Osservatorio europeo di giornalismo – EJO https://it.ejo.ch Sun, 22 Jul 2018 13:12:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.7 Un ricordo di Indro Montanelli https://it.ejo.ch/giornalismi/un-ricordo-di-indro-montanelli https://it.ejo.ch/giornalismi/un-ricordo-di-indro-montanelli#respond Sun, 22 Jul 2018 13:10:27 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18557 Il 22 luglio 2001 Montanelli ci lasciava e mi perdonerete se questa volta mi permetto un post personale e non di analisi politica. Indro fu l’idolo della mia adolescenza. C’era chi sognava il Che Guevara e chi solo calciatori, io divoravo i suoi libri, leggevo i suoi articoli su il Giornale, che egli fondò quando …

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Il 22 luglio 2001 Montanelli ci lasciava e mi perdonerete se questa volta mi permetto un post personale e non di analisi politica. Indro fu l’idolo della mia adolescenza. C’era chi sognava il Che Guevara e chi solo calciatori, io divoravo i suoi libri, leggevo i suoi articoli su il Giornale, che egli fondò quando ero bambino e se sono diventato giornalista lo devo, verosimilmente, a lui, perché fu Montanelli a far nascere in me la passione per quella che resta la più bella professione del mondo.

Iniziai a Lugano, da studente lavoratore, alla Gazzetta Ticinese e poi al Giornale del Popolo. Non avevo tempo di andare all’università: studiavo a casa al mattino e al pomeriggio andavo in redazione, fino a tarda sera. Poi, quando avevo 26 anni, accadde il miracolo: fui assunto proprio al Giornale dal mio idolo e da subito con la carica di vice responsabile degli Esteri. Il primo giorno di lavoro bussai alla sua porta, per ringraziarlo, ancora una volta, per quella straordinaria opportunità. Indro usciva da una delle sue ricorrenti depressioni, era cordiale ma malinconico, mi guardò con i suoi occhi azzurri ancora velati dal male oscuro, fu cortese e alla fine mi disse: “Mi raccomando, non deludere”. Quegli occhi che con il passare delle settimane tornarono ad essere scintillanti.

Da subito, poco più che pivello, partecipavo alle riunioni di redazione e presto fui messo alla prova sul campo. Mi mandò a Mosca poco prima del crollo dell’Unione sovietica e a Berlino a seguire la riunificazione economica delle due Germanie. Quando rientravo mi riceveva nella sua stanza, pregandomi di raccontare gli aneddoti, gli imprevisti, le emozioni che avevo provato in quei viaggi. Lo faceva con tutti noi, soprattutto con i piu giovani, che erano i più entusiasti e per i quali dimostrava un’affettuosa simpatia, come se volesse rivivere, tramite i nostri palpitanti racconti, quei momenti, lui che divenne direttore suo malgrado e che nell’animo continuò a sentirsi innanzitutto un inviato speciale, forse il più grande di tutti i tempi.

Poi, nel dicembre 1992, una sera pensai di scrivergli una lettera. Erano i tempi di Mani Pulite e l’Italia era attraversata da tensioni e trasformismi che mi turbavano e finita la lunga, nel cuore della notte, la vergai. Il giorno dopo gliela portai nel suo ufficio, che varcavo sempre in punta di piedi, in giovanile e ineludibile rispetto per il mio mito. Indro la prese e, senza leggerla, la ripose sulla scrivania, congedandomi. Non mi aspettavo nulla e nulla mi fece sapere. Dopo due giorni la pubblicò nella rubrica più letta, quella in cui dialogava con i lettori, titolandola “Sul carro degli onesti” e aggiungendo una sola riga di commento: “Questa lettera, caro Foa, potrei averla scritta io”.

Il giorno dopo scesi in tipografia e recuperai l’originale con la frase scritta a penna di suo pugno. Sono passati quasi 25 anni da quel giorno e questo resta il riconoscimento più bello e fino ad oggi più intimo, non avendone mai parlato pubblicamente. Talvolta mi sorprendo a pensare cosa scriverebbe Montanelli di questa Italia se fosse ancora tra noi. Domanda sciocca: la storia non si fa con le ipotesi e Indro apparteneva al suo tempo. Però di una cosa sono certo: mai avrebbe approvato la violenza verbale di certa stampa e avrebbe denunciato con forza il conformismo intimidatorio, che ben conosceva avendolo subito per lunghi anni della sua carriera. Era un anarchico conservatore, ma soprattutto un uomo libero che riteneva doveroso per un giornalista pensare con la propria testa, soprattutto quando è scomodo e rischioso uscire dal coro, perché solo così si onora davvero la professione. Questo insegnava a noi, suoi giovani allievi, e non l’ho mai dimenticato.

Articolo pubblicato originariamente sul Corriere del Ticino il 22/07/2018

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“Raccontano una verità che mi piace”: i siti di news alternativi e di parte in Europa https://it.ejo.ch/giornalismi/siti-alternativi-digital-news-report-risj https://it.ejo.ch/giornalismi/siti-alternativi-digital-news-report-risj#respond Fri, 20 Jul 2018 09:14:11 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18542 Negli ultimi anni abbiamo visto l’emergere di una serie di siti alternativi, populisti o faziosi che sono cresciuti rapidamente in alcuni Paesi per lo più attraverso la distribuzione gratuita sui social. Nella maggior parte dei casi questi siti hanno un’agenda politica o un’ideologica esplicite e la loro base di lettore tende a condividere appassionatamente la …

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Negli ultimi anni abbiamo visto l’emergere di una serie di siti alternativi, populisti o faziosi che sono cresciuti rapidamente in alcuni Paesi per lo più attraverso la distribuzione gratuita sui social. Nella maggior parte dei casi questi siti hanno un’agenda politica o un’ideologica esplicite e la loro base di lettore tende a condividere appassionatamente la loro visione. Questi siti dovrebbero essere distinti da quelli che “fabbricano deliberatamente le notizie”, anche se spesso sono accusati di esagerare o interpretare i fatti per adattarli alla propria causa.

Si dice che i siti di parte (per esempio Breitbart negli Usa) abbiano avuto un ruolo nel portare Donald Trump al potere negli Stati Uniti o nel rafforzare il sostegno nei confronti del leader laburista di sinistra Jeremy Corbyn (grazie a testate come The Canary o Evolve Politics) nel Regno Unito. Sebbene l’ideologia e la partigianeria siano motivazioni fondamentali, alcuni siti cercano di ottenere guadagni da queste attività. Anche la specificità dei loro contenuti li rende diversi da media più tradizionali come Fox News (Usa) e Mail Online (Uk), i quali hanno a loro volta la reputazione di produrre copertura politicamente schierata, ma tendono a coprire tutta la gamma delle notizie (esteri, sport, intrattenimento). Anche il loro pubblico tende a essere più vario in termini di schieramento a destra e sinistra.

Il ruolo dei siti d’informazione alternativi e faziosi in Europa
Con l’ultimo Digital News Report pubblicato dal Reuters Institute for the Study of Journalism abbiamo cercato di capire se questi siti e blog nuovi e alternativi stessero guadagnando seguito anche al di fuori degli Stati Uniti. Abbiamo lavorato con partner locali europei in dieci Paesi per identificare una serie di siti che corrispondessero ai nostri criteri; in particolare siti o blog che hanno un’agenda politica o ideologica, per lo più diffusa attraverso i social media. Questa metodologia ha una serie di problemi e questi siti sono difficili da classificare e comparare. Potremmo non essere riusciti a individuare importanti siti in alcuni Paesi e i partecipanti al sondaggio potrebbero non aver ricordato i siti più piccoli che incontrano sui social media. Ciononostante, il nostro sondaggio mostra che molti di questi siti attraggono un seguito anche sostanzioso e in certi Paesi hanno una copertura e una fama maggiore rispetto ai siti simili negli Stati Uniti.

Confrontando gli Usa con il Regno Unito e la Germania, è interessante vedere i diversi profili di Breitbart – che opera in tutti e tre i Paesi – raggiungere il 7% del campione Usa ogni settimana, il 2% nel Regno Unito e solo l’1% in quello tedesco. In tutti e tre i Paesi abbiamo notato anche un gap fra la conoscenza di questi siti e il loro effettivo utilizzo; questo suggerisce che il loro impatto sia stato amplificato dalla copertura dei media tradizionali, o che le persone li hanno usati in passato, ma che oggi sono meno rilevanti.

Proporzione degli intervistati che conoscono/hanno fruito le testate selezionate su base settimanale (Usa, Uk, Germania)

La maggior parte dei siti di parte negli Stati Uniti è schierata a destra ed è popolare fra gli utenti che vedono i media tradizionali come per lo più liberal. Molti sono gestiti presentatori di talk show radiofonici (InfoWarsThe Blaze), o da opinionisti conservatori (Daily Caller). Qui, uno degli intervistati offre un chiaro fondamento logico per l’utilizzo di questi siti:

“Francamente, ottengo più informazioni “reali” da The Blaze e Infowars che dai media ‘fake news’ di oggi e dagli opinionisti del governo.” 
(M, 76, US)

Nel Regno Unito i siti alternativi sono invece ideologicamente più vari e provengono da entrambi i lati dello spettro politico. Westmonster (2% di reach) è un sito pro-Brexit in parte finanziato dall’affarista di destra Arron Banks, mentre The Canary (2%), Another Angry Voice (2%), ed Evolve Politics (1%) rappresentano al contrario varie sfumature dell’opinione radicale di sinistra. Wings over Scotland è infine un popolare e influente blog che lotta per l’indipendenza scozzese. Gli utenti di questi siti dicono di cercare alternative ai media istituzionali:

“Non vedo l’ora che si faccia la Brexit. Westmonster e altri siti simili parlano di notizie che la BBC e altri evitano perché non si adattano alla loro visione faziosa.” (M, 66, UK)

I media mainstream sono faziosi, coprono sempre le notizie in modo da mostrare i Tories in una buona luce, devi guardare oltre se vuoi la verità.” (F, 48, UK)

In Germania potrebbe essere più corretto definire questi siti come “anti-establishment”. Politically Incorrect News (2%), ad esempio, ha una posizione critica sull’Islam, il multiculturalismo e l’immigrazione e attrae pubblico di estrema destra e di estrema sinistra; Compact Online (2%) è strettamente associato al partito populista di destra AfD, mentre Junge Freiheit (3%) è una testata nazionalista che sta raggiungendo un nuovo pubblico sul web. In Germania una motivazione fondamentale espressa dagli intervistati coincideva con la volontà di trovare prospettive alternative e differenti sulla questione dell’immigrazione. Qui alcuni ritengono che i media tradizionali, e in particolare le emittenti di servizio pubblico, oscurino deliberatamente la verità:

“Credo che le emittenti di servizio pubblico, come ARD e ZDF, siano controllate dallo stato. Ecco perché mi informo anche sui siti web che offrono notizie libere e incensurate.” (M, 67, lettore di Politically Incorrect e Junge Freiheit, Germania)

In Austria, l’ascesa dell’estrema destra (ora parte della coalizione di governo) è stata accompagnata dalla crescita di un certo numero di siti alternativi e smaccatamente schierati. Il più conosciuto di questi è Unzensuriert (“Non censurato”), un sito che l’Ufficio federale austriaco per la protezione della costituzione ha descritto come xenofobo e con tendenze antisemite. Finanziato da un ex politico del Partito della Libertà, è stato sentito nominare da quasi uno su cinque (19%) dei partecipanti, un 4% dei quali ha dichiarato di averne letto i contenuti nelle settimane precedenti. Info Direct (2%), Alles Roger (1%), e Contra Magazin (1%) sono tre altri/magazine siti di destra e anti-Ue. Gli utenti di questi siti sono attratti dalla visione anti-establishment e li vedono anche come alternativa a ciò che considerano media istituzionali faziosi.

“Perchè è interessante e perché, essendo opposto a ORF, fornisce notizie incensurate.” 
(M, 61, utente Unzensuriert, Austria)

In Repubblica Ceca alcuni siti sono stati etichettati come siti di disinformazione dalle Ong e dal Centro antiterrorismo e minacce ibride istituito dal Ministero degli Interni nel 2016. Il sito alternativo più conosciuto è Parlamentnilisty.cz che raggiunge il 17% del nostro campione. Altri siti, molti dei quali seguono un’agenda anti-Ue e pro-Russia, hanno invece una copertura più limitata. In Svezia, un piccolo numero di siti di destra raggiunge circa il 10% del nostro campione complessivo ogni settimana con un agenda molto critica verso la politica liberale di Stoccolma sull’immigrazione.

In Spagna, invece, la situazione è un po’ diversa. La debolezza dei media istituzionali ha dato vita a una vasta gamma di siti e blog politicamente alternativi, alcuni dei quali esistono da diversi anni. Libertad Digital Periodista Digital seguono un’agenda indipendente anti-Podemos e anti-indipendenza catalana, mentre altri siti come Dolça Catalunya (3%) e Directe.cat (3%) si concentrano esclusivamente sulla questione catalana ma da prospettive opposte. OK Diario, che si presenta come “il sito degli anticonformisti”, è comparso nella nostra lista dei principali siti spagnoli negli ultimi anni con una copertura settimanale del 12%.

“Loro raccontano la verità che mi piace, non la dannata verità politicamente corretta.” (M, 65, Spagna)

Quanto realmente schierati sono questi siti?
Combinando i risultati del sondaggio sulle idee politiche degli intervistati (una scala destra/sinistra a cinque punti) e l’utilizzo settimanale dei diversi siti è possibile avere un’idea di quanto siano schierati i profili del pubblico per ogni sito, anche combinandoli su una mappa insieme alle testate più tradizionali. Nel Regno Unito, ad esempio, il pubblico di Westmonster è composto prevalentemente da intervistati che si identificano come di destra o di estrema destra. Gli utenti di The Canary o del blog Another Angry Voice, invece, si posizionano quasi tutti a sinistra. Al contrario la maggior parte dei siti alternativi negli Stati Uniti e in Svezia sta a destra nella nostra mappa del pubblico e fa da correttivo al profilo per lo più liberale dei media istituzionali.

Queste mappe mostrano come questi nuovi siti e blog abbiano dato voce a punti di vista che in precedenza potrebbero essere stati sottorappresentati dai media, ma mostrano anche le difficoltà nel classificare i siti di parte. Anche siti e testate tradizionali, come Fox News e alcuni giornali britannici, si rivolgono a un pubblico molto schierato nonostante coprano una gamma più vasta di notizie al di là della politica. In altri Paesi, invece, abbiamo riscontrato come questi siti spesso parlino a diversi segmenti che non rientrano pienamente nello spettro destra-sinistra. Spesso, ad esempio, abbiamo riscontrato siti sia a destra che a sinistra che condividono un’agenda anti-immigrazione e anti-establishment. Inoltre a complicare la situazione, in alcuni Paesi centro ed est europei anche lo stesso governo produce narrative populiste, che vengono coperte da organizzazioni mediatiche affini (o più spesso controllate).

In questi Paesi le divisioni fra testate istituzionali e di parte possono apparire sfumate in confronto agli esempi nella mappa qui sopra. In Polonia, per esempio,
 l’emittente pubblica istituzionale Tvp, che ha una linea editoriale che supporta il partito al governo Legge e giustizia, appare sulla nostra mappa in una posizione simile a PolskaNiepodlegla.pl (“Polonia Indipendente”), un sito nazionalista di destra creato nel 2013. Ciò che gli utenti della maggior parte di questi siti hanno in comune è una bassa fiducia nel giornalismo, in confronto al campione totale del loro Paese di riferimento. Pochi lettori di Breitbart negli Usa, ad esempio, mostrano fiducia nelle news (13%) in confronto alla media nazionale del 34%. Lo stesso vale per gli utenti dei siti di destra e anti-immigrazione Unzensuriert in Austria e Fria Tider e Nyheter Idag in Svezia, in confronto alle medie nazionali.

Questi siti riflettono i diffusi movimenti populisti e anti-establishment che stanno dilagando in Europa. Molti nascono per rappresentare un’alternativa ai media istituzionali, che vedono come parte del consenso corporativista o politicamente corretto. Nella maggior parte dei casi la loro copertura rimane limitata, ma la loro notorietà suggerisce che i loro punti di vista stanno influenzando il dibattito istituzionali in alcuni Paesi europei. Questi siti sono stati in grado di ottenere diffusione attraverso la distribuzione sui social media. Ma dato che Facebook sta riflettendo sulla fiducia come metrica per le news, prende le distanze dai contenuti rischiosi e si vorrebbe concentrare nuovamente su amici e familiari, è possibile immaginare che questi siti alternativi dovranno lottare per mantenere alta l’attenzione nei loro confronti .

Il Digital News Report 2018 è pubblicato dal Reuters Institute for the Study of Journalism e può essere trovato qui. Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta.

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HackPack: una redazione virtuale per i freelance https://it.ejo.ch/digitale/hackpack-freelance-giornalismo-startup https://it.ejo.ch/digitale/hackpack-freelance-giornalismo-startup#respond Tue, 17 Jul 2018 09:05:39 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18530 Dopo due anni e mezzo di reporting in Russia, il giornalista Justin Varilek aveva accettato un lavoro nella comunicazione nel suo Paese di origine, gli Usa. Quando la crisi ucraina è esplosa nel 2014, però, l’attenzione di Varilek si è nuovamente spostata a Est. “Ho visto come tutti i miei amici giornalisti stessero coprendo il …

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HackPack ha aiutato a realizzare un’intervista con Edward Snowden a Mosca

Dopo due anni e mezzo di reporting in Russia, il giornalista Justin Varilek aveva accettato un lavoro nella comunicazione nel suo Paese di origine, gli Usa. Quando la crisi ucraina è esplosa nel 2014, però, l’attenzione di Varilek si è nuovamente spostata a Est. “Ho visto come tutti i miei amici giornalisti stessero coprendo il conflitto in Ucraina e le loro difficoltà nel trovare fixer di qualità sul campo”, dice Varilek, la cui startup HackPack ha strappato il primo posto alla competizione organizzata da Deutsche Welle a Bonn lo scorso giugno.

Per entrare nell’Ucraina orientale in preda al conflitto, in genere i giornalisti stranieri devono passare i posti di blocco e hanno bisogno di fixer locali per muoversi sul territorio. Il problema, però, rimane poter capire il loro livello di esperienza e di professionalità prima di collaborare con loro sul campo. Per questa ragione è nata l’idea di HackPack, una redazione virtuale fondata nel 2015. “Ho realizzato che per ogni altro conflitto o crisi, sarebbe stato ugualmente importante riuscire a trovare il giornalista locale adatto cui affidarsi e capire se si tratta della persona giusta”, dice Varilek parlando del suo progetto. Il suo scopo era creare una piattaforma che permettesse ai giornalisti di “trovare, assumere e collaborare rapidamente ed efficacemente fra di loro”, ci fa sapere Varilek, che ora si trova a Londra.

Restituire il favore
Varilek ha anche visto le difficoltà che i suoi amici giornalisti incontravano con i pagamenti per i loro servizi di fixing, non sapendo quando e come sarebbero stati pagati: “i corrispondenti stranieri continuavano ad andare e venire e i giornalisti locali e i fixer non avevano possibilità di rivalsa se i colleghi internazionali non li pagavano”. Quando però un pagamento veniva effettuato, questo tendeva a essere fatto o direttamente in contanti sul luogo, o con un bonifico, molto costoso in termini di commissioni. Gli amici freelance di Varilek potevano guadagnare anche 200 dollari ad articolo, ma ne perdevano 45 solo per le commissioni bancarie. Per combinare le sue idee di una comunicazione più efficace sul campo e un modello di pagamento più trasparente, Varilek ha cercato il feedback di altri redattori e giornalisti e ha lasciato il suo lavoro a Boston per tornare a Mosca a sviluppare la piattaforma, lanciata ufficialmente come HackPack nel luglio 2015.

Oggi il termine “hack” può evocare cose da esperti di informatica e attacchi hacker, ma nella sua storia è stato usato anche in contesti letterari, spiega Varilek. “La parola ‘hack’ non si riferisce soltanto ai programmatori e agli informatici, anzi all’inizio si riferiva principalmente ai giornalisti”, spiega Varilek, “e sin dai tempi di Shakespeare, le persone che si guadagnavano da vivere con la scrittura, erano chiamate ‘hack’. Oggi nell’industria mediatica, i giornalisti che viaggiano spesso per il mondo e sanno fare un po’ di tutto per guadagnarsi da vivere vengono ancora chiamati in questo modo”.

Justin Varilek a un evento di Deutsche Welle


Una rete globale
Negli ultimi tre anni, oltre 11mila professionisti dei media in 160 Paesi si sono registrati su HackPack. I Paesi con una base utenti più ampia sono Russia (1588 membri), India (1041) Usa (446), Ucraina (352) e Regno Unito (275). La piattaforma aiuta le testate a connettersi con giornalisti con expertise specifici necessari sul campo, anche inviando notifiche via sms. “Questo è estremamente importante per il ciclo dell’informazione”, dice Varilek, citando il caso dell’attentato all’ex agente dell’intelligence russa Sergej Skripal, nel avvenuto nel Regno Unito lo scorso marzo. In quel caso HackPack ha rapidamente aiutato il Daily Mail a trovare un freelance in Kazakistan che potesse parlare con potenziali parenti.

Uno dei più interessanti progetti di HackPack negli ultimi anni, dice Varilek, è stato aiutare una pubblicazione a condurre un’intervista video con Edward Snowden a Mosca, una storia che sarebbe stata quasi impossibile da organizzare rapidamente per un giornalista straniero. “Gli stranieri non possono affittare l’attrezzatura a Mosca”, spiega il videomaker russo Mishiko Belashvili, che ha filmato l’intervista sul posto dopo aver conosciuto il suo “hack” sulla piattaforma, “e se viaggiano con la loro attrezzatura, devono avere uno speciale permesso dal Ministero degli Affari Esteri, un processo molto lungo”.

Oltre a ricevere richieste sul campo, i giornalisti iscritti possono postare idee per potenziali storie che vengono messe a disposizione dei redattori interessati a quelle tematiche. HackPack inoltre invia anche una newsletter settimanale mettendo in evidenza i principali assegnati, collaborazioni e call nelle diverse zone del pianeta. Una sezione su abbonamento permette inoltre agli editori di accedere a un sistema di gestione dei freelance, con cui possono creare un team e gestire tutti i pagamenti e i progetti. Quando un cliente pubblica una richiesta deve indicare anche la cifra che è disposto a pagare, affinché i giornalisti possono poi dire se sono interessati. Il pagamento avviene automaticamente congelato sull’account del cliente una volta che l’assegnato viene confermato. A questo punto il giornalista invia il lavoro, il cliente lo accetta, e solo allora la cifra viene trasferita sull’account del giornalista. “Il nostro obiettivo è dare ai freelance più stabilità e serenità nella loro vita frenetica”, afferma Varilek, “il sistema indica anche tutti i progetti completati, quindi è molto semplice per i freelance fare contabilità e pagare le tasse”.

Il sistema è più di un marketplace online, però, e prevede anche l’organizzazione di incontri offline per i giornalisti a Mosca, Berlino e Londra, che spaziano dalle tecniche giornalismo investigativo allo yoga nel parco per i freelance oberati di lavoro. “Questi eventi aiutano i giornalisti a conoscersi, accrescere il loro livello di professionalità e, ci si augura, ad avere più collaborazioni in futuro”, dice Varilek. Grazie alla piattaforma, i giornalisti hanno collaborato con pubblicazioni di primo piano come Al Jazeera, Delfi, Global Government Forum, Bbc, Kommersant e Snap Judgement per Npr. Nel 2017, i giornalisti che hanno utilizzato il servizio hanno guadagnato più di 175mila dollari, una cifra che Varilek punta a raddoppiare nel 2018. Se HackPack è una piattaforma pragmatica, Varilek la dirige però con una filosofia piuttosto idealistica.

“Gli avvenimenti che si verificano agli angoli del pianeta sono profondamente collegati e hanno un impatto sugli altri in tutto il mondo”, ci spiega: “non si può pensare che qualcosa sia lontano e irrilevante. E i media devono adeguarsi a questa realtà”.

L’intervista con Justin Varilek è stata originariamente condotta da Edita Badasyan e pubblicata sul sito russo di EJO. Articolo tradotto dall’inglese da Giulia Quarta

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Come coinvolgere il pubblico nel fact-checking https://it.ejo.ch/in-evidenza/factchecking-crowdsourcing-giornalismo-fake-news https://it.ejo.ch/in-evidenza/factchecking-crowdsourcing-giornalismo-fake-news#respond Fri, 13 Jul 2018 09:48:12 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18514 Nell’attuale clima di surplus informativo la domanda di fact-checking è in aumento costante. Negli ultimi anni, organizzazioni mediatiche come WikiTribune hanno suggerito il crowdsourcing come un’opzione attraente e a buon mercato per potenziare la verifica delle notizie. Ma è una buona idea? Ecco la mia opinione. Ci sono tre componenti del crowdsourcing che possono essere …

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Kai Pilger / Unsplash

Nell’attuale clima di surplus informativo la domanda di fact-checking è in aumento costante. Negli ultimi anni, organizzazioni mediatiche come WikiTribune hanno suggerito il crowdsourcing come un’opzione attraente e a buon mercato per potenziare la verifica delle notizie. Ma è una buona idea? Ecco la mia opinione. Ci sono tre componenti del crowdsourcing che possono essere sfruttate in questo senso:

“velocità”: quanto velocemente un compito può essere eseguito;
“complessità”: quanto il compito è difficile da eseguire, perché più lo è, più necessita di supervisione;
“copertura”: il numero di argomenti o aree che possono essere trattati;

Queste componenti costituiscono un triangolo e possono essere ottimizzate solo a due alla volta, mentre una  va inevitabilmente sacrificata. La difficoltà del fact-checking in crowdsourcing è dovuta al fatto che può coprire più o meno qualsiasi argomento, quindi bisogna per forza avere la capacità di coprire temi molto diversi e variegati. Essendo poi un compito complesso, bisogna per forza essere in grado di gestirne la complessità e, per essere efficace, deve anche avvenire velocemente. I progetti di fact-checking basati sul contributo degli utenti lanciati fin qui sono finiti col fare tutto il lavoro da sé pur di non perdere il treno degli aggiornamenti e questo è successo, di norma, entro poche settimane dal lancio.

I più notevoli tentativi di sperimentare il fact-checking crowdsourced, al momento, sono stati TruthSquad e FactcheckEU e sebbene nessuno di questi progetti abbia provato che il crowdsourcing possa aiutare ad espandere il core business del fact-checking, hanno però entrambi mostrato che questo può generare del valore nelle attività attorno all’attività diretta di verifica delle notizie.

Cosa hanno realizzato queste iniziative di factchecking
Esempi di alto profilo di crowdsourcing come Quora, Stack Overflow e Wikipedia, che sfruttano e raccolgono la conoscenza collettiva, hanno provato che grandi gruppi di persone possono essere utilizzati in modo significativo per compiti complessi su diversi argomenti. Ma ciò che viene sacrificato in questi casi è di norma la velocità. Progetti come mySociety’s Gender Balance (che chiede agli utenti di identificare il genere dei politici) e Democracy Club’s Candidate (che ricorre, invece, al crowdsourcing per le informazioni sui candidati alle elezioni) hanno dimostrato invece che i piccoli gruppi possono avere un grande impatto con compiti più semplici e svolti velocemente. Ma ciò che viene sacrificato, in questo caso, è la vastità della copertura potenziale.

A Full Fact, durante le elezioni del 2015, avevamo 120 volontari che aiutavano la nostra organizzazione a monitorare le operazioni, ma a essere sacrificata era la complessità. Gli unici esempi che hanno operato ad alti livelli di complessità, in tempi rapidi, riuscendo a coprire tutte le informazioni che richiedevano fact-checking sono state TruthSquad e FactcheckEU.

Nel 2010 l’Omidyar Network ha finanziato TruthSquad, una progetto pilota di fact-checking crowdsourced gestito in collaborazione con Factcheck.org. Il principale obiettivo del progetto era promuovere la cultura dell’informazione e il coinvolgimento del pubblico, piuttosto che tentare un approccio scalabile al fact-checking. Gli utenti potevano votare sulle affermazioni, e poi con l’aiuto di un giornalista moderatore, venivano prodotti i report sulla verifica delle notizie. In un commento online, il leader del progetto, Fabrice Florin, ha concluso che “nonostante gli alti livelli di partecipazione, non abbiamo ricevuto così tanti link e recensioni utili della nostra comunità come avevamo invece sperato. Il nostro team editoriale ha fatto la maggior parte del lavoro più duro per ricercare prove fattuali e due terzi delle revisioni e la maggior parte dei link erano postati dal nostro staff. Ogni citazione richiedeva fino a due giorni di lavoro dei nostri redattori, dall’inizio alla fine. Quindi questo progetto ha finito col richiedere più lavoro di quel che pensavamo […]”.

Il progetto ha avuto successo nel coinvolgere i lettori nel processo di fact-checking, ma non si è dimostrato un modello scalabile per produrre verifica delle notizie di alta qualità. FactcheckEU era invece gestito come un tentativo di fact-checking in tutta Europa da Alexios Mantzarlis, co-fondatore del sito italiano di fact-checking Pagella Politica e coordinatore dell’International Fact-Checking Network. In un’intervista, Mantzarlis ha detto che nel progetto “c’era questo conflitto intrinseco tra l’aspettare per mantenere alta la qualità di un fact-check e la volontà di coinvolgere molte persone. Probabilmente abbiamo sbagliato sul primo fronte, revisionando tutto ciò che non era stato inviato da un fact-checker di alto livello”.

Perchè il fact-checking in crowdsourcing è così difficile
Per capire perché il fact-checking crowdsourced non si è dimostrato finora efficace dobbiamo parlare delle sue differenti fasi.

Monitoraggio e selezione
Una delle prime parti del processo di fact-checking è passare in rassegna i giornali, le tv e i social media per ricercare affermazioni che possano essere verificate, e che potrebbe valer la pena verificare. La decisione di verificare viene spesso presa da un team editoriale, facendo attenzione alle verifiche fondamentali e agli equilibri. Se le affermazioni vengono inviate e selezionate dagli utenti, come ci si può assicurare che la selezione sia distribuita equamente attraverso lo spettro politico e che le dichiarazioni provengano da una molteplicità di organizzazioni mediatiche?

Mantzarlis ha detto che “gli argomenti interessanti vengono agguantati abbastanza in fretta”. Ma che cosa significa questo per le affermazioni più semplici ma comunque rilevanti? Le parti all’opposizione avranno sempre un particolare interesse nell’applicare il fact-checking a quanto dichiarato da chi è al potere e questo potrebbe distorcere le operazioni nel complesso? Le campagne politiche ricche di risorse esprimeranno sempre un parere positivo sulle affermazioni che servono meglio i loro obiettivi? E che dire della distorsione intrinseca prodotta dal volontariato? Le persone più disposte a donare il loro tempo hanno un reddito più elevato, e questo cosa comporta in termini di selezione?

Controllo e pubblicazione
La seconda fase comprende la ricerca e la scrittura dei report, fase in cui le fonti primarie e le opinioni degli esperti vengono consultate per capire le affermazioni, i dati disponibili e il loro contesto. Le conclusioni vengono poi sintetizzate per produrre dei contenuti che spieghino la situazione chiaramente e fedelmente. Sia TruthSquad che FactcheckEU hanno scoperto che questa parte del processo necessita di più supervisione del previsto.

“Al culmine eravamo un team di 3 persone […]. Follemente abbiamo pensato, e abbiamo imparato nel modo più duro che non era così, che sfruttare gli utenti avrebbe richiesto meno risorse umane; ma in realtà ne ha richieste di più, almeno a livello micro”, ha spiegato ancora Mantzarlis. Il lavoro del processo di editing, che assicura il livello di qualità giornalistica, in questo caso era anche un grande fattore di demoralizzazione: “dove abbiamo davvero perso molto tempo, spesso più giorni, era in questa routine […]: o richiedeva più tempo di quello che ci avremmo messo a scrivere da soli, o gli utenti perdevano interesse”.

Gli altri passi

Dopo la ricerca e la produzione dei contenuti, si svolgono varie attività intorno al fact-checking. Queste includono la richiesta di correzioni, la promozione sui social media o la trasformazione dei report in diversi formati, come quello video. Mantzarlis ha fatto notare che “la maggior parte dei successi che abbiamo avuto ricorrendo al contributo degli utenti in realtà riguardava le traduzioni. […] Le persone erano felici di tradurre i nostri fact-checking in altre lingue”. Se TruthSquad e FactcheckEU non hanno provato che il crowdsourcing è utile per la ricerca alla base del processo di fact-checking, hanno però mostrato che questo può produrre benefici interessanti per le attività ad essa associate. Si approfondirà meglio la questione alla fine.

Il bisogno di velocità e il rischio di manipolazione
Phoebe Arnold, coordinatrice delle comunicazioni e dell’impatto a Full Fact afferma che “più rapidamente viene pubblicato il factchecking, più è probabile avere un impatto sul dibattito”. Prendiamo il caso del fact-checking ‘live’, fatto tramite ricerche e Twitter in tempo reale durante un dibattito o un discorso politico. A Full Fact, solo ai fact-checker più esperti viene affidato questo compito, per paura del danno di reputazione che un eventuale lavoro inaccurato potrebbe causare.

Paul Bradshaw, che gestisce il sito di investigazioni crowdsourced Help Me Investigate dice invece che “[il crowdsourcing] si adatta meglio alle storie di lunga durata che alle breaking news” perché  in caso di fact-checking live, ogni frase pronunciata da un politico durante un dibattito elettorale potrebbe essere una breaking story e, poiché le affermazioni possono essere facilmente estratte, l’uso del crowdsourcing per verificare le affermazioni non ha un grande valore. Tuttavia, non tutto il fact-checking si svolge a questa velocità estrema e può verificarsi nell’arco di ore, o pochi giorni. Non conosco molte attività di volontari che lavorano a questa velocità con così tante interazioni fra i partecipanti.

Per approfondire: Si può automatizzare il fact-checking?

Anche se in qualche modo il lavoro che si avvale dell’aiuto della crowd arriva al punto in cui può essere pubblicato, è richiesto generalmente più lavoro per verificarne l’accuratezza prima della pubblicazione. In un report per il Reuters Institute for the Study of Journalism, Johanna Vehkoo conclude che “il crowdsourcing è un metodo facilmente soggetto a manipolazione. È possibile per gli utenti dare deliberatamente ai giornalisti informazioni false, specialmente in situazioni di breaking news in rapido sviluppo. In un esperimento come ‘MPs’ Expenses’ del Guardian, un utente ha avuto la possibilità di diffamare dei parlamentari insinuando una cattiva condotta laddove questa non c’era stata. Quindi i giornalisti devono prendere precauzioni, identificare i rischi, e operare un fact-checking rigoroso”. I progetti TruthSquad, FactcheckEU e MPs’ Expenses hanno richiesto tutti comunque uno step finale di fact-checking per assicurare la qualità dell’informazione e l’adempimento dei propri obblighi legali. L’utilità del fact-checking crowdsourced è compromessa se ciò è sempre necessario?

Modelli di crowdsourcing che potrebbero funzionare
C’è qualche possiblità che il crowdsourcing aiuti davvero a combattere la disinformazione? Io ci spero. Il Tow Center for Digital Journalism ha pubblicato una “Guida al crowdsourcing” che fornisce una possibile via per il futuro. Questa suggerisce alcuni compiti per la crowd che potrebbero essere funzionali, questi includono:

Voti : esprimere delle priorità sulle storie che i reporter dovrebbero coprire.
Testimonianze : condividere quanto si è visto durante un evento, una breaking news o una catastrofe naturale.
Condividere esperienze personali: divulgare ciò che si sa grazie alla propria esperienza diretta.
Individuare expertise specializzate : contributi con dati o conoscenze specifiche.
Completare un compito: con il tempo e le capacità dei volontari per aiutare a creare una notizia.
Coinvolgere il pubblico: radunarlo con iniziative che variano dall’informativo al giocoso.

Nonostante le sue mancanze nelle attività di ricerca pura del processo di fact-checking, questi esempi mostrano opportunità in cui il crowdsourcing può portare benefici palesi  — ammesso che si sia in grado di passare attraverso le forche caudine del triangolo che citavamo all’inizio. E non finisce qui. Qui di seguito c’è qualche altro esempio che potrebbe ispirare un maggiore coinvolgimento del pubblico nella verifica delle notizie:

Inviare le affermazioni da verificare:  i lettori possono inviare informazioni che credono dovrebbero essere verificate. L’International Fact Checking Network’s Code of Principles, a questo proposito, incoraggia non a caso i lettori in questo senso. Questo può aiutare ad ampliare la visibilità delle affermazioni attraverso una gamma di media diversi, e può essere la soluzione al problema dei claim da verificare, che altrimenti proverrebbero solo da un circolo chiuso di persone.
Annotare i dati ed estrarre le informazioni in anticipo: i compiti meccanici o semi-professionali, come estrarre le informazioni e organizzarle in un formato standard, può aiutare e non poco i fact-checker. Ciò è possibile nel sopracitato compromesso fra la gestione dei contributi individuali e lo sforzo per verificare questi contributi, ma qui il vantaggio è che il contenuto può essere verificato in anticipo. Man mano che il processamento del linguaggio naturale e del machine learning vengono applicati alle attività di fact-checking, ci sono più possibilità per crowdsourcing. Per esempio, a Full Fact abbiamo raccolto 25mila annotazioni da parte di 80 volontari per il nostro progetto di ricerca automatizzata sulle dichiarazioni dei politici.
Esperienza selezionata o guadagnata: alcuni fact-checker usano già liste pre-approvate di esperti che rispettano gli standard richiesti per supportare il fact-checking su certi argomenti. È anche possibile che essi ricorrano alla crowd per attrarre esperti che possano contribuire ai fact-check al fianco dei professionisti. L’elemento critico qui è essere in grado di di fare affidamento su tali contributi. Giovani giornalisti, ricercatori e singoli individui devono mostrare di avere una reputazione accertata nel tempo. Come questa reputazione può essere accumulata o provata resta comunque da vedere.
Diffondere l’informazione corretta: durante il referendum sulla Brexit, migliaia di membri di 38 corsi di laurea hanno preso parte a una rete di distribuzione. I membri di questa rete prendevano i risultati dei fact-check e li ripostavano su forum, gruppi sui social media e li condividevano con amici e familiari. Questo ci ha permesso di entrare in comunità che altrimenti non avremmo potuto raggiungere.
Crowdsourcing come cultura digitale: TruthSquad ha scoperto che “i non professionisti hanno appreso capacità di valore di fact-checking interagendo con i professionisti”, e ha poi aggiunto che un focus primario del fact-checking crowdsourced era proprio quello di insegnare delle capacità piuttosto che produrre un output fruibile. Il lavoro volontario genera ovunque un sentimento di lealtà che  — per le organizzazioni di fact-checking che vivono di donazioni — è un’attraente conseguenza.

Saremmo pazzi a ignorare una risorsa così grande e desiderosa di aiutare nella lotta alla disinformazione come il crowdsourcing, ma questa risorsa deve essere utilizzata in maniera intelligente se si vuole che sia efficace. Sembra, almeno fin qui, che il potenziale della crowd non possa essere sfruttato nella fase di ricerca, dove l’onere dell’accuratezza, della velocità e della complessità sono troppo elevati, ma potrebbe dare risultati interessanti nelle attività complementari al fact-checking puro. Sembrano anche esserci segnali incoraggianti che così facendo si possa migliorare la cultura mediatica e quindi, nel lungo periodo, anche aiutare a fermare la diffusione della disinformazione sul nascere.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta. L’articolo è apparso originariamente su Medium, lo ripubblichiamo qui per gentile concessione dell’autrice

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Una call to action per fermare il sessismo nel giornalismo https://it.ejo.ch/giornalismi/timesupnews-sessismo-giornalismo https://it.ejo.ch/giornalismi/timesupnews-sessismo-giornalismo#respond Thu, 28 Jun 2018 11:15:22 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18500 Un panel di soli uomini, scherzi sessisti a tema seno e molestie sul palco del recente World News Congress in Portogallo hanno messo chiaramente in luce le differenze fra il riconoscimento delle disparità di genere e la reale valorizzazione delle donne nel giornalismo. Come risposta, un gruppo internazionale di professionisti dell’informazione ha scritto questa lettera …

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#TimesUpNews

Un panel di soli uomini, scherzi sessisti a tema seno e molestie sul palco del recente World News Congress in Portogallo hanno messo chiaramente in luce le differenze fra il riconoscimento delle disparità di genere e la reale valorizzazione delle donne nel giornalismo. Come risposta, un gruppo internazionale di professionisti dell’informazione ha scritto questa lettera aperta. È tempo di smettere di parlare del bisogno di parità e di cominciare a riformare attivamente il settore.

Il congresso annuale della World Association of News Publishers’ (Wan-Ifra), che si tiene ai primi di giugno, è uno dei maggiori eventi dell’industria dei media e un’opportunità di condivisione per quasi un migliaio di partecipanti provenienti da testate internazionali, con relatori e panel sul futuro del giornalismo e il business dell’informazione tenuti da alcuni tra i maggiori esperti del mondo. La manifestazione dovrebbe essere l’apogeo delle buone pratiche del settore e un’occasione per segnare il cammino per il progresso dell’industria. Ma il World News Congress del 2018 è stato l’opposto e ha indicato al contrario il trattamento che l’industria dell’informazione riserva ancora alle donne: gesti simbolici (e a volte concreti) di mancanza di rispetto inframmezzati da vere e proprie, e a volte scioccanti, discriminazioni e molestie.

Donne nell’informazione: passare dalla colonna laterale alla prima pagina
L’evento è cominciato con il secondo annuale Women in News Summit cui hanno partecipato BBC, New York Times, l’ex Direttore di USA Today e autore di That’s What She Said Joanne Lipman, l’ex Ad di Gizmodo Media Group Raju Narisetti e molti altri nomi impegnati nel sostenere la diversità all’interno delle proprie organizzazioni mediatiche. Le loro impressionanti storie ed esperienze da sole sono valse il viaggio in Portogallo.

Tuttavia, il Summit è stato relegato al programma pre-conferenza, come una nota a piè di pagina dell’evento principale. E mentre l’organizzazione del Congresso ha raggiunto livelli di equilibrio fra i generi senza precedenti (il 46% degli speaker erano donne), la cerimonia di apertura ha però visto un muro di uomini (abbiamo perso il conto dopo nove) parlare per 90 minuti, prima che il prestigioso premio Golden Pen of Freedom fosse conferito alla giornalista Maria Ressa. Il riconoscimento consegnato a Ressa, Ad e Direttrice di Rappler, è il coronamento della sua battaglia contro le molestie di stato di cui sono vittime le giornaliste filippine. Selezionare Ressa è stata una decisione importante e altamente simbolica, ma prima che lei potesse parlare molti delegati avevano già lasciato la location, contrariati dall’assenza di diversità sul palco. Nei tre giorni seguenti l’evento è andato avanti sbandando fra la promozione della parità di genere con premi e discorsi e una mancanza di rispetto verso le donne nella pratica.

Seni finti e baci forzati
Parlare di diversità non è abbastanza per provocare un reale cambiamento, ma gli scandali a volte sì. Le manifestazioni incontrollate di sessismo e le molestie che si sono susseguite durante la cena di gala della conferenza hanno lasciato scossi così tanti partecipanti all’evento che infine ci sono state delle azioni significative. La serata è cominciata con una battuta del conduttore della serata che ha paragonato le fake news al seno. Gag finale? In entrambi i casi gli uomini preferirebbero quelli finti. Poi è arrivato il  premio per la leadership editroriale conferito a notevoli giornalisti dell’Uganda e della Giordania, un (importante) conquista per le donne nell’informazione.

Alla fine della cena, il capo dell’associazione della stampa portoghese, Joao Palmeiro, ha convinto un gruppo di donne che avevano organizzato la conferenza a raggiungerlo sul palco, prima di chiedere a una di loro di legare delle tovaglie al collo delle altre, dicendo che così facendo avrebbe dato loro le ali: “loro sono i miei angeli e non so se sono pronto a condividerle con voi”, ha detto Palmeiro sul palco. Palmeiro ha continuato poi chiamandosi “Charlie” e dichiarando: “in nome di tutti voi, bacerò Christin!”. La senior Project Manager di Wan-Ifra Christin Herger era una delle dipendenti sul palco. (la scena è ritratta in un imbarazzante video).

Il pubblico ha applaudito e ha trattenuto il fiato. Christin Herger era visibilmente rigida e contraria al bacio forzato di Palmeiros, ma lui era imperterrito: “è timida, per favore, per favore, e spero che voi, donne portoghesi, non siate così timide”, ha detto prima di afferrare Maria Belem e baciare lei, nonostante il suo evidente disagio. Scendendo dal palco, Palmeiro ha ringraziato il gruppo di donne e le ha chiamate la sua “squadra dei sogni”, sottolineando che fossero tutte donne. Ironicamente, un nuovo manuale promosso da Wan-Ifra sulla lotta alle molestie sessuali è stato lanciato proprio durante la conferenza.

Maria Belem, una delle donne su cui Palmeiro si è imposto, ha postato questo messaggio sull’app ufficiale dopo l’evento: “non siamo angeli, e non lavoriamo per Charlie. Siamo professioniste che lavorano per la libertà di stampa e per un ecosistema mediatico sano”.

Quando “mettere in mostra” le molestie sessuali provoca un cambiamento
Ma c’è una buona notizia: nonostante il sessismo (a volte) manifesto e le molestie esplicite durante il World News Congress, gli eventi sembrano aver provocato una reazione a catena che ha rafforzato l’impegno di Wan-Ifra per un cambiamento e ha portato una riflessione necessaria per l’intero settore. Quando i social media hanno rilanciato le denunce del sessismo plateale andato in scena alla conferenza in Portogallo, si è verificato un momento #metoo per il giornalismo. In risposta alle espressioni oltraggiate, Wan-Ifra si è pubblicamente scusata e ha apertamente riflettuto sugli incidenti, pubblicando una dichiarazione di condanna attraverso il World Editors Forum e annunciando un’ulteriore valorizzazione delle donne nella propria commissione.

Il direttore di Wan-Ifra, l’ex vicedirettore del New York Times Michael Golden, è salito sul palco la mattina dopo la cena di gala per affrontare la crisi:

“La scorsa sera quanto è accaduto sul palco quando Joao Palmeiro ha chiamato lo staff è stato inappropriato. Si è imposto sul nostro staff – su Christin Herger, su Maria Belem – in un modo che ha messo loro e molte persone a disagio. Sono qui per dire che questo è inappropriato. Sono qui per scusarmi col nostro staff per quello che è successo ieri sera e per dire che riconosciamo lo straordinario lavoro che ha fatto e che non meritava di essere messo in quella situazione”.

Poi Palmeiro è salito a sua volta sul palco scusandosi “…dal profondo del mio cuore”. Tuattavia, quelle scuse sembravano vane se viste contestualmente all’intervista che ha rilasciato lo stesso giorno al giornalista Yusuf Omar. In quella occasione, Palmeiro ha incolpato la cultura portoghese per il suo comportamento, sostenendo che una simile condotta era “assolutamente ok” e “normale” in Portogallo. Ma questo punto di vista non è stato affatto condiviso dalle donne portoghesi, incluse quelle che erano sul palco: “mi sono sentita umiliata come professionista, come donna e come portoghese, non era un fatto culturale”, ci ha detto una di loro.

In seguito, Wan-Ifra ha anche puntato l’attenzione sulla nomina della editor sudafricana Lisa MacLeod a vicepresidente del suo board (che rappresenta molte delle maggiori testate d’informazione del mondo), la prima donna nei 70 anni di storia dell’organizzazione a ricoprire la posizione. Il giorno prima della cena di gala, due altre donne erano state elette in commissione e quattro sono state promosse alla Commissione Esecutiva. Nonostante tali progressi, Wan-Ifra rimane largamente dominata da uomini, e le donne rappresentano solo il 14% dei membri (la commissione del World Editors Forum ha raggiunto il 35% di rappresentanza femminile). Infatti l’Ad dell’associazioe Vincent Peyregne l’ha riconosciuto dicendo: “abbiamo ancora molti obiettivi da raggiungere nei prossimi mesi”.

#TimesUp per le redazioni, gli editori e gli organizzatori di eventi di tutto il mondo
L’incidente di Lisbona non è però un caso isolato e ha seguito una tendenza sessista profondamente radicata che emargina le donne in tutte le organizzazioni giornalistiche (e nella società). Sebbene molti possano mostrare con orgoglio gli obiettivi di diversità raggiunti sul proprio sito web, oltre all’aggiunta di influenti voci femminili nei contenuti e nei programmi delle conferenze, le donne nei media continuano a essere sottorappresentate in termini di firme, dietro alle scrivanie dei redattori, e nelle commissioni. Sono inoltre pagate sostanzialmente meno delle loro controparti maschili.

Per approfondire: Dove sono le donne nelle testate europee?

Il nostro settore ha una responsabilità nei confronti della parità di genere all’interno e fra i media, perché un più vasto cambiamento sociale dipende ache da questo. E noi, membri della comunità giornalistica internazionale, non siamo pronti a sedere in un altro panel tutto al maschile, supportare organizzazioni che si fregiano ipocritamente di iniziative per la parità dei generi, né restare in silenzio quando le colleghe vengono molestate davanti ai nostri occhi. Abbiamo smesso di assecondare l’ego di uomini influenti avversi al cambiamento nella speranza che la nostra delicatezza possa un giorno portarli ad unirsi a noi nell’arrancare verso la parità di genere nell’industria dell’informazione. I tempi sono ormai maturi.

14 principi della parità di genere per il settore giornalistico
Qui di seguito sono riportati 14 principi e raccomandazioni per la comunità globale dell’informazione, da tenere a mente quando si tratta di rivedere i propri sforzi in materia di parità e, più in generale, di diversità – alcuni dei quali sono stati ispirati dal pionieristico Women In News Summit di Wan-Ifra.

  1. Insistere sulla parità di genere all’interno e fra i mediaGlobalmente le donne rappresentano ben meno del 30% delle posizioni di comando nelle redazioni, rendendo così la narrativa della maggior parte delle pubblicazioni propendente verso una prospettiva maschile. Recenti studi mostrano inoltre che i giornalisti e gli opinionisti dei quotidiani tradizionali sono dominati da uomini che parlano di cosa altri uomini fanno. Questo squilibrio si riflette direttamente anche sui contenuti e nella selezione dei panel degli eventi dell’intero settore. È il 2018 – fate un passo indietro e assicuratevi che voi/la vostra organizzazione non siate contribuendo al problema. La ricetta di Bloomberg News per acquisire la parità di genere è un’utile guida.
  2. Usare la rappresentazione inclusiva basata sui dati nei panel, nella leadership, sui palchi: “Se non puoi contarlo non puoi cambiarlo”: questa osservazione di Joanne Lipman è un importante punto di partenza. La maggior parte delle organizzazioni non crede che la discriminazione sessuale sia un suo problema. Ma prendersi del tempo per mappare e misurare il fenomeno è l’unico modo per esserne certi. Tracciare il genere dei tuoi autori, delle fonti, dei relatori e dei redattori per vedere quanto realmente bilanciati siano il tuo staff e i tuoi contenuti. Anche solo tenere il conto può portare a un cambiamento. Occorre prendere in considerazione la possibilità di condividere queste metriche  in modo da poter essere un punto di riferimento nello spirito della trasparenza che dovrebbe aiutare a costruire fiducia nelle organizzazioni.
  3. Combattere le molestie e affrontarle di petto (on e offline): “Credo fermamente che abbiamo bisogno di un codice generale di condotta per gli uomini per imparare come non trattare le donne nell’ambiente professionale. C’è molto da imparare”, ha detto Mariana Santos, fondatrice di ChicasPoderosas. Certamente le organizzazioni mediatiche hanno bisogno di regolamentazioni dettagliate che affrontino in modo decisivo le molestie, on e offline. Vedi le risorse di Press Forward e leggi la guida in 11 passi di Julie Posetti per la gestione online delle molestie in redazione.
  4. Non ghettizzare le iniziative per la parità dei sessi: Programma/includi contenuti pensati per rafforzare le fonti, le giornaliste e le redattrici donne, nei programmi principali, sul palco, e in prima pagina. Questo è vitale se si vuole prendere la questione sul serio e per assicurarsi che anche i partecipanti maschili siano educati e motivati ad abbracciare il cambiamento e a collaborare per la parità. “Isolare la questione sulle donne è una doppia limitazione – perché crea un ghetto”, dice Catarina Carvalho, Direttrice del Global Media Group del Portogallo.
  5. Organizzatori di conferenze: create opportunità per la partecipazione attiva delle donne. Considerate di sponsorizzare le relatrici e le moderatrici donne (in particolare quelle in basse condizioni socio-economiche) – in genere hanno meno potere economico delle loro controparti maschili. E che ne dite di promuovere l’assistenza all’infanzia per andare in contro alle professioniste con servizi primari per i bambini piccoli? (Vedi anche  i 13 suggerimenti di Hannah Storm per una conferenza più inclusiva).
  6. Insistere perché le organizzazioni partner e i collaboratori con un contratto rispettino i principi della parità di genere. Assicurati che tutti i partner, gli sponsor, i moderatori e i relatori delle conferenze siano consapevoli, abbiano accesso e rispettino il regolamento dell’organizzazione e i codici di condotta in materia di molestie e sessuali e parità per evitare una ripetizione dell’incidente portoghese. Wan-Ifra ha un regolamento in via di sviluppo: potrebbe diventare un modello per il settore?
  7. Sponsor: prendete in considerazione di usare parte dei finanziamenti per rafforzare gli standard di parità dei sessi. Gli sponsor delle conferenze e degli eventi sui media/giornalismo possono mettere a disposizione dei fondi per la parità dei sessi nei contenuti o finanziare direttamente le relatrici e le moderatrici donne. Controllate attentamente i contenuti dopo gli eventi e le pubblicazioni, e considerate la possibilità di negare i finanziamenti se la parità non è stata raggiunta come promesso. Facebook, Google, Twitter, stiamo parlando con voi (e con una serie di fondazioni per lo sviluppo dei media nordeuropei e organizzazioni intergovernative).
  8. Condividi la piattaforma. Se il tuo evento include relatori o panel provenienti da altre organizzazioni o da sponsor, insisti perché nominino una donna/delle donne con esperienza. E se sei un dirigente maschio e ti è stato chiesto di rappresentare la tua organizzazione come relatore, pensa alla possibilità di nominare una donna meno esperta per prendere il tuo posto. L’esperienza cresce attraverso le opportunità.
  9. Attenzione alla cultura della conversazione. La prevalenza di uomini ai panel e agli incontri, l’interruzione delle donne mentre parlano, o lo spiegare alle donne cose che sanno perfettamente (“mansplaining”) sono i modi più comuni in cui le voci femminili vengono messe a tacere negli ambienti di lavoro. Rendere il vostro team sensibile a queste problematiche e misurare i contributi con semplici app può aiutare a creare un ambiente in cui le donne possono prosperare.
  10. Elimina i pregiudizi dai processi di assunzione e selezione. Il cervello umano è fatto per utilizzare i pregiudizi per orientarsi in realtà complesse. Tuttavia, non è fatto per creare procedure di assunzione e selezione dei relatori di conferenze eque. Dobbiamo creare programmi e meccanismi per correggere a mano i pregiudizi. Per un aiuto, guarda le raccomandazioni di Iris Bohnet (Harvard Kennedy School) su come creare un’organizzazione priva di pregiudizi.
  11. Promozione dall’alto. Ottenere un equilibrio non è qualcosa che può nascere dal basso. Senza un appoggio dall’alto, le iniziative di genere nasceranno e si esauriranno rapidamente. Gli uomini che appoggiano la promozione di donne di talento sono la cosa migliore per fornire un esempio per i dirigenti e per creare diversità all’interno della leadership. Adam Grant ha alcuni buoni consigli su come fare se gli uomini nella tua organizzazione sono nervosi riguardo al fare da mentori e sostenere le donne nel mondo post-Weinstein.
  12. Per pagare equamente, negozia in maniera differenziata: Orit Kopel, Ad della Wikipedia foundation e co-fondatrice di WikiTribune, dice che la responsabilità per una paga equa è del datore di lavoro, non degli impiegati. Per pagare equamente le donne, non abusate della loro tendenza a sottovalutare il proprio contributo – date aumenti a chi li merita, piuttosto che a chi li chiede.
  13. Lascia che le donne si tirino indietro e si facciano avanti quando sono pronte. Solo perché una donna rifiuta una promozione per concentrarsi sulla sua famiglia, non significa che non vorrà mai più portare la sua carriera ad alti livelli. Molte donne scelgono di concentrarsi sui propri figli quando sono piccoli. Una volta che raggiungono un certo livello di indipendenza, la capacità dei loro genitori di ‘farsi avanti’ si riprende alla grande. Quindi se un fuoriclasse si rifiuta per una volta, continua a provare.
  14. Applica quanto detto sopra in relazione alla diversità più in generale. Questo include razza, classe sociale ed orientamento sessuale.

Se vuoi aggiungere il tuo nome alla lista di firmatari qui sotto – indipendente dal tuo genere, si può visitare la pagina della campagna #TimesUpNews su Change.org.

Firmato da:

Hannah Storm, Direttrice dell’ International News Safety Institute e consulente freelance sulla parità e i media che lavora con diverse organizzazioni, compreso l’Onu. È editor e co-autrice di ‘No Woman’s Land: On the Frontlines with Female Journalists’ e ha co-scritto ‘Violence and Harassment Against Women in the News Media’ con l’International Women’s Media Foundation. Prima di unirsi all’INSI, ha lavorato come freelance e giornalista assunta per Bbc, Itn, The Times e Reuters.

Julie Posetti è Senior Research Fellow al Reuters Institute for the Study of Journalism alla Oxford University, dove dirige il Journalism Innovation Project. Giornalista premiata e accademica, è autrice di Protecting Journalism Sources in the Digital Age (2017) dell’Unesco e co-editor di “Journalism,‘Fake News’ and Disinformation” (in uscita). Ex Research Fellow ed editor a Wan-Ifra/World Editors Forum, è stata anche reporter e editor con Abc e ha guidato Digital Editorial Capability a Fairfax Media in Australia.

Zuzanna Ziomecka è caporedattrice di Newsmavens, un collettivo collaborativo pan-europeo e magazine di attualità creato esclusivamente da professioniste dell’informazione. Il progetto è finanziato dalla Google Digital News Initiative e da Gazeta Wyborcza in Polonia e punta a rispondere alla domanda: cosa accrebbe se fossero solo le donne a selezionare le notizie?

Joyce Barnathan è presidente dell’International Center for Journalists (ICFJ), una non-profit dedicata alla promozione del giornalismo di qualità in tutto il mondo. Aiuta a sviluppare una vasta gamma di programmi ad alto impatto nel campo del giornalismo di qualità e della tecnologia. Precedentemente ha lavorato come redattrice esecutiva di Business Week ed editor regionale per l’Asia a Hong Kong. Ha anche lavorato per Newsweek a Mosca, Washington e New York.

Catarina Carvalho è redattrice esecutiva di Diário de Notícias – il più longevo giornale portoghese.

Ritu Kapur è Ad e co-foundatrice di Quintillion Media (che pubblica The Quint) in India. È membro della commissione di World Editors Forum ed è nel comitato consultivo del Reuters Institute for the Study of Journalism (RISJ).

Orit Kopel è la co-fondatrice di WikiTribune, una piattaforma di notizie Wiki-based. Con un passato da  avvocato qualificato per i diritti umani, Kopel è Ad della Jimmy Wales Foundation for Freedom of Expression, che lotta per i blogger e gli utenti dei social media perseguiti per aver espresso le proprie opinioni online.

Yusuf Omar è un giornalista premiato e co-fondatore di Hashtag Our Stories, che rafforza le comunità di video storytelling in tutto il mondo. Ha lavorato alla Cnn e come Mobile Editor all’Hindustan Times, dove ha formato 750 giornalisti nell’uso degli smartphone per raccontare una storia.

Raju Narisetti è un manager di ambito mediatico che ha lavorato come Ceo di Gizmodo Media Group, Senior Vice-President (Strategy) di News Corporation, e Managing Editor del Wall Street Journal e del Washington Post.

Mariana Santos è fondatrice di ChicasPoderosas, un’organizzazione non-profit che cerca di rafforzare le giornaliste digitali e le donne nella leadership, cambiando il volto dei media una donna alla volta. È stata Knight Fellow di ICFJ E fellow di JSK a Stanford e ha aiutato a creare il primo team interattivo del Guardian.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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Come ricostruire la fiducia nei media tedeschi https://it.ejo.ch/etica/germania-fiducia-media https://it.ejo.ch/etica/germania-fiducia-media#respond Mon, 18 Jun 2018 13:44:35 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18487 La crisi dei rifugiati del 2015 in Germania ha scosso le fondamenta della fiducia nei media tedeschi. Secondo uno studio di Infratest dimap commissionato dal settimanale Die Zeit, il 60% dei tedeschi ha affermato di avere poca o nessuna fiducia nelle notizie politiche pubblicate dai media del suo Paese. Inoltre, il 39% dei tedeschi ha …

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La crisi dei rifugiati del 2015 in Germania ha scosso le fondamenta della fiducia nei media tedeschi. Secondo uno studio di Infratest dimap commissionato dal settimanale Die Zeit, il 60% dei tedeschi ha affermato di avere poca o nessuna fiducia nelle notizie politiche pubblicate dai media del suo Paese. Inoltre, il 39% dei tedeschi ha fatto sapere, questa volta in un sondaggio dell’istituto di opinione Allensbach, di credere che i media manipolino deliberatamente la realtà al fine di nascondere i fatti.

Al culmine della crisi migratoria, i simpatizzanti e i rappresentanti del partito nazionalista di destra Alternative für Deutschland (AfD), che si definivano come “Wutbürger” (cittadini furiosi, ndr), hanno insultato i media tradizionali definendoli “Regierungshörige Lügenpresse” (“stampa bugiarda serva del governo”, ndr) e “System-Medien” (“media del sistema”, ndr), ovvero definendoli come un cartello d’opinione venduto e politically correct. La diminuzione della fiducia nei confronti dei media tedeschi, però, è iniziata prima di questi eventi.

Per quanto riguarda la Germania, la crisi della fiducia nei confronti del giornalismo non ha un chiaro punto di partenza e i tedeschi più borghesi e conservatori si sono a lungo lamentati per la mancanza di diversità di opinioni e del troppo paternalismo dei giornalisti in un panorama mediatico che percepivano come prevalentemente di sinistra e liberale. Tuttavia è stato l’arrivo dei profughi siriani, afgani e iracheni nel 2015 a rivelare, come ha scritto la giornalista di Der Spiegel Isabell Hülsen, ciò che stava ribollendo sotto la superficie da molto tempo: l’impressione che i giornalisti non stessero più riportando le notizie in modo neutrale, ma che volessero educare i lettori e testare cosa potesse essere detto in Germania.

La crisi del giornalismo tedesco
Questo disagio nei confronti dei media, come ha scritto anche il giornalista di Die Zeit Götz Hamann già nel giugno del 2015, è stato fomentato anche dai giornalisti che, dopo lo schianto del volo Germanwings in Francia nel 2015, hanno invaso la città natale del pilota suicida Andreas Lubitz come avvoltoi. Allo stesso modo, anche quei giornalisti della Germania occidentale che, più o meno nello stesso periodo, cercavano di spiegare la crescita di AfD biasimando la popolazione dell’Est del Paese sono stati altrettanto controproducenti. I cambiamenti strutturali nel settore hanno contribuito a loro volta a generare questa situazione. I tagli ai posti di lavoro fra i giornali e gli editori negli ultimi anni hanno causato anche un calo nella varietà degli argomenti trattati e hanno danneggiato al qualità della copertura mediatica, mentre le scarse prospettive di carriera, le condizioni di lavoro precarie con salari bassi e il calo della reputazione dei media tradizionali preso i giovani hanno invece reso la carriera giornalistica poco attraente per molte persone.

I risultati sono stati catastrofici e le conseguenze si avvertono chiaramente solo ora in Germania. Se meno giornalisti vengono impiegati e diventa difficile trovare nuove risorse, i reporter locali, in particolare, spariscono dalle vite di molti. Nella campagna tedesca, molti lettori avvertono sempre più forte il distacco tra la propria vita quotidiana e le questioni ritenute importanti dai giornalisti nelle redazioni di Berlino. I media tedeschi sono, o almeno sembrano, in crisi.

Che fare?
La credibilità nel giornalismo e nei media nasce localmente e dove si incontrano persone di cui fidarsi, persone che non nuotano nel fiume di opinioni, ma che al contrario si creano la propria idea di quello che succede in una città, in un quartiere e oltre. Chi ha una posizione, ma non dà un’opinione. I giornalisti locali, in particolare, sono il cuore pulsante e anche il pacemaker della democrazia: solo se queste figure sono presenti in loco come reporter e prestano l’orecchio alle tematiche e alle preoccupazioni delle persone, mentre allo stesso tempo mantengono una distanza professionale da coloro di cui parlano, la fiducia nei media può tornare nuovamente a crescere.

Essere in contatto con ciò che accade fuori della redazione, però, non basta e gli errori commessi nella copertura mediatica non dovrebbero essere celati, ma al contrario discussi apertamente. I giornalisti dovrebbero cercare di riportare una pluralità di opinioni, ora più che mai. Allo stesso tempo, i lettori, gli spettatori e gli ascoltatori devono potersi ritrovare nelle tematiche discusse dai media. Infine gli editori e le emittenti devono fare uno sforzo per spiegare i meccanismi del giornalismo perché le persone hanno bisogno di capire come funzionano i media cui si affidano. Solo così potranno di nuovo fidarsi a pieno dei media.

Almeno in Germania i recenti avvenimenti e quella che io chiamerei lo shock della “stampa bugiarda” hanno avuto un effetto benefico sulla professione. “La nostra esigenza di moralizzare è diminuita, mentre l’umiltà è cresciuta”, ha affermato Isabell Hülsen di Der Spiegel agli inizi del 2018, una frase che spiega il risveglio collettivo sperimentato dal giornalismo tedesco. E i tedeschi, forse destabilizzati dalla vittoria di Donald Trump, hanno di nuovo cominciato a cercare una guida nei media. Secondo uno studio dell’Institute for Journalism dell’Università di Magonza, infatti, alla fine del 2017, solo il 17% della popolazione diceva di non fidarsi del giornalismo. Il compito di portare avanti la fiducia e la trasparenza nei media ricade per lo più ora sulle nuove generazioni e per questa ragione è fondamentale che in futuro ci siano ancora giovani a scegliere di diventare giornalisti. Persone che, attraverso il loro lavoro, vogliano diventare difensori appassionati della democrazia e della nostra società aperta.

Mai come ora i giornalisti digitali e di mentalità aperta hanno così tante opportunità di metter in pratica le proprie convinzioni e le proprie capacità: nella ricerca, attraverso il “mobile reporting” con gli smartphone, o unendosi ai consorzi globali di giornalismo investigativo. Queste persone, però, hanno ancora bisogno di sostegno e di editori, emittenti e scuole di giornalismo che li aiutino ad assicurarsi un futuro nell’informazione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo. Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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Essere un corrispondente di guerra in Yemen https://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/yemen-giornalismo-guerra https://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/yemen-giornalismo-guerra#respond Fri, 08 Jun 2018 07:57:55 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18468 La situazione mediatica in Yemen può essere spiegata con una sola parola: caos. Nel 2011, la Primavera araba è cominciata con una protesta di massa a Sana’a, la capitale dello Yemen, e si è rapidamente diffusa in tutta la regione. Di fronte alla situazione politica instabile che si è verificata da quel momento, le vite dei …

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Photo: Ali Alsonidar and Mohammed Al-Eez

La situazione mediatica in Yemen può essere spiegata con una sola parola: caos. Nel 2011, la Primavera araba è cominciata con una protesta di massa a Sana’a, la capitale dello Yemen, e si è rapidamente diffusa in tutta la regione. Di fronte alla situazione politica instabile che si è verificata da quel momento, le vite dei giornalisti sono diventate sempre più difficili e molti cittadini devono lottare con governi che non rispettano la democrazia e i diritti umani nemmeno ai livelli più minimi, come per quanto riguarda il diritto dei cittadini a vivere in sicurezza o ad avere opinioni diverse.

In un Paese come lo Yemen, dove i diritti umani fondamentali vengono spesso violati, i giornalisti, e in particolare i corrispondenti di guerra, mettono costantemente a rischio le loro vite: raccolgono informazioni dal fronte dei conflitti e sono perennemente sotto pressione e spesso non possono svolgere adeguatamente il loro lavoro a causa della molteplicità degli attori politici che cercano di controllare le loro attività. Infine alcuni media, schierati con una delle parti coinvolte nel conflitto, impongono restrizioni a ciò che i corrispondenti possono pubblicare.

Molti giornalisti si sono però rifiutati di rinunciare al proprio lavoro, che percepiscono ancora come un dovere nei confronti della società, anche in mezzo al crescente numero di attacchi e restrizioni contro di loro. I corrispondenti nordafricani e mediorientali che si assumono tale rischio, ad esempio, affrontano diversi ostacoli come pressioni e limitazioni esercitate dalle parti coinvolte nel conflitto. Queste tendono a influenzare e controllare il lavoro dei giornalisti sul campo con diversi gradi di sofisticazione. I giornalisti e i corrispondenti sono anche diventati l’obiettivo degli attacchi delle fazioni del conflitto, e si trovano spesso a dover affrontare coercizioni semplicemente per aver fatto il loro lavoro, come essere esclusi dall’accesso a diverse zone del Paese. Per esempio, i giornalisti che supportano la rivoluzione e che rifiutano il potere dei ribelli Houthi non hanno il permesso di essere presenti in territori da loro controllati nello Yemen del Nord; mentre i giornalisti che al contraro sostengono i ribelli Houthi non possono lavorare in altre aree e città come Taiz o Aden.

Molti giornalisti hanno anche dovuto lasciare il Paese, mentre altri sono stati uccisi, come è accaduto al corrispondente di Al Masdar Jamal Al-Sharaabi mentre copriva le manifestazioni antigovernative del 2011. Un altro giornalista, Mohammed Al-Absi, è stato invece ucciso perché stava conducendo un inchiesta in cui provava a dimostrare la gravità della corruzione nel Paese; altri 41 giornalisti sono attualmente tenuti in ostaggio (dati di dicembre 2017).

“Le scene di morte non possono essere dimenticate, e il loro effetto non si manifesta immediatamente, ma nel corso di anni.”

Tutti i corrispondenti che ho intervistato* hanno dovuto affrontare conseguenze psicologiche derivanti dal loro lavoro sulla guerra in atto in Yemen. In minor misura, hanno anche subito pressioni fisiche (minacce di morte) e tecniche (problemi con la trasmissione di informazioni in tempo reale). Come alcuni corrispondenti di aziende mediatiche internazionali mi hanno detto che “certe scene di morte non possono essere dimenticate e il loro effetto non si manifesta immediatamente, ma nel corso di anni”. Molti dei corrispondenti intervistati hanno poi detto di dipendere in gran parte da fonti ufficiali, istituzioni militari, rappresentanti delle autorità, testimoni, piattaforme mediatiche e da Internet. Anche le informazioni ottenute in via ufficiosa giocano un ruolo importante e molti giornalisti hanno anche ammesso di aver commesso errori nella loro copertura perché avevano ricevuto informazioni scorrette dalle loro fonti.

“Ciascuna delle parti coinvolte in un conflitto prova a portare i corrispondenti dalla propria parte. Dopotutto non può esserci consenso o accordo sul campo di battaglia, poiché i fatti in queste aree di conflitto influenzano una delle due parti, e il giornalista non può restare indifferente”, mi ha spiegato uno dei giornalisti intervistati, “questo però non vuol dire assumere un atteggiamento ostile contro una delle parti, ma attenersi alla verità, che invece non non è a favore di nessuna delle due”.

Un corrispondente infelice nello Yemen felice
In tempi passati, lo Yemen era conosciuto come “Arabia Felix”, che in latino vuol dire felice o fortunata. Ora, però, il Paese rientra nella lista di quelli meno felici al mondo, stando all’ultimo UN World Happiness Report. La classifica si basa su aspetti come prodotto interno lordo pro-capite, assistenza sociale, aspettativa di vita, livello di corruzione e libertà sociale.

Photo: Ali Alsonidar and Mohammed Al-Eez

L’infelicità dello Yemen si spiega con la critica situazione socio-politica del Paese. Lo Yemen è uno dei Paesi più poveri del mondo e numerose guerre e conflitti vi hanno avuto luogo negli ultimi anni. Il Paese è anche al centro di una serie di conflitti che minacciano la sua stabilità: la guerra con gli insorti Al-Houthi dal 2004, il movimento separatista nel Sud, l’esistenza di membri di Al-Qaeda in alcune città, i cambiamenti imposti dalla rivoluzione del 2011, operazioni militari su larga scala lanciate dall’Arabia Saudita e i suoi alleati e, più recentemente, gli attacchi terroristici in varie parti della nazione ad opera di alcune cellule fedeli all’Isis.

“Sono stato rapito, e il rapimento riflette il valore del giornalista”

Tutti i giornalisti con cui ho parlato hanno detto di aver affrontato rischi fisici (attacchi, imboscate, missili, macchine trappola e rapimenti) e rischi più generici come mancanza di giubbotti antiproiettile, pagamenti in denaro in cambio di sicurezza personale e attaccamento all’esercito. Ciò che sperimentano può essere estremo: “Sono stato rapito”, ha spiegato uno dei corrispondenti, “e il rapimento riflette il valore del giornalista e il fatto che ad alcune parti coinvolte nel conflitto non vada a genio la sua esistenza, quindi provano a sopprimere la sua voce o a fermarlo con la paura. Si tratta sempre un conflitto fra un potere, che sia un gruppo di militanti o uno schieramento armato, e un giornalista”.

“A causa del sentimento di patriottismo, molti corrispondenti non sono oggettivi o praticano autocensura”

Alcuni dei miei intervistati hanno testimoniato che la loro copertura ha risentito del controllo esercitato dall’autorità militare sul territorio in cui lavoravano. Un corrispondente di un media locale, ad esempio, mi ha detto: “ho subito molte pressioni dai ribelli Houthi, sono stato arrestato e sono stato bandito dai territori sotto il loro controllo. Riguardo alle altre parti, non ho sperimentato alcuna pressione, forse perché le sostengo”.

La protezione dei corrispondenti sul fronte non è garantita. Un ex corrispondente, nel frattempo andato in pensione, ha detto: “non c’è protezione, nessuna garanzia, ma al massimo un tentativo di avventura calcolata, ovvero cercare di ottenere le migliori garanzie, ma sapendo che il pericolo è in agguato a ogni passo”.

Photo: Ali Alsonidar and Mohammed Al-Eez

Nei teatri di guerra non esiste etica
Le differenti fazioni coinvolte nel conflitto in Yemen cercano costantemente di influenzare i corrispondenti perché si esprimano in loro favore e la situazione geopolitica in cui opera un giornalista può avere una grande influenza sui rischi che lui/lei corre (o deve correre) per poter fare il proprio lavoro. Le conseguenze psicologiche derivanti dall’essere stati in prima linea in scenari di guerra possono restare per molto tempo, addirittura per tutta la vita. Allo stesso tempo, i sentimenti patriottici potrebbero portare i corrispondenti ad abbandonare la propria oggettività o a praticare l’autocensura.

“È molto difficile restare neutrali. A volte non riuscivo a trattenermi e piangevo perché soffrivo psicologicamente, ed era molto difficile parlare di neutralità quando ci occupavamo delle sofferenze delle persone”, ha detto un corrispondente internazionale a questo proposito: “un corrispondente non ha la capacità di riunire il punto di vista di entrambe le parti e rischia di parteggiare per una delle due influenzato dal luogo in cui si trova”.

Essere un corrispondente in zone di conflitto comporta molte limitazioni e pressioni. L’interesse per un lavoro creativo, per la vita avventurosa, i rischi nel cercare la verità e la ricerca di prestigio professionale sono solo alcune delle ragioni che spingono i corrispondenti a portare avanti il loro lavoro.

Ma il lavoro del corrispondente di guerra è pieno di rischi, e la possibilità che il giornalista perda la vita è sempre presente. Ecco perché un corrispondente di guerra deve essere mentalmente preparato ad ogni possibilità, perché nelle zone di conflitto le regole etiche e umane non sono tenute in considerazione, anche per le persone neutrali, come i giornalisti.

* La ricerca per questo articolo è stata condotta intervistando otto corrispondenti che rappresentavano nove diverse istituzioni mediatiche. I principali criteri per la selezione delle fonti sono stati la loro credibilità e, implicitamente, la fiducia nella loro capacità di fornire informazioni accurate. Cinque degli intervistati erano yemeniti, uno iracheno, uno egiziano e uno libico. Tutti loro lavoravano solo in lingua araba, a parte il corrispondente iracheno, che lavorava anche in inglese per la sua pubblicazione. La maggior parte erano giornalisti assunti.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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La storia del giornalismo investigativo in Africa https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-investigativo-africa https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-investigativo-africa#respond Tue, 29 May 2018 13:50:00 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18448 Molti ritengono che il giornalismo investigativo sia nato in Occidente, ma questa visione trascura la ricca tradizione africana, sostiene Anya Schiffrin, autrice del libro African Muckracking – 75 Years of Investigative Journalism in Africa. “I giornalisti africani sono ben consapevoli del potere del loro mestiere. Quando i funzionari provano a pagarli con borse marroni imbottite, …

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Molti ritengono che il giornalismo investigativo sia nato in Occidente, ma questa visione trascura la ricca tradizione africana, sostiene Anya Schiffrin, autrice del libro African Muckracking – 75 Years of Investigative Journalism in Africa. “I giornalisti africani sono ben consapevoli del potere del loro mestiere. Quando i funzionari provano a pagarli con borse marroni imbottite, quando la polizia li ostacola o quando i teppisti li intimidiscono, tutte queste cose accadono perché i media hanno ancora la capacità di distruggere lo status quo e opporsi agli interessi personali”. Con queste parole la Direttrice del technology, media and communications program della Columbia University di New York, riassume il ruolo cruciale svolto dal giornalismo investigativo nella società africana moderna.

Dopo il successo del suo libro precedente, Global Muckracking, che ha esplorato gli ultimi 100 anni di giornalismo investigativo in tutto il mondo, Schiffrin pubblica ora la prima raccolta di testi di giornalismo investigativo scritti da reporter africani. African Muckracking documenta così, tramite una selezione di inchieste giornalistiche, la storia dell’Africa moderna, mettendo in luce lo sfruttamento, la brutalità della polizia, i diritti delle donne, la lotta per la democrazia e l’indipendenza, oltre che la questione delle attività minerarie e dei diritti umani.

Il libro include pezzi di alcune grandi firme e di giornalisti africani le cui storie hanno avuto un impatto significativo nei rispettivi Paesi di appartenenza: tra questi figurano il giornalista mozambicano ucciso nel 2000 Carlos Cardoso e lo scrittore angolano Rafael Marques, che hanno indagato su corruzione e violenza politica, o il reporter investigativo di Drum Henry Nxumalo, che andò sotto copertura in Sud Africa per documentare le condizioni di lavoro nella nota coltivazione di patate di Bethal. Schiffrin ci ha parlato della genesi del libro, della situazione attuale dei muckracker e di come poter sostenere i reporter africani nel loro lavoro.

Perché ha deciso di esplorare proprio il giornalismo investigativo in Africa? C’era una carenza di studi sull’argomento?
“Dopo la pubblicazione di Global Muckracking, alcune persone hanno iniziato a lavorare su differenti versioni del testo. Per esempio, uno dei nostri collaboratori in Nuova Zelanda ha realizzato una versione neozelandese del mio libro. In seguito, Anton Harber della Wits University in Sud Africa ha suggerito di lavorare anche a un testo specifico sul muckracking africano, ma a causa di un cambio di lavoro non ha potuto proseguire con il progetto, ma io ho ritenuto che fosse un’ottima idea. Non c’è grande conoscenza attorno alle storie prodotte dai giornalisti africani perché tendiamo a occidentalizzare gli studi sui media e il giornalismo. La principale ragione dietro al mio entusiasmo per la pubblicazione di questo libro è la speranza di poter colmare un vuoto, dato che nessuno ha mai scritto prima su questo tema e non esistono raccolte di questo tipo. Spero che sarà usato dai giovani giornalisti africani e dalle università dell’Africa e del mondo”.

Nel suo libro afferma di aver tentato di rompere il luogo comune iper-occidentale secondo il quale il buon giornalismo investigativo non abbia avuto origini in Africa. Come è nata questa credenza?
“In Occidente e ovunque nel mondo, si crede che il giornalismo investigativo abbia avuto inizio in Occidente e che i primi muckraker fossero americani. Il libro prova a mostrare invece come anche i giornalisti in altri Paesi e continenti se ne siano occupati egregiamente. In termini di qualità, credo che le persone si fidino soprattutto del giornalismo realizzato nel proprio Paese. Noi abbiamo anche grandi brand globali come Cnn, Bbc o il New York Times sui quali le persone fanno affidamento per avere informazioni internazionali. Anche se il mondo è globalizzato, molti aspetti del giornalismo non lo sono e le persone si affidano ancora ai reporter locali, ad esempio. Assumere giornalisti africani è l’unico modo di rappresentare gli Africani nel giornalismo”.

Come sono stati raccolte e classificate le 41 inchieste incluse nel libro?
“Ho utilizzato differenti metodologie per la selezione e avevo criteri diversi in mente. Volevo includere storie prodotte da africani e miravo a ottenere una certa diversità per rappresentare quanti più Paesi possibili. Volevo anche che le storie fossero interessanti per un pubblico esterno ed era mia intenzione assicurarmi di includere gli scrittori africani più importanti. Tuttavia abbiamo incontrato alcune difficoltà poiché gli archivi in Africa non sono in buone condizioni ed è frequente sentirsi rispondere che una biblioteca può restare chiusa per più di un anno. Un ricercatore a New York con cui ho collaborato è andato nelle biblioteche per cercare alcuni articoli e libri e così abbiamo applicato anche del lavoro di laboratorio”.

Sembra un’impresa molto ardua.
“È stato molto duro lavorare a questo libro e mi ci sono voluti due anni. Ho continuato a cercare di contattare diverse persone e ho mandato email a circa 200 o 300 contatti per chiedere loro di contribuire al libro, ma molte di loro non hanno risposto. Altri hanno invece detto di non riuscire a ricordare vecchie storie o a nominare le più importanti. Quindi ho contattato anche molti storici che avevano lavorato con alcuni dei documenti che mi interessavano per le loro ricerche e questo metodo ha funzionato bene. Ho anche dovuto modificare un po’ gli standard, ampliando la definizione di giornalismo africano e sono riuscita a coinvolgere più persone. Tuttavia, alcuni miei contatti continuavano a ripetere che le migliori storie sul proprio Paese erano state scritte da un giornalista britannico o americano, ma io non volevo questo e ho quindi continuato a insistitere nel cercare le storie più importanti scritte da firme africane”.

Secondo lei, quali sono le principali barriere che i giornalisti investigativi affrontano al giorno d’oggi? Cosa impedisce alle loro storie di raggiungere un pubblico più vasto?
“Le ragioni per cui così pochi giornalisti africani fanno giornalismo investigativo sono mancanza di formazione, di finanziamenti, di un modello di business, insieme alle pressioni da parte dei governi, dell’economia, degli editori e l’autocensura. Queste storie non si diffondono perché molti media occidentali e del nord del mondo, in genere, fanno riferimento ai propri corrispondenti, e non c’è molta copertura sull’Africa“.

Nel capitolo introduttivo del suo libro, lei ha sottolineato il ruolo dei gruppi per i diritti umani nel sostenere i muckraker africani quando si trovano a essere perseguitati. Puoi dirci di più riguardo a questo e farci qualche esempio?
“A causa della difficoltà del modello di business del giornalismo assistiamo sempre più spesso a casi di reporting finanziato da fondazioni e organizzazioni no profit. Per esempio al giorno d’oggi c’è molto giornalismo ambientalista, o realizzato da organizzazioni come Human Rights Watch. È un’area decisamente in crescita. Il libro mostra come nella storia ci siano sempre stati legami fra le Ong e le redazioni. Alcuni esempi sono il giornalismo sulla schiavitù e il contrabbando in Congo, o il lavoro di Henry David, il reporter britannico che è stato finanziato dalle Ong per scrivere di diritti umani. Matthew Powers dell’Università di Washington, ad esempio, ha scritto molto sul ruolo delle organizzazioni per i diritti umani nel sostenere il giornalismo africano”.

Passiamo alla lotta per la democrazia nei Paesi africani. Come combinano i giornalisti investigativi l’attivismo con i valori dell’equilibrio e della correttezza nel loro reporting?
“Molti giornalisti africani sono a proprio agio nel loro ruolo di attivisti e mirano a rendere la propria società migliore e scrivere di questioni di sanità o corruzione li aiuta a raggiungere questo obiettivo. Si possono anche trovare fondazioni che credono che il giornalismo dovrebbe cambiare il mondo e queste finanziano il giornalismo che lotta per renderlo un posto migliore. Storicamente abbiamo anche assistito a molti casi di giornalisti africani che si sono assunti enormi rischi esponendosi alla brutalità della polizia o dei militari. La cosa degna di nota del libro è che mostra come molti di loro siano stati uccisi o imprigionati in questa battaglia e di come siano stati coraggiosi nel fare il loro lavoro”.

Tuttavia la situazione era differente nel caso del giornalismo sull’estrazione mineraria. Come racconta il suo libro, le storie sui funzionari del governo e le inaugurazioni delle aziende hanno dominato l’agenda e i giornalisti sono stati accompagnati in viaggi formali per vedere solo la versione ufficiale per molti anni. Le voci delle persone toccate dalle operazioni di estrazione non sono invece state incluse. In questo senso è migliorato il giornalismo investigativo?
“Molte cose sono cambiate. Per molti anni ho fatto parte del Natural Resources Governance Institute e ho aiutato a pianificare programmi di formazione in giro per l’Africa. Il loro lavoro è stato incredibile: hanno lavorato con molti giornalisti africani per aiutarli a scrivere su petrolio, estrazione e industria del gas, e la formazione ha davvero dato i suoi frutti. Un altro fattore è l’apporto dato dai social media e dalle tecnologie visive che permettono ai reporter di trovare e raggiungere nuove fonti e a diffondere le proprie storie in modo capillare. Anche i grandi progetti, come i Panama Papers, sono stati positivi, poiché hanno aiutato a i giornalisti africani a lavorare su storie vere. A dire il vero è una sfida ancora aperta. In Nigeria, per esempio, ci sono molti giornalisti che scrivono di corruzione, ma la corruzione continua a esistere. Informare il pubblico non è tutto, ma è una parte importante della risposta nell’affrontare questo tipo di questioni”.

Dal suo punto di vista, quali sono le inchieste più importanti tra quelle incluse nel libro?
“Uno dei pezzi più incredibili riguarda la giornalista ugandese Sheila Kawamara, il cui marito era nell’esercito. Quando ha visto il genocidio in Ruanda, Kawamara è tornata a casa e ha detto al suo editore che molti giornali africani non avevano abbastanza soldi per permettersi dei corrispondenti e lo ha convinto a farla tornare in Ruanda per essere una voce africana sul territorio. Un’altra storia interessante è invece quella del cameraman e fotogiornalista africano Mohamed Amin, che ha lavorato molto sulla carestia in Etiopia e le sue storie hanno raggiunto un’audience globale. Per il libro abbiamo intervistato suo figlio Salim Amin, che ha scritto un pezzo sul lavoro di suo padre in Etiopia”.

Avete in programma altre iniziative per promuovere il giornalismo investigativo in Africa?
“Sono stata in Tanzania e Kenya questo mese, poiché la situazione del giornalismo è abbastanza complicata in questi due Paesi. Spero che essere stata lì e aver parlato del muckraking africano possa ricordare a governi, aziende e anche alle persone comuni il valore del buon giornalismo. Voglio usare il libro per ricordare alle persone quanto sia importante il giornalismo investigativo e quanti giornalisti siano sotto attacco in tutto il mondo”.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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Fare giornalismo con i whistleblower: alcune linee guida https://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/whistleblowing-giornalismo-linee-guida https://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/whistleblowing-giornalismo-linee-guida#respond Tue, 22 May 2018 09:39:30 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18432 Dal “Watergate” ai “Panama Papers”, il giornalismo investigativo che si basa sulle fonti confidenziali e i whistleblower si è dimostrato essenziale a livello internazionale per il mantenimento della democrazia e della società aperta. Uno dei principi etici fondamentali della professione giornalistica è “prima di tutto proteggere le fonti” e questo principio è onorato nei codici …

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Dal “Watergate” ai “Panama Papers”, il giornalismo investigativo che si basa sulle fonti confidenziali e i whistleblower si è dimostrato essenziale a livello internazionale per il mantenimento della democrazia e della società aperta. Uno dei principi etici fondamentali della professione giornalistica è “prima di tutto proteggere le fonti” e questo principio è onorato nei codici professionali e diverse leggi sostengono questo principio etico da diversi decenni. Nell’era analogica, questi contesti normativi hanno permesso ai giornalisti di presentarsi in tribunale – a volte rischiando il carcere – e rifiutarsi di rivelare le proprie fonti pur di difendere il loro giornalismo.

Ma le minacce dell’era digitale come “l’effetto Trump”, lo strapotere della sicurezza nazionale, il sempre più vasto intreccio tessuto dalla sorveglianza di massa e mirata, oltre ai tentativi da parte dei governi di minare la crittografia hanno generato numerosi nuovi rischi per i giornalisti e i difensori dei diritti umani che lavorano con i whistleblower e altre fonti confidenziali. Il giornalista investigativo premio  Pulitzer James Risen conosce bene le conseguenze di questi problemi: “sta evidentemente diventando più pericoloso fare del buon giornalismo investigativo oggi, ovunque nel mondo”, ha detto Risen parlando in occasione del lancio di un nuovo progetto di azione e ricerca – di cui sono responsabile – pensato per preparare meglio i reporter a rapportarsi in maniera etica e responsabile con i whistleblower nell’era post-Snowden.

È tempo di riconsiderare l’etica della protezione delle fonti nell’era digitale
L’emergere di queste nuove minacce è stato mappato nello studio globale che ho condotto per l’Unesco lo scorso anno, “Protecting Journalism Sources in the Digital Age”, pubblicato in occasione del World Press Freedom Day. Le raccomandazioni estratte da quello studio includevano un appello ai giornalisti e le organizzazioni mediatiche per:

“Considerare di fornire consigli tecnici e formazione alle fonti per garantire comunicazioni sicure, con l’assistenza di Ong e organizzazioni rappresentative”.


E alle organizzazioni della società civile per:

“Investire e collaborare con gli editori e accademici per condurre ricerche e sviluppare nuovi strumenti che garantiscano comunicazioni digitali sicure fra i giornalisti e le loro fonti”.

Un anno dopo il lancio del report, è stata fondata la Ong Blueprint For Free Speech, con il sostegno di Open Society Foundations, al fine di lavorare al varo un set di principi, best practice e linee guida per i giornalisti che collaborano con i whistleblower in tutto il mondo. Sto portando avanti il progetto insieme alla ricercatrice Suelette Dreyfus e ai nostri partner, i quali includono il Reuters Institute for the Study of Journalism (Risj), l’International Center For Journalists (ICFJ), e il World Editors Forum della World Association of News Publishers (WAN-IFRA).

Il progetto punta a coinvolgere giornalisti e gli editori di tutto il mondo attraverso un sondaggio lanciato da poco, interviste e tavole rotonde per assicurare lo sviluppo collaborativo di un set universalmente utile di linee guida e principi. Questi saranno pubblicati online e su carta entro quest’anno col titolo di “Working With Whistleblowers: A Handbook for Journalists”.

Come sono le linee guida per lavorare con i whistleblower nel XXI secolo?
Abbiamo lanciato l’iniziativa “Working With Whistleblowers” al Festival internazionale di giornalismo di Perugia il mese scorso con una consultazione pubblica e un tavolo di ricerca su invito che ha coinvolto alcuni giornalisti investigativi di alto profilo, insieme ai leader delle organizzazioni che li supportano.

Il lancio del progetto “Working With Whistleblowers” a Perugia. Da sinistra verso destra: Julie Posetti (RISJ), Philip Di Salvo (Universita della Svizzera/EJO), Joseph Cox (Motherboard) – © Ireneo Alessi

James Risen – ex corrispondente sulla sicurezza nazionale del New York Times ora a The Intercept – è un giornalista che ha rischiato il carcere per aver combattuto per proteggere le sue fonti. Risen ha lanciato la nostra consultazione a Perugia, accogliendo il progetto e i suoi obiettivi. In quella sede, il giornalista americano ha anche sottolineato la necessità di trattare i whistleblower con rispetto e dignità, e l’importanza di continuare di rafforzare le competenze in fatto di difesa digitale fra i giornalisti e le fonti. Risen, però, ha anche puntato l’attenzione sulla necessità di tornare ad abbracciare alcuni fondamenti tipici dell’era analogica: “la capacità dei governi di tracciare i reporter e le loro fonti è per lo più cibernetica. Quindi la capacità di incontrare le fonti di persona e uscire dalla rete, e di parlare realmente con le persone faccia a faccia, è sempre più fondamentale per continuare ad aiutarle ed è il primo passo da compiere per proteggere le fonti” ha detto Risen a questo proposito.

Le problematiche presentate dagli altri partecipanti alle consultazioni di Perugia – fra i quali giornalisti e redattori di New York TimesThe GuardianEl MundoRapplerLe Soir e ProPublica – spaziavano dalla necessità di sviluppare competenze scalabili di crittografia, alla nuova minaccia rappresentata dagli hacker che deliberatamente cercano di inquinare le piattaforme di whistleblowing con materiali di disinformazione, agli interrogativi circa la sostenibilità dell’impegno etico a proteggere le fonti nell’era digitale.

Da sinistra verso destra: Prof Bruce Shapiro (Dart Center, GIJN), Joyce Barnathan (ICFJ), Rosa Meneses (El Mundo), Joel Konopo (INK), James Risen (The Intercept), Jeff Larson (Pro Publica), Julie Posetti (Reuters Institute for the Study of Journalism/Blueprint for Free Speech).

20 principi e linee guida di base per lavorare con i whistleblower
A oggi abbiamo raccolto 20 principi e linee guida di base che abbiamo in progetto di completare con note esplicative, studi di caso e risorse pratiche. Ma prima abbiamo bisogno dell’aiuto di una vasta gamma di giornalisti, organizzazioni di news, organismi settoriali ed esperti per distillarli, rifinirli e adattarli. Che ne pensate? Eccoli:

  1. Primo, proteggere le fonti.
  2. Riconoscere i costi del whistleblowing per i whistleblower.
  3. Difendere l’anonimato quando richiesto.
  4. Effettuare una valutazione dei rischi digitali su ogni storia che coinvolga fonti confidenziali o whistleblower.
  5. Assumersi la responsabilità della propria difesa digitale e della pulizia dei propri dati.
  6. Abbracciare e utilizzare la crittografia.
  7. Difendere la crittografia come diritto umano connesso alla libertà di espressione e all’accesso all’informazione.
  8. Per le storie sensibili, formare i whistleblower riguardo alla sicurezza digitale di base e a quella per i dati conservati.
  9. Per le storie sensibili, formare i propri whistleblower riguardo alla sicurezza digitale di base e a quella per i dati in transito.
  10. Pubblicare i documenti originali quando è possibile e sicuro.
  11. Riconoscere l’importanza dei dataset come “storie”.
  12. Pubblicare i dati nella loro interezza quando le risorse lo permettono ed è sicuro farlo.
  13. Cancellare i dati forniti dalle fonti, quando è necessario per proteggerle, coerentemente con gli obblighi etici, legali e professionali.
  14. Cancellare i dati non più necessari e farlo in sicurezza.
  15. Assicurarsi che ogni piattaforma digitale per le fonti e i whistleblower offra un buon livello di sicurezza e, per il materiale ad alto rischio, anonimato e sicurezza.
  16. Verificare il materiale concentrandosi sul valore per il pubblico interesse dell’informazione, non sulla propria visione delle capacità e delle opinioni della fonte o del whistleblower.
  17. Incoraggiare attivamente la propria organizzazione a fornire cybersecurity appropriata per giornalisti, fonti e materiale immagazzinato, insieme a un’adatta formazione per i giornalisti.
  18. Per i whistleblower ad alto rischio, indurli a riflettere in anticipo su come agiranno quando la storia uscirà.
  19. Comprendere il contesto legislativo e normativo nazionale, locale e internazionale per proteggere le fonti confidenziali e i whistleblower.
  20. Spiegare alle proprie fonti/whistleblower i rischi dell’esposizione digitale in linea con il proprio dovere etico di proteggerli.

Cosa abbiamo tralasciato? Cosa è problematico? Quali risorse e strumenti aggiungereste al nostro manuale? Per favore fate sentire la vostra voce e valere la vostra esperienza rispondendo a questo sondaggio. Se volete che la vostra redazione/organzzazione diventi partner del progetto, potete contattarmi qui: julieposetti at protonmail dot com.

Articolo tradotto dall’originale inglese. Traduzione a cura di Giulia Quarta

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L’informazione in Europa è sempre più dominata dai giornalisti e da commentatori uomini, che spendono la maggior parte del proprio tempo scrivendo di altri uomini: lo riscontra questa nuova indagine giornalistica a cura del network dell’Osservatorio europeo di giornalismo. La supremazia degli uomini nel decidere e coprire l’agenda mediatica del continente perdura nonostante il fatto che, in molti degli 11 Paesi presi qui in esame, le donne costituiscano circa la metà dei giornalisti e siano più le donne che gli uomini ad intraprendere la carriera giornalistica.

I ricercatori dell’Ejo, che hanno analizzato le firme degli autori degli articoli e le immagini scelte per  accompagnarle, hanno rilevato che, sia online che su carta e in quasi tutti i Paesi, gli uomini scrivono ancora la maggior parte dei contenuti di news, business e opinione. Negli 11 Paesi analizzati, gli uomini hanno scritto il 41% delle storie, in confronto a un esiguo 23% scritto dalle donne (la percentuale restante riguarda articoli senza autori esplicitati, o attribuiti ad agenzie). Inoltre, quasi la metà di tutte le immagini analizzate (43%) ritraeva esclusivamente uomini, mentre solo il 15% ritraeva solo donne (le restanti ritraevano soggetti neutri o sia donne che uomini).

I risultati di questa analisi fanno emergere come la disparità di genere sia generalmente più frequente nelle testate a stampa. Le organizzazioni native digitali nel loro complesso sono leggermente più equilibrate, ma la maggior parte di esse favorisce comunque le firme maschili e le fotografie di uomini. In alcuni Paesi e per alcune organizzazioni, inoltre, sono stati riscontrati più articoli attribuiti ad agenzie che a donne. I Paesi che hanno mostrato la maggiore disparità di genere nelle firme sono Italia e Germania. In Germania il 58% degli articoli reca un autore maschile, contro un esiguo 16% femminile; in Italia il 63% delle firme (la percentuale più alta in tutti gli 11 Paesi) appartiene a uomini e solo il 21% a donne.

Il dato più estremo in termini di uso delle immagini è emerso dai risultati ucraini, dove il 49% delle foto ritrae solo uomini, in confronto a un misero 10% di immagini che ritrae solo donne. L’unica eccezione alla supremazia maschile è il Portogallo, dove le firme femminili sono più frequenti di quelle maschili: 31% e 20% rispettivamente. Ma, anche qui, l’uso delle fotografie maschili schiaccia quello delle foto femminili: 49% a 12%.

I risultati della nostra analisi

Il lavoro condotto dall’Osservatorio europeo di giornalismo (Ejo), si è basato su un’analisi comparativa delle notizie e dei commenti di due giornali cartacei e due testate native digitali in ciascun Paese durante gli stessi due giorni della settimana in un arco di tempo di quattro settimane fra gennaio e febbraio del 2018. I Paesi presi in esame sono Repubblica Ceca, Germania, Italia, Lettonia, Polonia, Romania, Spagna, Svizzera, Ucraina e Regno Unito. Per ragioni di uniformità, sono state esaminate solo le prime 15 pagine di ciascun giornale a stampa, in quanto queste riportano le storie più importanti e di alto profilo. Per i media digitali sono state selezionate le prime 20 storie in home page o le prime 5 per le sezioni dei siti relative alle hard news, escludendo quindi temi come salute, arte e lifestyle, così come le sezioni di sport.

La professoressa Suzanne Franks, che dirige il Dipartimento di giornalismo alla City University di Londra ed è autrice di numerosi e significativi studi sulle donne nel giornalismo, ha affermato che l’analisi mette in luce radicate disuguaglianze nel giornalismo. “È ottimo avere a disposizione un’analisi così vasta e onnicomprensiva che confronti le disparità di genere in così tanti Paesi”, ha dichiarato Franks a questo proposito, “a non andare bene è invece la persistenza delle stesse discriminazioni fra chi viene pubblicato e chi viene raffigurato nelle immagini. Speriamo che, sottolineando nuovamente queste discriminazioni nel settore, vedremo organizzarsi delle energie per un cambiamento”.

Susanne Klingner, una giornalista tedesca con oltre dieci anni di esperienza nel campo della parità di genere, che includono anche lo sviluppo di Plan W, una rivista di economia al femminile realizzata da Süddeutsche Zeitung, ha affermato di non essere sorpresa che la Germania si sia posizionata così male nei risultati dello studio: “In ogni studio Oecd la Germania è in fondo alla classifica sulla parità di genere”, ha dichiarato all’Ejo, “e vorrei poter dire che questa mancanza ha a che fare con la selezione dei media d’informazione, dato che non figurano giornali progressisti come Sz o Die Zeit nello studio, ma temo che non sarebbe cambiato molto”. Klingner ha detto che migliorare la parità di genere non è ancora un imperativo commerciale in Germania, nonostante i tentativi individuali di alcuni giornali, come Die Zeit, volti a mitigare le differenze tra la presenza maschile e quella femminile negli staff. “Il 95% dei giornali tedeschi è diretto da uomini”, ha ricordato a questo proposito Klingner.

L’ho visto succedere molte volte”, continua Klingner, “giovani che iniziano a lavorare in un’organizzazione mediatica e non vengono giudicati per le loro performance ma in base alle preferenze, mentre i redattori maschi, per lo più anziani e bianchi (un’altra carenza di diversità in Germania), si sentono più vicini ai redattori giovani, maschi e bianchi. Rivedono se stessi agli inizi e li appoggiano di conseguenza. Molte giovani donne passano inosservate e non importa quanto talento abbiano. Semplicemente non hanno lo stesso numero di sostenitori nell’azienda. Nel momento in cui ci saranno abbastanza donne ai ruoli di comando questo cambierà. I media d’informazione stanno fallendo perché credono che essere progressisti significhi solo dare notizie in modo progressista, non necessariamente essere un’azienda progressista. Nelle aziende conservatrici, invece, semplicemente non importa”. “Dovrebbero, invece, mettere in discussione la loro stessa mentalità”, ha aggiunto Klingner.

I risultati nazionali:

1) Repubblica Ceca 🇨🇿
I quotidiani nazionali cechi e i principali siti di news sono ampiamente a maggioranza maschile, ma con un’importante eccezione. Nel complesso, i giornalisti uomini costituiscono il 41% di tutte le firme riscontrate, contro un 19% delle giornaliste. Questa differenza è ancora più pronunciata nei contenuti economici (80% uomini) e negli articoli di opinione (90% uomini). Ciò avviene a dispetto del fatto che siano più le donne che gli uomini ad accedere ai corsi di giornalismo universitari: negli ultimi cinque anni, alla Charles University di Praga, ad esempio, dove ha sede uno dei quattro programmi universitari di giornalismo in Repubblica Ceca, ci sono state più iscrizioni femminili che maschili. In questo anno accademico, in particolare, 217 donne e 168 uomini sono iscritti al programma di giornalismo.

Solo un noto sito di news, Seznamzpravy.cz, è in controtendenza. Il sito, lanciato nel 2016, presenta più articoli scritti da donne durante il periodo preso in esame (53% di articoli femminili contro il 40% di articoli maschili). In uno dei giorni considerati, in particolare, Seznamzpravy ha potuto vantare 12 firme femminili contro 5 maschili. Per avere un paragone immediato, lo stesso giorno, Aktuálně, un altro sito d’informazione, ha pubblicato 2 firme femminili e 12 maschili; MF DNES, un giornale nazionale di centro, ne ha pubblicate 5 femminili e 12 maschili; Pravo, un quotidiano nazionale considerato di sinistra, 3 femminili e addirittura 26 maschili. Per quanto riguarda le fotografie utilizzate dalle testate, invece, quelle di uomini erano complessivamente tre volte di più di quelle di donne e in genere le immagini mostravano donne impegnate in attività quotidiane, mentre gli uomini venivano ritratti nel loro ruolo di politici o esperti.

La frequente iper-rappresentazione nelle immagini dei politici uomini potrebbe essere la conseguenza della bassa rappresentanza delle donne nella politica ceca (solo il 22% dei deputati cechi sono donne). In alcuni giorni, su alcune testate, c’erano 10 foto di uomini e nessuna di donne. In altre occasioni, invece, le principali foto selezionate di donne ritraevano donne seminude del carnevale di Rio.

2) Germania 🇩🇪
L’informazione in Germania è decisamente un affare da uomini. Nel complesso, prendendo tutte le quattro testate esaminate, il 58% degli articoli analizzati era firmato da uomini e solo il 26% da donne, mentre il 43% delle fotografie pubblicate ritrae uomini, con solo un 22% di fotografie di donne. Questo in un Paese dove il Cancelliere in carica è una donna, e un’altra donna è appena stata eletta leader dei Socialdemocratici. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, un giornale conservatore dove lavorano più uomini e con un basso ricambio di personale, ben l’81% degli articoli era scritto da giornalisti uomini, e solo il 13% da donne. La maggior parte dei pezzi di economia e politica riportava una firma maschile, con poche eccezioni; le firme femminili si limitavano per lo più ai pezzi di arte e cultura. La situazione delle fotografie era molto simile: il 38% ritraeva solo uomini, in confronto a un 14% di foto di donne.

Su Bild, il maggiore tabloid (conservatore) del Paese, la distribuzione delle firme era leggermente più equa, ma comunque evidentemente pendente verso gli uomini (39% di firme maschili contro il 14% di firme femminili), sebbene le sue foto di donne apparissero per la maggior parte in contesti sessualizzati, come donne in bikini o fidanzate e mogli di atleti e attori famosi.
Bento, un sito di news che si rivolge a un pubblico giovane e liberal, e che spesso si occupa di argomenti di genere, o relativi ai diritti delle donne e al razzismo, è quello con i risultati migliori. Le sue firme femminili rappresentavano infatti il 38% delle sue storie, contro un 58% di firme maschili. Le fotografie di donne rappresentavano il 27% del totale, quelle di uomini il 36%.
Il secondo sito esaminato, T-online, non ha fatto invece così bene: le sue firme femminili erano solo il 5% del totale, mentre quelle degli uomini il 27%. Le sue fotografie ritraevano per il 46% uomini e per il 23% donne. Il resto dei contenuti era dato da materiale anonimo o d’agenzia.

3) Italia 🇮🇹
I dati italiani mostrano una vasta maggioranza di autori uomini e fotografie maschili in tutto il campione. In ognuno dei giorni analizzati, tutte le quattro testate pubblicano più autori uomini e foto maschili, sia online che sulla carta. Su un totale di 594 firme riscontrate, 373 (63%) erano maschili e 123 (21%) femminili, mentre le rimanenti 98 erano divise fra “altro” e “agenzie”. Per quanto riguarda le foto, il 42% ritrae uomini, e solo il 12% donne. Solo il 4% delle fotografie su La Repubblica era di sole donne, mentre il 33% di uomini. Il 68% delle sue firme era maschile e il 28% femminile. A influire, probabilmente, la stragrande maggioranza di notizie di politica nazionale, un settore ancora a maggioranza maschile e la campagna elettorale nazionale, i cui candidati più in vista erano tutti uomini.

L’altro giornale analizzato, il Corriere della Sera, non ha fatto molto meglio: le firme erano per il 74% maschili contro un 23% di femminili e le fotografie erano per il 43% di uomini e per il 16% di donne. Le due testate digitali, Linkiesta.it e HuffPost.it si posizionano altrettanto male. I pezzi del primo erano firmati nel 67% dei casi da uomini e nel 15% da donne, mentre le firme dell’HuffPost erano per il 35% maschili e per il 16% femminili. Anche il rispettivo uso delle fotografie era evidentemente orientato al maschile: 46% contro 13% e 42% contro 11%. Le restanti percentuali sono da attribuire a immagini neutre o recanti un uomo e una donna.

Per quanto riguarda le edizioni cartacee sono state analizzate le prime 15 pagine di Corriere della Sera e Repubblica nei giorni in cui è stata condotta l’analisi. Per Linkiesta.it e l’edizione italiana dell’HuffPost, invece, sono stati analizzati i primi 5 articoli disponibili alle 14 e 30 di ogni giorno di analisi nelle sezioni “Economia”, “Politica”, “Italia”, “Esteri” per la prima e “Politica”, “Economia”, “Esteri” e “Cittadini” per la seconda. Per ragioni tecniche, due giorni dell’analisi dell’HuffPost non sono stati inclusi nel campione, l’analisi è quindi da considerarsi condotta su una base dati più ristretta.

4) Lettonia 🇱🇻
Il giornalismo in Lettonia è sempre stato un settore storicamente con una maggioranza di professioniste donne. Nonostante questo, solo il 13% di tutte le firme delle quattro testate analizzate – Latvijas Avize, Segodna, Delfi, Tvnet – apparteneva a donne, mentre il 32% degli articoli era firmato da uomini. Un numero considerevole di articoli (54%) non dava un’idea chiara su chi li avesse scritti, poiché il 30% dei pezzi non era firmato o era attribuito ad agenzie nazionali o internazionali (24%). Meno del 10% delle immagini ritraeva invece solo donne, in confronto a un 44% che ritraeva solo uomini.

Un buon 85% dei pezzi su Segodna, un giornale in stile tabloid in lingua russa, era di uomini, e solo il 14% di donne. Latvijas Avize, un quotidiano di qualità, ha fatto meglio, con un 34% di articoli maschili contro un 18% di femminili. Le testate online erano più equilibrate: Delfi, la fonte di news online più popolare del Paese, ha mostrato un raro favore nei confronti delle donne, con appena il 6% di pezzi scritti da uomini e il 19% scritti da donne (la maggior parte dei contributi era di agenzia, il 33% delle storie del sito). Il secondo sito d’informazione, Tvnet, a sua volta più in stile tabloid, presentava pochi articoli firmati. Tutte le testate avevano una forte tendenza a pubblicare fotografie di uomini, e nessuna aveva più dell’11% di foto di donne.

5) Polonia 🇵🇱
La maggior parte dei contenuti d’informazione pubblicati dalle testate polacche analizzate erano realizzati da uomini (37%), contro un 24% creato da donne. È interessante notare come il numero di articoli anonimi (il 35% del totale) superasse quello degli articoli scritti da giornaliste donne. La migliore testata in termini di parità di genere era il sito Wp.pl: il 40% dei suoi pezzi era scritto da donne e il 58% da uomini. Al secondo posto c’era il quotidiano Gazeta Wyborcza, con il 55% dei contenuti creati da uomini e il 33% da donne. Questo, tuttavia, sarà probabilmente appreso con delusione, poiché si tratta dell’unico giornale di sinistra apertamente pro parità di genere in Polonia. Negli otto giorni di ricerca solo in uno il numero delle storie scritte da donne ha superato quello degli articoli scritti da uomini (10 a 8).

L’altro sito, Onet, non ha avuto un buon punteggio. Nel complesso gli articoli femminili rappresentavano solo il 16% del totale, mentre quelli maschili il 27%, con una maggioranza (56%) di contenuti di agenzia o altri media, non firmati. Fakt, il tabloid con la maggior diffusione fra tutti i quotidiani, ha mostrato un approccio più bilanciato, con un 10% di storie scritte da uomini e un 9% scritte da donne. Tuttavia l’80% dei suoi contenuti era anonimo o d’agenzia. Non c’è stato un solo giorno durante la ricerca nel quale il numero delle foto che ritraevano donne abbia superato quello delle foto di uomini. Nel complesso, il 39% delle foto ritraeva solo uomini, e solo il 14% esclusivamente donne. In un paio di occasioni persino le storie che riguardavano palesemente delle donne (per esempio interviste con membri femminili del parlamento) erano illustrate con foto che ritraevano esclusivamente gli uomini citati nell’articolo.

6) Portogallo 🇵🇹
II Portogallo rappresenta una rara eccezione fra i media europei: le firme femminili sulle testate analizzate erano pari al 30%, quelle maschili ferme al 20%. La supremazia femminile era anche più evidente nei media a stampa, sui quali le donne hanno scritto il 37% delle notizie, mentre gli uomini solo il 18%. I contenuti d’agenzia erano la maggioranza sulle testate online, specialmente su Notícias ao Minuto, dove almeno la metà delle notizie provenivano dalle agenzie. In questo caso, i pezzi di uomini e donne erano più bilanciati (rispettivamente 22% e 24%).

Non è chiaro come mai il Portogallo, fra tutti i Paesi analizzati, mostri una tendenza a favorire le donne. Un recente sondaggio mostra che il 52% dei giornalisti portoghesi sono uomini, e il 48% donne. Lo stesso studio ha rivelato che i giornalisti uomini tendono a essere pagati più delle donne, lasciando molte più donne che uomini insoddisfatte del proprio stipendio (il 37% delle giornaliste afferma di essere “molto insoddisfatto”, mentre il 30% degli uomini dice lo stesso). Queste disparità salariali permangono a dispetto del fatto che il 54% delle giornaliste in Portogallo abbia una laurea, mentre lo stesso vale per il 34% degli uomini. Il fatto che ci siano più firme femminili potrebbe suggerire che gli uomini si trovino a livelli gerarchici più elevati, nei ruoli di direzione o redazione o altro, e che quindi scrivano meno storie o nessuna. Questa teoria è stata avanzata la prima volta in un panel organizzato in occasione dell’ultimo congresso annuale dei giornalisti portoghesi, che si è tenuto a Lisbona, al quale hanno partecipato i direttori delle principali testate. Solo 2 de 19 oratori erano donne.

7) Romania 🇷🇴

Hotnews.ro, uno dei più popolari siti di news romeni, si è mostrato in controtendenza rispetto al Paese e al resto d’Europa (a eccezione del Portogallo) mostrando una chiara predisposizione nei confronti delle giornaliste. Il 57% dei suoi articoli riportava una firma femminile, il 43% una maschile.

Anche il giornale di qualità Adevarul se l’è cavata bene, con un 44% di articoli maschili e un 38% di articoli femminili. Tutti gli articoli della sezione esteri erano stati scritti da donne durante i giorni dello studio, sebbene le storie di prima pagina (anche sull’altro quotidiano analizzato, Libertatea) tendessero a essere scritte da uomini. Si è anche notato che gli articoli scritti da donne su Hotnews e Adevarul erano in genere più corti di quelli scritti dai giornalisti uomini. Nonostante le altre testate presentassero risultati più a favore degli uomini (il peggiore era il secondo sito preso in esame, stiripesurse.ro, che aveva l’ 83% di firme maschili e solo il 17% di firme femminili), il panorama complessivo dei mezzi d’informazione romeni in termini di firme era 54% maschili contro 36% femminili.

In termini di uso delle immagini, tutte le testate utilizzavano molte più fotografie di soli uomini, invece che di donne. Nel complesso il 45% delle foto pubblicate ritraeva solo uomini, mentre il 16% era di sole donne.

8) Spagna 🇪🇸

Gli uomini controllano lo scenario mediatico spagnolo, sebbene più della metà dei giornalisti del Paese siano donne. Complessivamente il 39% degli articoli analizzati era firmato da uomini, in confronto a un 21% firmato da donne. Durante esaminati, in una o più delle testate analizzate, più dell’80% degli articoli era scritto da uomini.

Anche l’uso delle foto era sbilanciato, con un 45% raffigurante solo uomini, a fronte di un 21% raffigurante donne. Nelle edizioni a stampa dei giornali El Mundo ed El País, era evidente una chiara differenza nella misura delle foto: quando erano ritratti politici donna (per esempio la vice presidente Saenz de Santamaría o Angela Merkel) le foto tendevano a essere più piccole rispetto a quelle in cui figuravano politici uomini.

El País era il più sbilanciato in termini di firme (65% maschili contro 28% femminili), mentre la versione spagnola dell’HuffPost era il migliore (13% maschili contro 8% femminili). HuffPost si è anche distinto per l’alto numero di articoli scritti da team misti.

9) Svizzera 🇨🇭

Ai fini dello studio sono stati presi in analisi due testate in lingua tedesca (il quotidiano di qualità Neue Zürcher Zeitung e la piattaforma d’informazione Watson) e due in lingua francese (il giornale Le Temps e il sito di news dell’emittente pubblica, RTS Info).

Come nella maggior parte dei Paesi europei, i media svizzeri sono prevalentemente a maggioranza maschile: le firme maschili costituivano il 38% del totale degli articoli, seguite dai pezzi d’agenzia (27%), mentre le giornaliste donne ne avevano scritti solo il 16%. C’erano ridotte differenze fra le testate tedesche e francesi (28% di firme maschili contro il 15% di femminili nei media francofoni e il 39% contro il 14% in quelli di lingua tedesca), ma non in termini di utilizzo delle foto, dove la differenza con i media germanofoni era ancor meno marcata. Le piattaforme di news digitali avevano un minor grado di iniquità nelle firme (maschili 19%, femminili 11%) rispetto ai quotidiani, nei quali quasi la metà degli articoli (48%) erano scritti da uomini, mentre le donne avevano contribuito al 18% degli articoli.

La carente rappresentazione delle donne nella produzione di articoli è rispecchiata anche nell’aspetto visivo dei contenuti: complessivamente, solo l’11% delle immagini mostrava esclusivamente donne, mentre gli uomini erano i soggetti del 42% delle foto. Il rimanente 47% delle immagini mostrava entrambi i generi o nessuno dei due. Guardando ai due tipi di media separatamente, i media online non si allontanano molto dai risultati generali, poiché solo una piccola parte delle immagini ritraeva delle donne (10%), mentre la maggior parte rappresentava entrambi o nessuno dei sessi (53%) o solo uomini (37%). Nei quotidiani cartacei più della metà delle immagini mostrava uomini (55%), mentre il 32% ritraeva entrambi o nessun genere, e le donne erano leggermente più rappresentate, ma comunque con bassa frequenza (13%).

10) Regno Unito 🇬🇧

In UK sono state analizzate quattro testate, due cartacee: The Daily Telegraph, un giornale di qualità, The Sun, un popolare tabloid, e due siti nativi digitali, l’edizione britannica di Buzzfeed e l’International Business Times. Delle edizioni a stampa prese in esame, The Sun era a netta maggioranza di uomini (40%) – le donne avevano scritto il 12% degli articoli durante il periodo analizzato. Questo si rifletteva nei contenuti, come mostrano le fotografie utilizzate. Se c’era una quota relativamente alta di donne rappresentate da sole nelle immagini, esse erano però ritratte per lo più vestite in modo provocante o, a volte, biasimate per essersi mostrate senza trucco. The Sun è conosciuto per le sue immagini di donne su Page 3.

The Telegraph aveva un maggior numero di firme femminili (33.5%) rispetto a quelle maschili 28%. Esso è anche sembrato, durante il periodo di studio, prendere una posizione molto forte sull’eguaglianza, e le sue giornaliste hanno criticato la BBC per le sue disparità salariali fra i diversi generi, una storia esplosa a febbraio. Tuttavia il 28 marzo, poche settimane dopo la conclusione dell’analisi dei contenuti da parte dell’EJO, The Telegraph ha rivelato che la disparità nella propria redazione era la più alta fra tutti gli editori o emittenti britannici. Le donne impiegate al Telegraph Media Group (TMG) vengono pagate in media il 35% in meno rispetto agli uomini: la disparità salariale più marcata fra tutti gli editori o emittenti britannici che a oggi i dati ufficiali riportino.

Nick Hugh, direttore esecutivo del Telegraph Media Group, ha recentemente affermato che la disparità salariale era inaccettabile e si è impegnato ad eliminarla entro il 2025. Hugh ha detto che l’editore avrebbe introdotto una selezione di entrambi i generi 50:50 per tutte le posizioni vacanti e avrebbe fatto di più per promuovere le donne alle posizioni di più alto profilo. “Ci stiamo muovendo nella giusta direzione, ma abbiamo ancora molto da fare”, ha detto Hugh in una dichiarazione sul sito della compagnia. “Ad aprile 2017 il nostro report su generi e salari mostra una disparità salariale media inaccettabile fra uomini e donne. La causa principale è stata la mancanza di una rappresentanza femminile ai livelli più alti, un problema a cui abbiamo già cominciato a dedicarci”.

Secondo UCAS, il corpo di ammissione universitaria britannico, fra il 2007 e il 2014, più donne che uomini hanno frequentato scuole di giornalismo a tempo pieno. Gli stessi dati UCAS rivelano che, nonostante la maggior parte delle richieste di iscrizione ai corsi di giornalismo provenga da donne, gli uomini hanno più probabilità di essere ammessi.

Sebbene ci sia una quota di donne relativamente alta nella categoria (il 45% dei giornalisti britannici sono di sesso femminile) uno studio del Reuters Institute/Worlds of Journalism del 2016 condotto su 700 giornalisti britannici ha concluso che le giornaliste donne sono “meno remunerate degli uomini e sono sottorappresentate nelle posizioni di alto profilo”. Questo report ha anche rilevato che le giornaliste hanno più probabilità rispetto agli uomini di essere ai gradini più bassi della scala salariale.

11) Ucraina 🇺🇦

Le giornaliste qui godono di una maggiore eguaglianza in termini di firme, soprattutto nei media a stampa. Dei due giornali analizzati, uno ha mostrato più firme femminili che maschili, mentre nell’altro le quote erano eque. Su Segodnya, un quotidiano per il mercato di massa, le quote erano 51% contro 40% a favore degli uomini, mentre ciascuno dei due sessi aveva una quota di firme del 37% su Den, un giornale di qualità.

Il risultato è stato differente per i due siti d’informazione analizzati (entrambi nativi digitali, fra i più visitati in Ucraina). Tutti e due presentavano una maggioranza di pezzi maschili: le quote di Censor, un sito di informazione classificabile come patriottico nel contesto della guerra erano 24% contro 13%, e quelle di Obozrevatel, un sito che si occupa sia di tematiche sociopolitiche che di argomenti da tabloid, 29% contro 10%. Questo ha comportato uno scenario complessivo leggermente in favore degli uomini, che avevano firmato il 33% degli articoli, mentre le donne ne avevano firmati il 28%.

Questi risultati devono essere contestualizzati. In genere i media online ucraini non riportano la firma degli autori sui pezzi poiché una parte considerevole dei contenuti è semplicemente riscritta a partire da altre fonti (siti di news, agenzie, ecc.). I contenuti esclusivi offerti dalla testata tendono invece a essere pubblicati col logo della stessa, al posto dei nomi dei giornalisti che l’hanno creato. Questo potrebbe alterare il quadro.

Nell’utilizzo delle immagini la situazione era ancora maschio-centrica. Complessivamente il 49% delle foto erano di soli uomini, contro un 10% di sole donne. Come con le firme, le testate cartacee se la cavavano meglio dei loro rivali online. Mentre il 15% delle fotografie su Den e il 17% su Segodnya ritraevano donne, solo rispettivamente il 7 e 6%, di quelle usate su Censor e Obozrevatel, facevano altrettanto. Questa tendenza può essere parzialmente spiegata tenendo conto che la maggior parte delle storie era in genere dedicata a personaggi maschili (politici, uomini d’affari, soldati, ecc.), mentre i personaggi femminili erano meno frequenti e meno in vista. Questi risultati riflettono la situazione generale del Paese, dove le donne sono ancora ampiamente sottorappresentate in politica (solo il 12% dei deputati sono donne, che è la più alta percentuale di donne in parlamento dal raggiungimento dell’indipendenza nel 1991).

Articolo disponibile anche nelle seguenti lingue:
Francese: Où sont les femmes dans les médias européens?

Inglese:
Where Are The Women Journalists In Europe’s Media?
Portoghese: Onde estão as mulheres jornalistas nos media europeus?
Romeno: Unde sunt jurnalistele din mass-media europeană?
Tedesco: Journalismus in Europa: Wo sind die Frauen?
Ucraino: Жінки-журналістки європейських медіа: де вони?

L’analisi è apparsa anche sul Nieman Journalism Lab:
News stories in Europe are predominantly by and about men. Even photograph sizes are unequal, di Laura Hazard Owen

Traduzione dall’inglese a cura di Giulia Quarta. Consulenza editoriale per la versione italiana a cura di Elisa Mariani.

Al progetto hanno collaborato: Ana Pinto Martinho (Portogallo), Paulina Pacula (Polonia), Rachel Stern (Germania), Felix Simon (Regno Unito), Caroline Lees (Regno Unito), Georgia Ertz (Svizzera), Philip Di Salvo (Italia), Līga Ozoliņa (Lettonia), Sandra Štefaniková (Repubblica Ceca), Antonia Matei (Romania), Dimitrina Jivkova Semova (Spagna), Halyna Budivska (Ucraina), David Gerber (Svizzera)

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