rauch, di Slow Journalism – Chi ha ucciso il giornalismo (che ho scritto insieme a Daniele Nalbone per Fandango Libri) e dopo che persino il New Yorker ha dedicato un pezzo …

The post La vera sfida dello slow journalism appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

“Elementary text-book of zoology [electronic resource]” (1901) / Internet Archive Book Images / Flickr CC

Nel 2019 l’esistenza dello slow journalism è un fatto. Dopo l’uscita di Slow Media – Why Slow is Satisfying, Sustainable, and Smart di Jennifer Rauch, di Slow Journalism – Chi ha ucciso il giornalismo (che ho scritto insieme a Daniele Nalbone per Fandango Libri) e dopo che persino il New Yorker ha dedicato un pezzo al tema, lo slow journalism non è una delle tante mode slow di cui parlare perché fa tendenza. È diventato un approccio concreto nel mondo del giornalismo contemporaneo.

La difficoltà principale che si incontra nel definire lo slow journalism è che, naturalmente, nasce per contrasto e contrapposizione rispetto al fast journalism, cioè a quel giornalismo che si preoccupa più che altro degli spazi da riempire (sulla carta, nell’etere, sul web) invece che di proporre contenuti quando sono pronti per essere fruiti. Ovviamente, nasce per contrasto anche al modo con cui molti giornali, andando alla caccia ossessiva del click, hanno scelto di interpretare il digitale.

Ci sono alcuni elementi fondamentali del giornalismo tradizionale che lo slow journalism critica:

Il rapporto con il pubblico: lo slow journalism si rivolge a una comunità di persone che tratta da pari, che tratta come “esperti”, con cui si relaziona. Questo non significa che chiunque sia giornalista, ma che il  giornalista non è onniscente. L’onniscenza, invece, è tipica soprattutto del giornalismo italiano e la distanza dagli interessi del pubblico è tipica di un’industria che ha fatto fatica a considerarsi come un prodotto-servizio. Trasparenza, relazionalità e fiducia dovrebbero essere al centro di un ripensamento di questo rapporto, la cui riprogettazione – magari     utilizzando tecniche mutuate da altre industrie, come il design thinking, per mettere al centro le persone – diventa vitale.

Il modello di business: la scelta più radicale dello slow journalism è quella di  distaccarsi completamente dal mondo della pubblicità. Gli interessi di inserzionisti e editori oggi divergono. E gli inserzionisti non hanno mai avuto come primo interesse quello di avere un pubblico più informato. È chiaro che sia una scelta che, se condivisa, per i legacy media dovrebbe prevedere un percorso graduale. Più immediata, invece (anche se non certo più facile) per le startup giornalistiche.

Il modello produttivo e le metriche: in un’era di sovrapproduzione di contenuti che competono per attirare l’attenzione delle persone, il giornalismo mainstream non ha saputo trovare un modo per ridurre la produzione quantitativa a scapito della qualità, in questo supportato dalla scelta di metriche pessime, perlopiù quantitative, appunto, per valutare la qualità del lavoro giornalistico. Si inondano le piattaforme (la carta, l’etere, il web) di contenuti in un ciclo continuo, senza sosta, malato di “istantismo”.

Da queste critiche e considerazioni discende un percorso che porta ad affrontare un’altra difficoltà dell’ecosistema giornalistico: ripensarsi completamente in funzione del mantenimento della propria missione e dell’adattamento al mondo che cambia. Così, si arriva finalmente a una definizione positiva di slow journalism, che non ha nulla a che vedere con il digital detox o la rinuncia alla tecnologia (come qualcuno potrebbe pensare) e che non è strettamente legata alla velocità ma che, piuttosto, riprende la definizione del cibo di slow food: “buono, pulito, giusto”.

La copertina del libro di Daniele Nalbone e Alberto Puliafito

I contenuti sono dei veri e propri asset per le imprese di slow journalism. Il che significa che, nei limiti del possibile, si lavora a piani editoriali che “non scadono”. Ci saranno contenuti più prettamente immediati, legati a un preciso momento storico, e altri, invece, che potranno essere fruiti anche dopo molto tempo. In generale, anche i contenuti immediati sono pensati per costituire un elemento di valore aggiunto e per essere riutilizzati. Ecco allora che il “buono, pulito e giusto” diventa vero anche nel giornalismo. Buono perché è di valore. Pulito perché è trasparente, verificabile, indipendente. Giusto, perché non pretende di essere portatore di un verbo, non si trincera dietro l’auctoritas ma è onesto intellettualmente, si corregge, si sottopone a procedure di verifica. Giusto perché le persone sono pagate bene per il lavoro che fanno.

Naturalmente slow non significa che un giornalista non possa o non debba occuparsi delle notizie in emergenza o delle breaking news: è evidente che, nel mondo in cui viviamo, ci sia bisogno sia di chi è in grado di fare sia reportage dal vivo che approfondimento. Ma le breaking news si sono sempre più rapidamente trasformate in commodity, in contenuti, cioè, senza un brand di riferimento, che vagano liberi in rete.

Lo Slow Journalism esiste già. E funziona. Fra gli esempi esteri che sono a un passo dall’essere sostenibili o che hanno già una struttura che li colloca di fatto nel novero di coloro che hanno trovato la loro via, ci sono per esempio:

Zetland (Danimarca). Di base digitale, chiama i suoi abbonati “membri”. La produzione digitale è contenuta (2 o 3 pezzi al giorno). Poi alcuni pezzi diventano anche libri di carta o eventi dal vivo. La homepage del sito è, di fatto, una vetrina di marketing. A Zetland combinano il lavoro giornalistico, pianificato con 2 settimane d’anticipo, con la gestione della community, il concetto di membership, lo sviluppo di funzionalità interne con uno staff di programmazione e sviluppo proprio. Nuovi rilasci sono effettuati anche grazie all’ascolto dei membri, come ad esempio il podcast degli articoli, fortemente richiesto dalla base degli     abbonati. In redazione viene utilizzato consapevolmente il termine slow journalism.

Delayed Gratification (UK). Rivista di carta, trimestrale, contiene grande giornalismo su fatti terminati nel trimestre precedente a quello dell’uscita. Il design è uno degli elementi connotanti di questo pilastro dello slow journalism. Il digitale non è negato ma usato come elemento di “conversione”, ovvero come vetrina, come strumento di marketing. Rivendica lo slogan Join the Slow Journalism revolution.

De Correspondent (Paesi Bassi) e l’epigono in lingua inglese The Correspondent. Una realtà protagonista di due crowdfunding impressionanti con un’idea filosofica alla base molto solida e la capacità di mettere a punto, nell’ecosistema giornalistico, campagne e strategie comunicative che attingono a molti mondi differenti, imparando, prima di tutto, a raccontare la propria idea di giornalismo. A De Correspondent non usano per scelta il termine slow, ma tutto l’approccio è coerente con questa filosofia. In inglese non hanno ancora pubblicato nulla: inizieranno le     pubblicazioni il 30 settembre 2019, dopo una lunga preparazione e una lunga fase di ascolto delle persone rispetto ai loro bisogni e desideri. Hanno un modello di business che prevede il     paga-quanto-puoi. Rivendica lo slogan Unbreaking the new.

In Italia, il primo progetto di slow journalism che si rivolge a un pubblico pagante è Slow News, con il quale cerchiamo di applicare questa serie di principi “rivoluzionari”. Abbiamo iniziato a studiare anche da piccoli imprenditori e, soprattutto, abbiamo cercato nel mondo chi stava facendo qualcosa di simile. Abbiamo conosciuto Peter Laufer, autore di Slow News: A Manifesto for the Critical News Consumer e molte redazioni: stiamo raccontando questa rete slow in un film-documentario il cui teaser è visibile qui. Anche noi passeremo a breve al modello paga-quanto-puoi. In un certo senso, fare slow journalism è una forma di attivismo. Non abbiamo garanzie che l’approccio slow funzioni e sappiamo che andrà declinato in maniere diverse, perché l’idea di trovare un unico modello che vada bene per tutti non è più praticabile. Quel che è certo, però, è che il modello attuale, generalizzando, non sia più sostenibile e che sia arrivato il momento di lavorare seriamente per sostituirlo con altro. Quell’altro potrebbe essere l’approccio dello slow journalism. Che non è la panacea di tutti i mali, ma risolve senza dubbio alcuni problemi.

Alberto Puliafito è autore, insieme a Daniele Nalbone, di Slow News. Chi ha ucciso il giornalismo?, edito da Fandango Libri

The post La vera sfida dello slow journalism appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/giornalismi/slow-journalism-sfida/feed 0
La sopravvivenza delle startup mediatiche nei Paesi in via di sviluppo https://it.ejo.ch/economia-media/la-sopravvivenza-delle-startup-mediatiche-nei-paesi-in-via-di-sviluppo https://it.ejo.ch/economia-media/la-sopravvivenza-delle-startup-mediatiche-nei-paesi-in-via-di-sviluppo#respond Fri, 12 Apr 2019 12:04:18 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19162 “Il giornalismo sembra essere commercialmente praticabile in Occidente, quindi si presume che la cosa valga anche altrove. Questo però non avviene in altre parti del mondo, e in particolare nelle economie in via di sviluppo”. Si apre in questo modo, con un estratto dall’intervista con Premesh Chandran, Ceo del portale online malese Malaysiakini, il nuovo …

The post La sopravvivenza delle startup mediatiche nei Paesi in via di sviluppo appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

gunarsg / Flickr CC / CC BY-ND 2.0

“Il giornalismo sembra essere commercialmente praticabile in Occidente, quindi si presume che la cosa valga anche altrove. Questo però non avviene in altre parti del mondo, e in particolare nelle economie in via di sviluppo”. Si apre in questo modo, con un estratto dall’intervista con Premesh Chandran, Ceo del portale online malese Malaysiakini, il nuovo report “Fighting for Survival: Media Startups in the Global South” di Anya Schiffrin, dedicato alle difficoltà e agli ostacoli che le testate giornalistiche e le startup mediatiche online devono affrontare nei Paesi in via di sviluppo e nel Global South.

Questo nuovo report ne segue un altro, “Publishing for Peanuts”, pubblicato nel 2015 sempre da Anya Schiffrin, insieme a JJ Robinson e Kristen Grennan della School of International and Public Affairs (SIPA) della Columbia University di New York. Già quattro anni fa i ricreatori avevano analizzato 35 startup mediatiche nella zona e, ora, tornando sull’argomento, il nuovo studio fornisce uno sguardo ancora più ravvicinato sulla esperienze individuali dei giornalisti che vi lavorano ed esplora le loro strategie di sopravvivenza in diverse circostanze politiche ed economiche. Tra le organizzazioni intervistate ci sono progetti come Daily Maverick (Sud Africa), il Center for Innovation and Technology (Zimbabwe), iHub (Kenya), 7iber (Giordania), Himal Southasian (Sri Lanka) ed El Daily Post (Messico). Molte di queste startup dipendono in modo prioritario dalla rete e dai servizi mobile per diffondere i loro contenuti.

Sopravvivenza e fallimento
Per mezzo di interviste con 21 testate nel 2015 e cinque nuove che non erano state intervistate per il primo report, i ricercatori hanno dovuto scoprire che nel frattempo tre startup sono fallite, mentre sei altre sono state ri-strutturate in modo significativo, o hanno cambiato nome. Le ragioni sono differenti: i rischi politici e l’incolumità fisica dei giornalisti sono preoccupazioni importanti per queste testate emergenti, in particolare in Messico, ma i problemi economici sono quelli più stringenti per la maggior parte di loro

In questo contesto, la maggior parte delle startup ha mostrato di dover affrontare problemi ricorrenti al fine di garantirsi finanziamenti e ricavi. Dato che attrarre inserzionisti o dipendere sul crowdfunding pone varie difficoltà, affidarsi alle donazioni è diventato una delle fonti di sostentamento principali per queste aziende. Ad ogni modo, mantenere il coinvolgimento dei donatori per servire i piani a lungo termine delle testate pone ulteriori questioni di fattibilità: di conseguenza, sei organizzazioni su 17 hanno segnalato come il loro primo anno di introiti non abbia coperto le loro spese. Queste preoccupazioni hanno spinto dieci delle testate ad assumere personale dedicato proprio al fundarising e alla scrittura di grant per i finanziamenti.

Visibilità e difficoltà finanziarie
Il report tende a usare il termine “fattibilità” invece che “sostenibilità” per descrivere la sopravvivenza a lungo termine di queste startup, dato che “sostenibilità” ha un focus maggiore sull’economia che sull’integrazione dei media nelle comunità che ne servono il benessere. Le startup intervistate hanno invece mostrato motivazioni più forti verso il servire le loro comunità di riferimento che verso l’ottenimento di denaro. Queste buone intenzioni non sembrano essere comunque sufficienti a garantire la sopravvivenza dei progetti. In questo contesto, Peter Deselaers, Kyle James, Roula Mikhael e Laura Schneider, nel report, discutono la “fattibilità” del modello della Deutsche Welle Akademie come un esempio di successo che coinvolge fattori economici, politici, di contenuto, di tecnologia, oltre che la dimensione di comunità, fornendo una comprensione più olistica del concetto di “fattibilità”. Adottando uno schema di questo tipo e raggiungendo un bilanciamento tra queste dimensioni, la Akademie si aspetta di poter garantire il successo dei suoi.

Soluzioni e raccomandazioni
Avere un’organizzazione che aiuta le testate più piccole a ottenere i mezzi necessari a operare in varie attività necessarie ad aumentare gli introiti, inclusa la partecipazione ai fundraising internazionali, è una delle più importanti raccomandazioni che emergono dal report. Allo stesso modo, le iniziative di finanziamento globali sembrano essere una necessità di questi tempi. Il report sottolinea anche il ruolo innegabile del Global Investigative Journalism Network nel sostenere i progetti mediatici emergenti fornendo assistenza nella costruzione della pratiche di business.

Allo stesso tempo, i finanziatori e gli editor delle startup forniscono nel report alcuni consigli per chi è agli inizi. Facendo luce sull’importanza di pensare al modello di business da subito, di creare un piano di solvibilità di due anni e di essere pronti ad affrontare delle possibili tempeste finanziarie, le startup intervistate sottolineano la necessità di avere un piano finanziario di lungo periodo. In questo senso, Octavio Rivera López, l’ex Direttore di El Daily Post, vuole assicurarsi che le startup nuove non commettano i medesimi errori che hanno portato al fallimento della sua testata: “occorre pensare non solo a una fonte di sostentamento, ma a diverse. Bisogna cercare grant, ad esempio, non solo la pubblicità o la vendita di prodotti. Bisogna sapere che ai progetti serve tempo per maturare. Servono soldi per sopravvivere. Essere piu piccoli aiuta, bisogna iniziare piccoli e crescere il più possibile”.

 

 

The post La sopravvivenza delle startup mediatiche nei Paesi in via di sviluppo appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/economia-media/la-sopravvivenza-delle-startup-mediatiche-nei-paesi-in-via-di-sviluppo/feed 0
La lezione di Matthew Caruana Galizia https://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/caruana-galizia-malta-festival-giornalismo-perugia https://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/caruana-galizia-malta-festival-giornalismo-perugia#respond Wed, 10 Apr 2019 10:58:55 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19148 Perugia – Sabato 6 aprile, durante il Festival Internazionale del giornalismo di Perugia, Matthew Caruana Galizia ha raccontato il suo ultimo anno e mezzo di vita in una affollata e sempre affascinante Sala dei Notari, mettendo il pubblico del Festival davanti alla brutalità dell’omicidio di sua madre, alla cornice entro la quale ha avuto luogo …

The post La lezione di Matthew Caruana Galizia appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

Matthew Caruana Galizia all’International Journalism Festival di Perugia (Francesco Ascanio / IJF)

Perugia – Sabato 6 aprile, durante il Festival Internazionale del giornalismo di Perugia, Matthew Caruana Galizia ha raccontato il suo ultimo anno e mezzo di vita in una affollata e sempre affascinante Sala dei Notari, mettendo il pubblico del Festival davanti alla brutalità dell’omicidio di sua madre, alla cornice entro la quale ha avuto luogo e alle pesanti ripercussioni psicologiche con cui la sua famiglia ha dovuto fare i conti negli ultimi mesi.

Daphne Caruana Galizia era una giornalista maltese che si occupava di politica nazionale, corruzione, riciclaggio di denaro e compravendita di passaporti. Caruana Galizia è stata la prima donna a pubblicare articoli si questi temi, utilizzando il suo nome, su due dei maggiori giornali del Paese, e la prima giornalista ad aprire un blog personale dal quale ha riportato liberamente ai lettori, fino a poche ore prima della sua morte, notizie che spesso gli editori maltesi non volevano diffondere. Questo avveniva nel 2008, otto anni prima dell’uscita dei “Panama Papers” e nove anni prima che un’autobomba la uccidesse nell’ottobre del 2017. Una escalation di eventi che ha causato “un duro contraccolpo ai giornalisti come mia madre, a quel tempo – ma senza colpa – così naif da pensare che i politici e gli imprenditori coinvolti sarebbero stati indagati e condannati”, come ha detto Matthew Caruana Galizia a Perugia.

Lo stesso schema
Quanto successo a Malta, uno degli stati più piccoli del mondo, segue altri casi molto simili avvenuti nel resto del mondo negli ultimi anni. Gli eventi prima e subito dopo l’omicidio di Daphne Caruana Galizia non sono stati infatti dissimili ai casi di Anna Politkovskaya e Boris Nemtsov nella Russia di Putin, come ha puntualizzato lo stesso Caruana Galizia a #ijf19. Due storie controverse, e accomunate da alcuni elementi simili: la prima, quella di una giornalista uccisa nel 2006 mentre riportava la guerra civile in Cecenia; la seconda, relativa a un attivista e politico oppositore del governo russo, ucciso con quattro colpi di pistola a poche centinaia di metri dal Cremlino nel 2015. È importante ricordarle entrambe, ha detto Caruana Galizia, “poiché quanto accaduto a mia madre segue lo stesso schema”. Questi due casi russi avevano anticipato ciò che sarebbe successo alla giornalista maltese, anche per quanto riguarda la reazione del governo: “la polizia ha arrestato la bomba, ma non ha reso giustizia a mia madre” ha detto Caruana Galizia parlando di questo aspetto.  Dopo l’omicidio, infatti, il Primo ministro di Malta ha dichiarato come il caso Galizia si fosse chiuso con l’arresto dei presunti esecutori materiali, in occasione di una conferenza stampa dai toni eroici che aveva portato la famiglia della giornalista ad adottare un atteggiamento difensivo, almeno in un primo momento.

La decisione di non mantenere un basso profilo, la richiesta di indagini e la fine della famiglia
“Le persone intorno a noi ci hanno consigliato sin da subito di non parlare della questione e di mantenere un basso profilo. Ma quello che abbiamo fatto è stato l’esatto opposto”, ha detto Caruana Galizia a Perugia, spiegando il suo atteggiamento e quello della sua famiglia. È difficile combattere contro il governo di uno stato poiché questo ha risorse illimitate e, fra le altre cose, può lanciare campagne di diffamazione molto efficaci. La soluzione più percorribile, per le vittime, è stata relazionarsi con il Parlamento europeo, al fine di oltrepassare i confini nazionali: questa settimana, infatti, i Caruana Galizia sono stati ricevuti in un’udienza a Strasburgo dedicata specificatamente al loro caso e per chiedere l’apertura di indagini sovranazionali. Su un binario parallelo scorre invece l’impegno nel raccontare quanto successo a un pubblico quanto più ampio possibile, grazie anche ai giornalisti investigativi che hanno deciso di aiutare i Caruana Galizia nella loro battaglia per la giustizia. I colleghi giornalisti sono stati – e continuano ad essere – i veri co-protagonisti della storia della giornalista maltese assassinata, grazie al lavoro svolto fin qui con il “Daphne Project” coordinato da OCCRP.

L’internvento di Matthew Caruana Galizia all’International Journalism Festival di Perugia, moderato da Mario Calabresi

“Una cosa che abbiamo imparato è che, dopo questi omicidi, le famiglie sono morte”, ha detto Matthew Caruana Galizia facendo riferimento al costo personale che la sua famiglia ha affrontato e tuttora affronta non potendo svolgere nessun’altra attività o lavoro; e che si ritrova invece costretta a dover frequentare corsi di sicurezza personale e di analisi delle minacce che potrebbero subire quotidianamente. Per questo motivo, “lavorate mano nella mano con le ONG come Reporters Without Borders, Article 19, Index on Censorship, Cpj e molte altre, perché ci hanno aiutato a navigare nel mare magnum delle istituzioni politiche, totalmente estraneo a noi” ha dichiarato Caruana Galizia, riconoscente, aggiungendo: “voglio sfatare il mito del giornalista che lavora da solo, di notte, ad una scrivania. Non siate così, state insieme alla vostra famiglia perché vi sosterrà nei momenti di sconforto o minaccia. Siate gentili con le persone, ascoltatele, ponete attenzione ai loro problemi e aiutateli quando il loro lavoro è difficile ed hanno bisogno di una mano”.

Riportare la discussione politica su ciò che è rilevante e influisce sulla vita dei cittadini
Le divisioni socio-politiche interne di Malta ricalcano perfettamente quelle di altri paesi europei, ha ricordato Caruana Galizia. Il primo ministro maltese Muscat propone infatti una linea simile a quella italiana, dettata dalla politica di Salvini e relegata sempre di più alla necessità di proteggersi da una minaccia proveniente dall’esterno: l’immigrazione. Questo tema, secondo Caruana Galizia, dai pochi risvolti quotidiani per i cittadini, e la sua persecuzione fa sì che la discussione politica sia quasi monopolizzata, a dispetto di problematiche oggettivamente importanti quali la corruzione, l’evasione fiscale, il riciclaggio di denaro sporco, o la criminalità organizzata. Questo è, secondo il giornalista maltese, ciò su cui si dovrebbe veramente puntare in quanto giornalisti: “lottare di più contro ciò che danneggia il nostro sistema politico, ciò che polarizza agli estremi, facendo capire che siamo sotto attacco e persone come mia madre vengono uccise”. A Malta, Cipro, Slovacchia, Bulgaria, Romania, Polonia e Ungheria, ha ricordato Caruana galizia, stiamo venendo a patti con il fatto che non solo è minata la libertà di espressione, ma che vengano messi in campo veri e propri attacchi al sistema giuridico. Un elemento confermato anche dalla recente risoluzione Ue dello scorso 28 marzo in merito alla mancanza di indipendenza giudiziaria e all’annoso problema della corruzione, soprattutto in Slovacchia e Malta.

Giusto e sbagliato: sapere da che parte stare
Potrebbe sembrare elementare – anche se in realtà non lo è –, ma il giusto e lo sbagliato sono questioni troppo spesso relativizzate: “quello che mi ha sempre detto mia madre è di non perdere mai il focus, di mantenermi lontano dalle discussioni e rimanere fedele alla definizione che mi ha lei stessa insegnato di giusto e sbagliato”, ha raccontato Matthew Caruana Galizia al pubblico dell’IJF. Alcune persone, invece, ha spiegato Caruana Galizia, avrebbero voglia di fare la cosa giusta ma forse da sole non hanno abbastanza coraggio: “quando si crea una discussione all’interno del governo, si forzano le persone a chiedersi se sia il caso aiutare il primo ministro a limitare i diritti dei cittadini o attaccare i giornalisti”, ha aggiunto il giornalista, “tocca a noi spingere le persone a essere coscienti e a farle propendere a fare la cosa giusta”. Ciò che certo è che la famiglia Galizia non prevede, fra le strade potenzialmente percorribili, quella di rassegnarsi ad una storia il cui finale è stato scritto approssimativamente dalla polizia e dal governo maltese: “se non avete una personalità combattente, dovete cominciare a svilupparla e lottare contro gli abusi. Mai dare nessun segno di cedimento o arrendersi”.

The post La lezione di Matthew Caruana Galizia appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/caruana-galizia-malta-festival-giornalismo-perugia/feed 0
Per un giornalismo più empatico https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-empatia https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-empatia#respond Tue, 02 Apr 2019 09:06:33 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19120 Fatti, fatti, fatti: di questo è fatto il giornalismo, nella pratica professionale. Ogni giornalista, però, vive dei momenti in cui i fatti, da soli, non sono d’aiuto. Dopotutto, il giornalismo ha a che vedere in primis con le persone e avere a che fare con esse richiede, prima di tutto, una cosa: intelligenza emotiva. Ogni …

The post Per un giornalismo più empatico appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

(Mstyslav Chernov, Licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported | Wikimedia Commons)

Fatti, fatti, fatti: di questo è fatto il giornalismo, nella pratica professionale. Ogni giornalista, però, vive dei momenti in cui i fatti, da soli, non sono d’aiuto. Dopotutto, il giornalismo ha a che vedere in primis con le persone e avere a che fare con esse richiede, prima di tutto, una cosa: intelligenza emotiva. Ogni giornalista ha vissuto un’esperienza in cui questa capacità è stata più importante del semplice riportare “i fatti”: nel tentativo di convincere un interlocutore esitante a rilasciare una dichiarazione, ad esempio, o trattando con persone imprevedibili che avrebbero potuto cambiare idea in ogni momento. Scrivere notizie non dipende esclusivamente dalla raccolta delle informazioni, ma anche dal modo in cui un giornalista percepisce, comprende e gestisce una situazione dal punto di vista emotivo. Parallelamente, anche gli studiosi di giornalismo che studiano le rinegoziazioni delle modalità attuali di dare conto delle notizie comprendono sempre più quanto le emozioni possano contribuire positivamente.

Per molti giornalisti occidentali e studiosi, emozioni ed empatia non hanno necessariamente rappresentato degli elementi positivi e produttivi nel riportare le notizie. Il sensazionalismo e le “emozioni da quattro soldi” hanno dominato a lungo lo scenario: nel migliore dei casi, ai giornalisti era concesso avere “naso per le notizie”, la possibilità di affidarsi all’istinto nel prendere decisioni giornalistiche, o chiedersi se in determinate circostanze fosse lecito mostrare compassione. Martin Bell, giornalista della Bbc durante la guerra nella ex-Jugoslavia negli anni ’90, ha adottato un approccio al giornalismo che facesse leva sui sentimenti per assumere una posizione morale a sostegno delle vittime di guerre e conflitti. Tuttavia, questo modus operandi non ha intaccato il modo tradizionale di fare giornalismo fino all’ultimo decennio, ed è rimasto per lo più marginale.

Lo studioso di giornalismo statunitense Michael Schudson ha affermato nel 2000, ad esempio, come  il giornalismo dovesse essere “neutro, piuttosto che emotivo, nei toni”, mentre un altro caposaldo della ricerca sul giornalismo, il britannico Dennis McQuail, si è spesso speso per un giornalismo imparziale “che eviti i giudizi di valore, o l’impiego di parole o immagini emotive”. Gli esperti di giornalismo hanno insistito nel sottolineare l’oggettività e il distacco come concetti fondamentali nel giornalismo occidentale. A lungo, le emozioni sono appartenute piuttosto al mondo commerciale. Ma da un decennio, questo scenario è cambiato, e Schudson, ad esempio, ora promuove il concetto di “empatia sociale” come un modo più umano di comprendere “come persone molto diverse da noi vivono le lore vite”. Quindi forse è giunto il momento di domandarsi, da una prospettiva diversa e più generale, se emozioni ed empatia possano avere un ruolo positivo nel giornalismo e nella pratica del lavoro giornalistico.

Possiamo facilmente identificare quattro aspetti principali in cui le emozioni e l’empatia diventano essenziali. Questi combinano elementi della neurobiologia, del processo decisionale morale, della professionalità e del ruolo mutevole del giornalismo in una società che incoraggia una manifestazione più aperta delle emozioni. Prima di discutere le conseguenze che tutto questo potrebbe avere per il giornalismo in generale, esaminiamo più in dettaglio questi quattro aspetti.

In primo luogo, le emozioni fanno parte del nostro sistema di percezione biologico-cognitivo, e quindi plasmano il modo in cui vediamo il mondo. Comprendiamo il mondo in entrambi i modi, sia a livello cognitivo, che emotivo. I problemi li pensiamo e li “sentiamo”. Di conseguenza, il nostro modo di plasmare la realtà è caratterizzato da una sinergia di cognizioni, emozioni, percezioni e ricordi. Ad esempio, molti studiosi ed esperti hanno cercato di spiegare perché la Gran Bretagna abbia votato a favore della Brexit – tuttavia non è possibile trovare una risposta senza tener conto di “come si sentono gli elettori”, per citare il titolo di un libro di Stephen Coleman. In questo caso specifico, l’empatia importa particolarmente come un mezzo non verbale per comprendere lo stato mentale ed emotivo degli altri.

Questo è particolarmente rilevante, ad esempio, nel giornalismo indiano, che è di norma più incentrato sulle emozioni. Una giovane conduttrice del canale di notizie Headlines Today di India Today mi ha confidato, conversando privatamente, che i giornalisti che si occupano di argomenti di attualità devono essere “in grado di capire cosa sta passando la persona di cui parlano” altrimenti “come potrebbe uno spettatore capire le emozioni di quella persona?”. E l’empatia aiuta anche a convalidare le affermazioni – capire se qualcuno mente o dice la verità non è sempre facile, ed essere bravi a leggere le emozioni può essere d’aiuto.

In questo senso l’empatia diventa quello che, citando il sociologo francese Pierre Bourdieu, possiamo definire “capitale emotivo”.  Ciò implica che i giornalisti che possiedono un maggior livello di capitale emotivo (da intendere positivamente come “intelligenza emotiva”) potranno avere un impatto più significativo sul giornalismo rispetto ai giornalisti che non ne possiedono. Un direttore di testata britannico mi ha esemplificato, in un conversazione privata, che dopo aver “bussato un centinaio di volte alla porta di una casa dove è morto qualcuno, se sei effettivamente sensibile e ti comporti come un altro essere umano, invece che un robot in cerca di una foto, allora è più probabile che tu la quella foto la ottenga”. Quindi, i giornalisti dotati di empatia e capitale emotivo potrebbero avere delle performance migliori nel favorire un comportamento collaborativo (da parte di altri esseri umani fonti di notizie), perché sono in grado di individuare forme più sottili di informazioni non verbale. In breve: l’empatia come risorsa lavorativa giornalistica influisce su decisioni professionali ed etiche molto più di quanto non si ritenesse già.

Tuttavia, il contributo dell’empatia e delle emozioni al giornalismo non si ferma alla neurobiologia. Un secondo ambito importante è il processo decisionale morale. I giornalisti non possono sottrarsi al fatto di essere capaci di esprimere un giudizio fondato sulle conseguenze o le prospettive per gli esseri umani in una data situazione. La ricercatrice Renee Jeffery, ripensando all’Illuminismo scozzese, ha scoperto che David Hume aveva già evidenziato l’importanza delle emozioni per le capacità di giudizio della mente umana. Pertanto, l’agire etico è motivato dalle emozioni e riflette un “senso innato di giusto e sbagliato”. Ad esempio, il sessismo e il razzismo di Trump non possono essere adeguatamente affrontati mantenendo un atteggiamento imparziale. In questo caso non ci sono propriamente due versioni di un’unica storia, e i principi classici del giornalismo si rivelano tendenzialmente disfunzionali. L’imparzialità perde la sua ragion d’essere quando si parla dei cambiamenti climatici, attribuendo lo stesso peso a climatologi e scettici. Qui, un giornalista che non mette in pratica la propria morale interna – dove, secondo Hume, le emozioni forniscono le linee guida per formulare i giudizi – diventa un’entità moralmente discutibile. Qui è anche dove l’intelligenza artificiale (e il giornalismo algoritmico) sinora fallisce: nonostante si tratti di una sequenza di decisioni logiche, le sue capacità di giudizio rimangono scarse.

Questo aspetto tocca anche la regolamentazione emotiva tra gli stessi giornalisti. Capire come le emozioni influenzi il proprio giudizio professionale è importante per offrire un giornalismo che trascenda la personale visione soggettiva. La psicologa Ziva Kunda ha mostrato come l’affetto interagisca con il ragionamento e la fede. Il “ragionamento motivato”, come lo ha chiamato lei, descrive come gli esseri umani (e quindi, potenzialmente, giornalisti) potrebbero aggrapparsi a false credenze nonostante ogni evidenza, al fine di ridurre scomode dissonanze cognitive. Se i giornalisti vengono lasciati a loro stessi per regolare il proprio assetto emotivo durante il lavoro, questo potrebbe influenzare la pubblicazione stessa delle notizie.

In terzo luogo, le emozioni contano, perché, soprattutto quando si tratta di condurre delle trasmissioni alla radio o alla televisione, si devono seguire precise regole sul come manifestare le emozioni. Ad esempio, lo stile più sobrio e “freddo” di BBC News at Ten si differenzia notevolmente dallo stile più marcato di alcuni canali di informazione indiani. Qui, i giornalisti si cimentano in un lavoro emotivo, simile a quello degli attori teatrali o delle hostess. Queste regole implicite segnano i confini non scritti della professione giornalistica in diversi contesti culturali, e una conoscenza approfondita di queste regole è essenziale per inserirsi e apparire “professionali”.

In quarto luogo, il passaggio a una società più “affettiva” sta cambiando radicalmente il ruolo del giornalismo. Quando il coinvolgimento del pubblico diventa di primaria importanza per ragioni commerciali, quando i leader populisti dirottano la sfera pubblica attraverso la loro capacità di sfruttare lo slancio di fondo delle emozioni collettive, il giornalismo di qualità deve trovare nuovi percorsi che vadano oltre la diffusione di informazioni puramente cognitive e modelli piramidali invertiti. Ma da dove partire e come comprendere le emozioni e l’empatia nel giornalismo in senso più produttivo?

Forse è davvero giunto il momento di riconoscere la componente emotiva del giornalismo. Riconoscerla significa però andare oltre il livello individuale. Questo cambiamento offre nuove sfide e nuove domande. La più importante è: possiamo noi, in quanto giornalisti, apprendere l’alfabetizzazione emotiva? Possiamo impararla sistematicamente? C’è un bisogno urgente di acquisire questo tipo di conoscenze per essere un “buon giornalista”? Tornando al tema dell’empatia, i ricercatori delle università olandesi di Groningen e Enschede stanno studiando come le caratteristiche dell’empatia possono venir applicate alla comunicazione professionale. L’empatia è un processo di comprensione basato sia sulle emozioni che sulle cognizioni, che si traducono a loro volta nel comportamento. I ricercatori suggeriscono una varietà di mezzi come il riconoscimento del linguaggio del corpo e degli spunti non verbali, l’auto-introspezione o lo sviluppo di una risposta appropriata alle informazioni emotive. Tutto questo è stato fin qui poco discusso negli studi sul giornalismo.

Anche se questa consapevolezza non è ancora entrata a far parte dei consueti discorsi giornalistici, un primo cambiamento è visibile nelle scuole di giornalismo di tutta Europa. L’Università di Bournemouth ne è esempio eminente. L’università, con sede nel Sud dell’Inghilterra, ha intrapreso per prima ciò che attualmente si avvicina di più alla formazione emotivo-empatica. Da sei-sette anni, l’università offre corsi di formazione a studenti universitari e post-laureati a Bournemouth e in tutto il Regno Unito. Ciò è strettamente legato alle strategie di prevenzione dei traumi proposte dal DART Center for Journalism and Trauma. L’università, ad esempio, offre brevi corsi di formazione per studenti di giornalismo su come trattare catastrofi o altri contesi traumatici. In un gioco di ruolo simulato, gli studenti del DART ricevono la breve descrizione di una catastrofe, poi si cimentano in un immaginario scenario post-uragano Katrina o in un attacco terroristico in uno stadio di calcio. Gli esercizi sono “abbastanza brevi, il gioco di ruolo in ogni caso dura solo 10-20 minuti in cui gli studenti imparano facendo”, spiega Stephen Jukes, responsabile del corso e docente di giornalismo dell’Università di Bournemouth.

Due studenti della Bournemouth University durante il progetto in Nepal

Un altro progetto ha invece mandato degli studenti di giornalismo sul campo, nel Nepal post-terremoto e giovani reporter britannici, nepalesi e indiani hanno stabilito la loro base a Kathmandu per raccontare le conseguenze a lungo termine del terremoto del 2015. Gli organizzatori, i ricercatori Chindu Sreedharan ed Einar Thorsen, hanno potuto osservato come gli studenti di giornalismo stiano facendo un lavoro eccellente: la loro sensibilità nel parlare coi sopravvissuti si è sviluppata insieme alla capacità di rispondere alle loro esperienze emotive. Tutto ciò ha contribuito a contrastare le critiche comunemente espresse dai giornalisti locali sul “giornalismo paracadute” dei media internazionali, che non sempre tengono in considerazione i traumi personali della popolazione nepalese colpita. Gli studenti sono rimasti sul posto e hanno imparato che possono davvero dare alle vittime l’impressione di essere prese sul serio e di essere ascoltate dal mondo esterno. I giovani reporter hanno seguito i principi del  “solution journalism”, dove il giornalismo serve a evidenziare o addirittura a risolvere problemi sociali.

Questi progetti che implicano un alto grado di alfabetizzazione emotiva rappresentano una sfida per gli studenti, ma anche un’esperienza entusiasmante. Saper intervistare le vittime di traumi e violenze – persone emarginate e vulnerabili – è una competenza fondamentale per l’etica giornalistica e gli standard della professione. Questi giovani reporter di Bournemouth sono consapevoli di quanto la loro sensibilità e consapevolezza emotiva personale siano allenate. “Si tratta soprattutto di alfabetizzazione emotiva”, spiega Stephen Jukes, il che apporta notevoli benefici agli studenti per quanto riguarda lo sviluppo dell’intelligenza emotiva mentre interagiscono con le persone fonti di notizie. Jukes, in quanto ex giornalista della Reuters, sa che “se non sei empatico, non capisci comunque la storia”.

Sebbene le idee innovative di Bournemouth si stiano lentamente diffondendo nei programmi universitari britannici, queste non hanno ancora trovato molta risonanza tra le istituzioni di formazione giornalistica affermate come la NCTJ e la BJTC. Ma Jukes resta ottimista: “una copertura giornalistica provvista di empatia è ancor più importante oggi per via di drastici cambiamenti tecnologici. Viviamo in un mondo pieno di immagini su Internet, e le condizioni geopolitiche sono caratterizzate da ondate di migranti e da terribili guerre civili”. Possiamo concludere che forse non saranno solo lo sviluppo dell’abilità di indagine e l’attualissimo data journalism a plasmare la prossima generazione di giornalisti, ma che la formazione in intelligenza emotiva e alfabetizzazione saranno parte integrante della comprensione del ruolo giornalistico individuale. Per le prossime generazioni di giornalisti e redattori, insegnare e riflettere sull’empatia, sull’intelligenza emotiva e forse anche sulla compassione deve diventare parte integrante del curriculum.

Articolo tradotto dall’originale tedesco da Claudia Aletti, ed è disponibile anche in francese. Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo.

The post Per un giornalismo più empatico appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-empatia/feed 0
3 cose che i giornalisti devono sapere quando scrivono di Medio Oriente https://it.ejo.ch/digitale/giornalismo-medio-oriente-liberta-stampa https://it.ejo.ch/digitale/giornalismo-medio-oriente-liberta-stampa#respond Thu, 28 Mar 2019 09:30:23 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19104 Fare il giornalista in Medio Oriente – o scrivere in merito – comporta molte sfide. Una questione fondamentale, sia per i giornalisti che per i lettori, è la relativa mancanza di libertà dei media e di espressione nella regione. Ciò può spingere all’utilizzo di sistemi più controllati per le comunicazioni, come gruppi chiusi di WhatsApp …

The post 3 cose che i giornalisti devono sapere quando scrivono di Medio Oriente appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>

“Jamal Khashoggi (Trending Twitter Topics from 08.02.2019)” by trendingtopics is licensed under CC BY 2.0 / Flickr

Fare il giornalista in Medio Oriente – o scrivere in merito – comporta molte sfide. Una questione fondamentale, sia per i giornalisti che per i lettori, è la relativa mancanza di libertà dei media e di espressione nella regione. Ciò può spingere all’utilizzo di sistemi più controllati per le comunicazioni, come gruppi chiusi di WhatsApp e app cifrate come Telegram. Ma anche all’autocensura, dettata spesso dai timori legati alla privacy e dalla preoccupazione su quali temi sia sicuro discutere in pubblico. Il fatto che i social network vengano spesso vietati o resi inaccessibili in periodi di crisi contribuisce ad acuire tale circospezione verso l’ambiente online. Ma allo stesso tempo, come dimostra il nostro recente studio “State of Social Media, Middle East: 2018”, l’utilizzo dei social media in Medio Oriente e in Nord Africa cresce incessantemente. Cosa dovrebbero pensare i giornalisti di questo quadro complicato? Ecco tre considerazioni:

1) Essere consapevoli del contesto
Come è stato recentemente osservato dal Brookings Institution’s Center con sede a Doha, Qatar: “la questione della libertà dei media acquisisce una sfumatura particolare in Medio Oriente. A livello mondiale, il Medio Oriente è la regione più pericolosa per i giornalisti. Ma non sono solo i giornalisti ad essere in pericolo: è minacciata anche l’esistenza stessa dei media”. L’organizzazione Reporters Without Borders lo ha messo in evidenza nel suo World Press Freedom Index del 2018, ponendo alcuni paesi della regione in fondo alla sua classifica.

L’uccisione e la detenzione di giornalisti in Siria e Yemen è motivo di grande preoccupazione, così come lo è la crescente ostilità verso i giornalisti in Egitto. Nel 2018, il governo egiziano ha approvato una legislazione che limita i luoghi in cui i giornalisti possono operare e rende obbligatorio richiedere una licenza per la creazione di nuovi siti web d’informazione. Tale legislazione inoltre classifica gli account social con più di 5mila follower come mezzi di comunicazione, esponendoli al controllo diretto delle autorità. In Egitto, anche i giornalisti più affermati sono sotto pressione: il corrispondente del New York Times ed ex capo dell’ufficio del giornale al Cairo, David D. Kirkpatrick, è stato recentemente arrestato dagli ufficiali della sicurezza ed espulso dal Paese senza alcuna spiegazione.

L’indice 2018 sulla libertà di stampa di Reporters Without Borders

2) Opportunità per i social media come fonte
Nonostante questo scenario repressivo e l’autocensura cui spesso ricorrono gli utenti del web, i social network restano una risorsa importante per storie e fonti. Tale potenziale è stato meravigliosamente dimostrato da Andy Carvin della NPR durante la Primavera araba. Più recentemente, canali regionali come Al Jazeera hanno sfruttato i social media come fonte di notizie scrivendo del movimento #BringDevBack, lanciato dagli yemeniti nel tentativo di ricostruire il proprio Paese.

Come qualsiasi fonte, i contenuti trovati sui social network vanno trattati con ovvia cautela. Ciò è particolarmente importante se consideriamo il crescente uso del cyberspazio come mezzo (una caratteristica non esclusiva della regione) per favorire specifiche manovre politiche. In seguito alla scomparsa e all’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, un’indagine della NBC ha mostrato come certi account di Twitter – appartenenti sia a persone reali che a bot – stiano appoggiando le smentite del governo saudita.

D’altra parte, l’analisi compiuta da Reuters ha rivelato una rete di almeno 53 siti web che, “ponendosi come autentici organi d’informazione in lingua araba, hanno diffuso false notizie sul governo saudita e sull’assassinio di Khashoggi”. Queste informazioni sono state ampiamente diffuse anche da bot automatici di Twitter. Tale tendenza si riflette anche nelle conversazioni online in merito al vicino Qatar. Nel maggio 2018, il 29% dei tweet in arabo sul Qatar – una nazione in contrasto con molti paesi del Golfo confinanti – sono stati effettuati da bot. Ciò a fronte del 17% di un anno prima.

3) I social media come piattaforma per la distribuzione e la partecipazione
Anche se è necessario che i giornalisti siano consapevoli del contesto di cui abbiamo parlato, ciò non dovrebbe dissuaderli dall’utilizzare i social media. I social network non sono solo importanti per le fonti, ma sono inoltre essenziali per la distribuzione dei contenuti e il coinvolgimento del pubblico. La diffusione di Facebook, ad esempio, rappresenta un’opportunità unica. All’inizio del 2018, nel panorama arabo, gli utenti Facebook attivi hanno raggiunto i 164 milioni al mese, rispetto ai 56 di appena cinque anni prima.

Quasi la metà dei giovani arabi (49%) dichiara di leggere quotidianamente le notizie su Facebook, contro il 35% del 2017, mentre quasi due terzi (63%) dichiarano di cercare le notizie innanzitutto su Facebook e Twitter. Al contempo, l’Arabia Saudita non solo possiede il più alto tasso di crescita annuale di utenti di social media al mondo (+32% contro una media mondiale del 13 tra gennaio 2017-gen 2018), ma un terzo della popolazione del Paese usa Snapchat ogni giorno. Non c’è da stupirsi se Snapchat collabora con una serie di produttori di contenuti locali, che stanno ripensando il loro materiale per la piattaforma. I social media in Medio Oriente sono un ambiente complesso e in rapida evoluzione. Tenere il passo con le dinamiche di questo paesaggio è quindi essenziale per i giornalisti, se vogliono comprendere e sfruttare appieno il potenziale dei social media nella regione.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Claudia Aletti

The post 3 cose che i giornalisti devono sapere quando scrivono di Medio Oriente appeared first on Osservatorio europeo di giornalismo - EJO.

]]>
https://it.ejo.ch/digitale/giornalismo-medio-oriente-liberta-stampa/feed 0