Osservatorio europeo di giornalismo – EJO https://it.ejo.ch Wed, 17 Oct 2018 13:03:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.8 I media europei hanno tagliato i cookie? https://it.ejo.ch/digitale/cookies-gdpr-pubblicita-online-privacy https://it.ejo.ch/digitale/cookies-gdpr-pubblicita-online-privacy#respond Wed, 17 Oct 2018 12:57:34 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18735 Il volume dei contenuti traccianti di terze parti sui siti d’informazione di tutta Europa è significativamente ridotto dall’introduzione del General Data Protection Regulation (GDPR) dell’Unione Europea del 25 maggio 2018, lo rivela una nuova analisi del Reuters Institute for the Study of Journalism. La ricerca, basata su un confronto dei contenuti di terze parti presenti …

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Il volume dei contenuti traccianti di terze parti sui siti d’informazione di tutta Europa è significativamente ridotto dall’introduzione del General Data Protection Regulation (GDPR) dell’Unione Europea del 25 maggio 2018, lo rivela una nuova analisi del Reuters Institute for the Study of Journalism. La ricerca, basata su un confronto dei contenuti di terze parti presenti sui siti d’informazione ad aprile e a luglio 2018 – prima e dopo l’introduzione del GDPR – registra un calo del 22% nel numero di cookies ospitati senza il consenso degli utenti; un calo del 9% dei cookies dei social media e un calo del 7% nel numero di siti d’informazione che ospitano contenuti traccianti dei social media, come i pulsanti di condivisione di Facebook o Twitter. Tuttavia l’analisi delle homepage di oltre 200 dei maggiori siti d’informazione europei ha fatto registrare un cambiamento minimo nella percentuale complessiva di pagine di siti di news che contengono qualche forma di contenuto (99%) o di cookie (98%) di terze parti.

Il numero dei cookies di terze parti ha subito un drastico calo
Il numero di cookies di terze parti per pagina è calato in media del 22% su tutti i siti d’informazione. I siti tedeschi, che avevano il secondo numero più basso di cookies in aprile, mostrano il cambiamento minore, con una diminuzione del 6%. I siti britannici, che avevano al contrario il numero più alto di cookies traccianti per pagina in aprile, hanno mostrato una diminuzione del 45%  a luglio. La percentuale di siti d’informazione che ospita contenuti social di terze parti, come pulsanti di condivisione di Facebook o Twitter, è a sua volta calata sensibilmente, passando dall’84% in aprile al 77% in luglio.

Sono stati analizzati un totale di 10168 caricamenti di pagina, quasi 1 milione di richieste di contenuto, e 2,7 milioni di cookies sui siti d’informazione di Finlandia, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito, utilizzando un software appositamente realizzato, webXray. I cali nei cookies di terze parti fra aprile e luglio variano anche a seconda del tipo di contenuto: nel nostro campione, il numero di cookies degli strumenti di ottimizzazione del design è calato in media del 27%, quelli di pubblicità e marketing del 14%, mentre quelli dei social media del 9%. Le aziende tecnologiche statunitensi restano fra le più presenti sui siti d’informazione del nostro campione, Google (96%), Facebook (70%), e Amazon (57%); fra queste, solo Facebook ha visto un calo significativo dopo l’entrata in vigore del GDPR, scendendo di cinque punti percentuali. Ma la maggior parte delle altre compagnie con la più ampia presenza in aprile, incluse Verizon e Oracle negli Usa, Wpp nel Regno Unito e Criteo in Francia, hanno visto un calo significativo della propria copertura post-GDPR, in molti casi di dieci punti percentuali o anche di più.

Cattive notizie per le compagnie Ad-Tech
Uno degli autori del report, Rasmus Kleis Nielsen, ha affermato che i risultati sono significativi: “i siti d’informazione, specialmente quelli basati sugli introiti pubblicitari, sono particolarmente dipendenti da terze parti per molte funzioni cruciali, dalla monetizzazione alla condivisione sui social, e quindi il modo in cui gestiscono il GDPR è tanto importante quanto indicativo di una risposta più ampia. Abbiamo rilevato un chiaro declino nel volume dei tracciatori di terze parti, ma è anche interessante che – con la parziale eccezione di Facebook – i grandi ‘sconfitti’ in termini di copertura siano state le compagnie ad-tech fuori dalla top 3– ovvero quelle che non rientrano fra le maggiori società tecnologiche statunitensi”. L’autore principale del report, Timothy Libert, ha affermato invece che non è possibile dire con certezza perché i cambiamenti osservati nella ricerca si siano verificati e che alcuni di essi potrebbero essere anche indipendenti dall’arrivo del GDPR. Tuttavia, ha aggiunto: “in molti casi i cookies di terze parti non avrebbero dovuto essere generati senza consenso prima del GDPR, quindi i cambiamenti che vediamo potrebbero essere più indicativi di adattamenti nell’ambito di strategie di uniformità che non dei nuovi requisiti normativi”.

Ha poi proseguito dicendo che “mentre la prospettiva sulla privacy degli utenti sembra migliorare, è troppo presto per sapere quanto siano trasparenti le notifiche di opt-in, quale percentuale di utenti decida di acconsentire all’uso dei cookie di terze parti, e quanti siti costringano gli utenti ad accettare il tracciamento coi cookie di terze parti per visualizzare i contenuti. Nel complesso, l’impatto del GDPR va letto come un processo in corso piuttosto che come un singolo evento, e anche se il 25 maggio è arrivato e e se n’è andato, i nostri dati iniziali suggeriscono che  potremmo continuare a vedere cambiamenti nel web europeo”. L’analisi, “Changes in Third-Party Content on European News Websites after GDPR”, di Timothy Libert, Lucas Graves e Rasmus Kleis Nielsen, parte da un precedente report, “Third-Party Web Content on EU News Sites: Potential Challenges and Paths to Privacy Improvement”, che ha confrontato i contenuti di terze parti sui siti d’informazione con altri popolari siti web durante i primi tre mesi del 2018. Quella ricerca ha mostrato come i siti d’informazione tendano ad avere un volume decisamente più alto di contenuti e cookie di terze parti rispetto ad altri popolari siti web.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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Ci ricordiamo da dove provengono le notizie che leggiamo online? https://it.ejo.ch/digitale/giornalismo-social-brand https://it.ejo.ch/digitale/giornalismo-social-brand#respond Mon, 15 Oct 2018 12:50:02 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18724 La crescita dei social media e di altri aggregatori avvenuta negli ultimi anni ha cambiato significativamente la natura del consumo delle notizie online. Secondo i dati dell’ultimo Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism, il 65% dei lettori sul web in 37 Paesi preferisce ora ricevere le sue notizie tramite motori …

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La crescita dei social media e di altri aggregatori avvenuta negli ultimi anni ha cambiato significativamente la natura del consumo delle notizie online. Secondo i dati dell’ultimo Digital News Report del Reuters Institute for the Study of Journalism, il 65% dei lettori sul web in 37 Paesi preferisce ora ricevere le sue notizie tramite motori di ricerca, social media e altre piattaforme online, un numero impressionante. Una domanda ricorrente è se questo abbia anche degli impatti sulla percezione delle persone sulle origini delle notizie che leggono e sulla consapevolezza nei riguardi della loro origine: dopo tutto, le notizie condivise dalle testate giornalistiche su Facebook e Twitter si assomigliano tutte quanto a design. Nella nostra ultima ricerca, abbiamo cercato di rispondere a questa domanda, esaminando come e se le persone ricordano la testata che hanno letto quando accedono alle news direttamente dai siti delle organizzazioni mediatiche e quando lo fanno tramite i motori di ricerca e i social.

I lettori si ricordano raramente la fonte delle notizie che leggono usando i social
Per studiare se le persone ricordassero quale testata giornalistica hanno fruito dopo aver letto un articolo abbiamo usato i dati di PULSE di YouGov, i quali ci hanno consentito di tracciare i comportamenti di browsing di un campione di circa 3mila individui nel Regno Unito nel corso di un intero mese nell’estate del 2017. Poche ore dopo aver cliccato su un link a un articolo giornalistico, abbiamo chiesto al nostro campione di identificare quale testata avesse pubblicato quanto avevano appena letto.

I risultati mostrano che nell’81% dei casi in cui le persone avevano acceduto direttamente al sito di un’organizzazione mediatica, i lettori riuscivano a ricordare correttamente la testata che avevano appena consultato. Invece, quando il link all’articolo proveniva da un motore di ricerca, solo nel 37% dei casi i lettori erano in grado di ricordare la testata di riferimento. Quando invece il link veniva trovato su Facebook, la pubblicazione di riferimento veniva ricordata nel 47& dei casi. Quando abbiamo analizzato i fattori che trainavano una corretta attribuzione delle fonti, abbiamo scoperto che “una relazione forte pre-esistente con una testata era anche il fattore piu forte associato con la corretta attribuzione del brand in tutti e tre i metodi di accesso alle news analizzati”. I lettori più giovani, inoltre, ricordano più di frequente la testata se la incontrano sui social media, ma il fatto che la testata fosse tradizionale una nativa digitale non sembra essere significativo per quanto riguarda ricordarsi da dove provengono le news che si leggono.

Alcune implicazioni importanti per le organizzazioni giornalistiche
Cosa ci insegnano, quindi, questi risultati? Innanzitutto, quanto è emerso dalla nostra ricerca ha implicazioni importanti per la comprensione della fiducia nel giornalismo e per i business model possibili delle testate. Ricerche già disponibili hanno già fatto notare l’importanza dei brand per il modo in cui le persone navigano tra le notizie e per come viene attribuita fiducia ai contenuti giornalistici. Se la connessione tra il lettore e il brand viene indebolita, come sembra essere nel nostro caso, è anche possibile aspettarsi che la fiducia complessiva nelle testate giornalistiche possa subire conseguenze negative.

Inoltre, le organizzazioni mediatiche con un brand value più debole potrebbero incontrare maggiori difficoltà a sopravvivere in un ambiente informativo online che si muove, lentamente ma costantemente, verso un’impostazione sempre più a pagamento, un ambiente dove la fedeltà dei lettori e la riconoscibilità dei brand saranno elementi chiave per la monetizzazione. Se meno utenti di una testata online riescono a ricordare di aver letto uno dei suoi contenuti, potrebbe anche essere più difficile trovare lettori disposti a pagare. Infine, in un ambiente dove i brand giornalistici sembrano contare meno, potrebbe anche essere più facile per la disinformazione diffondersi, uno scenario ancora più preoccupante.

Il paper “News brand attribution in distributed environments: Do people know where they get their news?” è pubblicato da New Media & Society, ed è disponibile qui.

Articolo tradotto dall’originale inglese

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Useremo i robot ma avremo sempre bisogno di giornalisti https://it.ejo.ch/digitale/robot-giornalismo-automazione-intelligenza-artificiale https://it.ejo.ch/digitale/robot-giornalismo-automazione-intelligenza-artificiale#respond Mon, 08 Oct 2018 09:27:47 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18710 I “Panama Papers” erano un compito temporaneo. Il pluripremiato lavoro collaborativo internazionale guidato dal giornale tedesco Süddeutsche Zeitung riguardava soprattutto gli uomini di potere: i reporter hanno speso un intero anno a setacciare i dati, cercando anomalie e dando seguito alle fonti. Ma doveva per forza essere tutto così faticoso? Alcuni giornalisti, i più ottimisti nei …

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I “Panama Papers” erano un compito temporaneo. Il pluripremiato lavoro collaborativo internazionale guidato dal giornale tedesco Süddeutsche Zeitung riguardava soprattutto gli uomini di potere: i reporter hanno speso un intero anno a setacciare i dati, cercando anomalie e dando seguito alle fonti. Ma doveva per forza essere tutto così faticoso? Alcuni giornalisti, i più ottimisti nei riguardi del giornalismo “robot”, credono che se ci fossero stati software sofisticati a supportare i 400 giornalisti di tutto il mondo nell’analisi dei dataset che hanno dato forma all’inchiesta, questi avrebbero potuto trovare di più e in meno tempo. Ma non è così semplice: l’intelligenza artificiale (IA) creerà nuove opportunità per il giornalismo, ma il progresso dei robot nelle redazioni comporta anche alcuni rischi significativi.

IA: la salvezza del giornalismo?
Innegabilmente ci sono enormi vantaggi nell’impiego dell’IA nelle redazioni. Non c’è da meravigliarsi quindi se diverse testate di tutto il mondo stanno muovendo i primi passi in questo settore. Un recente sondaggio del Reuters Institute for the Study of Journalism ha rivelato come il 69% dei media manager interpellati utilizzi già un qualche tipo di IA nella propria redazione. Anche il pubblico sembra accogliere l’idea con un certo favore: come hanno indicato i risultati del Digital News Report del 2017, il 54% di tutti gli intervistati ha preferisce già affidare a degli algoritmi la selezione delle notizie rilevanti, piuttosto che a degli esseri umani. La lista dei potenziali benefici è lunga. Primo, l’IA libererà i giornalisti dalle ripetitive e noiose rogne della routine quotidiana e li aiuterà a concentrarsi meglio su compiti più importanti. Secondo, l’IA farà meglio degli esseri umani in termini di volume di produzione e, potenzialmente, di accuratezza, come già dimostrano le redazioni che si servono di produzione automatizzata di rapporti finanziari e risultati sportivi.

Terzo, i robot saranno in grado di realizzare quel tipo di giornalismo hyperlocal che interessa al pubblico ma che nessun editore può permettersi di realizzare con costanza. L’esempio di un bot svedese che produce annunci immobiliari mostra come le storie automatizzate possano anche generare abbonamenti. Quarto, il fact checking automatizzato aiuta a evitare gli errori e fermare la diffusione delle fake news e della disinformazione, accrescendo così credibilità e fiducia (il pubblico detesta gli errori!). Quinto, il data journalism apre nuove ed eccitanti opportunità per le inchieste. “Quando usati e analizzati correttamente, i big data possono prevedere guerre e scioperi, attacchi terroristici, risultati elettorali e investimenti online, nonché aiutare i giornalisti a suggerire in anticipo ai lettori i cambiamenti nelle tendenze di moda, i disastri naturali, gli ingorghi automobilistici, modelli culturali e molto altro ancora”, come scrive Amir Ruskin nel libro Robot Journalism – Can Human Journalism Survive?, edito da Noam Lemelshtrish Latar (2018). Sesto, come gradito effetto collaterale, lavorare con l’IA e i dati formerà i giornalisti nello sviluppo di capacità ricercate in una più ampia gamma di mansioni. In un panorama mediatico sempre più competitivo, è fondamentale avere abilità che migliorino la propria attrattività nel mercato del lavoro. Settimo, “veri” robot e droni possono essere impiegati per operare in zone di guerra e raccogliere dati in ambienti pericolosi, riducendo così i rischi per i reporter e magari salvando delle vite. In più, ci sono anche i vantaggi derivanti dal miglioramento della relazione con gli utenti grazie all’IA, che personalizza i contenuti e supporta i giornalisti nello scoprire nuove storie e gestire il materiale a disposizione.

Brave New World?
Allora dov’è l’inghippo? Non dovremmo accelerare l’avvento dell’IA nelle redazioni se questa fornisce così tanti vantaggi? Beh, non così in fretta. Torniamo per un secondo all’esempio dei “Panama Papers”. Sì, i robot avrebbero potuto scavare più a fondo nei dati rispetto agli esseri umani, ma la maggior sfida del progetto non era rappresentata da una mancanza di informazioni, quanto piuttosto dalla decisione su cosa pubblicare e, soprattutto, cosa non pubblicare. Fra i maggiori dibattiti nella redazione della Süddeutsche Zeitung al tempo dei “Panama Papers” ce n’era uno in particolare: pubblicare troppo e rischiare che l’attenzione del pubblico svanisca? E quali sono le storie che non sono solo interessanti, ma anche rilevanti da un punto di vista politico o legale? L’IA non può essere d’aiuto con queste difficili decisioni – al massimo, può formulare dei suggerimenti. Alla fin fine, sono gli editor umani a dover decidere cosa pubblicare, non gli algoritmi.

L’avanzata dell’IA nelle redazioni può porre ancora un altro problema: esso rivela molto sulle performance dei giornalisti. In futuro sarà sempre più facile comparare il modo in cui i singoli autori contribuiscono al valore della compagnia, a seconda di quanto positivi sono i dati sui loro lettori e misurare e mettere a confronto il profitto sui singoli giornalisti può aumentare terribilmente la pressione in redazione. E può spingere le scelte editoriali in direzioni che non necessariamente rispondono al pubblico interesse (da non confondersi con l’interesse del pubblico). Un altro problema non da meno è come le terze parti, in particolare le piattaforme, trarranno profitto dall’abbondanza di dati che le redazioni stanno creando utilizzando l’IA. “Stiamo nutrendo un sistema sul quale non abbiamo alcun controllo”, ha detto a questo proposito Zulfikar Abbany di Deutsche Welle durante un workshop sul giornalismo robot organizzato dalla European Federation of Journalists a Lisbona. È un aspetto da non trascurare.

L’uso dell’IA potrebbe anche avere gravi implicazioni nel mercato del lavoro dei giornalisti. In un mondo ideale, l’IA libererebbe le risorse e aiuterebbe i giornalisti a concentrarsi meglio sui compiti importanti. Sfortunatamente, essa potrebbe anche essere utilizzata come mezzo per tagliare i costi. Prendi i robot, sbarazzati dei giornalisti. A dire il vero, anche se tale scenario non si realizzasse, risparmiare ai giornalisti il noioso lavoro di routine potrebbe avere conseguenze comunque negative. Per esempio, come faranno i giornalisti ad accrescere le competenze necessarie a realizzare quel tipo di reporting approfondito sul quale si suppone che l’IA dovrebbe permettere loro di concentrarsi? Generazioni di giornalisti hanno cominciato la propria carriera scrivendo notizie sui rapporti della polizia o coprendo eventi locali e questi compiti minori possono essere tediosi ma sono un buon esercizio per quel tipo di diligenza che è così necessaria all’eccellenza giornalistica. La crescente automazione e la personalizzazione basata sull’IA hanno anche un altro potenziale svantaggio. Adattando troppo i contenuti agli interessi del pubblico, alcune forme di giornalismo vitali ma meno attraenti potrebbero facilmente venire messi da parte. Soccombere alle leggi di mercato non è giornalismo. Giornalismo di alta qualità vuol dire anche costringere il potere a rendere conto delle proprie azioni e far sì che i cittadini si confrontino con gli aspetti meno piacevoli della vita. Il giornalismo non esiste solo per soddisfare la domanda dei consumatori, ma per servire la democrazia. Accontentare eccessivamente il pubblico attraverso la personalizzazione sarà la morte della libertà del giornalismo.

Come le redazioni dovrebbero abbracciare IA e automazione
Dove ci porta quindi tutto questo nel momento in cui iniziamo a impiegare l’IA nel giornalismo? A cosa dovremmo prestare attenzione nell’introdurre i “robot” in redazione? Per prima cosa, dovremo assicurarci che siano i giornalisti a dirigere davvero le redazioni, non i data scientist. Se gli esperti di dati sono sempre più necessari in ogni redazione e sono utili per fare scelte informate, le decisioni editoriali sui contenuti devono essere fatte da redattori e reporter formati nella definizione della rilevanza e nella questioni etiche e sociali. Secondo, non bisogna confondere l’efficienza col buon giornalismo. Anche se sono i bot a produrre i pezzi che generano gli abbonamenti, bisogna guardare a essi come a un mezzo per far circolare il più possibile i contenuti che danno più senso al fare giornalismo. Terzo, dobbiamo pensare a cosa accade ai dati creati nel processo. A parte il proteggere la privacy delle fonti e del pubblico, la valutazione delle performance dei giornalisti non dovrebbe essere legata alle metriche introdotte nelle redazioni dall’IA. A volte le storie che non si posizionano bene nella classifica dei “più letti di oggi” possono comunque avere un incredibile impatto politico o sociale. E quarto, bisogna gestire il “problema della pienezza”: fare di più di tutto ucciderà l’attenzione dei lettori. Alla fine della giornata, non avranno più energia per ciò che conta davvero.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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I media liberi non sono i “nemici del popolo” https://it.ejo.ch/media-politica/media-giornalismo-trump https://it.ejo.ch/media-politica/media-giornalismo-trump#respond Wed, 03 Oct 2018 12:22:51 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18693 I media indipendenti non sono “i nemici del popolo” e proprio questo è il motivo per cui sono sotto attacco da parte dei politici in tutto il mondo. Lo scorso 16 agosto, circa 350 giornali americani hanno pubblicato una risposta editoriale coordinata ai ripetuti attacchi del Presidente Trump contro i media. Per un uomo che …

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I media indipendenti non sono “i nemici del popolo” e proprio questo è il motivo per cui sono sotto attacco da parte dei politici in tutto il mondo. Lo scorso 16 agosto, circa 350 giornali americani hanno pubblicato una risposta editoriale coordinata ai ripetuti attacchi del Presidente Trump contro i media. Per un uomo che ha così attivamente cercato l’attenzione degli organi di informazione, che ha lavorato nell’industria dello spettacolo e che ha beneficiato di enormi quantità di pubblicità gratuita quando ha lanciato la sua carriera politica, Trump professa un forte sdegno verso la maggior parte della stampa, etichettando frequentemente chi in realtà ha avuto la temerarietà di offrire nulla se non supporto incondizionato come i “nemici del popolo americano”, e screditando ripetutamente organizzazioni mediatiche come Abc, Cnn e il New York Times, accusandole di essere “fake news”.

I media liberi possono dare potere al popolo, ecco perché i politici li attaccano
Trump non è solo nella sua battaglia. I politici al potere di tutto il mondo chiaramente non gradiscono l’idea che ci siano istituzioni indipendenti che tentano di costringerli a rispondere delle loro azioni. Gli uomini di potere dall’Italia all’India, dalla Polonia alle Filippine, dall’Ecuador al Sud Africa, hanno a lungo tentato di addomesticare l’informazione attraverso attacchi pubblici, pressioni politiche e accordi commerciali torbidi. A questo fanno capo le pressioni sui proprietari e l’uso strategico della pubblicità governativa, strategie che minano una parte fondamentale del processo democratico, oltre che l’accesso da parte dei cittadini a un’informazione indipendente. Questi politici sanno bene che i media indipendenti possono dare forza al popolo informandolo sugli affari pubblici e che i media liberi possono aprirsi un varco oltre il modo fazioso in cui i rappresentanti eletti e le pubbliche autorità presentano loro stessi, oltre a fare luce su questioni poco chiare e verità scomode. Ecco perché i politici li temono, ed ecco perché li attaccano.

È proprio perché non sono “il nemico del popolo” che i media indipendenti sono sotto attacco da parte di quei politici che preferirebbero l’adulazione a uno sguardo indagatore. Molti di questi leader politici non sono autocrati alla vecchia maniera, che cercano di controllare l’informazione attraverso la censura diretta o la violenza fisica. La maggior parte opera in società che sono ancora più o meno votate almeno ad alcuni dei principi e delle pratiche della democrazia liberale. Alcuni di essi usano mezzi diretti per controllare i media ma, allo stesso tempo, prendono anche di mira le fondamenta stesse del potere dei media indipendenti, andando a colpire il loro rapporto con il pubblico. Se un politico riesce a convincere abbastanza persone che i media liberi sono il loro nemico, che le notizie indipendenti sono fake, e che non ci si può fidare di nessuno tranne che di lui/lei, quel politico avrà poco da temere da parte dei media.

Come i media possono contrattaccare
Sollevarsi nel nome dei principi fondamentali del giornalismo, come stanno facendo ora i quotidiani americani con una forza che ha eco ben oltre i confini degli Stati Uniti, è un primo passo per contrattaccare, ma dimostrare questo impegno nella pratica quotidiana è forse ancora più importante. Nel quotidiano, come ha scritto l’Executive Editor del Washington Post Marty Baron, il giornalismo americano non è “in guerra” contro l’amministrazione Trump, ma “al lavoro”. Sfidare la retorica belligerante di Trump non è una mossa faziosa, o anti-Casa Bianca, ma un promemoria pubblico per ricordare che il giornalismo mira a spingere affinché il potere renda conto delle sue azioni, e che questo, di norma, non piace al potere, sia esso pubblico o privato, eletto o meno. Una volta lo stesso Partito repubblicano Usa sosteneva fermamente l’idea che “la libertà di stampa”, come diceva il presidente Reagan, è “un fondamento della vita americana”, e che “la stampa libera”, come ha detto invece il presidente George W. Bush, è “indispensabile per la democrazia”.

Per mantenere il potere accountable in maniera efficace, i giornalisti e i mezzi d’informazione devono lottare per difendere i propri principi, mettere in pratica ciò che predicano e convincere il pubblico che stanno davvero facendo semplicemente il loro mestiere e che non si stanno accanendo in maniera scorretta su particolari rappresentanti eletti. Per resistere agli attacchi dei politici che vogliono etichettarli come nemici del popolo, i media devono convincere i lettori di star lavorando per il pubblico, non per servrire interessi di parte, élite ristrette o un sistema autoreferenziale. Con Trump, il futuro del giornalismo americano si trova ora bilico, come il futuro del giornalismo in tutti i Paesi del mondo: quando i politici al potere provano a polarizzare la questione e costringono le persone a scegliere, di chi si fideranno? Dei media indipendenti o dei politici? Negli Usa, un sondaggio Reuters-Ipsos dell’anno scorso ha rivelato come la fiducia nella stampa sia aumentata in modo significativo da quando il Presidente ha cominciato a chiamare i media “il nemico del popolo americano”.  La fiducia nella stampa e nel Presidente sono legate e mentre molti brand giornalistici individuali godono della fiducia dei propri utenti, molti mezzi d’informazione in quanto istituzioni hanno continuato a fronteggiare una crisi di fiducia in molti Paesi del pianeta.

Un sondaggio pubblicato a luglio di quest’anno rivela invece che solo il 34% degli americani ha detto di fidarsi della maggior parte delle notizie, e mostra che le persone stanno chiaramente prestando attenzione agli attacchi del Presidente ai media. Il 48% afferma di essere preoccupato dall’uso fatto dai politici del termine “fake news” per screditare i mezzi d’informazione che non gradiscono, ma non è ancora chiaro di chi si fidi realmente il pubblico. Nello stesso sondaggio, una quota ancora maggiore di americani ha espresso la propria preoccupazione riguardo alle “storie in cui i fatti sono costruiti o manipolati per spingere una particolare agenda” (67%) e al “giornalismo di scarsa qualità” (60%). Affrontare i politici che attaccano i media indipendenti è un inizio, ma la vera questione è come i giornalisti e e organizzazioni di news possano guadagnare e mantenere la fiducia del popolo. Se i media indipendenti vogliono vincere una battaglia che non hanno mai cercato e continuare a far sì che il potere renda conto delle proprie azioni, possono farlo solo col pubblico dalla loro parte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta.

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Il giornalismo sanitario è in crisi? https://it.ejo.ch/etica/giornalismo-salute-medicina-scienza https://it.ejo.ch/etica/giornalismo-salute-medicina-scienza#respond Fri, 21 Sep 2018 07:05:25 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18674 Mangiare cioccolata amara fa bene alla salute; un bicchiere di vino rosso al giorno toglie il medico di torno e lo zucchero può creare dipendenza tanto quanto l’eroina. Un giorno, mangiare cavoli aiuta a perdere peso, ma quello successivo potrebbe far male alla vista. Molti di questi titoli potrebbero suonare familiari e probabilmente sono anche …

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Mangiare cioccolata amara fa bene alla salute; un bicchiere di vino rosso al giorno toglie il medico di torno e lo zucchero può creare dipendenza tanto quanto l’eroina. Un giorno, mangiare cavoli aiuta a perdere peso, ma quello successivo potrebbe far male alla vista. Molti di questi titoli potrebbero suonare familiari e probabilmente sono anche già stati ampiamente smentiti e debunkati dagli esperti. A leggere i titoli giornalistici oggi, però, potrebbe anche sembrare che qualsiasi cosa causi direttamente il cancro.

Purtroppo, è noto come ricercatori e giornalisti troppo spesso tendano a sovrastimare i risultati degli studi relativi alla salute o a interpretarli in modi che tradiscono la loro significanza originale. L’ascesa dei social media ha poi anche cambiato sensibilmente come e quanto in fretta questo genere di storie riescano a circolare: in passato, infatti, solo delle audience molto ristrette sarebbero state esposte a contenuti dubbi su temi sanitari. Oggi, al contrario, articoli fuorvianti sulla medicina o la scienza riescono purtroppo a farsi strada come un incendio.

Un nuovo studio, condotto da un team multidisciplinare guidato dal ricercatore di Harvard Noah Haber, conferma oggi quanto in molti avevano sospettato a lungo: i ricercatori che si occupano di salute spesso sovrastimano la forza di relazioni casuali (“la cioccolata causa l’Alzheimer”, ad esempio) nei loro paper, mentre i media, quando scrivono di ciò che emerge dalle ricerche sanitarie, li esagerano ancora di più. Lo studio, pubblicato da PLOS One, ha analizzato dettagliatamente 50 tra i più condivisi paper accademici di tema sanitario e gli articoli giornalistici a essi dedicati; i ricercatori hanno anche soppesato la forza delle inferenze casuali incluse nelle ricerche (esposizione a una certa sostanza e diretta conseguenza medica) e se gli studi potessero concretamente determinare un outcome sanitario dovuto a questa semplice esposizione. In seguito, il team guidato da Haber ha anche analizzato le scelte linguistiche intraprese sia dai giornalisti che dagli scienziati.

Per approfondire: “Perché al giornalismo servono gli scienziati”, di Felix Simon

Secondo i risultati del paper di Haber, il 34% degli studi accademici inclusi nel campione della ricerca ha utilizzato un linguaggio considerato troppo forte dagli autori, alla luce soprattutto della forza dei risultati e della loro inferenze casuali, mentre il 48% degli articoli giornalistici aveva scelte linguistiche più forti rispetto a quelle intraprese dagli scienziati stessi. Il problema, ad ogni modo, non è solo dovuto al fatto che i giornalisti non hanno capito o hanno esagerato il lavoro degli scienziati: il 58% degli articoli giornalistici analizzati, infatti, ha trattato in modo inaccurato non solo i risultati, ma anche altri elementi delle ricerche, come le domande di ricerca o la popolazione complessiva.

Il concetto stesso di expertise si è fatto una brutta reputazione di recente, grazie anche all’accusa secondo la quale “le persone ne avrebbero abbastanza degli esperti”. In questo clima, la notizia che molti articoli basati su risultati di ricerche scientifiche non possano essere ritenuti affidabili può solo erodere ulteriormente la fiducie dei lettori nei confronti degli esperti.

Lo studio, “Causal language and strength of inference in academic and media articles shared in social media”, è disponibile qui.

Articolo tradotto dall’originale inglese.

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Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera, all’Usi di Lugano https://it.ejo.ch/giornalismi/luciano-fontana-lugano-usi https://it.ejo.ch/giornalismi/luciano-fontana-lugano-usi#respond Thu, 20 Sep 2018 07:35:54 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18667 Il Direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana presenterà mercoledì 3 ottobre 2018 (ore 18) presso l’aula A11 dell’Università della Svizzera italiana il suo libro Un paese senza leader. Storie, protagonisti e retroscena di una classe politica in crisi. La conferenza è organizzata dal giornale studentesco dell’Usi L’Universo, con la collaborazione di Credit Suisse e …

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Luciano Fontana

Il Direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana presenterà mercoledì 3 ottobre 2018 (ore 18) presso l’aula A11 dell’Università della Svizzera italiana il suo libro Un paese senza leader. Storie, protagonisti e retroscena di una classe politica in crisi. La conferenza è organizzata dal giornale studentesco dell’Usi L’Universo, con la collaborazione di Credit Suisse e dell’Ejo. Luciano Fontana dialogherà con Giancarlo Dillena, editorialista del Corriere del Ticino e docente presso l’Usi e Amedeo Gasparini, redattore de L’universo. Introduce Antonio Paolillo, Direttore de L’universo.
 I relatori:
Luciano Fontana – Laurea in Filosofia del Linguaggio a Roma, lavora per undici anni all’Unità dove si occupa di politica italiana, cronaca amministrativa e giudiziaria. Dal ‘97 è a Milano al Corriere della Sera, dove percorre l’intera carriera passando dall’ufficio centrale alla vicedirezione fino a quando, nel marzo 2009 con il ritorno di Ferruccio de Bortoli, viene nominato condirettore. Da maggio 2015 succede a de Bortoli come direttore del quotidiano milanese
Giancarlo Dillena – Docente USI, editorialista del Corriere del Ticino
Amedeo Gasparini – Vicedirettore de L’universo
Antonio Paolillo – Direttore de L’universo
L’evento Facebook è disponibile qui.

 

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Ripensare la qualità del giornalismo https://it.ejo.ch/etica/qualita-giornalismo-beckett https://it.ejo.ch/etica/qualita-giornalismo-beckett#respond Wed, 19 Sep 2018 12:55:59 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18636 “Qualità” è la parola chiave del giornalismo in questo momento, ma può significare tutto e niente. Durante l’ultima conferenza Google Newsgeist a Lisbona, cui hanno presenziato oltre 150 professionisti del giornalismo e della tecnologia, si è di nuovo fatta strada nei dibattiti la questione su come il “buon” giornalismo possa sopravvivere e  prosperare in un’era …

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Pixabay / CC0 Creative Commons

“Qualità” è la parola chiave del giornalismo in questo momento, ma può significare tutto e niente. Durante l’ultima conferenza Google Newsgeist a Lisbona, cui hanno presenziato oltre 150 professionisti del giornalismo e della tecnologia, si è di nuovo fatta strada nei dibattiti la questione su come il “buon” giornalismo possa sopravvivere e  prosperare in un’era di disinformazione, competizione serrata e distrazione. Alla maggior parte di noi del mestiere piace pensare che il nostro giornalismo sia sempre “di qualità” e cerchiamo costantemente nuovi modi di attirare più attenzione (e profitti) grazie a esso. Sempre più spesso questo concetto di qualità viene connesso alle piattaforme come Facebook, YouTube o Twitter e con il capire se a esse spetti un ruolo nel processo di selezione dei contenuti. Ma potrebbe anche avere a che vedere con la ricerca di nuovi metodi di engagement con cui connettere gli utenti con i contenuti più “di qualità” disponibili e non con tutta l’altra spazzatura di basso livello che intasa le arterie dell’informazione là fuori. Direi che è il momento di fare un passo indietro e pensare strategicamente a cosa intendiamo con “qualità”.

“Economia dell’attenzione”
Le aziende tecnologiche come Apple hanno capito tutto questo con il lancio delle loro innovazioni più recenti, pensate per migliorare i loro aggregatori di notizie e persino per aiutare a plasmare l’economia dell’attenzione e del traffico online sui vari dispositivi da loro prodotti. Le iniziative sulla credibilità giornalistica come il Trust Project stanno invece sviluppando “segnali” e “indicatori di fiducia” che promuovono “standard di trasparenza che aiutino a valutare facilmente la qualità e la trasparenza del giornalismo”. Le stesse organizzazioni giornalistiche stanno molto migliorando nell’aiutare i propri utenti a trovare contenuti di alta qualità da loro prodotti tramite il coinvolgimento personalizzato, come newsletter o app personalizzate. Ma cosa vuol dire ‘qualità’ per i consumatori di notizie?

“Notizie di qualità” significava “grande formato” (ai tempi in cui avevamo i grandi giornali) e implicava un giornalismo d’élite, serio, importante e la qualità era in qualche modo definita (di solito dai giornalisti stessi) dal non avere un approccio populista, d’intrattenimento, o dal non trattare argomenti insignificanti. Ma cosa cambia in questo senso in un’epoca in cui la componente personale ed emotiva, quella soggettiva e immediata sono dei driver significativi dell’interesse del pubblico, del dibattito e della comprensione degli eventi? E cosa cambia in un’epoca di giornalismo senza intermediari, distribuito e on-demand che si mescola nei nostri canali o feed individuali, guidati dall’intelligenza artificiale, e dalle raccomandazioni degli algoritmi?

“Qualità” indica la natura delle cose. È un po’ generico, forse, ma perché non iniziare a dire che non ha nulla a che vedere con la quantità? Il problema è che per un’organizzazione di news la quantità (o la reach) conta ancora quando si ragiona attorno a cosa ci si può permettere di produrre o a quanto tempo ogni utente deve consumare sui propri spazi o a come finanziare i contenuti. Anche gli editori di nicchia hanno bisogno di quantità a sufficienza per generare profitti. Per il momento, quindi, meglio mettere da parte il giudizio di valore che in qualche modo presuppone che il giornalismo “di qualità” sia “migliore” e concentriamoci invece sulla sua natura in senso pratico ed editoriale. Come possiamo dare al consumatore una migliore esperienza “di qualità”?

  1. Qualità = UX, user experience

Non importa quanto sia preziosa la “qualità” dei tuoi contenuti se le persone non li consumano e questo ora è in parte nelle mani di terze parti, se ti affidi ai social network o ai motori di ricerca per la distribuzione dei contenuti. Una delle più interessanti conversazioni avvenute al Newsgeist di Lisbona riguardava le piattaforme e gli sforzi che queste stanno facendo per riuscire a promuovere i contenuti di qualità e renderli più facili da identificare e fruire. Le piattaforme possono certamente fare passi in avanti nell’escludere i contenuti offensivi, disinformativi o dannosi, ma non sono editorialmente così ben equipaggiate per valutare il valore di ciò che rimane. E in ogni caso, vogliamo davvero dare loro questa responsabilità? Il primo passo è quell’eterno imperativo giornalistico: rendere i contenuti leggibili. Ciò significa sradicare ogni possibile frizione e confusione nella scelta del lettore che deve optare tra accesso al contenuto e rinuncia. Questo riguarda sia il contenuto di per sé che l’interfaccia che lo ospita.  Un pezzo di duecento parole su Axios, una testata che ha fatto della brevità il suo core business, potrebbe essere più “di qualità” per un utente di fretta che un longform minuziosamente costruito, arricchito da effetti di scroll e da elementi interattivi. La maggior parte delle redazioni digitali sta lavorando sodo su questo aspetto, ma perché allora ricopriamo i nostri articoli con pubblicità pop-up che uccidono l’attenzione?

  1. Qualità = Servizi personali + selezione

Questo riguarda innanzitutto la personalizzazione e, probabilmente, che less is more. Troppa scelta può essere controproducente: per questa ragione CompassNews ha deciso di offrire solo un numero limitato di articoli e di sommari con la sua app. La startup si è lanciata anche nella personalizzazione, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e la selezione dei contenuti su argomenti selezionati che consente agli utenti di seguire i propri interessi. Il punto di partenza del processo, comunque, è ancora un giudizio editoriale umano. Questo meccanismo, però, dovrebbe essere parte di un servizio costante che permette feedback, interazioni e coinvolgimento. Per esempio, il London Times ha dei gruppi Facebook dedicati a certi argomenti, alcuni dei quali sono ora gestiti dai lettori stessi. Altri si concentrano maggiormente sugli abbonamenti: ma anche questo deve essere più di un mero esercizio di aumento del profitto e guardare oltre: a sei mesi dall’iscrizione del lettore, ad esempio, cosa stai facendo per misurare la qualità del tuo servizio?

  1. Qualità = Valore aggiunto

La notizia, intesa come la descrizione di un evento in corso, ora viene diffusa istantaneamente. Le breaking news possono rappresentare un servizio di valore per alcune organizzazioni mediatiche ma, in un mondo immediatamente connesso, la reale opportunità di valore aggiunto sta nel fornire contesto, analisi e opinioni, come nell’esperienza, nella ricerca e nella novità. Indagare e svelare. Basta duplicare. Questo potrebbe voler dire prestare più attenzione al 30% (o quel che è) della produzione giornalistiche che normalmente non trova un pubblico. I dati sulle audience possono aiutare a risollevare la visibilità di articoli che sono meno frequentati o a trovare modi migliori per giustificarli. Ma potrebbe anche voler dire fare qualcos’altro con le tue risorse e col tempo dei tuoi utenti. Lascia la routine all’automatizzazione.

  1. Qualità = Rilevanza

Gli utenti sono tutti diversi e gli stessi individui possono essere diversi nei diversi momenti della loro giornata o della loro vita. Le filter bubble possono essere un’opportunità e non capisco perché ce ne preoccupiamo. Le ricerche disponibili mostrano che gli utenti dei social media utilizzano più fonti, non meno. Sì, potresti voler combattere i loro pregiudizi, ma prima di tutto, capisci da dove partono. In questo senso, direi che i migliori tabloid popolari sono “qualità”, perché spesso sono brillanti nel rendere le notizie politiche rilevanti per una fascia di pubblico che potrebbe non essere così interessata alla politica mainstream. Potrà non sempre piacere come lo fanno, ma la loro abilità nel creare engagement in un vasto (e spesso diversificato) pubblico può essere istruttiva.

  1. Qualità = Diversità, serendipità e gioia

Abbiamo frainteso il motivo per cui gli utenti consumano le notizie. Questo potrebbe coincidere con il tenersi informati e lo “sforzo” dei lettori, intrinseco nell’atto di consumare le notizie, potrebbe essere una ricompensa di per sé. Questa è una buona notizia per i giornalisti che producono reporting basato sui fatti, ma le motivazioni di chi legge potrebbero anche avere a che fare con qualcosa di più ritualistico, con il divertimento, lo spettacolo, il risolvere problemi e l’appagamento. Bisogna smettere di trattare queste motivazioni come se fossero qualitativamente inferiori. Vogliamo andare in palestra ma vogliamo anche godercela e prendere il sole. Le persone non sempre sanno cosa vogliono: sorprendetele. Sicuramente un valore fondamentale della qualità nelle notizie è che ti dicano ciò che non sapevi o che addirittura non volevi sapere. Per creare diversità bisogna continuare a scuotere le proprie convinzioni e i propri sistemi. Ho adorato l’idea della redazione norvegese che ha fatto scambiare tutte le scrivanie della sua redazione per un giorno. I giornalisti sportivi si occupavano di politica e via dicendo. Apparentemente il traffico è aumentato. Rinnovatevi. Uscite da Twitter. Assumete personale in maniera diversa. Spesso la più forte camera dell’eco è la redazione stessa.

  1. Qualità = Impatto

Normalmente pensiamo alla qualità in relazione al contenuto e al consumo, ma che dire degli effetti del nostro giornalismo? Ora le università sono obbligate a misurare l’impatto della ricerca che producono e hanno delle metriche formali da applicare, come citazioni o riferimenti nelle legislazioni o nei documenti programmatici. Se le redazioni potessero capire meglio l’effetto che hanno sulla vita delle persone allora potrebbero concettualizzare più chiaramente il loro valore per le persone e la comunità cui si rivolgono. I giornalisti hanno tardivamente cominciato a parlare al pubblico dell’importanza del loro lavoro per la democrazia e la salute della società, ma che prove abbiamo oltre all’autoconservazione? L’avete mai chiesto ai vostri lettori?

  1. Qualità = Esperienza emotiva

Tradizionalmente, abbiamo declassato il giornalismo emozionale a, nel peggiore dei casi, “sensazionalismo”, ma le emozioni, i sentimenti, l’identità e i valori sono componenti vitali della qualità della vita delle persone e della loro esperienza mediatica. Bisogna prenderle sul serio. Ho a lungo discusso in favore di un giornalismo “connesso emotivamente” e la prova è che funziona, anche nel contesto di una tematica seria. Un’app di news di grande successo ora ha un algoritmo che usa l’analisi dei sentimenti degli articoli per costruire un flusso di notizie personalizzato per gli utenti, in modo che dia loro una “sinfonia” di contenuti ben bilanciata dal punto di vista emotivo. L’idea è dare un’esperienza psicologicamente variegata. Il tasso di consumo è aumentato. Neva Labs sta lavorando sul più vasto aspetto del “benessere” delle notizie, provando a creare un sistema di machine learning che possa capire come il sovraccarico informativo e una dieta a base di disastri e oscurità possano mettere l’utente ko, mentre una dieta più sana possa invece migliorare la qualità dell’esperienza.

  1. Qualità = oltre le news

Le notizie stanno cambiando fondamentalmente nella loro natura e nella loro qualità. Forse il giornalismo non è sufficiente? Abbiamo sempre compreso il nostro mondo attraverso altri media a parte il giornalismo. Come ha fatto notare Hossein Derakhshan, la classica idea di notizia sta arrivando al punto in cui a certe persone semplicemente non piace più. I giornalisti rispondono, nel modo di produrre le notizie, alle necessità di video, dati e aggiornamenti. Ma Hossein suggerisce che dovremmo guardare all’espressione culturale che informa e influenza in altri modi, come il teatro o anche la musica. Forse è ora per le redazioni di cercare una collaborazione con altri comunicatori e creativi?

Articolo pubblicato originariamente sulla pagina Medium dell’autore e ri-pubblicato per gentile concessione, traduzione dall’inglese a cura di Giulia Quarta

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Come proporre un articolo a un giornale https://it.ejo.ch/giornalismi/come-proporre-articolo-giornale https://it.ejo.ch/giornalismi/come-proporre-articolo-giornale#respond Thu, 13 Sep 2018 10:15:14 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18638 Non importa che tu sia un giornalista con un posto in redazione o un freelance, in ogni caso imparerai una lezione molto presto: formulare una buona proposta per un articolo è un lavoro a tutti gli effetti e, allo stesso tempo, può sembrare un salto nel buio, soprattutto se non hai ancora stabilito un rapporto …

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Non importa che tu sia un giornalista con un posto in redazione o un freelance, in ogni caso imparerai una lezione molto presto: formulare una buona proposta per un articolo è un lavoro a tutti gli effetti e, allo stesso tempo, può sembrare un salto nel buio, soprattutto se non hai ancora stabilito un rapporto personale con la testata su cui vorresti scrivere e chi ci lavora. Esiste, però, una ricetta per il pitch perfetto? Per rispondere a questa domanda, abbiamo deciso di chiedere a chi se ne occupa tutti i giorni: i redattori di alcune delle maggiori organizzazioni mediatiche in Europa, premiate con un European Publishers Reporting Grants dall’European Journalism Centre. I loro consigli sono stati raccolti durante i Journalism Grants Bootcamp, giornate di formazione per le testate che hanno ottenuto un grant.

Ecco tre regole d’oro per far sì che un pitch ottenga attenzione:

1) Fai i compiti per bene
Conoscere la pubblicazione a cui ti stai presentando è fondamentale. Basta una ricerca veloce: esplora gli argomenti e i generi che la redazione da te scelta ha già pubblicato. Se la loro mission e il loro pubblico sono allineati con il tuo articolo, ci sono buone probabilità che tu possa dimostrare come il tuo pezzo potrebbe contribuire alla copertura del giornale sul tema.

Assicurati però di mandare la tua proposta al giusto redattore, quello che ha a che fare con l’argomento che vuoi coprire. In questo modo, puoi assicurarti che la tua proposta raggiunga la persona potenzialmente più interessata alla tua storia. Questo consiglio, tuttavia, ha un’avvertenza: se ti dovessi accorgere che non solo il tuo argomento ma anche la tua storia sono già state coperte, potrebbe essere un segnale che la tua idea non è nuova o che dovresti rielaborarla.

2) Sappi cosa dire , e cosa tenere per te
Una delle prime domande che i redattori hanno su un possibile articolo è se potrebbe interessare ai loro lettori. Trova quindi una risposta convincente e fornisci al tuo interlocutore gli strumenti per analizzare ed eventualmente selezionare la tua proposta. Questo dimostrerà anche che conosci la redazione cui ti stai rivolgendo e i suoi contenuti. È fondamentale anche che tu sia trasparente sui costi potenziali della tua storia: fornisci una stima della somma che potrebbe occorrerti per coprire i costi e, altrettanto importante, quali costi hai già coperto.

Elenca le tue fonti, comprese fondazioni, borse di studio e altri media partner non concorrenti. Nel caso stessi pianificando una storia basata sui dati, specifica come li hai trovati. Se la trasparenza è cruciale, assicurati però di bilanciare la quantità di informazioni che condividi. Brutto a dirsi, ma a volte le storie vengono rubate: tutelati e e non svelare tutte le tue scoperte più nuove e importanti durante la prima proposta.

3) Il mezzo è il messaggio
La tua storia si adatta alla pubblicazione e hai tutte le informazioni che vuoi includere, ora assicurati che sia lo stesso per il “contenitore”e la forma del tuo articolo. La testata da te scelta può pubblicare nel formato che stai provando a proporre? Quando suggerisci dei dettagli, tieni presenti i formati, le strutture e il linguaggio della pubblicazione che hai selezionato. Per rendere la tua storia adatta, devi essere anche disposto ad adattarla di conseguenza. I redattori sono persone impegnate e potranno dedicare una quantità di attenzione molto limitata alla lettura della tua proposta. Cattura la loro attenzione fin da subito con una proposta ben pensata, che comunichi il tuo messaggio fondamentale e dica loro come potrebbe essere la tua storia.

Altri consigli? Ecco altre dritte aggiuntive:

  • Aggiungi un titolo accattivante per conquistare il redattore, è uno degli elementi più importanti per far avanzare la tua proposta.
  • Se hai in programma di includere elementi visivi, come foto, illustrazioni o video nella tua storia, assicurati di inviare un esempio per mostrare che sai come si presenta un’immagine di buona qualità.
  • Includi un tuo breve curriculum per dimostrare di essere il giornalista giusto e con l’esperienza necessaria per realizzare questo articolo.
  • Ai redattori non piacciono le storie in cui si risponde a qualcosa di già pubblicato. Se vuoi discutere una questione, fallo attraverso un reporting originale, non chiamando in causa qualcun altro che lo ha fatto prima di te.
  • Niente batte una buona storia, quindi non affidarti solo alla promessa di usare tecnologie innovative.
  • Non temere il rifiuto: la maggior parte delle volte la prima proposta non sarà accettata, ma è solo l’inizio della tua relazione col redattore, che potrà tornare più utile in futuro. Ecco perché in caso venissi rifiutato, nonostante tutti i tuoi sforzi, devi sempre chiedere un feedback, così da essere meglio preparato la volta successiva.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Medium dall’European Journalism Centre ed è stato tradotto dall’inglese da Giulia Quarta.

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L’etica del giornalismo a 360 gradi https://it.ejo.ch/etica/etica-giornalismo-immersivo-video https://it.ejo.ch/etica/etica-giornalismo-immersivo-video#respond Fri, 07 Sep 2018 10:43:00 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18616 Eccessivo coinvolgimento emotivo, drammatizzazione degli eventi e accantonamento di alcune buone pratiche classiche del giornalismo: sono queste le possibili alterazioni più frequenti dei video a 360 gradi, clip della durata media tra 1 e 10 minuti che presentano una visione immersiva di ambienti o situazioni e che permettono una maggiore interazione dell’utente rispetto ai filmati …

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TED Conference / Flickr CC / BY-NC 2.0

Eccessivo coinvolgimento emotivo, drammatizzazione degli eventi e accantonamento di alcune buone pratiche classiche del giornalismo: sono queste le possibili alterazioni più frequenti dei video a 360 gradi, clip della durata media tra 1 e 10 minuti che presentano una visione immersiva di ambienti o situazioni e che permettono una maggiore interazione dell’utente rispetto ai filmati tradizionali. È quanto emerge da una nuova ricerca sul tema pubblicata dalla ricercatrice Tanja Aitamurto (Stanford University) sul journal New Media & Society. Secondo lo studio, il formato tecnologico di questi contenuti causerebbe una descrizione poco meticolosa degli episodi narrati e, al contrario, potrebbe generare rappresentazioni alterate. L’analisi di Aitamurto rileva come gli elementi di truth-telling delle inchieste siano spesso accantonati dai reporter, favorendo invece messaggi più ideologici e personali. La ricercatrice avverte anche del potenziale e rischioso spostamento dei video a 360 gradi verso modalità comunicative più vicine alla pubblicità, alle pubbliche relazioni o alla propaganda.

Lo studio ha anche sottolineato due paradossi che caratterizzano i video immersivi: il primo si riflettere sulla libertà dello spettatore nello scegliere il proprio campo d’osservazione e nella possibilità di muoversi con autonomia al suo interno. Nella percezione dei giornalisti, questo si tradurrebbe in maggiore trasparenza, un elemento che contribuirebbe a una rappresentazione più accurata degli argomenti. La visione a 360 gradi implica però una perdita di controllo da parte dei reporter sulle rappresentazioni che i video di questo tipo mettono in scena. In questo modo ci si distanzierebbe dagli aspetti della realtà e si potrebbe aprire a una “rappresentazione meno accurata della storia”.

Fruendo questo tipo di contenuti, ogni utente ha di fatto la possibilità di scegliere il proprio campo visivo, componendo una narrativa unica e soggettiva della storia. Questo crea numerosi rischi etici, anche non voluti o considerati dagli stessi autori. Di conseguenza, per assicurarsi la trasmissione corretta del messaggio, diversi reporter sono soliti fornire indicazioni pratiche su come orientarsi negli spazi dei video, come movimenti grafici, animazioni, audio o persino bloccando la visione sferica in certi frangenti, limitando di fatto l’autonomia di chi fruisce il contenuto. Questi metodi, sebbene efficaci, comprometterebbero però la visione immersiva, la libertà del singolo e l’idea stessa dei video a 360 gradi come progetti fondati sulla trasparenza.

Il secondo paradosso si manifesta invece quando i giornalisti stessi compromettono i principi classici di oggettività tramite la post-produzione delle immagini, nel tentativo di rendere i loro servizi più completi ma soprattutto più coinvolgenti. Ciò dipende dall’utilizzo di CGI, computer-generated imagery tecnologia spesso utilizzata in film o videogiochi per la creazione di effetti speciali, come personaggi o ambientazioni – che permettono di modificare facilmente i video  in post-produzione. Se lo scopo è la proposta di un contenuto più obiettivo, l’effetto ottenuto è però opposto. Per realizzare ciò che i giornalisti considerano rappresentazioni più accurate e oggettive, essi sono disposti a manipolare i video senza indicare le alterazioni al pubblico e a violare il codice etico del giornalismo visivo. Inoltre i reporter, facendo valere i loro punti di vista, preferenze o soggettività, potrebbero intensificare anche un messaggio più ideologico.

Per lo studio Aitamurto si è avvalsa di interviste con un campione composto da 26 reporter e editor che hanno prodotto video a 360 gradi tra il 2016 e il 2017 per quotidiani come USA Today, Washington Post, New York Times e Guardian ed emittenti come BBC e Al Jazeera. I video, pubblicati poi sui rispettivi siti web o sui profili YouTube e Facebook delle testate, trattavano di  questioni complesse, come la situazione nei campi profughi, le carestie in Africa, le catastrofi naturali, fino ad approfondimenti più lievi, come l’arte, lo sport o la pianificazione urbana. Per la ricercatrice l’obiettività, elemento normativo del giornalismo, sarebbe stata allentata nella sua variante immersiva: allo spettatore non si rivelerebbe più la realtà concreta del “come è”, ma piuttosto del “come dovrebbe” o “come potrebbe” essere, rendendo palese il punto di vista degli autori. I due paradossi descritti condurrebbero poi a problematiche in termini di rinegoziazione dei confini normativi del giornalismo visivo, il ripensamento della ricerca della verità e all’offerta emozionale delle tematiche proposte.

L’entusiasmo iniziale e l’investimento delle redazioni in questa tecnologia avevano come fine la crescita della loro offerta contenutistica e il rafforzamento del coinvolgimento degli utenti. Secondo la studiosa e i risultati del suo studio, i sentimenti e le emozioni sono diventati uno dei punti focali dell’attenzione delle aziende mediatiche, che cercano costantemente di catturare l’attenzione online tramite anche video che trattino di argomenti impegnativi, ma che siano anche caratterizzati da rilevanza, sentimenti e imprevedibilità. La ricercatrice di Stanford sottolinea comunque i tratti positivi dei video a 360 gradi. Questi contenuti rinforzano il senso di presenza del fruitore, presentano maggiori dati rispetto ai video tradizionali e incrementano il coinvolgimento con la storia. La facilità d’uso di questa tecnologia sta inoltre portando alcune redazioni a spaziare più facilmente tra news quotidiane ed inchieste, mantenendo stabili i costi e distaccandosi dalle alte prestazioni di altre tipologie di giornalismo immersivo, che invece impiegano tecnologie più complesse, come  la realtà virtuale.

Secondo la studiosa, inoltre, i report visivi non potranno mai del tutto soddisfare le convenzioni e i confini normativi di stampo tradizionale. Questa sfida, iniziata con lo sviluppo delle nuove tecnologie, sta mettendo in discussione cosa possa essere definito preciso e obiettivo nei video a 360 gradi e sta definendo le pratiche più appropriate per la loro realizzazione. Ci potrebbe essere il potenziale per costruire migliori dimensioni di accuratezza e oggettività nel giornalismo, confrontandosi direttamente con le norme attuali. Sebbene Aitamurto abbia esplorato un settore emergente del giornalismo visivo, la metodologia della sua ricerca presenta comunque delle limitazioni. Gli intervistati, un gruppo misto di professionisti con esperienza dai 3 ai 20 anni, hanno prodotto in prevalenza contenuti per il mercato mediatico statunitense, non estendibile necessariamente ad realtà del mondo. Inoltre, il modello di giornalismo al quale si è fatto riferimento è di stampo anglosassone, ma è possibile che altri contesti geografici potrebbero presentare altre modalità di fare giornalismo.

Le normative alle quali poi gli intervistati si attengono sono quelle della National Press Photographer Association e dalla Society of Professional Journalists. Oltre che limitarsi agli Stati Uniti, esse offrono linee guida che non sono vincolanti e che non presentano valenza giuridica. Di conseguenza, i risultati non si possono generalizzare estendendoli a un campione di reporter più numerosi o diversificati per nazionalità, che a loro volta potrebbero seguire norme giornalistiche eterogenee o che, a causa di fattori culturali e politici dei rispettivi Paesi, siano limitati nella produzione di tali video.

Aitamurto, T. (2018). Normative paradoxes in 360° journalism: Contested accuracy and objectivity.   New Media & Society. Disponibile da: https://doi.org/10.1177/1461444818785153

 

 

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I quasi mille giorni di un giornalista in mano ai pirati somali https://it.ejo.ch/in-evidenza/michael-scott-moore-somalia https://it.ejo.ch/in-evidenza/michael-scott-moore-somalia#respond Mon, 03 Sep 2018 14:40:17 +0000 https://it.ejo.ch/?p=18591 Washington DC – 977 giorni sono lunghi, soprattutto se li si trascorre prigionieri dei pirati somali. “All’inizio i miei rapitori chiesero venti milioni per il mio rilascio”: esordisce così Michael Scott Moore, giornalista americano catturato nel Corno d’Africa dai pirati somali nel 2012 e liberato soltanto nel settembre 2014, periodo trascorso su una barca, tra …

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Michael Scott Moore durante la presentazione di Washington (Wikimedia Commons)

Washington DC – 977 giorni sono lunghi, soprattutto se li si trascorre prigionieri dei pirati somali. “All’inizio i miei rapitori chiesero venti milioni per il mio rilascio”: esordisce così Michael Scott Moore, giornalista americano catturato nel Corno d’Africa dai pirati somali nel 2012 e liberato soltanto nel settembre 2014, periodo trascorso su una barca, tra mare e deserto. Alla libreria Politics and Prose di Washington DC, Moore, sorridente e felice di narrare la sua storia, racconta – sotto il profilo umano prima che quello giornalistico – la sua esperienza di ostaggio, avventura raccolta anche nel suo nuovo libro The Desert and the Sea, uscito lo scorso luglio.

Michael Scott Moore è un giornalista nato nel 1969 a Los Angeles in California e ha un background di Letteratura tedesca, materia in cui si è laureato nel 1991. Una carriera costruita a cavallo tra politica e esteri, spesa negli anni duemila a scrivere per The Atlantic Monthly, The New Republic, e The Los Angeles Times e, dal 2005, a Berlino, presso Spiegel online. Moore è autore di altri due volumi, Too Much of Nothing (2003), Sweetness and Blood (2010). Durante l’evento a Washington DC un’anziana signora ha posto una domanda molto semplice a Moore: “ma che diavolo sei andato a fare in Somalia?”.  “Me lo chiedo anch’io”, ha scherzato il giornalista, la cui esperienza in fatto di pirati somali non è certo una novità: già nel 2009 Moore era partito al seguito di una missione Nato per narrare le vicende dei pirati del Golfo di Aden, tra Somalia e Yemen,  mentre nel 2010 aveva seguito ad Amburgo un processo che vedeva imputati proprio dieci pirati somali che avevano sequestrato la MS Taipan, una nave-container tedesca dirottata il 5 aprile di quell’anno. Ma se nel 2010 Moore seguiva come giornalista il processo ai pirati, due anni dopo sarebbe stato lui a rischiare un processo dai medesimi: nel 2012 sarebbe infatti cominciata la sua odissea, che lo avrebbe cambiato per sempre.

“Nel gennaio 2012 stavo facendo delle ricerche per un nuovo libro. L’obiettivo era quello di riscoprire i pirati nei primi anni Duemila”, ha raccontato Moore a Washington, “perché tutti abbiamo in mente i pirati del Settecento, un’idea che ho ben superato nei mesi di prigionia”. Pochi, al contrario, conoscono invece la pirateria contemporanea e pochi sono i giornalisti a indagare il fenomeno. “La pirateria”, dice Moore, “è un crimine ordinario”, ma non meno importante di una rapina o del fenomeno del terrorismo. In oltre trenta mesi di prigionia, per Moore non sono mancati alcuni incredibili colpi di scena, tutti racchiusi nel libro e rievocati durante la presentazione: come l’improvvisa avaria del motore della nave sui cui Moore era tenuto prigioniero e che fece roteare l’imbarcazione su se stessa, occasione in cui il giornalista cercò di fuggire. La nave, ha rievocato Moore, era sgangherata e abitata da “almeno trenta persone di diverse etnie”, che col passare del tempo “diventano anche amici, perché sono la tua unica compagnia”. Non tutti erano giornalisti, molti erano semplici pescatori.

“Ho pensato al suicidio due o tre volte: la situazione sembrava senza speranza per me”, ha detto Moore ricordando i momenti più duri del suo sequestro, superati con la lettura della Bibbia e la fede: “ho letto due volte la Bibbia durante la mia prigionia. Ero affamato di lettura sin dall’inizio della mia cattura. Ho chiesto a Dio di perdonare le guardie: il perdono è cruciale”. Isolato da tutti e dal mondo per più di due anni, Moore ha anche raccontato come “solo dopo essere stato liberato ho appreso che avevamo un nuovo Papa”, strappando qualche risata al pubblico.

Le dure condizioni subite da Moore a bordo della nave pirata hanno delle conseguenze ancora oggi sulla vita del giornalista: “bisognava fare molta attenzione a non contrarre la malaria”, problema di capitale importanza nella regione somala, così come nei limitrofi stati di Etiopia, Kenya e Djibouti, ha spiegato Moore. Il lascito del sequestro non ha comunque ancora abbandonato il giornalista: “non solo a livello mentale, ma anche fisico. A parte diversi dolori alla schiena e un polso rotto, non ho però avuto particolari problemi: ora ho uno stomaco di ferro”, anche se quando fu liberato soffriva di “una grande assenza di proteine”. Ad ogni modo, la completa riabilitazione è stata, ed è tutt’ora, molto lunga. “Scrivere un libro di memorie è stato parte della cura”, ha raccontato Moore, che ha scelto di non ricorrere a trattamenti psichici né all’uso di farmaci dopo il rilascio. Ma la necessità di sfogare su carta la valanga di sentimenti che costellava quell’esperienza era già motivo di conforto durante la prigionia sulla nave: “scrivere era una grande soluzione per sconfiggere, tra l’altro, la noia”. Più volte, però, si è palesata la confisca del “diario di bordo” da parte dei sequestratori.

“Una cosa bizzarra è che uno dei pirati, quello che mi aveva trattato meglio, dopo il rilascio mi ha contattato su Facebook e il ‘pirata buono’ mi ha anche aiutato nella stesura del libro”, ha raccontato Moore senza svelare ulteriori dettagli. D’altronde, “quello che i miei rapitori volevano erano solo i soldi”. Ma avere molti ostaggi – decine di persone – vuol dire avere anche molti costi e “col passare del tempo si abbassava anche la richiesta di danaro”. Il pagamento, nel caso di Moore, è arrivato dopo 977 giorni e non da parte di un giornale o del governo tedesco (Moore è anche cittadino tedesco e al momento del sequestro si trovava in missione per conto del Pulitzer Center di Washington, nda), ma grazie alla mediazione della madre del giornalista. “Mia madre è stata la vera e propria negoziatrice del mio rilascio”, ha spiegato il giornalista, “l’Fbi l’ha istruita su come comportarsi con i rapitori e come negoziare ed è riuscita a raccogliere 1,6 milioni di dollari, versati cash ai miei rapitori”. Michael Scott Moore si ritiene fortunato: “provo profonda gratitudine per tutti quelli che mi hanno aiutato, tra famiglia, amici, colleghi e anche il giornale”.

La Somalia è oggi al 168esimo posto, su 180, dell’indice di libertà di stampa di Reporters sans frontières nel 2018, posizione che conferisce al “paese affilato” la maglia nera del giornalismo, assieme a Yemen, Eritrea, Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq e Siria. La Somalia infatti (tra corruzione, debolezza politica e un indice altissimo di povertà assoluta, preda di una guerra civile che dura dal 1991) è a tutti gli effetti uno stato allo sbaraglio: sempre secondo Rsf i giornalisti – di giornali e televisione, ma anche i freelance – vengono deliberatamente perseguitati sia dal governo (i giornalisti vengono incarcerati: nel 2018, uno di essi è stato ucciso in Somalia), che dalle locali bande ribelli islamiche. Secondo il Committee to Protect Journalists sono 64 i giornalisti uccisi in Somalia dal 1992 a oggi.

“La pirateria in Somalia non è risolta”, ha spiegato Moore chiudendo il suo intervento, e le coste di Yemen, Oman, Kenya e il mare arabico conoscono bene i crimini dei pirati somali. Quello che ci si può augurare è che ci siano sempre in futuro giornalisti affamati di sapere e conoscenza, di curiosità e ingegno, che siano sempre in grado di indagare anche gli angoli più remoti della mappa del pianeta, compresi quei luoghi dove la libertà di stampa è minacciata. Per quello che riguarda Michael Scott More, oggi in libreria con la sua incredibile storia, la sua vita è cambiata, ma certamente, da giornalista, “non tornerò in Somalia”.

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