Osservatorio europeo di giornalismo – EJO https://it.ejo.ch Wed, 13 Feb 2019 10:03:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.0.3 Perché le app di chat sono importanti per la fruizione delle news https://it.ejo.ch/digitale/app-messaggistica-chat-giornalismo-digitale https://it.ejo.ch/digitale/app-messaggistica-chat-giornalismo-digitale#respond Wed, 13 Feb 2019 09:50:45 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19025 Scontenti per via della mancanza di privacy, dell’inasprimento dei dibattiti online e della crescente commercializzazione, gli utenti si stanno sempre più allontanando da piattaforme aperte come Facebook in favore di social media e app di messaggistica più riservate, come WhatsApp. Questo non è vero solo a livello generale, ma, come ha dimostrato l’ultimo Digital News …

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Scontenti per via della mancanza di privacy, dell’inasprimento dei dibattiti online e della crescente commercializzazione, gli utenti si stanno sempre più allontanando da piattaforme aperte come Facebook in favore di social media e app di messaggistica più riservate, come WhatsApp. Questo non è vero solo a livello generale, ma, come ha dimostrato l’ultimo Digital News Report, riguarda anche il consumo e la condivisione delle notizie. In uno studio recente (si veda qui e qui per i documenti completi), abbiamo cercato di far luce su ciò che sta accadendo in questi spazi mediatici “dark social”.

Difficili da valutare
Sfortunatamente, sappiamo molto poco dell’uso che le persone fanno di notizie e articoli giornalistici sulle app di messaggi o i gruppi Facebook privati. È difficile, infatti, impiegare i consueti tracking software per quantificare le interazioni degli utenti con i contenuti condivisi su app come WhatsApp o Facebook Messenger, perché la maggior parte di queste applicazioni gestisce il traffico dell’utente senza che, quando si clicca su un link, vengano riportati i dati di referral, che non compaiono nei parametri raccolti dalle organizzazioni giornalistiche. I dati sull’audience raccolti dalle timeline pubbliche di Facebook e Twitter o attraverso le condivisioni via WhatsApp potrebbero perciò essere solo la punta dell’iceberg delle audience online. Quello che avviene nelle chat stesse è difficile da valutare.

Inoltre, le esperienze e le motivazioni che spingono o meno le persone a consumare, condividere, e discutere notizie su siti e app di social network chiusi rimangono relativamente inesplorate. Per risolvere questo enigma e far luce su ciò che accade a porte chiuse, abbiamo seguito diverse comunità online nei Paesi Bassi. Abbiamo scelto gruppi di colleghi di lavoro, amici, vicini, volontari locali e una squadra di calcio. I gruppi erano composti da persone che si conoscevano personalmente e che comunicavano tramite piattaforme di social media almeno due volte a settimana. Abbiamo chiesto ai partecipanti di ciascun gruppo di esaminare le loro modalità di utilizzo dei social media, i contenuti che avevano condiviso e il ruolo delle notizie e del giornalismo su quelle piattaforme.

Interagire con le notizie in spazi semi-privati
I dati che abbiamo raccolto mostrano che gli utenti interagiscono molto meno con il Newsfeed di Facebook: i partecipanti al nostro studio, ad esempio, hanno affermato che loro e i loro amici raramente postano ancora qualcosa sui loro profili pubblici su Facebook. La piattaforma, dall’essere uno spazio di interazione e discussione, si sta così trasformando in un semplice luogo di interscambio per il consumo di vari flussi d’informazione (giornalismo, lifestyle, aggiornamenti social sempre più scarsi). Invece, le app di chat e i gruppi Facebook vengono considerati degli spazi più idonei per interagire con le notizie. I nostri partecipanti dicono che questi offrono un ambiente più sicuro per lo scambio di opinioni e la discussione di questioni pubbliche con rischi limitati nell’esporsi e nel confrontarsi. Inoltre, rendono molto più semplice per gli utenti immaginare i propri interlocutori nel momento in cui condividono o discutono le notizie. I nostri gruppi di studio hanno inoltre evidenziato che questi spazi più privati offrono migliori opportunità di approfondire gli argomenti e con maggior flessibilità, senza costringere i partecipanti a esporre agli altri delle affermazioni che potrebbero essere percepite come definitive.

Sebbene le applicazioni di messaggistica, in teoria, si prestano alle breaking news, i nostri partecipanti hanno dichiarato che raramente condividono storie su app come WhatsApp per essere i primi a riportare le novità. Gli utenti presumono che gli altri abbiano già sentito di tali eventi con altri mezzi. Al contrario, le app di chat vengono utilizzate per condividere informazioni di secondo piano rispetto a notizie popolari, esplorare le questioni da più punti di vista o scoprire l’impatto delle notizie sulle loro vite nell’immediato. In questo contesto, le app di messaggistica sono utili per tracciare connessioni tra le notizie e formarsi opinioni su questioni pubbliche. È interessante notare che i nostri risultati suggeriscono come gli utenti preferiscano condividere notizie provenienti da organizzazioni giornalistiche che conoscono, perché considerano le loro storie più affidabili.

L’importanza del contesto sociale
La maggior parte delle persone intervistate nella nostra ricerca era parte di più gruppi WhatsApp e Facebook. Tuttavia, il loro coinvolgimento varia considerevolmente tra le varie community, a seconda dello scopo e delle norme sociali dei singoli gruppi. Abbiamo anche riscontrato che i gruppi sui social media tendono ad avere uno scopo specifico. Mentre alcune delle comunità intervistate utilizzavano il loro gruppo per tener d’occhio le notizie evitando di discutere troppo sulle storie condivise, altri vedevano invece il loro gruppo come uno spazio per dibattere amichevolmente su questioni pubbliche prendendo le notizie come spunto per la conversazione.

Nei gruppi che consideravano le loro community come semplici mezzi per rafforzare le relazioni, il giornalismo giocava un ruolo minore. In questo caso, alcune norme implicite facevano sì che la conversazione restasse leggera e informale e i membri di solito evitavano di condividere notizie. Anche il tipo di relazioni all’interno del gruppo riveste una certa importanza: nelle community i cui membri erano semplici conoscenti, invece che amici intimi, le notizie ricoprivano un ruolo più importante, poiché gli interessi in comune erano minori. Le notizie erano un facile argomento di conversazione, sottolineando le potenzialità connettive del giornalismo.

Sfide economiche e democratiche
Questo interesse verso i social media “dark” rappresenta una sfida economica per le organizzazioni di informazione. I limiti tecnici di queste piattaforme rendono infatti più difficile che le notizie si diffondano e diventino virali. La crescita nell’utilizzo di app di messaggistica per la diffusione delle notizie solleva anche importanti questioni democratiche. I “dark” social media offrono agli utenti spazi sicuri per elaborare notizie insieme a persone di cui si fidano. In questo modo viene facilitata certamente la coesione sociale all’interno del gruppo.

Tuttavia, il fatto che tali discussioni si svolgano in spazi privati inaccessibili a chi non ne fa parte può costituire un ostacolo alla classica funzione integrativa del giornalismo – porre un terreno comune tra i cittadini. Soddisfare l’obiettivo di facilitare una più ampia connessione pubblica che trascenda i confini della community, e, contemporaneamente, le esigenze degli utenti per quanto riguarda la privacy e la necessità di dare un senso alle cose attraverso reti interpersonali, sarà quindi una delle maggiori sfide future per le organizzazioni giornalistiche.

I risultati di questo studio sono stati precedentemente pubblicati sui journal New Media & Society e Digital Journalism. Entrambi i nostri articoli “Shedding light on the dark social: The connective role of news and journalism in social media communities” e “Sharing and discussing news in private social media groups: The social function of news and current affairs in location-based, work-oriented and leisure-focused communities” sono liberamente accessibili

Articolo tradotto dall’originale inglese da Claudia Aletti

 

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La polarizzazione dei media americani e la bolla dell’estrema destra https://it.ejo.ch/media-politica/usa-propaganda-estrema-destra https://it.ejo.ch/media-politica/usa-propaganda-estrema-destra#respond Fri, 08 Feb 2019 12:54:11 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19010 Di questi tempi ci si domanda spesso perché e in che modo gli Stati Uniti siano giunti all’attuale situazione politica. Le risposte sono molteplici: alcuni sostengono che sia colpa dei bot e delle campagne di disinformazione sui vari social media, altri incolpano le azioni di aziende come l’ormai “defunta” Cambridge Analytica. Molti altri, invece, trovano …

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Di questi tempi ci si domanda spesso perché e in che modo gli Stati Uniti siano giunti all’attuale situazione politica. Le risposte sono molteplici: alcuni sostengono che sia colpa dei bot e delle campagne di disinformazione sui vari social media, altri incolpano le azioni di aziende come l’ormai “defunta” Cambridge Analytica. Molti altri, invece, trovano che l’elemento più importante sia da attribuirsi all’interferenza russa, ora ben documentata.

Ma, secondo Yochai Benkler, Robert Faris e Hal Roberts, co-autori del libro Network Propaganda, la risposta risiede molto più vicino a casa. Il volume fornisce uno dei più completi studi sull’ambiente mediatico degli Stati Uniti durante il periodo delle elezioni del 2016 e ciò che emerge è un preoccupante stato di alterazione dell’informazione politica. Benkler e i suoi collaboratori hanno esaminato il dibattito pubblico attorno al voto tramite diagrammi basati su un impressionante – e molto probabilmente unica – analisi di circa 4 milioni di messaggi scambiati online sui social network (dal 2015 al 2018), nonché di siti web di testate giornalistiche cartacee, native digitali e radiotelevisive. Osservando chi fosse ad inviare link e a chi (il che funge da indicatore di influenza), i tre ricercatori di Harvard hanno rilevato che la campagna presidenziale, e in seguito la presidenza Trump, sono state trattate e discusse in un ambiente mediatico asimmetrico e molto polarizzato.

Da una parte, vi è una rete d’informazione tradizionale che comprende voci e testate giornalistiche del centro-destra come il Wall Street Journal, del centro-sinistra, come il New York Times e il Washington Post, nonché dell’estrema sinistra, come Mother Jones. Benché queste tre siano fortemente connesse tra loro, Benkler e i suoi colleghi evidenziano l’esistenza, a destra, di un’altra rete, molto più distorta e isolata: quella dei media, delle voci e delle fonti di estrema destra. Come uno degli autori, Hal Roberts, ha spiegato in un suo intervento pubblico, queste testate “operano in un mondo mediatico tutto loro”. Stando alle scoperte dei ricercatori, la destra è generalmente molto più isolata, estremista e partigiana di quanto non sia la controparte – con conseguenze drammatiche.

Questo modello mostra un contesto di polarizzazione asimmetrica sulla base delle prime 100 fonti multimediali più citate. Il blu rappresenta le testate mediatiche di sinistra, il verde quelle centriste, il rosso quelle di destra. (Schema per gentile concessione degli autori)

Mentre la rete delle testate tradizionali aderisce quasi sempre agli standard giornalistici, quella di estrema destra è regolarmente pervasa da voci, teorie complottiste, attacchi e disinformazione, come dimostrano Benkler e i suoi colleghi con le loro basi empiriche. Secondo i ricercatori, Fox News di Rupert Murdoch è da considerare tra i peggiori responsabili (e probabilmente non è una sorpresa). Può succedere, per quanto raramente, che errori e materiale propagandistico vengano diffusi anche dalla rete tradizionale, ma generalmente questi errori vengono contestati e corretti rapidamente da altri “concorrenti”.

Purtroppo, non avviene altrettanto nell’estrema destra. Siti hyperpartisan di estrema destra come Breitbart e The Drudge Report fanno ampiamente uso di strategie volte a distrarre, disorientare o manipolare con l’intento di spingere l’ideologia conservatrice verso l’estrema destra, mettendo nel frattempo da parte le metodologie e le pratiche standard del giornalismo. Il risultato è una sfera mediatica spaccata in due. Da una parte si cerca di attenersi alla verità. Dall’altra si trova un sistema mediatico in cui non ci si assicura tanto che i messaggi trasmessi siano veritieri, quanto che siano idonei al proprio ambiente. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Video della presentazione di “Network Propaganda”

 

Articolo tradotto dall’originale inglese da Claudia Aletti

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“La nostra voce conta”: come i giornalisti si battono per la verità in Pakistan https://it.ejo.ch/giornalismo-sui-media/pakistan-giornalismo-liberta-di-stampa https://it.ejo.ch/giornalismo-sui-media/pakistan-giornalismo-liberta-di-stampa#respond Wed, 06 Feb 2019 10:04:14 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19002 Si dice che il Pakistan sia uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Reporters Without Borders afferma che “i media pakistani sono considerati tra i più dinamici dell’Asia, ma vengono presi di mira da gruppi estremisti, dalle organizzazioni islamiche e dalle temute agenzie d’intelligence”. Stando a Rwb, anche se il numero di …

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Saddam Tufail Hashmi sul campo nella regione del Katcha, provincia di Sindh, Pakistan

Si dice che il Pakistan sia uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Reporters Without Borders afferma che “i media pakistani sono considerati tra i più dinamici dell’Asia, ma vengono presi di mira da gruppi estremisti, dalle organizzazioni islamiche e dalle temute agenzie d’intelligence”. Stando a Rwb, anche se il numero di giornalisti uccisi è diminuito negli ultimi anni, gli attentati letali contro i professionisti dell’informazione continuano e spesso restano impuniti. Solo nel 2018 sono stati assassinati tre giornalisti. Spesso i reporter vengono coinvolti negli scontri armati tra gruppi in conflitto e subiscono le conseguenze delle carenti misure di sicurezza così come delle condizioni economiche precarie.

La libertà di stampa inoltre non è la norma, come dimostrano alcuni eventi recenti. All’inizio dello scorso novembre, l’unità anti-terrorismo della polizia pakistana ha condotto un raid presso il Karachi Press Club in abiti civili e gli agenti hanno perquisito le stanze senza mostrare un mandato ufficiale. Come riporta il giornale pakistano di lingua inglese Dawn, in seguito le autorità hanno sostenuto che gli aggressori non sapevano di trovarsi nella sede del Karachi Press Club. Il Press Club ha successivamente pubblicato una dichiarazione sottolineando di “condannare fermamente l’affermazione che il raid fosse il risultato di ‘un malinteso'”. La Commissione per i diritti umani del Pakistan, come afferma sul suo sito web, ha considerato questo evento come un indizio del fatto che “poco o nulla è migliorato nelle condizioni della libertà di stampa da quando il nuovo governo è in carica”. Solo pochi giorni dopo, il noto giornalista Nasrullah Chaudhry è stato arrestato a casa sua e interrogato di fronte a un tribunale anti-terrorismo con l’accusa di possedere “letteratura vietata”. Le Ong, purtroppo, presumono che tale arresto possa venir strumentalizzato per giustificare il raid al Press Club.

In un’intervista con l’Ejo, il giornalista pakistano Saddam Tufail Hashmi spiega cosa rende difficile il lavoro e la vita di un giornalista in Pakistan e perché lui e i suoi colleghi abbiano deciso di parlare nonostante i rischi. Il suo motto è: “ad alcuni piacciono i compiti facili. A me piacciono i compiti difficili. Se voglio essere onesto nella mia professione, devo fare così”. Saddam Tufail Hashmi ha alle spalle 18 anni di esperienza come reporter, anchorman e analista di notizie per diversi media pachistani. In questo momento, è conduttore ed editorialista di Express News TV e analista di notizie per l’emittente nazionale Ptv. Inoltre, insegna giornalismo in università private ed è membro di varie associazioni e club che sostengono gli interessi dei giornalisti e degli artisti, come lo stesso Karachi Press Club, dove è membro del consiglio, il Pakistan Federal Council of Journalists e l’Arts Council of Pakistan. Hashmi racconta la situazione dei giornalisti nel suo Paese anche al pubblico internazionale: l’Arab-U.S. Association of Communication Educators ha recentemente ricompensato il suo impegno assegnandogli il premio dedicato a Matt J. Duffy per l’eccellenza nel giornalismo durante la sua 23a conferenza annuale tenutasi nell’ottobre del 2018.

Nei suoi articoli lei mette in luce le difficoltà e i pericoli che i giornalisti affrontano in Pakistan e lei è anche stato ferito mentre svolgeva il tuo lavoro. Cosa motiva lei e i suoi colleghi a fare i giornalisti nonostante i rischi connessi a questa professione?
“In Pakistan, chi diventa giornalista lo fa per passione, soprattutto. La scelta professionale è in secondo piano. Noi giornalisti pensiamo sempre fuori dagli schemi e oltre i nostri limiti. Ci adoperiamo per il miglioramento della società, ma a volte rischiamo di perdere il contatto con la realtà. Vorrei che le difficoltà, lentamente e gradualmente, si risolvessero. Siamo ancora motivati, non demoralizzati. Vogliamo fare qualcosa di buono con il nostro lavoro. Sono contrario a ogni genere di terrorismo, di razzismo e di crimine. La nostra professione riguarda la comunicazione e riuscire a facilitarla tra comunità diverse sarebbe positivo per l’umanità. Sto cercando di diffondere questi pensieri con il mio lavoro”.

In generale, quali sono le sfide che riguardano il suo lavoro quotidiano di giornalista?
“Ci sono capi di vestiario vietati, gruppi criminali, gruppi terroristici, contrabbandieri e mafie che rendono difficile quello che facciamo. Inoltre, patiamo tuttora le ripercussioni del conflitto tra Pakistan e India. Analogamente, siamo influenzati dalla guerra tra Russia e Afghanistan. Il Pakistan ha accolto dei rifugiati afgani, che hanno una mentalità diversa. Molti di loro sono certamente brave persone, ma l’apertura dei confini ha anche portato ad un incremento nel contrabbando di armi – specialmente AK47 – e di droghe. Tutto ciò sta ancora causando problemi e ha rafforzato il terrorismo”.

Di recente il caso di Asia Bibi, una donna condannata a morte per blasfemia nel 2010 e assolta dalla Corte suprema lo scorso ottobre, ha dominando gran parte delle notizie sul Pakistan nei media europei.
“Bisogna rispettare le leggi e i tribunali di tutto il mondo. Nel caso di Asia Bibi esigo giustizia. Il governo non dovrebbe accettare pressioni da nessuno”.

Inoltre, ci sono ancora notizie di attacchi terroristici. Ad esempio, durante le elezioni dello scorso luglio, 30 persone sono state uccise in un ufficio elettorale. Come vengono affrontate questioni delicate come il terrorismo o i conflitti religiosi dai giornalisti in Pakistan e perché in ​​questi conflitti i giornalisti vengono presi di mira?
“Noi giornalisti dobbiamo esporci, è per questo che siamo in pericolo. Penso che il Pakistan sia uno dei Paesi più pericolosi per i giornalisti. Molti miei amici sono diventati martiri sul lavoro: cameramen, reporter, giornalisti. Abbiamo lavorato insieme. E se vedi una persona che conosci morire per una bomba o in un attacco terroristico, l’ansia aumenta. Siamo umani, abbiamo un cuore e il dolore lo sentiamo. In questa situazione, riceviamo pressioni da ogni parte. Molti sono contro di noi. Personalmente, condanno l’attacco contro il Karachi Press Club e chiedo l’immediata liberazione del giornalista Nasrullah Chaudhry“.

Le è mai successo di subire minacce per via della tua professione?
“Si, numerose volte. In passato nei miei articoli ho affrontato molti argomenti scottanti: ad esempio ho scoperto e reso pubblici i nomi di alcuni poliziotti corrotti. Un altro esempio: prima di venire negli Stati Uniti, ho parlato della questione del Gilgit-Baltistan. Ormai il Pakistan è perlopiù libero dai terroristi talebani, ma nel Giltit-Baltisan vi è un’area chiamata Challas in cui si trova il distretto di Diamer. È risaputo che molto probabilmente alcuni terroristi talebani si stanno nascondendo in una foresta da quelle parti. Ho scritto per Express News che proprio in quell’area hanno sparato a 15 studentesse. Sa che è successo dopo che ho pubblicato questa notizia? Qualcuno – non so chi – ha iniziato una campagna contro di me sui social media. Questa campagna, anziché far leva sul fatto che io sia contro il terrorismo, mi incolpava di aver ucciso il turismo in Giltit-Baltisan suggerendo che lì vi siano tuttora dei talebani. Hanno adoperato un linguaggio molto offensivo contro di me e mi hanno pure minacciato con telefonate, messaggi e con altri mezzi dicendomi che mi avrebbero ucciso. Hanno chiamato anche il mio ufficio e altre persone e me vicine”.

Come vi difendete lei e i suoi colleghi?
“Alcuni usano degli pseudonimi, ma si tratta di una minoranza. Se dico la verità, perché mai dovrei nascondere il mio nome? Se la cosa mi spaventa, allora – prima di tutto – perché faccio il giornalista? Esiste anche un addestramento di sicurezza e io stesso ho partecipato ad un Heat (Hostile Environment Awareness), ma in fin dei conti, l’addestramento è solo addestramento. Se tu o un tuo famigliare state camminando per strada e vi sparano da una moto o da una macchina, come fai a proteggerti? Non ho una pistola né una scorta. Sono stato anche ferito e minacciato. Mi hanno colpito in testa cinque volte. Ho un muscolo del mio braccio è rimasto lesionato. Un buon giornalista affronta molti stress e problemi, la sua vita è sempre a repentaglio. Alcuni scelgono di abbandonare il Paese per via di questi pericoli. Io ci tornerò, ma mi ritroverò in una situazione piuttosto pericolosa”.

Lei inoltre biasima i media manager di non prestare abbastanza attenzione alle precauzioni di sicurezza per il loro personale.
“A loro non importa di noi. Vogliono solo ricevere le ultime notizie il più presto possibile. Una volta non mi è stato permesso di tornare in redazione a indossare un giubbotto antiproiettile prima di assistere ad uno scontro armato – perché non dovevo essere più lento dei nostri concorrenti. Per ottenere delle buone prestazioni, i nostri manager dovrebbero aver a cuore le nostre vite e rispettare degli standard etici. Al contrario, i dirigenti, che godono di alti salari e di buoni mezzi, non sono interessati alla sicurezza dei giornalisti. Ma siamo noi quelli che vanno sul campo. Abbiamo visto tutto, possiamo scrivere e raccontare. Siamo la spina dorsale di qualsiasi canale tv o radio. Ma i proprietari ci trascurano, trascurano le nostre vite. Svolgiamo un ruolo importante nella nostra società e meritiamo molto di più”.

Di quale status economico e sociale godono i giornalisti in Pakistan?
“I compensi bassi sono una grossa questione. C’è un problema di alfabetizzazione nel mio Paese, ma la maggior parte dei giornalisti è molto istruita e appartiene a famiglie istruite. In tutto il mondo, quando dei reporter si recano in zone di guerra per raccogliere notizie, di solito vengono pagarti molto bene. Non nel mio Paese: se ci occupiamo di zone di guerra o conflitti, il ​​nostro compenso è sempre basso. La nostra vita è cara, ma le stazioni televisive e i giornali non sono buoni finanziatori. Le nostre vite sono a rischio 24 ore su 24 perché ci esponiamo in prima persona, e per questo motivo, naturalmente, pensiamo che dovrebbero pagarci di più. Non è che non possano permetterselo: i media pachistani guadagnano abbastanza soldi grazie alla pubblicità, ma seguono una mentalità da uomini d’affari e cercano di risparmiare denaro. Per questo è così poco quello che finisce nelle tasche dei giornalisti. Un altro problema è il carico di lavoro. Per i giornalisti in Pakistan questo è molto alto e girano parecchie storie di giornalisti morti d’infarto per via dello stress e del troppo lavoro. E poi c’è il problema della politica all’interno delle emittenti: puoi raggiungere posizioni di rilievo, anche se non lo meriti in termini di capacità professionali, semplicemente grazie alle connessioni politiche”.

I giornalisti vengono mai strumentalizzati da gruppi in conflitto?
“Ci sono pecore nere ovunque, ma nella mia esperienza i giornalisti solitamente sono persone oneste che cercano di riportare adeguatamente ciò che vedono. La gente sa che lavoriamo sodo. Questo è motivo di grande rispetto per i giornalisti all’interno della società, ma allo stesso tempo mette a disagio alcune persone perché potremmo scrivere di argomenti delicati. Se i giornalisti abusano della loro posizione, di solito vengono esposti pubblicamente e perdono la loro reputazione”.

Quando insegna ai giovani che desiderano diventare giornalisti in Pakistan, che consigli dà per le loro future operazioni sul campo?
“Quando insegno ai miei studenti trovo sempre che i libri di testo consigliati non siano appropriati al nostro Paese. La maggior parte dei libri sul giornalismo sono stati scritti negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma è molto importante ricordare che ogni Paese è diverso. Se vuoi preparare degli studenti a lavorare in Pakistan devi mostrare loro cosa sta succedendo sul campo e come affrontarlo. Se voglio preparare i miei studenti in modo adeguato, devo condividere le mie stesse esperienze. Sfortunatamente in Pakistan, la maggior parte degli insegnanti di comunicazione non ha esperienza professionale come giornalista. Ma il giornalismo è un campo creativo e pratico, perciò come pensi di poter insegnare ai tuoi studenti, se non possiedi esperienza personale? Non viviamo in un paese dove i giornalisti vivono liberamente. Di conseguenza, l’educazione dei giornalisti dovrebbe essere adattata al contesto”.

Cosa l’ha spinta a diventare un attivista per i diritti dei giornalisti e quali benefici si aspetta dalla diffusione di informazioni sulla situazione in Pakistan al pubblico internazionale?
“Se all’estero si scrivesse maggiormente in nostro favore, tutti rifletterebbero di più, ma se loro (le forze oppressive, ndr) riescono ad impedirci di parlare, è finita. Ma abbiamo una penna e abbiamo una voce e – se le usiamo nel modo giusto – possono fare la differenza. In sostanza, gli editori devono prendersi cura dei propri dipendenti, siccome non sono i loro schiavi, mentre i giornalisti devono essere responsabili e adempiere ai loro doveri. Questo messaggio è diretto ai media, al governo e alle agenzie d’intelligence: i giornalisti sono persone intelligenti, di talento e laboriose. Si adoperano per il miglioramento della società e meritano rispetto. Noi giornalisti possiamo trascorrere solo poco tempo con le nostre famiglie e con i nostri figli. Meritiamo sicurezza, strutture, salari e rispetto adeguati. Questo è un nostro diritto”.

Leggi anche: Essere un corrispondente di guerra in Yemen

Articolo pubblicato originariamente in tedesco. Traduzione dall’inglese a cura di Claudia Aletti

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Come i tabloid hanno impostato il dibattito sulla Brexit https://it.ejo.ch/media-politica/brexit-tabloid-giornalismo-uk https://it.ejo.ch/media-politica/brexit-tabloid-giornalismo-uk#respond Mon, 28 Jan 2019 10:05:57 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18988 Mentre la Brexit è stata esaustivamente discussa da molteplici prospettive, il ruolo ricoperto dalla stampa inglese, e in particolare dai tabloid, nell’inquadrare il dibattito durante la corsa al referendum e dopo, richiede ancora un’analisi più accurata. Non si esagera mai abbastanza nel considerare l’abilità dei media di impostare il dibattito pubblico programmando le notizie: se …

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© Banksy, CC BY 2.0

Mentre la Brexit è stata esaustivamente discussa da molteplici prospettive, il ruolo ricoperto dalla stampa inglese, e in particolare dai tabloid, nell’inquadrare il dibattito durante la corsa al referendum e dopo, richiede ancora un’analisi più accurata. Non si esagera mai abbastanza nel considerare l’abilità dei media di impostare il dibattito pubblico programmando le notizie: se è un bene quando “il quarto potere” esercita la propria funzione di guardiano della democrazia all’interno di una sfera pubblica eterogenea, la forza dei media può egualmente servire le logiche commerciali o le tendenze politiche e ideologiche di un giornale. Le notizie non vengono semplicemente distribuite dai media, possono anche essere raccontate attraverso le lenti ideologiche di una testata.

Una lunga tradizione di visioni euroscettiche ed eurofobiche
Ben pochi esempi del ruolo strumentale della stampa nel formare le opinioni del pubblico potrebbero essere più rilevanti di come i tabloid inglesi hanno storicamente trattato la relazione Eu-Uk e, più recentemente, la Brexit. La stampa scandalistica inglese vanta infatti una lunga tradizione di posizioni editoriali che vanno dall’euroscetticismo alla pura eurofobia, ma anche la promozione di varie “crociate” circa diversi euro-miti e titoli come quello del Sun “Up your, Delors” (Ficcatelo nel c., Delors) del 1990. Soprattutto i tabloid sono responsabili della trivializzazione (alcuni direbbero “tabloidizzazione”) della politica europea, un processo che senz’ombra di dubbio ha contribuito a far considerare la stampa scritta inglese come la meno affidabile d’Europa.

Per anni, testate come Daily Mail, Sun, e Daily Express sono state particolarmente attive nel dipingere il Regno Unito come la vittima di una cospirazione “cosmopolita” ordita da Bruxelles, che, stando ad alcuni titoli, avrebbe costretto il Parlamento britannico a mettere al bando le teiere e le lampadine tradizionali o le donne inglesi a restituire i loro vecchi sex toy per conformarsi alle norme Ee (per un elenco completo basta consultare l’“Index of Euromyths 1992 to 2017” della Commissione Europea).

Siccome la maggior parte dei tabloid avevano iniziato a trattare la campagna del referendum per la Brexit in qualità di strenui difensori del fronte “Leave” (con le sole eccezioni del laburista Daily Mirror e del Sunday Mail, che aveva optato per una presa di posizione opposta alla sua versione giornaliera, e del Daily Star, politicamente disimpegnato), questi giornali potevano quindi contare su un consolidato “innesco” dei loro lettori, presso i quali la Brexit era già stata efficacemente di pre-legittimata ancora prima che il referendum venisse effettivamente convocato.

Un rafforzamento dei discorsi populisti
Come sostengo in uno studio che ho recentemente presentato a un evento pubblico alla Lse di Londra dedicato al populismo, ciò che abbiamo potuto osservare durante la campagna per il referendum è stato, di fatto, un consolidamento dei discorsi populisti. Uso il termine “populista” (normalmente molto discusso tra gli accademici) nel suo significato più basico, riferito al concetto di “popolo”: certamente, nella maggior parte dei discorsi politici, il termine “popolo” tende a essere impiegato invariabilmente in maniera retorica e semanticamente vaga, ma ciò che distingue un discorso prettamente populista da uno democratico è che il primo tende a ritrarre il popolo in opposizione a nemici immaginati ed è condotto tipicamente in termini di esclusione piuttosto che d’inclusione.

Il mio studio, basato su di un’analisi linguistica di come il termine “popolo” sia stato impiegato dai tabloid britannici nel corso della campagna per il referendum, suggerisce che il linguaggio dei giornali scandalistici abbia aderito alle visioni populiste che vedono il mondo in modo binario. Nel corso della campagna referendaria, i tabloid tendevano ad esempio a ritrarre il popolo inglese (talvolta definito come “ordinario” o di “gran lavoratori”) come un gruppo distinto e contrapposto ad altri gruppi di persone che, a loro volta, venivano spesso identificati come migranti (Ue) “liberi di trasferirsi” nel Regno Unito o come “élite distaccate”. La stampa scandalistica ha ulteriormente descritto queste ultime in nemici internazionali del “popolo britannico” (ad esempio l’Ue, Bruxelles nel complesso, gli Eurocrati, l’Fmi, il Presidente Obama) e nazionali (ad esempio Westminster, gli “esperti” e i “Remainers”).

Il populismo dei tabloid e la legittimazione della Brexit nella stampa inglese
Queste rappresentazioni hanno rivestito un ruolo centrale nella modalità con cui i tabloid sono riusciti a impostare il dibattito sul referendum per la Brexit attorno a tipiche dinamiche populiste. In particolare, la loro copertura ha attinto dalla politica della “perdita” e del “risentimento” verso l’immigrazione e da motivazioni di pressione sociale e legate alla condivisione di risorse, ma anche di rischio e sicurezza, che, in certi casi, sono sfociate in un esplicito moral panic xenofobo. Per esempio, il 6 giugno 2016, il Daily Express ha riportato un commento di Nigel Farage sul fatto che stupri di massa come quello avvenuto a Colonia sarebbero capitati anche nel Regno Unito a meno che la nazione non avesse votato per il “Leave”.

Allo stesso modo, in merito alla contrapposizione del popolo inglese ordinario contro le élite, nel corpus di tabloid che ho analizzato, la dinamica predominante spingeva sulla riaffermazione di un senso d’orgoglio nazionale simile al sovranismo provocatorio che ha caratterizzato il recente Euroscetticismo in molte democrazie. Dover fronteggiare il “bullismo” dell’Imf, di David Cameron e George Osborne, entrambi per il “Remain”, o i burocrati corrotti dell’EU, erano posizioni comuni, per esempio, in molti articoli del Daily Mail.

Un punto chiave che vale la pena di sottolineare è che i tabloid non hanno fatto semplicemente da piattaforme comunicative amplificando (o silenziando) i protagonisti e le argomentazioni principali della campagna per il referendum, ma, piuttosto, hanno efficacemente (de)legittimato la Brexit seguendo una logica populista e le loro priorità ideologiche. Inoltre, non si dovrebbe vedere questa spinta populista come limitata alla contingenza della campagna referendaria sull’uscita dalla Ue. Come dicevo, un’ampia sezione della stampa britannica ha ricoperto un ruolo decisivo nel fare propaganda anti-Ue sulla base di notizie false e sentimenti xenofobi. Moltissime prove suggeriscono che questa inclinazione non si sia fermata con il risultato del referendum, ma che di fatto questa spinta populista abbia incessantemente accompagnato gli articoli sulla Brexit anche nella fase post-referendum.

Appellarsi alla volontà popolare
Gli appelli alla “volontà popolare” (e la delegittimazione dei sostenitori di una Brexit meno radicale o “no Brexit” come “nemici del popolo”) sono stati a loro volta elementi decisivi nei discorsi pubblici e istituzionali. La copertura più a lungo termine di Euronews nella stampa scandalistica e l’articolazione populista del dibattito sulla Brexit hanno contribuito a legittimare quei discorsi euroscettici estremi che erano originariamente affiorati ai margini dello spettro politico britannico e che ora sembrano essere il fulcro dell’attuazione della Brexit. Senza dubbio, il termine “popolo” è stato analogamente impiegato da altri per elaborare dei contro-discorsi, ad esempio in merito alla opzione del “People’s vote” avanzata da alcune parti politiche. Al momento, questo sembra essere il punto nodale in cui sta avvenendo la lotta per il dibattito sulla Brexit.

Questo articolo è stato scritto sulla base di un paper intitolato “La tabloidizzazine della campagna per la Brexit: potere al popolo (inglese)?” presentato all’evento pubblico “Noi, il popolo: discorsi politici, mediatici e popolari su ‘noi’ e ‘loro’” tenutosi al Dipartimento di Media and Communications della London School of Economics il 26 e 27 ottobre 2018.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo. Articolo tradotto dall’originale inglese da Claudia Aletti

 

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Come i media scrivono di intelligenza artificiale https://it.ejo.ch/digitale/intelligenza-artificiale-copertura-giornalismo https://it.ejo.ch/digitale/intelligenza-artificiale-copertura-giornalismo#respond Mon, 21 Jan 2019 11:32:15 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18957 L’intelligenza artificiale (IA) ha vissuto un revival negli ultimi anni, grazie soprattutto ai progressi nella potenza di calcolo, nello sviluppo del software e nella disponibilità di dati. Spesso si parla di IA come il game changer finale in diversi settori, sostituendosi ai big data, che invece occupavano quel posto fino a poco tempo fa. La …

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L’intelligenza artificiale (IA) ha vissuto un revival negli ultimi anni, grazie soprattutto ai progressi nella potenza di calcolo, nello sviluppo del software e nella disponibilità di dati. Spesso si parla di IA come il game changer finale in diversi settori, sostituendosi ai big data, che invece occupavano quel posto fino a poco tempo fa. La ragione? Perché anche i giornalisti vendono l’IA, volontariamente o no, in questo modo.

Questo è uno dei risultati di un nuovo studio realizzato dal Reuters Institute for the Study of Journalism di Oxford sulla copertura mediatica dell’intelligenza artificiale che, secondo i risultati, è principalmente dominato dai prodotti commerciali, dagli annunci corporate e dalla ricerca nel settore. Invece di esaminare in modo critico quanto sostenuto dagli sviluppi dell’IA, la copertura mediatica, spesso, amplifica piuttosto le affermazioni interessate delle aziende sul valore e il potenziale dell’IA, posizionando l’intelligenza artificiale come una questione privata e commerciale, indebolendo invece il ruolo dell’azione pubblica nell’affrontare la questione.

Come le notizie sull’IA sono in realtà marketing per l’industria tecnologica
Lo studio, “An Industry-Led Debate: How UK Media Cover Artificial Intelligence”, è basato sull’analisi di otto mesi di copertura giornalistica sul tema dell’IA da parte di sei testate britanniche mainstream. Gli autori hanno riscontrato come il 60% degli articoli studiati sia incentrato su nuovi prodotti industriali, annunci aziendali o iniziative che comprendono l’IA, come nuovi smartphone, scarpe IA-powered, sexbot o gli sviluppi della ricerca sulla preservazione del cervello. Molte testate hanno anche trattato regolarmente eventi corporate promozionali, lanci di nuove startup, acquisizioni, investimenti o conferenze.

In totale, un terzo (33%) degli articoli era basato su fonti aziendali – come dichiarazioni di Ceo o altri senior manager -, un numero sei volte più alto di quanto riservato ai governi e due volte più grande di quanto fatto con gli accademici. Ironicamente, il 12% degli articoli complessivi si riferiva a Elon Musk. Secondo il report, i prodotti di AI sono spesso ritratti come soluzioni rilevanti e competenti per una serie di problemi sociali, dalla lotta al cancro alle energie rinnovabili, passando per le consegne di cibo a domicilio. I giornalisti o i commentatori raramente mettono in discussione le tecnologie che comprendono l’IA e se queste possano essere davvero le migliori soluzioni a queste problematiche. A mancare sono anche i riferimenti ai dibattiti in corso sui potenziali dell’IA, i suoi effetti, i suoi bias e i suoi problemi.

Copertura politicizzata e l’amplificazione delle dichiarazioni aziendali
Lo studio ha anche riscontrato come il tema dell’IA venga progressivamente politicizzato o diviso secondo linee ideologiche di parte: le testate di destra, ad esempio, hanno sottolineato maggiormente le questioni economiche o geopolitiche, mentre quelle di sinistra hanno invece toccato più spesso i temi etici, come la discriminazione, i bias algoritmici o la privacy. Il principale autore del report, J. Scott Brennen, ha sottolineato come la copertura giornalistica dell’IA sia stata sviluppata nel contesto della crisi economica nel settore dei media, dove i tagli al giornalismo settoriale e specializzato sono stati importanti, soprattutto per quanto riguarda il giornalismo scientifico e tech.

“Nonostante questi problemi”, ha dichiarato il ricercatore, “i giornali mainstream rimangono uno spazio cruciale per la discussione pubblica. Però, amplificando le dichiarazioni interessate delle aziende, la copertura mediatica rappresenta l’IA come una soluzione a una serie di problemi che potrebbero stravolgere sostanzialmente tutti i settori delle nostre viste, spesso senza che vi sia presa di coscienza dei dibattiti già attualmente in corso nel settore. In questo modo, i media stanno posizionando l’IA anche come una questione privata, dove le potenzialità di intervento pubblico vengono sminuite”.

Nota metodologica: I risultati dello studio provengono da un’analisi sistemica di 760 articoli prodotti nei primi otto mesi del 208 da sei testate mainstream britanniche. Le testate sono state selezionate per rappresentare un’ampia varietà di orientamenti politici e un mix di brand tradizionali e digitali. Le testate incluse sono state: The Telegraph, Mail Online/Daily Mail, Guardian, HuffPost, BBC, Wired UK

Articolo tradotto dall’originale inglese

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Romania: il Gdpr è usato contro il giornalismo d’inchiesta https://it.ejo.ch/media-politica/gdpr-romania-giornalismo https://it.ejo.ch/media-politica/gdpr-romania-giornalismo#respond Thu, 17 Jan 2019 08:02:54 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18948 Il nuovo Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) dell’Unione Europea è stato concepito per proteggere la privacy e rafforzare le salvaguardie ai dati personali di tutti i cittadini dell’Unione Europea. Non è di certo stato concepito per essere usato come mezzo per prevaricare i giornalisti. Eppure, è esattamente quello che sembra sia successo in Romania. …

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Liviu Dragnea, il politico romeno al centro del caso. Foto: Partidul Social Democrat/CC BY 2.0

Il nuovo Regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) dell’Unione Europea è stato concepito per proteggere la privacy e rafforzare le salvaguardie ai dati personali di tutti i cittadini dell’Unione Europea. Non è di certo stato concepito per essere usato come mezzo per prevaricare i giornalisti. Eppure, è esattamente quello che sembra sia successo in Romania. Il Rise Project, un pool romeno di reporter d’inchiesta che lavora su temi anti-corruzione, è stato recentemente minacciato di una multa di 20 milioni di Euro dall’Authority romena per la protezione dei dati se non interromperà la pubblicazione di una serie di inchieste e se non renderà disponibili tutte le informazioni connesse e se non rivelerà le proprie fonti.

Un uomo politico molto discutibile
La lettera, formulata lo scorso 8 novembre, si riferisce specificamente ad un post su Facebook del Rise Project, scritto cinque giorni prima. In quel post i giornalisti di Rise Project proclamavano:

“Vi informiamo che #TeleormanLeaks è una realtà. Una valigetta con informazioni riservate della società Tel Drum, informazioni alle quali i procuratori dell’Agenzia Nazionale Anticorruzione non hanno avuto accesso quando l’anno scorso passarono al setaccio la sede ed i computer della compagnia, è stata trovata nella zona rurale della provincia di Teleorman, da un residente, sulla sua proprietà”.

Il post si apre con una fotografia di Liviu Dragnea in Brasile. Il signor Dragnea è il Presidente del partito di governo romeno, il Partito Social-Democratico (Psd), ed è una figura chiave della politica in Romania. A causa di un procedimento penale per aver cercato di truccare i risultati di un referendum, Dragnea non aveva potuto essere eletto Primo Ministro nel gennaio del 2017, quando il suo partito era salito al potere. Nel giugno del 2018, inoltre, il signor Dragnea è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere in un secondo processo penale per aver usato fondi pubblici – destinati originariamente a programmi per la protezione dei minori nella provincia di Teleorman – per finanziare posizioni nel suo partito.

E l’elenco continua. Negli ultimi anni, i giornalisti romeni hanno scoperto molti altri possibili episodi di corruzione connessi a  Dragnea e alla sua famiglia. Eppure, quando la suddetta valigetta è stata ritrovata, il fatto ha richiamato più attenzione del solito. Il motivo: si sospettava che Tel Drum (una grossa impresa di costruzioni) fosse in qualche modo in combutta con la famiglia del politico, ma mancavano prove certe. L’inchiesta di Rise Project sembrava cambiare la situazione e il post su Facebook era effettivamente l’anteprima di una futura serie di articoli basati sui documenti cartacei ed informatici trovati nella valigetta.

Quando, il 5 novembre, Rise Project ha pubblicato il primo articolo sul contenuto della valigetta #TeleormanLeaks, la reazione è stata travolgente. Mihai Munteanu, uno dei giornalisti che hanno scritto l’articolo, ha dichiarato all’Ejo che Rise Project, semplicemente, non riusciva a gestire la grande partecipazione suscitata dal caso.

Come il Gdpr può condizionare il lavoro d’inchiesta
Però il pubblico non era il solo a prestare attenzione: anche lo stato ha visto la denuncia di Rise Project e ha cercato di usare contro i giornalisti i poteri conferitigli dal Gdpr: la notifica dell’Authority romena, infatti, fa esplicito riferimento al “Regolamento EU 2016/679 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 in materia di protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali nonché alla libera circolazione di tali dati”, più comunemente noto come Gdpr.

Più specificatamente, gli articoli menzionati sono l’Art. 14, riguardante le informazioni su persone fisiche ottenute da terze parti, l’Art. 57 circa il campo applicativo, e l’Art. 58 sulla giurisdizione delle autorità responsabili della tutela dei dati. Un altro riferimento viene fatto alla legge che, nel 2005, istituì l’Authority romena per la protezione dei dati “al fine di difendere i diritti fondamentali e le libertà delle persone fisiche – in particolar modo il diritto ad avere una vita intima, privata e familiare – in relazione al trattamento dei dati personali”. Ciò che significa? In sintesi, che l’Authority romena per la protezione dei dati ha deciso che fosse legittimo chiedere a dei giornalisti investigativi per quale ragione pubblicassero dati personali di persone fisiche su Facebook. Le autorità si sono inoltre sentite in diritto di chiedere, tra le altre cose, la fonte dei dati, come e dove i dati fossero conservati, e se le persone associabili ai dati fossero informate.

Si può anche, peraltro, metterla diversamente: in sostanza, un’autorità sovvenzionata dallo Stato ha chiesto spiegazioni ai giornalisti sul perché avessero realizzato una determinata inchiesta. E ha chiesto ai giornalisti di esporre le loro fonti protette, di fornire allo Stato l’accesso a tutti i dati relativi all’indagine e di interromperne la pubblicazione. Altrimenti, qualora i giornalisti scegliessero di opporre resistenza, per loro sarebbe pronta un’ammenda fino a 20 milioni di euro, come indicato dall’Art. 83 del Gdpr stesso.

L’Authority non rappresenta la polizia o alcun settore del sistema giudiziario, né conduce inchieste penali. E anche se conducesse tali indagini, la calunnia e la diffamazione non rientrano più nel diritto penale romeno: sono i privati cittadini a poter chiedere ai ai giornalisti il diritto di rettifica e hanno pure la possibilità di far causa ai giornalisti in un processo civile. Questa interferenza da parte di un’authority nazionale per la protezione de dati in un’inchiesta giornalistica è, di fatto, illecita, in linea proprio con lo stesso Regolamento Eu sui dati personali. Il 12 novembre scorso, nel corso del “European Commission Media Briefing”, Margaritis Schinas, il Vicedirettore Generale dell’EC Communication, ha puntualizzato chiaramente che:

“Il diritto alla protezione dei dati personali non è un diritto assoluto. L’art. 85 della General Data Protection Regulation afferma chiaramente che la protezione dei dati dev’essere equilibrata nei confronti della libertà di espressione e di informazione. Usare il Regolamento generale sulla protezione dei dati contro questi diritti fondamentali equivarrebbe ad un evidente abuso del regolamento. Pertanto, è della massima importanza che le autorità romene recepiscano tale impegno nella legislazione nazionale, ammettendo eccezioni e deroghe al fine di proteggere le fonti dei giornalisti, in particolare dai poteri della National Data Protection Authority ove necessario, e per rispettare la libertà di espressione e di informazione relativamente ai media”.

Mentre gli sviluppi del caso Rise Project sono ancora in corso, questa storia mette in luce il potenziale abuso di regolamentazioni e leggi concepite per proteggere e assistere i cittadini. In marzo, Occrp aveva denunciato come le richieste di accesso all’informazione pubblica (Foia) potrebbero aver portato all’omicidio del reporter investigativo slovacco Ján Kuciak e della sua partner Martina Kušnírová. Similmente, il “diritto all’obio” è stato in primo luogo impiegato da alcuni politici e pubblici ufficiali per nascondere i risultati di vecchie inchieste giornalistiche sulle loro malefatte. Il Gdpr, sembrerebbe, è solo l’ultimo strumento in questo arsenale.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Claudia Aletti

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Come si fa data journalism in Cina https://it.ejo.ch/digitale/come-si-fa-data-journalism-in-cina https://it.ejo.ch/digitale/come-si-fa-data-journalism-in-cina#respond Mon, 14 Jan 2019 14:41:06 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18931 Far appassionare a una storia, coinvolgere i lettori con l’interattività, video e infografiche: in tutto il mondo, così come in Cina, il data journalism racconta la realtà partendo dai dati, presentandoli nella maniera più chiara e intuitiva. Il processo di costruzione dei contenuti data-driven è per natura lungo, complicato e multidisciplinare. Il reporter che lavora …

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“Painting by LIU Wei 刘韡 (劉韡): Truth Dimension No 7, 2013 (oil on canvas)” / Long March Space 长征空间 (長征空間) / Art Basel Hong Kong 2013 – See-ming Lee / Flickr CC / BY-NC 2.0

Far appassionare a una storia, coinvolgere i lettori con l’interattività, video e infografiche: in tutto il mondo, così come in Cina, il data journalism racconta la realtà partendo dai dati, presentandoli nella maniera più chiara e intuitiva. Il processo di costruzione dei contenuti data-driven è per natura lungo, complicato e multidisciplinare. Il reporter che lavora sui dati, ad esempio, deve avere una solida conoscenza digitale, visiva e statistica, ma oltre alle skills giornalistiche classiche deve anche saper accedere ai dati grezzi e essere pronto a indicare chiaramente nell’articolo la sua metodologia o il codice utilizzato. Infine, è anche importante saper uniformarsi alle tendenze globali sulla trasparenza e sull’accesso alle informazioni governative.

Da diversi anni i progetti di data journalism sono una normalità in Europa e in Nord America, dove è radicata una cultura democratica più forte basata anche sulla condivisione dei dati, la trasparenza e sull’importanza del giornalismo investigativo per la società. In Cina, invece, il data journalism esiste solo a partire dal 2011 con il lancio, da parte di Sohu – compagnia mediatica nazionale con un fatturato di circa due miliardi di dollari, – della prima sezione dedicata al giornalismo dei dati, “Matrix”. Dell’evoluzione del data journalim cinese scrivono ora i ricercatori Shuling Zhang e Jieyun Feng della University of International Business and Economics di Pechino, in un nuovo articolo pubblicato sul journal Journalism Studies. Per il loro studio, i due autori hanno analizzato 290 articoli di data journalism e intervistato 20 reporter specializzati cinesi nel corso del 2017.

Nella ricerca sono stati confrontati sei siti web di importanti aziende nazionali mediatiche: Xinhuanet e The Beijing News, due agenzie ufficiali rispettivamente del Governo e del Partito comunista; The Paper e Caixin, due testate digital più commerciali e attualmente meno influenzate dallo Stato; e Sohu e Sina, due grandi portali leader del settore online. Sono interessanti i risultati relativi alle fonti di dati utilizzate dalle testate cinesi. Tra tutti gli articoli analizzati, circa il 60% presentava due o più fonti di dati, il 32% solo una, mentre un 7% non ne menziona alcuna. In particolare, i due media tradizionali, The Beijing News e Xinhuanet, sebbene siano organi di stampa di fatto non autonomi, sono paradossalmente quelli a utilizzare nei loro reportage più fonti multiple, rispettivamente nell’80 e nel 60% dei casi. Un dato sorprendente, se paragonato ai due media commerciali, The Paper e Caixin, che, seppur meno vincolati dal Partito centrale e molto più liberi, tendono invece a citare una singola fonte nel 40% dei casi. Differiscono invece i due portali internet: se Sohu ha utilizzato fonti multiple per due terzi degli articoli, la metà di quelli di Sina ne ha riportata invece solo una.

Dalla ricerca emerge anche chiaramente la dipendenza del data journalism cinese dai soli open-data già “rilasciati”. Nello specifico, circa il 50% delle fonti degli articoli analizzati proveniva da organizzazioni non governative, come istituti di ricerca a livello nazionale: una conseguenza della facilità nel reperire tali fonti e dell’accesso estremamente limitato agli altri dati governativi. Solo il 25% degli articoli ha citato documenti resi disponibili da agenzie nazionali, mentre sono ancora limitati i dati ottenuti dalle compagnie private, che si fermano solo all’11%. Beijing News e Xinhuanet – i due media tradizionali governativi – hanno fatto un maggior affidamento sui dati propri, ottenuti tramite sondaggi degli utenti oppure dalla costituzione di propri database. In particolare, Xinhuanet beneficia dell’affiliazione con Xinhua News Agency, la più influente agenzia di stampa del Governo cinese, conosciuta in Italia con il nome di Agenzia Nuova Cina – e spicca con un 28% di utilizzo di dati auto-generati.

Le differenze nei dati sono presenti anche a livello visivo: solamente il 17% degli articoli presenta le evoluzioni dei dati disponibili nel tempo, un 6% riporta connessioni tra di essi e appena l’1% appena include elementi statistici interattivi, perché servono avanzati strumenti tecnologi e alta formazione nelle redazioni per creare queste animazioni. La ricerca ha anche evidenziato come in tutti i prodotti analizzati non ci fossero collegamenti diretti ai database originali o spiegazioni sulla metodologia utilizzata: a tal proposito, gli autori hanno notato come il movimento cinese degli open data non si stia sviluppando verso un’ottica di utilità sociale. La compatibilità con il mercato cinese risulterebbe poi fragile: il 21% degli intervistati ha affermato come gli investimenti nel settore non avessero raggiunto un rendimento economico sufficiente. Il 65% dei reporter interpellati ha però menzionato i vantaggi offerti dal giornalismo dei dati, come il possibile e notevole aumento della qualità dell’informazione fornita. I professionisti concordano anche nel miglioramento visivo dei loro articoli, grazie a nuovi elementi di layout che ne facilitano la comprensione e rendono le storie più interessanti agli occhi del lettore.

Lo studio rivela anche come i reporter cinesi siano consapevoli degli standard professionali sul trattamento dei dati, sulle fonti diversificate e sullo sviluppo di una solida metodologia: nonostante ciò, l’adesione alle norme del giornalismo è minore rispetto a quella dei colleghi occidentali. Innanzitutto, l’accesso limitato per i giornalisti cinesi ai dati rimane un forte interrogativo, e anche la qualità di questi spesso non è attendibile: molti dati del governo rimangono inaccessibili e tutt’ora non esiste una piattaforma online nazionale dedicata. Anche le province cinesi, seppur dispongano di diversi portali, non permettono lo scambio e la condivisone dei dati a causa di questioni legali, tecnologiche e politiche. Per i cronisti cinesi, inoltre, si denota ancora una mancanza di preparazione: molti presentano un background nel settore cartaceo o televisivo, e risulta impegnativo per loro affrontare il mondo contemporaneo del digitale. Serve una formazione di almeno due anni per padroneggiare i software del settore e spesso vi è scarsità di risorse finanziarie, tecniche o legali. Anche il tempo è un fattore determinante, date le pressioni lavorative del mercato. Normalmente due terzi dei team investigati produce da uno a tre articoli a settimana, ma una tale qualità richiede un periodo di sviluppo di un mese, con un intenso lavoro di squadra tra giornalisti e grafici.

Anche la discrepanza dal pubblico cinese è piuttosto forte: chi legge gli articoli di data journalism rientra di norma in un ristretto gruppo di accademici, laureati e specialisti del settore – una piccola fetta del mercato totale cinese. Per comprendere poi al meglio lo scenario in cui operano i data journalist cinesi, bisogna ricordare il pesante livello di censura vigente in Cina, dove solo certi media selezionati, insieme ai grandi siti web nazionali, possiedono una licenza rilasciata dal governo per produrre e pubblicare notizie. Questi portali sono autorizzati a scrivere in autonomia solo per le sezioni di sport, tecnologia e intrattenimento, mentre le notizie politiche sono create dai mezzi ufficiali di informazione e poi inviate alle organizzazioni mediatiche. Anche l’accesso ai big data – informazioni digitali sulle scelte e preferenze degli utenti – risulta essere in mano a influenti società di telecomunicazione e giganti dell’e-commerce. In accordo con il potere esecutivo, essi ne determinano il grado di apertura verso le organizzazioni mediatiche, limitando le possibilità di copertura per progetti di data journalism.

Ad oggi il futuro del data journalism in Cina rimane incerto, a causa di vari fattori: difficoltà strutturali e politiche, perdite economiche, difficoltà a reperire dati, credibilità, il controllo sull’accesso alle informazioni nelle mani di poche compagnie private e un gruppo limitato di lettori. Prevale la visione culturale cinese, storicamente diversa da quella occidentale: i media sono da sempre legati al potere dell’assetto statale e sono presenti forti limitazioni per il giornalismo politico ed investigativo. Non bisogna poi dimenticare il Great Firewall, l’imponente censura governativa cinese dei dati provenienti da Paesi stranieri: una barriera ideologica e tecnologica che azzera gli scambi di informazioni fuori dai confini nazionali.

La ricerca completa “A Step Forward? Exploring the diffusion of data journalism as journalistic innovations in China” è disponibile qui

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Come lanciare un podcast giornalistico https://it.ejo.ch/digitale/lanciare-podcast-giornalismo https://it.ejo.ch/digitale/lanciare-podcast-giornalismo#respond Fri, 11 Jan 2019 11:55:13 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18917 Il podcast di giornalismo d’inchiesta Serial è diventato – nella storia di iTunes – quello che ha raggiunto in minor tempo i cinque milioni di download. Ed è solo uno tra i molti esempi che mostrano come tutto ciò che serve per fare del giornalismo corretto e avvincente sia un microfono, un ospite e una …

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Dávid Tvrdoň e il suo collega Ondrej Podstupka mentre registrano uno degli otto podcast prodotti da SME. Foto: Matej Ohrablo

Il podcast di giornalismo d’inchiesta Serial è diventato – nella storia di iTunes – quello che ha raggiunto in minor tempo i cinque milioni di download. Ed è solo uno tra i molti esempi che mostrano come tutto ciò che serve per fare del giornalismo corretto e avvincente sia un microfono, un ospite e una squadra ambiziosa. Producendo podcast, i giornalisti possono raccontare le loro storie in una forma che coinvolge molto il pubblico e possono riuscire a raggiungere un nuovo mondo di ascoltatori. Al momento, molte redazioni in Europa stanno cominciando a sperimentare con i podcast e c’è molto da imparare sul modo di produrli, promuoverli, distribuirli e monetizzarli.

Da dove si comincia quando si decide di utilizzare questo formato audio come mezzo di comunicazione nella propria redazione? E come si può costruire la propria audience e accrescerla? Abbiamo chiesto a qualcuno che l’ha fatto con grande successo: Dávid Tvrdoň, podcast producer presso sme.sk, una delle maggiori testate online slovacche e molto attiva nel settore dei podcast.

In passato hai scritto che la tua squadra “ha avviato senza volerlo una rivoluzione del podcast, e raggiunto un milione di download”. Dicci come avete fatto.
“Abbiamo cominciato provando con un podcast d’informazione quotidiana, cercando di replicare il successo di The Daily (New York Times) e di Up First (NPR) negli Usa. Al pubblico è piaciuto, così abbiamo aggiunto altri podcast un po’ alla volta. C’era un problema, però: quasi nessuno sapeva cosa fosse un podcast o come lo si dovesse ascoltare. Abbiamo visto crescere negli Usa queste cifre enormi di ascoltatori di podcast monitorate dalla Edison, ma in Europa, specialmente in quella centrale e dell’Est, non c’era nessuno che monitorasse la situazione, perché l’audience era quasi inesistente e lo è ancora. Noi siamo passati però da zero a decine di migliaia di ascoltatori in pochi mesi. Naturalmente, prima abbiamo dovuto spiegare e mostrare come si ascoltano i podcast. E, soprattutto, abbiamo dovuto dare alla nostra audience un buon motivo per ascoltare il nostro podcast di notizie giornaliere”.

Quali sono i principali motivi per cui le redazioni dovrebbero prendere in considerazione la produzione dei podcast?
“Per come la vediamo qui a sme.sk, un podcast è una diversa piattaforma di distribuzione per il giornalismo. I lettori leggono e guardano i giornali, ma noi sentivamo la mancanza di una versione audio. Le persone si spostano per lavoro, anche nei piccoli paesi, e la radio rimane il loro mezzo di comunicazione preferito. Ma con lo smartphone non ti sintonizzi più su una stazione radio, ascolti musica in streaming su Spotify. E un’altra grande alternativa è ascoltare i podcast. Direi che i principali motivi sono: la rapidità di adozione, il poter portare il giornalismo a una platea di giovani e il fatto che gli ascoltatori di podcast sono un‘audience fortemente interattiva. Naturalmente, però, non si può semplicemente prendere una cosa qualsiasi e trasformarla in un podcast sperando che funzioni”.

Quali sono i segreti per creare un podcast di successo?
“Abbiamo cominciato con delle conversazioni. Tutti i podcast che facciamo al momento (tranne uno) hanno due o tre persone che parlano di un argomento, principalmente si tratta di nostri reporter, ma a volte anche di esperti o politici. E siccome quasi nessuno della nostra redazione ha esperienza di radio, sembriamo degli amici che si rivolgono l’un l’altro con naturalezza. Questa cosa è casuale, non l’abbiamo in effetti pianificata, ma è il feedback che abbiamo costantemente avuto dagli ascoltatori. Alla gente piace quando spieghiamo le notizie, quando facciamo degli approfondimenti e il fatto che li affrontiamo con calma, fin dal principio. Questo vale non solo per il podcast quotidiano, ma con tutte le nostre produzioni, è qualcosa che abbiamo deciso deliberatamente e che teniamo ben presente”.

Leggi anche: L’avanzata dei podcast giornalistici in Europa

Quali apparecchiature e strumentazioni occorrono per iniziare un nuovo podcast?
“A dire il vero, le barriere da superare per cominciare a far podcast sono molto basse. Basta avere un audio chiaro e questo è tutto. Un’ottima soluzione è il microfono Blue Yeti. Si possono montare le registrazioni con il software Audacity, che è gratuito, e si può comprare un hosting illimitato su Podbean, Libsyn o SoundCloud per circa 100 euro all’anno. Noi abbiamo incominciato a registrare i nostri podcast di informazione quotidiana in un angolo del nostro studio per i video. Quando siamo cresciuti e abbiamo guadagnato vendendo pubblicità, abbiamo investito in uno studio specifico, dove ogni settimana registriamo”.

Quali altre risorse possono servire?
“Una volta che hai i microfoni e il posto per registrare il tuo podcast, ti servono degli ospiti, i giornalisti dietro ai microfoni. Noi siamo stati fortunati, perché per questo aspetto avevamo la compartecipazione della direzione e della redazione. L’obiettivo era chiaro: facciamo questo esperimento, vediamo come va, e se fallisce lo interrompiamo. Dato che tutto quello che serviva era che ogni giorno un reporter diverso parlasse per 15/20 minuti del pezzo sul quale stava lavorando, in pratica bastava saltare una pausa sigaretta e il podcast era fatto. E poi abbiamo trasformato uno dei nostri cameraman in un audio editor, e adesso è così contento di fare podcast che ci si dedica a tempo pieno”.

Come fai a formare un’audience per il tuo podcast e ad incrementarla?
“Vorrei avere una risposta geniale, ma in realtà tutto quello che facciamo è curare i podcast come facciamo per i nostri articoli. C’è un riproduttore audio incorporato nel testo che lo accompagna e, naturalmente, ci siamo assicurati che i nostri podcast siano disponibili dappertutto:  Apple, Google, Spotify, TuneIn, Alexa e quelli che preferisci. Come con ogni nuovo format, lo produciamo regolarmente. Puoi trovare la sezione ‘Podcast’ sulla nostra homepage (ancora il nostro più grosso generatore di traffico), e abbiamo spot settimanali per i prodotti settimanali. Siccome i podcast sono un fenomeno importante tra gli esperti di tecnologia, ne abbiamo lanciati anche su temi tecnologici e scientifici. È così che si conquista un certo pubblico, trattando qualcosa che ama, e poi col tempo presentandogli altri tipi di podcast”.

Il Vicedirettore di SME.sk Tomáš Prokopčák e la reporter Lucia Krbatová mentre registrano una puntata del podcast giornaliero. Foto: Jozef Jakubčo

Che cosa dovrebbero tener presente i giornalisti che usano un podcast come mezzo di narrazione?
“Il segreto è che una volta che hai catturato una persona con un podcast è molto semplice convincerla a seguirne degli altri. Dico sempre che i podcast creano dipendenza, ma in senso buono. Hai tutto il tempo che vuoi: sii preciso, descrivi le cose meglio che puoi, entra nel dettaglio e non parlare troppo velocemente. Non importa se racconti una nuova vicenda in 12 minuti o in 22 o in 30. Ovviamente ci sono dei tempi ideali, ma in generale, se un argomento ha bisogno di più tempo, all’ascoltatore non importa.
A questo proposito, mi piacciono gli 11 comandamenti del podcasting che la Bbc ha recentemente pubblicato quando ha commissionato i podcast per la propria applicazione ‘Sound’. Mi piacciono tutti, ma in questo caso il quarto dice tutto: ‘i podcast sono fatti per la headphone generation: sii rispettoso, cordiale e gentile dentro le loro teste’. Un modo così simpatico di presentare la cosa, molto British, e molto vero”.

Come si convince la redazione del potenziale valore aggiunto dei podcast?
“Bella domanda. ‘Lascia che ti dica cosa ho scoperto’ potrebbe essere la formula migliore. Quando i nostri reporter scrivono dei buoni articoli, suscitano molti commenti, per la maggior parte negativi. Ma quando trasmettiamo quella storia anche tramite podcast, ricevono email gratificanti. Non sto dicendo che un giudizio negativo ma costruttivo non sia prezioso, naturalmente. Si sbaglia, ci si corregge, si chiede scusa e ci si impegna di più. Un altro motivo, per noi, era che stiamo acquisendo nuovi ascoltatori con i podcast e abbiamo cominciato a chiedere alle persone di sostenerci sottoscrivendo abbonamenti digitali a sme.sk. Abbiamo ricevuto email e commenti su Facebook da parte di persone che dicono di aver sottoscritto un abbonamento annuale permanente perché apprezzano le trasmissioni. In effetti questo fa nettamente la differenza, agli occhi della direzione e anche tra i nostri reporter. Se produci qualcosa che piace, le persone te ne sono grate e ti spiegano anche come fare meglio”.

Quali sono le tue considerazioni sulla partecipazione del pubblico che ascolta i vostri podcast?
“Il nostro indice medio di ascolto è sorprendente. Non abbiamo mai raggiunto il 90% netto con gli articoli o i video. Inoltre, se i lettori passano 35 minuti alla settimana sul nostro sito web, con i podcast i tempi come minimo raddoppiano; gli ascoltatori più affezionati ci passano persino quattro ore a settimana. Quando abbiamo iniziato a fare i podcast, abbiamo anche creato un gruppo Facebook, un ‘podcast club’ e il gruppo è diventato un sostegno importante. Le persone partecipano, commentano e ci forniscono riscontri sulle singole puntate delle varie trasmissioni che produciamo”.

Quali sono i tre consigli principali sul fare podcast che puoi dare ai giornalisti?
“Se la vostra redazione non fa podcast, proponeteli come un esperimento o come un progetto di rinnovamento, trovate alleati a livello di colleghi interessati a fare un podcast con voi e cominciate pian piano a costruire la vostra audience. Credo fermamente nelle conversazioni come format preferenziale per i podcast. E investirei un po’ di euro in un microfono quasi dignitoso per avere un audio pulito”.

Come ti sembra il futuro di questo formato nel giornalismo?
Sono molto ottimista per questo format. Naturalmente dobbiamo tener presente che siamo ancora all’inizio della corrente dei podcast, e ci sono parecchi paesi e persino continenti dove i podcast non sono ancora ben conosciuti. Perciò vedo un grande potenziale di crescita. E auspicabilmente, un giorno sarà uno dei principali format di contenuti per ogni redazione. Sarebbe un futuro molto bello”.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente dall’European Journalism Center e viene ripubblicato per gentile concessione. Traduzione dall’inglese a cura di Claudia Aletti

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Il giornalismo di qualità è un processo https://it.ejo.ch/piu-recenti/istituzione-giornalismo-qualita https://it.ejo.ch/piu-recenti/istituzione-giornalismo-qualita#respond Fri, 21 Dec 2018 14:01:46 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18902 All’epoca si trattava solo di pornografia. “La riconosco quando la vedo”, aveva affermato il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Potter Steward nella sentenza, per certi versi rivoluzionaria, “Jacobellis vs. Ohio” del 1964, un giudizio che ha grandemente contribuito a definire ciò che dovesse essere ritenuto legale all’epoca e ciò che non lo era …

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© Pixino

All’epoca si trattava solo di pornografia. “La riconosco quando la vedo”, aveva affermato il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Potter Steward nella sentenza, per certi versi rivoluzionaria, “Jacobellis vs. Ohio” del 1964, un giudizio che ha grandemente contribuito a definire ciò che dovesse essere ritenuto legale all’epoca e ciò che non lo era in materia di proiezioni pubbliche (la sentenza consentì la distribuzione del film Les Amants di Louis Malle, giudicandolo non pornografico, ndr). “Lo riconosco quando lo vedo” sembra anche un’affermazione comune quando si parla di giornalismo di qualità. Molti dei dibattiti sui media di questi tempi, infatti, spesso vertono sulla questione di cosa sia veramente la qualità nell’informazione. E a prima vista, la risposta sembra facile. Ma più si scava a fondo, più il concetto diventa confuso. E perché mai dovrebbe importare?

Che cosa si intende per qualità?
Importa perché il giornalismo è in difficoltà. I modelli economici tradizionali stanno venendo sconvolti e così anche la fiducia, mentre le minacce per i giornalisti stanno crescendo persino in Europa. Sempre più nuovi talenti sembrano rinunciare a entrare nella professione anche per questi motivi e se la tendenza dovesse continuare, la sopravvivenza della professione stessa potrebbe essere messa a rischio. Non è un caso se si stanno moltiplicando le iniziative a sostegno del giornalismo di qualità. Il Consiglio d’Europa, ad esempio, ha creato una commissione di esperti che lavori su alcune linee guida per gli stati membri (chi scrive questo articolo ne fa parte), ma anche altre iniziative volte a intensificare la fiducia nel giornalismo e alcuni progetti attivi, come il Trust Project, stanno cercando di dare una mano.

Qui è il punto in cui si inserisce il dibattito esplicito sulla qualità: se vogliamo salvare il giornalismo, non dovremmo focalizzare le nostre energie e le nostre risorse sulla sua fascia alta, quella di più alta qualità? Forse – ma dove inizia davvero questa fascia alta? Ci sono parecchi esponenti del mondo del giornalismo nel suo insieme che ad esempio vorrebbero negare ogni sostegno al giornalismo scandalistico o ai tabloid. “Dov’è la qualità?” chiedono, riferendosi a queste pubblicazionio. Dov’è il valore aggiunto quando si scrive dell’abbigliamento per una possibile gravidanza di Meghan Markel, o articoli sensazionalistici sulla probabilità di una visita aliena dallo spazio? Dov’è la qualità, chiedono, nel resoconto macabro e dettagliatissimo di qualche incidente mortale dove persino i familiari delle vittime non hanno avuto occasione di conoscere in precedenza tutti i particolari? Altri ritengono che siano i servizi di moda a non poter essere definiti giornalismo di qualità. Al massimo, dicono, questa tipologia di contenuti si può giustificare se serve a finanziare “le cose serie”.

Cosa sono le “cose serie”?
Ma allora che cosa sono le “cose serie” quando si parla di informazione? Si tratta solo di articoli di politica o di economia, o di inchieste di qualsiasi tipo? Che dire della cronaca sportiva, del giornalismo gastronomico o delle parti più piacevoli della sezione culturale – e, a proposito, dove inizia la cultura di “qualità”? È qui che diventa palese che definire ciò che è e ciò che non è “giornalismo di qualità” non è solo un compito incredibilmente difficile. È anche un pendio scivoloso che può condurre a vari generi di potenziali abusi. I regimi autoritari, ad esempio, non avranno alcuna difficoltà a dire cosa sia la qualità dal loro punto di vista: certamente niente che comprenda lo sfidare il potere. E non c’è nemmeno bisogno di tornare agli incendi di libri della Germania di Hitler. Un esempio più recente è la decisione di Viktor Orbán in Ungheria di proibire i gender studies in nome della qualità. Ci si può scommettere che in futuro non vedremo servizi molto obiettivi sulle questioni di genere da parte dei media controllati dal governo di Budapest. La lezione è questa: definire la qualità in base ai contenuti porta alla censura. Quindi, come si può definire la qualità senza cadere in questa trappola?

La qualità riguarda i processi, non solo il risultato finale
C’è una sola soluzione: l’espressione “giornalismo di qualità” deve essere separata dal giudizio sui singoli contenuti. Chiunque abbia esperienza di redazione nel coordinamento di notizie di alta qualità sarebbe d’accordo sul fatto che persino lì, occasionalmente, ci scappano dei contenuti di più bassa fattura. Non sto parlando necessariamente di disinformazione, ma piuttosto di cose tipo articoli “copia-incolla” messi insieme in fretta per rispettare una scadenza o per accontentare un capo. Ad esser onesti, c’è molto cattivo giornalismo anche nelle pubblicazioni di qualità. Piuttosto che essere associato ad un articolo pluri-premiato, il concetto di “qualità” dovrebbe essere connesso ai processi che portano a quel risultato: scrivere reportage sul campo, consultare una seconda o terza fonte, avere un secondo o terzo paio di occhi che controllino il pezzo, utilizzare informazioni pertinenti, restare indipendenti da interessi economici, esibire un procedimento di verifica dei fatti a prova d’esame, offrire trasparenza nell’affrontare errori relativi ai fatti e opinioni giornalistiche sbagliate, tenere il passo con la selezione e la formazione di persone di talento –  ed alimentare una cultura che sia pronta a controllare questi procedimenti.

Fare in modo che all’interno delle redazioni vengano rappresentati una diversità di background sociali e punti di vista porterebbe la qualità ad un livello ancora più alto. Vedendola così anche i servizi di moda possono davvero essere giornalismo di qualità, se si seguono queste procedure invece che scrivere pezzi fasulli. In definitiva, il giornalismo consiste nell’aiutare i cittadini a prendere le proprie decisioni e farsi un’opinione in merito a tutti gli argomenti, non solo in merito alla politica o all’economia. Si tratta di gestire il potere di raccontare, di sollevare il sipario, spiegare e ritrarre il mondo. E si tratta dell’ambizione – e del dovere – di rendere queste cose interessanti. Senza pubblico, il giornalismo non raggiungerà nessuno di questi obiettivi.

Inutile dire che in tutto ciò le dimensioni contano. Più è grande un’organizzazione mediatica e più facilmente questi standard potranno essere implementati. Una redazione di tre persone, ad esempio, non può permettersi una sezione per la verifica dei fatti. Eppure, la corretta raccolta e verifica dei fatti sarà comunque al centro della loro attività. Che dire poi dei blogger solitari, che cercano di alzare la propria voce al di sopra del rumore? Meritano le stesse protezioni e lo stesso supporto che richiede il giornalismo di qualità? Non proprio. Un blogger è protetto dal diritto della libertà di parola proprio come qualsiasi altro individuo, ma il semplice scrivere, registrare o filmare qualcosa e pubblicarlo sul web non può qualificarsi come il genere di giornalismo istituzionalizzato che qualsiasi democrazia dovrebbe apprezzare e sostenere.

C’è il forte bisogno di accountability da poter esercitare di fronte a un insieme di regole e norme condivise. Questa forma di controllo può essere solo di natura collettiva e in grado di operare secondo procedure la cui attendibilità è sempre verificabile. Si parla molto della saggezza della massa nel mondo digitale, ma alla fine i meccanismi di questo stesso mondo si riducono alla separazione della massa in individui. Il giornalismo rappresenta una forza per contrastare questa separazione. Deve continuare ad esserlo e venire supportato in veste di istituzione.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Claudia Aletti. Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo

 

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Il pluralismo del giornalismo è a rischio anche in Svizzera https://it.ejo.ch/etica/qualita-giornalismo-svizzera https://it.ejo.ch/etica/qualita-giornalismo-svizzera#respond Mon, 17 Dec 2018 11:51:46 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18885 I media svizzeri pubblicano sempre più spesso gli stessi contenuti: ecco cosa emerge da un’analisi comparativa automatizzata condotta dal Forschungsinstitut Öffentlichkeit und Gesellschaft (Fög) (Istituto di ricerca per la sfera pubblica e la società) dell’Università di Zurigo, inclusa nell’annuale report “Qualität der Medien – Schweiz”, dedicato allo stato di salute dell’informazione in Svizzera.  La pluralità …

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pixabay.de

I media svizzeri pubblicano sempre più spesso gli stessi contenuti: ecco cosa emerge da un’analisi comparativa automatizzata condotta dal Forschungsinstitut Öffentlichkeit und Gesellschaft (Fög) (Istituto di ricerca per la sfera pubblica e la società) dell’Università di Zurigo, inclusa nell’annuale report “Qualität der Medien – Schweiz”, dedicato allo stato di salute dell’informazione in Svizzera.  La pluralità giornalistica in calo è uno dei temi centrali dello studio: per la prima volta non sono state analizzate solo la molteplicità delle fonti o la varietà di cronaca all’interno di un unico medium, ma anche la varietà di cronaca all’interno dei sistemi di integrazione redazionale.

In Germania il trend delle redazioni centralizzate, attuato da case mediatiche come Funke, Madsack e Dumont, è già consolidato, mentre negli ultimi mesi queste forme di collaborazione stanno aumentando fortemente anche in Svizzera. Tamedia, la più grande compagnia mediatica elvetica, ad esempio, gestisce da inizio 2018 una redazione centrale per quotidiani e siti di news nella svizzera tedesca come il Tages-Anzeiger di Zurigo o la Berner Zeitung di Berna (e presto anche per la Basler Zeitung, messa in vendita dal politico di destra e imprenditore Christoph Blocher). Tamedia, inoltre, gestisce anche un’altra redazione centralizzata nella svizzera francese. I concorrenti di Tamedia stanno iniziando a seguire l’esempio cominciando a raggruppare redazioni: ad ottobre 2018, ad esempio, è partita CH Media, il risultato della fusione tra la NZZ Mediengruppre di Zurigo e la AZ Medien di Aarau. Entrambe le organizzazioni gestiscono ora in questo modo le loro testate regionali, con la creazione di una redazione mantello comune per i contenuti regionali della Luzerner Zeitung, del St. Galler Tagblatt (entrambi appartenenti al gruppo NZZ), così come per la Argauer Zeitung o la Basellanschaftliche Zeitung (entrambe di AZ Medien), mentre i contenuti locali continuano ad essere prodotti in modo autonomo.

Sempre più opinioni identiche
Di positivo c’è che, grazie a queste fusioni, molte regioni svizzere continuano ad avere un’offerta mediale quotidiana e attuale, riducendo così il rischio di propagare i „news deserts“, la scomparsa della flora giornalistica locale, come accade negli Usa, dove molte comunità non sono più servite dal giornalismo locale. Dai risultati dello studio emerge come la qualità dell’offerta delle singole testate sia rimasta intatta. Ciononostante, l’aumento delle collaborazioni redazionali chiaramente porta con sé anche alcuni sviluppi negativi. Il processo di confronto testuale automatizzato usato da Fög ha cercato sistematicamente tutti i testi “gemelli” (due o più versioni dello stesso testo), che poi sono stati confermati in base al coefficiente di Jaccard (con un totale di 8936 testi). Questo ha mostrato che proprio nel campo democraticamente sensibile della cronaca politica nazionale già il 54% degli articoli appare simultaneamente in almeno due dei 19 giornali esaminati. Questo non è semplicemente dovuto alla prassi di lavorare sugli stessi comunicati stampa, bensì una conseguenza diretta dell’unione sistematica tra redazioni, in quanto la parte di articoli condivisi tra media dello stesso consorzio è molto alto.

Un esempio: il Tages-Anzeiger, il Bund e la Berner Zeitung da quest’anno fanno parte della nuova redazione centrale della svizzera tedesca di Tamedia (Bund e Tages-Anzeiger avevano già collaborato in passato). Dopo l’introduzione della collaborazione più recente, il numero di articoli condivisi dai tre giornali è aumentato di 17 punti percentuali, arrivando al 55%. All’interno dei formati d’opinione come editoriali e commenti la quota di notizie identiche è persino passata dal 40% al 68%. Per la Svizzera questo è di maggiore importanza, anche politica, in quanto più volte all’anno si tengono le votazioni popolari. Prima delle votazioni, i detentori del diritto di voto di diverse regioni ottengono quindi sempre più spesso le stesse raccomandazioni di voto. Il pericolo di una cronaca uniforme nel mezzo di una crescente concentrazione mediatica è chiaramente aumentato.

La qualità delle notizie è tuttora alta, nonostante la decrescente varietà
Come da tradizione, l‘annuario ha verificato anche la qualità dell’offerta mediatica svizzera complessiva. I risultati indicano che la qualità delle notizie riportate dai 66 media d’informazione svizzeri è tuttora relativamente alta. Un sondaggio complementare, condotto in seno al rating della qualità dei media, mostra ad esempio come gli svizzeri attribuiscano a molte testate una buona qualità. D’altro canto, si nota anche che circa un terzo dei media non ha più lo stesso livello di qualità dell’anno precedente. Si riscontrano infatti perdite nella dimensione della varietà (quindi una varietà più ridotta nel mix di temi e punti di vista), ma anche per quanto riguarda il numero di posti di lavoro. Il taglio delle risorse nel settore dei media d‘informazione in Svizzera mostra i suoi effetti; non che si tratti di qualcosa di sorprendente, considerando che tra il 2011 e il 2016 è stato eliminato quasi un quinto dei posti di lavoro nei media cartacei e online, mentre nel settore delle pubbliche relazioni il numero di posti è aumentato in modo sostanziale.

I news-deprived non vogliono spendere per l’informazione
Il giornalismo informativo si deve confrontare, oltre che con la riduzione delle risorse, anche con il problema della diminuzione del suo pubblico. In Svizzera ci sono diversi tipi di consumatori di media, e chi che ne fanno un uso massiccio rappresenta, però, con un 10% del totale, una minoranza. In compenso, dal 2009, anno d’inizio di questo studio, è in aumento il gruppo dei cosiddetti news-deprived, tanto da essere ormai la categoria di media user più rilevante in Svizzera (36% in totale), mentre costituisce il 53% della fascia tra i 16 e i 29 anni. Il pubblico che fa parte di questo tipo di utenti, consuma poche news e quelle che consuma provengono normalmente da media d’informazione con un livello di qualità mediamente basso, innanzitutto tramite social media. Gli utenti news-deprived intervistati hanno dichiarato di interessarsi poco a politica ed economia, ma molto di più a nutrizione, fitness, musica e film. Dato che la disponibilità a pagare per l’informazione è direttamente collegata all’interesse per le notizie, con l’aumento dei news-deprived cresce proprio quel gruppo di utenti che è meno disposto a pagare per le news.

I dati sui “news deprived” in Svizzera

Nuova legge sui media: le proposte non vanno abbastanza lontano
Questi risultati giungono in un periodo in cui in Svizzera si continua a discutere intensamente sulla sua politica mediatica. Dopo la bocciatura, a inizio 2018, dell’iniziativa “No Billag”, che avrebbe rappresentato la fine del canone per il servizio pubblico, in Svizzera si discute ora di una nuova legge sui media. La proposta del governo prevede che il servizio pubblico sviluppi più offerte digitali e che anche i fornitori di servizi online privati possano essere sovvenzionati, anche se solo quelli specializzati in contenuti audiovisuali e solo con somme modeste. I risultati pubblicati nello studio suggeriscono che, di fronte a un contesto in cui il pubblico si allontana sempre di più dal giornalismo d’informazione, in cui non si è ancora trovato un business model per il giornalismo che possa funzionare anche in futuro, e in cui continuano a diminuire le risorse umane e finanziarie, le proposte per l’ampliamento delle sovvenzioni ai media nella nuova legge federale per i media elettronici non vanno abbastanza lontano, mettendo a rischio la possibilità di stabilizzare il giornalismo (digitale) in modo sostenibile. Anche questo è un motivo per cui il Fög e altri esperti d’economia, media e cultura, si sono organizzati e hanno voluto prendere posizione, all’interno della procedura di consultazione prevista dalla Confederazione per la nuova legge.

In primo luogo, le offerte giornalistiche online dovrebbero poter essere sovvenzionate nel complesso, non soltanto quelle specializzate in contenuti audiovisuali. In secondo luogo, servono somme più importanti come incentivi per gli attori mediatici privati, affinché la diminuzione della pluralità giornalistica in Svizzera possa essere arrestata. Per assicurare i mezzi per l’azienda di servizio pubblico Srg e per le sovvenzioni dirette ai media, è necessario, in terzo luogo, un adattamento del canone, che non dovrà più essere ridotto negli anni a venire. Infine, bisognerebbe pensare a come gli intermediari tecnologici e le piattaforme online globali possano contribuire al finanziamento dei media svizzeri, ad esempio tramite una tassa pubblicitaria. Le imminenti risposte ufficiali delle autorità e le seguenti discussioni in Parlamento mostreranno se e quanto gli interventi dalla sfera accademica possano davvero arricchire il dibattito. Questo sarebbe senz’altro auspicabile per la qualità e il futuro del giornalismo. Lo scambio collettivo di idee e le azioni collettive tra accademia e prassi giornalistica può in ogni caso continuare a dare il suo contributo a questo dibattito politico e mediatico, perlomeno per lo sviluppo di un’“alleanza illuminata”.

L’intero annuario così come diverse analisi riassuntive possono essere scaricate gratuitamente (in tedesco) qui:  www.qualitaet-der-medien.ch. 

Una sintesi della ricerca in Italiano della ricerca è invece disponibile qui.

Articolo tradotto dall’originale tedesco da Georgia Ertz

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