Osservatorio europeo di giornalismo – EJO https://it.ejo.ch Mon, 23 Sep 2019 09:28:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.2.3 Come correggere al meglio gli errori giornalistici https://it.ejo.ch/giornalismi/come-correggere-al-meglio-gli-errori-giornalistici https://it.ejo.ch/giornalismi/come-correggere-al-meglio-gli-errori-giornalistici#respond Mon, 23 Sep 2019 09:23:38 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19456 Pubblicare qualcosa di sbagliato è il peggiore incubo di un giornalista, e a ragione. Gli errori possono minare la fiducia nei media, avere conseguenze gravi su persone e gruppi, e pregiudicare la missione dei giornalisti di fornire informazioni affidabili e veritiere. Errare, però, è umano, specialmente nelle redazioni dove si lavora a ritmo serrato, e …

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jadepike4 / Flickr CC / BY-NC-ND 2.0

Pubblicare qualcosa di sbagliato è il peggiore incubo di un giornalista, e a ragione. Gli errori possono minare la fiducia nei media, avere conseguenze gravi su persone e gruppi, e pregiudicare la missione dei giornalisti di fornire informazioni affidabili e veritiere. Errare, però, è umano, specialmente nelle redazioni dove si lavora a ritmo serrato, e fare opportune correzioni può limitare i danni.

Gli errori possono prendere forme diverse, inclusi refusi, citazioni sbagliate, scelte lessicali erronee, omissioni, fatti interpretati malamente, fino ai contenuti diffamatori. Nel 2012, un paper pubblicato dalla Colin Porlezza e Stephan Russ-Mohl mostrava come la ricerca accademica degli ultimi 70 anni abbia riscontrato che circa il 40-60% degli articoli pubblicati nei giornali americani contiene errori di qualche tipo.

Nonostante l’assenza di standard universali chiari, la maggior parte delle testate mainstream si è dotata di policy in fatto di correzioni e segnalazioni dei lettori. Capita sempre più spesso, soprattutto online, di vedere gli errori venire rettificati e segnalati nei commenti, sui social o tramite caselle di posta o sezioni dei siti specifiche. Tra i casi più eclatanti degli ultimi mesi bisogna citare quello che Poynter ha definito come la madre di tutte le correzioni: 579 parole sui 15 errori in un articolo del Washington Post, pubblicato lo scorso luglio. Un altro esempio è quello del New York Times che ha cambiato un titolo di prima pagina in seguito alle critiche ricevute da lettori, giornalisti e politici.

L’obiettivo, nel complesso, sarebbe quello di evitare di sbagliare del tutto, ma è impossibile. Per questo motivo, giornalisti ed editor devono pensare in maniera critica a come promuovere l’accountability e la trasparenza, occupandosi delle correzioni nel migliore dei modi. In questo articolo alcuni giornalisti condividono le loro esperienze e le loro strategie per gestire gli errori e procedere alla correzione.

Creare un sistema
Laura Helmuth, editor di salute e scienza al Washington Post, spiega la policy del giornale per le correzioni: “Ci sono diversi modi in cui i lettori possono segnalare gli errori, e questo sistema genera un report che viene inoltrato all’editor dell’articolo, che è responsabile di verificare se si tratta davvero di un errore”. Se si tratta effettivamente di un errore, il giornalista inoltra una richiesta di correzione che deve essere approvata a diversi livelli, prima di essere pubblicata. “Segnaliamo le correzioni nella storia online, e abbiamo un box specifico nell’edizione cartacea”, spiega ancora. Helmuth non ha avuto a che fare con errori gravi negli ultimi anni, ma non è riuscita a sfuggire a “nomi scritti con refusi, il nome sbagliato di un animale, o un’indicazione errata da parte di un fotografo o un foto editor”.

Indagare e confrontarsi
Jem Collins, fondatrice ed editor di Journo Resources, si è trovata a correggere articoli già pubblicati, sia come autrice che come editor. Il suo primo consiglio è quello di non andare nel panico perché, specialmente online, ci sono tante possibilità per rettificare qualcosa in modo responsabile. Essendosi occupata a lungo della creazione di una policy per le correzioni con il team dell’ultima redazione in cui ha lavorato, suddivide le segnalazioni in due tipi. Uno riguarda gli errori minori che possono essere corretti senza troppe discussioni. L’altro, al contrario, mette in dubbio il vero e proprio lavoro giornalistico. “In questi casi”, spiega Collins, “dobbiamo sederci tutti insieme e confrontarci con l’intero team, l’autore, l’editor, e chiunque possa avere delle buone osservazioni”.

Quando succede questo, si analizza l’articolo contestato punto per punto, facendo attenzione ai dati oggettivi: fonti utilizzate, trascrizioni di interviste e altro. Per questo motivo, è un imperativo che i giornalisti registrino e conservino tutto in maniera scrupolosa, le fonti di certi dati, file audio, appunti e qualsiasi altro materiale utilizzato per una storia.

“L’ultima volta che è successo qualcosa di simile è stato con un longform”, ricorda Collins. “Alla fine, abbiamo concluso che l’articolo reggeva, quindi abbiamo risposto (a chi aveva fatto la segnalazione) con le nostre motivazioni complete”. Se fossero state necessarie correzioni, sarebbero state segnalate chiaramente, spiega, o persino pubblicate come storia a parte. Ad ogni modo, tutte le persone coinvolte sul piano editoriale sarebbero state informate, in modo da non pubblicare l’errore anche sui social media.

Qualora un lettore chiedesse a un freelance di cambiare qualcosa, Collins suggerisce di gestire la cosa in maniera diretta e concisa con l’editor: “Non mandate subito una mail impanicata, prendetevi del tempo per digerire i fatti, in modo da non chiedere più di un cambiamento. Una mail breve per dire ‘scusate, ho fatto un piccolo errore’ è molto meglio”.

Chiedere scusa e inseguire l’errore
Lo scorso febbraio, Bud Kennedy, un editorialista del Fort Worth Star-Telegram, aveva criticato il vice-governatore repubblicano del Texas sulla base di informazioni sbagliate che erano state inizialmente pubblicate da un altro giornale. Quando ha scoperto l’errore, il post originale è stato rimosso e Kennedy ha pubblicato un editoriale di scuse, chiedendo ai lettori di aiutarlo a condividerlo sui social. “È qualcosa che avrei fatto in qualsiasi momento in 30 anni di carriera come editorialista. Quando sbagli qualcosa, spieghi cosa è successo ai lettori e chiedi scusa”, spiega, definendo la sua come una reazione istintiva, che fa naturalmente parte del rapporto con il suo pubblico. “Devo mantenere la fiducia dei lettori”, aggiunge, “quando mi sbaglio, lo devo ammettere”.

Quando il nuovo articolo è stato pubblicato, il team dello Star-Telegram che si occupa di audience engagement aveva suggerito di linkarlo a tutti i lettori che avevano condiviso o ritwittato il primo articolo, racconta Kennedy. Si trattava di una mossa forte, ma con un grande potenziale nell’era digitale.

Dan Gillmor, sul Nieman Lab, ha descritto la decisione del giornale come “il catalizzatore di un esperimento in fatto di trasparenza giornalistica che crediamo possa avere un potenziale enorme: far avanzare le correzioni secondo gli stessi percorsi social dell’errore iniziale”.

Articolo apparso originariamente in lingua inglese sul sito dell’International Journalists’ Network e viene ripubblicato qui per gentile concessione

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Source Hacking: come si crea una campagna di disinformazione online https://it.ejo.ch/digitale/source-hacking-data-society-disinformazione https://it.ejo.ch/digitale/source-hacking-data-society-disinformazione#respond Tue, 17 Sep 2019 07:29:37 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19431 Negli ultimi anni sono state numerose le campagne di manipolazione dell’opinione pubblica online basate su fonti non riconosciute, anonime o cospirazioni (fra le altre il caso QAnon, il video manipolato di Nancy Pelosi, la campagna della alt-right Usa It’s OK To Be White e il tristemente noto Pizzagate). Con i social media, ormai considerati dagli …

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https://datasociety.net/

Negli ultimi anni sono state numerose le campagne di manipolazione dell’opinione pubblica online basate su fonti non riconosciute, anonime o cospirazioni (fra le altre il caso QAnon, il video manipolato di Nancy Pelosi, la campagna della alt-right Usa It’s OK To Be White e il tristemente noto Pizzagate). Con i social media, ormai considerati dagli utenti come piattaforme prioritarie per la ricerca di informazioni, i contenuti propagandistici e la disinformazione sono sempre più presenti grazie alla facilità di condivisione. L’ultima ricerca del centro studi Data & Society sul tema, “Source Hacking: Media Manipulation in Practice”, propone una tassonomia delle tecniche di manipolazione online all’interno del contesto politico statunitense.

Alla base delle campagne di manipolazione online vi è quello che i due autori Joan Donovan, Direttrice del Technology and Social Change Research Project presso lo Shorenstein Center di Harvard, e Brian Friedberg, Senior Researcher presso lo stesso centro di ricerca, definiscono come “source hacking“. Secondo gli autori, fanno capo a questa definizione un insieme di tecniche utilizzate con lo scopo di nascondere le fonti utilizzate per la creazione di un messaggio di propaganda politica e permettere la sua circolazione fino all’approdo sui media mainstream. Il motivo per il quale è necessario nascondere le fonti è presto detto: sono false o create ad hoc. Se la manipolazione raggiunge il suo scopo, i risultati sono due: in primis, saranno i giornalisti stessi o in generale gli operatori dell’informazione e il pubblico a imbattersi nei contenuti creati, complice la struttura delle piattaforme social; in secondo luogo, aumenterà la polarizzazione dell’opinione pubblica su tematiche rilevanti in un dato momento.

Perché le campagne di manipolazione hanno effetto?
Secondo Donovan e Friedberg, la chiave del successo di queste campagne sta nell’abilità di “hackerare” la narrativa di alcuni eventi o temi polarizzanti, così come nella vulnerabilità delle  piattaforme di comunicazione online. Proprio per queste ragioni gli studiosi hanno identificato quattro tecniche, emerse dall’analisi di alcune campagne di disinformazione politica online svoltesi negli Stati Uniti tra il 2016 e il 2018. I contenuti veicolati in questi casi sono per lo più immagini, meme, video e articoli giornalistici falsi nati su piattaforme come 4chan e Reddit e creati da individui abili nel coniugare conoscenze di marketing, propaganda politica e vulnerabilità tecnologico-sociali. Per ogni contenuto, e a seconda dell’obiettivo da raggiungere, è di norma utilizzata una delle quattro tecniche individuate nel report, o una loro combinazione.

Viral sloganeering: come si gonfia un  messaggio politico
Il “viral sloganeering”, ad esempio, è un’operazione di tipo bottom-up che consiste nel prendere i punti centrali di un messaggio politico di un partito o di un individuo e, attraverso l’utilizzo di meme, immagini, contenuti creati ad hoc, utilizzarlo a proprio favore o aumentarne la diffusione mediatica oscurandone le reali fonti. È ciò che è successo, ad esempio, a fine ottobre 2018, quando il Presidente americano Trump pubblica, sul suo account Twitter, un video seguito dall’hashtag #JOBSNOTMOBS!. In un articolo del New York Times apparso poco tempo dopo il tweet, il giornale ha fatto luce sul percorso compiuto dallo slogan in meno di due settimane a partire dal sito di social news Reddit fino alla Casa Bianca. Lo slogan, creato su Reddit da anonimi, reso credibile e autorevole attraverso informazioni non veritiere e disseminato su Twitter (anche grazie all’utilizzo di bot) è arrivato a Fox News, il media mainstream, in un segmento del telegiornale serale. Individui anonimi appartenenti a una community di Reddit avevano formalizzato lo slogan grazie a ciò che Amelia Acker, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Informatiche dell’Università di Austin, definisce “data craft”: l’interazione fra artigianato e astuzia nell’hacking.

Leak forgery: fuga di notizie che non lo erano
Un’altra tecnica presentata dai ricercatori è invece quella del “leak forgery”, ovvero la falsificazione ad arte di documenti inerenti alla vita privata di un politico (o di un obiettivo simile) che, una volta rilasciati al pubblico, ne screditano l’immagine. Uno dei due casi studio analizzati da Donovan e Friedberg ha inizio nel maggio del 2017 quando un utente anonimo del sito 4chan pubblica 9 gigabyte di file intitolati “Documents proving Macron’s secret tax evasion”, affermando di averli ottenuti operando una truffa a mezzo phishing agli archivi digitali del presidente francese Emmanuel Macron. I documenti sono stati ritenuti falsi, ma la campagna di manipolazione ha sortito un impatto molto forte sull’attenzione degli utenti online così come sulla stampa, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali. Spesso la natura dei leak è anonima: anche se questo è un aspetto fondamentale della pratica stessa poiché protegge l’identità della fonte, è necessario tenere in considerazione anche l’altra faccia della medaglia ovvero l’oggettiva impossibilità di verificare la veridicità dei documenti o delle informazioni.

Evidence collage: costruire una teoria del complotto
Una terza tecnica, denominata “evidence collage”, consiste invece nella sovrapposizione di informazioni veritiere (provenienti da testate nazionali o verificate) e informazioni confezionate a supporto di una tesi specifica (screenshot, link, siti web). L’immagine che ne risulta è una versione distorta della realtà dei fatti. Questa tecnica nasce parallelamente alla Open Source Investigation, che si affida specificatamente all’analisi dei social media, della presenza online di un utente o dell’utilizzo di siti come Google Earth o Maps per osservare la localizzazione di edifici o case. Un caso esemplificativo della tecnica è proprio il Pizzagate: una teoria del complotto venuta alla ribalta nel 2016 che sosteneva l’esistenza di una società segreta composta dai maggiori esponenti politici mondiali e dei leader democratici, il cui scopo era il traffico sessuale di bambini. WikiLeaks aveva pubblicato nel medesimo periodo alcune email dell’allora presidente della campagna elettorale di Hillary Clinton John Podesta, nelle quali erano contenuti presunti riferimenti all’abuso di minori. Una volta rese disponibili e sovrapposte a contenuti cospiratori, queste mail sono finite per creare una narrazione alternativa, il cui risultato è stato un messaggio tanto manipolatorio quanto disturbante. La campagna, i cui elementi sono tutt’oggi online, ha portato ad una azione criminale violenta che ha visto protagonista un uomo che, armato di un fucile, ha fatto fuoco nella pizzeria finita al centro della teoria del complotto, fortunatamente senza feriti.

Keyword squatting: troll che diventano (falsi) opinionisti
L’ultima tecnica identificata dai ricercatori di Data&Society è il “keyword squatting”, ovvero la creazione di account o hashtag sui social media nell’ottica di “riempire” di materiale manipolatorio lo spazio digitale dei propri oppositori. Esemplificativo è il caso del movimento Antifa, che ha visto il proliferare di azioni di “doxing” (rilascio di informazioni personali di alcuni appartenenti) o casi di personificazione online di alcuni militanti del movimento da parte di suprematisti bianchi. In questo caso la finalità era quella di screditare e danneggiare la reputazione degli attivisti di sinistra: il processo è stato facilitato dalla poca conoscenza del movimento sia sui social media sia offline, così come dal fatto che Azione Antifascista sia un’organizzazione politica non tradizionale, decentralizzata e dunque non presente sui social media con account ufficiali. La prova si è avuta quando lo Youtuber Kevin Stafford, pubblicati una serie di video con il nickname Boston Antifa, viene invitato da Fox News negli studi del canale come responsabile del movimento. Alcuni giorni dopo l’intervista, la testata Buzzfeed ha rivelato come Stafford non fosse altro che un autodefinito “troll” conosciuto su YouTube con lo pseudonimo BG Kumbi. Nonostante ciò, Fox News non ha mai cancellato né il video né il tweet con il quale ha condiviso l’intervista sui social media. Secondo Donovan e Friedberg, in questo caso, la manipolazione della fonte ha funzionato in due direzioni: da una parte Stafford ha nascosto la sua identità a Fox News, dall’altra quest’ultima non ha impedito che il tweet contenente dichiarazioni false continuasse a circolare ed essere dunque potenzialmente visualizzato da nuova audience.

Seguendo lo schema dei ricercatori, è possibile individuare un threat model specifico che, letteralmente, definisce le potenziali minacce che innescano campagne di manipolazione politica online. Una breaking news o un importante evento (come ad esempio le future elezioni presidenziali americane del 2020) che creano grande attenzione e interesse nell’opinione pubblica possono essere un’opportunità di manipolazione molto accessibile e semplice. Quando poi una notizia è ormai conosciuta, i media mainstream si adoperano per trovarne le fonti, verificarle, investigarne gli attori. Proprio in questo lasso di tempo i manipolatori utilizzano il data crafting e si avvalgono delle vulnerabilità del mondo dell’informazione mainstream e della società stessa allo scopo di influenzare l’opinione pubblica verso un certo tipo di narrazione dei fatti, usando le tattiche del “source hacking”.

Il messaggio che veicolano viene creato all’interno di forum, come 4chan e Reddit, o in spazi digitali anonimi; e, in modo coordinato, condiviso successivamente su differenti piattaforme social dotate di termini di servizio diversi fra loro. In questo momento del processo è inoltre possibile che i manipolatori individuino agenzie stampa o giornalisti ritenuti “deboli” e forniscano loro un mix di informazioni vere e false che, come nel caso di Fox news, verranno pubblicate amplificando la campagna. Per veicolare contenuti che possano essere ripresi e condivisi sulle piattaforme online (ad esempio attraverso hashtag) i manipolatori utilizzano botnet, social media influencer, giornalisti. Così facendo il dibattito creato è viziato direttamente alla fonte. È importante capire inoltre che le campagne di manipolazione evolvono molto in fretta e gli attori anonimi che le animano continuano, finchè è nel loro interesse, a mantenerle vive. Per questo i commenti sotto un post di Facebook o le risposte a un tweet sono utilizzate per provocare reazioni che altro non vanno ad aumentare il network di utenti coinvolti nella campagna.

Di fronte alla complessità e alla totale imprevedibilità di campagne di manipolazione simili a quelle descritte, Donovan e Friedberg sottolineano l’importanza per l’ecosistema dell’informazione di comprenderne portata, impatto e linguaggi, così da non correre il rischio di amplificare a loro volta disinformazione o propaganda politica. Ma soprattutto, che le redazioni investano maggiormente nella tutela dell’informazione a partire da chi la fa: come vengono reperite le fonti, chi le analizza e come.

Il report completo è disponibile qui.

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Il movimento per il fact-checking si rafforza https://it.ejo.ch/etica/fact-checking-rafforza https://it.ejo.ch/etica/fact-checking-rafforza#respond Fri, 13 Sep 2019 10:02:33 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19433 Il fact-checking è da molto tempo parte integrante di una certa tradizione giornalistica. Il dipartimento per la verifica dei fatti del New Yorker, ad esempio, è famosissimo da decenni. L’elezione di Trump e il referendum sulla Brexit, però, hanno contribuito a espandere sensibilmente l’applicazione di questa pratica giornalistica. In un periodo in cui abbiamo disperatamente …

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Gerd Altman / Source: Pixabay / Licensed under Pixabay license

Il fact-checking è da molto tempo parte integrante di una certa tradizione giornalistica. Il dipartimento per la verifica dei fatti del New Yorker, ad esempio, è famosissimo da decenni. L’elezione di Trump e il referendum sulla Brexit, però, hanno contribuito a espandere sensibilmente l’applicazione di questa pratica giornalistica.

In un periodo in cui abbiamo disperatamente bisogno di affrontare il problema del dis- e misinformazione online, il fact-checking sembra un modo di riaffermare l’importanza delle fonti verificabili, oltre che una strategia per ribadire i valori cardine del giornalismo. L’International Fact-Checking Network ha adottato un suo Code of Principles, firmato da una dozzina di organizzazioni da tutto il mondo e numerosi donatori, insieme a Facebook, hanno contribuito a sostenere il Network.

Se il fact-checking sia o meno efficace non è del tutto chiaro, ma tre anni dopo l’espansione di questo movimento globale per la verifica dei fatti, si incominciano a vedere più informazioni e a sentire, direttamente dai fact-checker, cosa vorrebbero che i governi e le piattaforme facessero per rendere il loro lavoro più efficace.

A fine luglio, l’organizzazione britannica Full Fact ha pubblicato un report dettagliando la sua esperienza nel programma di fact-checking di Facebook. Il testo, scritto in modo chiaro e traboccante di raccomandazioni sensibili, chiedeva l’espansione del programma anche a Instagram e che fosse complessivamente raffovrzato. Inoltre, Full Fact chiedeva a Facebook di essere più trasparente su come utilizza le informazioni fornite dai fact-checker, in particolare in un momento in cui l’azienda sta pianificando uno sviluppo maggiore dell’IA come strumento per il vaglio delle informazioni false. Infine, l’organizzazione chiedeva al governo di insistere sulla fornitura di informazioni accurate su temi sensibili come la salute, dove la misinformazione è più che abbondante.

Questa mossa a favore di un’azione più pro-attiva si può vedere anche in una dichiarazione congiunta pubblicata in giugno da Full Fact, il gruppo argentino Chequeado e Africa Check, sulla necessità di sforzarsi a confrontarsi con chi fornisce misinformazione, ad esempio facendo notare ai politici e alle personalità pubbliche quando le loro dichiarazioni sono errate. In sostanza, sostenevano le tre organizzazioni, bisogna guardare oltre il puro debunking.

L’ex Direttore di Africa Check, Peter Cunliffe-Jones, sostiene che chi lavora nelle organizzazioni di fact-checking debba contattare gli ufficiali pubblici per informarli quando comunicano cose inesatte, spingendo anche per avere correzioni pubbliche. Nel 2018, i servizi di polizia del Sud Africa (SAPS) hanno corretto un dataset intero sui crimini commessi quell’anno dopo che Africa Check li contattò per segnalare degli errori nelle statistiche.

In Nigeria, Africa Check sta lavorando con il ministero della salute, rappresentanti dei medici e altre figure del settore per identificare la misinformazione sui temi della salute, capire in che modo danneggia la salute pubblica, e contribuire ad accrescere la consapevolezza del pubblico attorno al problema. Fa tutto parte di quello che loro chiamano, “fact-checking di seconda generazione”: azione, invece che pura educazione.

Come si legge nella dichiarazione:

“Esiste un vecchio slogan tra gli attivisti: educare, scuotere, organizzare. I fact-checker si sono concentrati sull’educazione per molto tempo. In futuro, il nostro lavoro sarà quello di scuotere i nostri lettori frequenti e organizzarci al fine di mettere alla prova chi ha potere e quelle organizzazioni che promuovono la misinformazione in modo irresponsabile”

In Brasile, Claire Wardle, Angela Pimenta e altri hanno condotto una valutazione del lavoro di Comprova, un collettivo di fact-checking formatosi nel 2018 in occasione delle elezioni presidenziali. Giornalisti di diverse testate hanno richiesto dritte e consigli al pubblico e si sono coordinati per verificare i contenuti online e mettere in circolazione il debunking delle informazioni errate.

Finanziato da Facebook e dalla Google News Initiative, il gruppo si è recentemente rinnovato come Comprova 2.0 e sta considerando la possibilità di proseguire il suo lavoro per il resto dell’anno (e oltre), qualora riuscisse a ottenere nuovi finanziamenti. Nel frattempo, molti osservatori sono concordi sul fatto che le piattaforme debbano fornire maggiori dettagli su cosa fanno effettivamente con le informazioni che ottengono e su come far “scalare” i loro sforzi. Sul tema dell’efficacia del fact-checking, ho dedicato di recente un articolo pubblicato da Media Power Monitor.

Articolo tradotto dall’originale inglese

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Come il più vecchio quotidiano in Portogallo è passato al digitale https://it.ejo.ch/digitale/diario-de-noticias-giornalismo-digitale-portogallo https://it.ejo.ch/digitale/diario-de-noticias-giornalismo-digitale-portogallo#respond Mon, 09 Sep 2019 09:25:40 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19418 Sapevamo che non sarebbe stato facile. Rinnovarsi non è mai semplice per giornali tradizionali come Diário de Notícias (Dn), un quotidiano con una lunga storia alle spalle e una redazione tendenzialmente conservatrice. Ma, d’altra parte, l’innovazione è parte del nostro Dna e ciò potrebbe aver facilitato le cose almeno un pochino. L’apertura di Diário de …

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Un’illustrazione di André Carrilho, pubblicata nell’edizione speciale di Diário de Notícias, celebrativa dei primi 150 anni di attività del giornale. Pubblicata per gentile concessione: https://andrecarrilho.myportfolio.com/

Sapevamo che non sarebbe stato facile. Rinnovarsi non è mai semplice per giornali tradizionali come Diário de Notícias (Dn), un quotidiano con una lunga storia alle spalle e una redazione tendenzialmente conservatrice. Ma, d’altra parte, l’innovazione è parte del nostro Dna e ciò potrebbe aver facilitato le cose almeno un pochino. L’apertura di Diário de Notícias, avvenuta 154 anni fa, ha segnato letteralmente l’inizio dell’industria giornalistica portoghese. Il Diário è stato, infatti, il primo giornale ad essere pubblicato con un processo industriale moderno e il primo ad adottare un modello di business fondato sulla pubblicità, togliendo ai lettori l’onere di dover coprire l’intero costo del giornale. È stato anche la prima testata ad attribuire grande importanza all’oggettività, dando maggior peso ai fatti rispetto alle opinioni.

Erano queste le idee innovative alla base della fondazione di Diário de Notícias e hanno tutte contribuito all’espansione del mercato delle news in Portogallo nel diciannovesimo secolo. Il prezzo – dieci réis – è rimasto lo stesso fin oltre il secolo successivo. Il motto del giornale era “per tutte le tasche, facile da leggere”. Per la prima volta in Portogallo, un giornale affidò la distribuzione a una rete di strilloni che urlavano i titoli per le strade di Lisbona, un’altra novità di rilievo che ha contribuito alla popolarità del giornale. Una statua famosa situata fuori alla sede originaria del giornale rende omaggio ancora oggi all’iconica figura dello strillone di Dn, chiamato ardina.

Cambiare nel giro di una notte
Ma i tempi cambiano, e nel business dei media le cose si sono fatte più difficili, specialmente negli ultimi anni. La circolazione della versione cartacea era molto diminuita, mentre il pubblico online cresceva costantemente. Così, nel 2018, il consiglio d’amministrazione ha preso la decisione di passare all’online. Da quel momento in poi Diário de Notícias avrebbe concentrato le proprie risorse nell’edizione online, continuando a pubblicare su carta solamente nel weekend.

Si è trattata di una decisione radicale, ma il cambiamento si è dimostrato in realtà più semplice di quanto ci aspettassimo per lo staff della redazione. Ovviamente non è stato facile, però ce l’hanno fatta. Abbiamo rivoluzionato ogni cosa nel giro di una notte: un approccio un po’ inusuale, stando alle idee generalmente accette su come gestire i cambiamenti nelle redazioni. Il primo giugno 2018, il processo lavorativo ha iniziato a concentrarsi sulla produzione online: ciò implicava che venissero mutate due cose essenziali. Innanzitutto gli orari di pubblicazione: le storie venivano caricate online non appena pronte per essere pubblicate. In secondo luogo, il modo in cui le notizie venivano presentate – con video allegati, grafici, e altri elementi digitali.

La statua all’esterno della redazione del Diário de Notícias (Vitor Oliveira / Source: Flickr / Licenced under CC BY-SA 2.0)

Prima del cambiamento, avevamo solo una piccola sezione per le breaking news, mentre il resto del team lavorava più che altro all’edizione cartacea. La versione online di Dn era basata fino a quel momento prevalentemente  su adattamenti di lanci d’agenzia e materiale di tendenza sui social network. Dopo il cambiamento, tutti, dallo stagista al reporter, lavoravano ininterrottamente sulle notizie dell’ultima ora. Il flow di notizie aveva dovuto essere riorganizzato. I redattori senior decidevano cosa andasse pubblicato e quando, e quali storie tenere per l’edizione del giorno dopo. Queste decisioni erano prese con maggior cognizione di causa di quanto non sarebbe stato possibile prima, grazie alle statistiche più aggiornate.

Mantenere un equilibrio
Uno dei cambiamenti più importanti avvenuto nelle redazioni negli ultimi cinque anni è l’impiego di dashboard per tenere sotto controllo lettori e le analitiche. A Dn ci siamo assicurati che tutti potessero consultarle su uno schermo in redazione. Inizialmente per i giornalisti è stato uno shock. Ma ben presto volevano sapere di più: chi avesse letto i loro articoli, per quanto tempo, e se i loro pezzi avessero giocato un qualche ruolo nel convertire i lettori in iscritti.

Come Rasmus Kleis Nielsen e Federica Cherubini hanno scritto nel loro studio pubblicato dall Reuters Institute di Oxford, “Editorial Analytics”, “ciò che emerge non è la resistenza, ma la sfida di aiutare i giornalisti a raggiungere una reale comprensione di ciò che i dati significano e come reagire di conseguenza”. Kleis Nielsen e Cherubini hanno concluso che questo potrebbe essere un gioco molto coinvolgente e pericoloso. Da un modello orientato alla produzione si passa, di fatto, a un modello molto orientato al lettore. Inoltre, il tutto nasce da una contraddizione da tempo nota ai giornalisti: “mantenere un equilibrio tra ciò che il pubblico ha bisogno di sapere e ciò che vuole sapere”, come Raul Ferrer-Conill ed Edson C. Tandoc Jr. hanno invece documentato nel loro studio “The Audience-Oriented Editor”.

Pensare strategicamente
Eravamo decisi a non permettere a un’interpretazione semplicistica delle analytics di dettare la nostra politica editoriale. Non appena abbiamo implementato la trasformazione da cartaceo a digitale a Diário de Notícias, ci siamo assicurati di fare un passo indietro e darci il tempo di pensare in modo realmente strategico. Ad esempio, abbiamo deciso di prestare meno attenzione a cifre insignificanti e di guardare piuttosto a quelle più interessanti: tempo impiegato, quanti nuovi lettori sono diventati lettori fedeli, tasso di abbandono e tasso di conversione. Abbiamo ideato dei nuovi ruoli come l’ “off-platform editor”, un editor che si occupasse della distribuzione dei contenuti del giornale sui social media e su ogni altra piattaforma non proprietaria e non gestita direttamente da noi. Abbiamo discusso di numeri in un contesto editoriale. E questo ha certamente contribuito a portarci verso il passo successivo della nostra evoluzione digitale.

Giornalismo 1.0
Forse davvero “è ora di prendere le distanze dalle cose che luccicano”, per citare il titolo del Reuters Institute report  scritto da Julie Posetti di recente. Se abbiamo certamente bisogno di essere informati sugli ultimi sviluppi nei media, specialmente quando si tratta di innovazioni tecnologiche, è importante anche non perseguire l’innovazione fine a sé stessa, senza tener conto delle ripercussioni pratiche. Produrre un giornalismo migliore e più utile dovrebbe sempre essere l’obiettivo primario. A Diário de Notícias, puntiamo molto seriamente a fare del buon giornalismo. Ciò ha significato in primis tornare all’essenziale. Come ha detto la giornalista digitale americana Kim Bui – tra le prime a usare l’espressione “shiny things syndrome” – il pericolo più grande di queste “shiny things” è che ci conducono “distanti dal raccontare storie, e rischiamo di dimenticarci chi siamo”.

Il fenomeno della disinformazione e delle fake news, che è divenuto così pervasivo nei media, ci ha in realtà aiutati a capire ciò che andava fatto. Era “il” momento di far ritorno al giornalismo 1.0, alle verifiche, al prendersi il tempo di guardare alle cose da prospettive diverse. Al modo in cui erano le cose quando cercavamo gli scoop e non copiavamo semplicemente quel che era di tendenza sui social media. A quando pubblicavamo solo ciò che potevamo confermare.

Perché tutto questo?
Prima di abbracciare il cambiamento, occorre farsi le domande giuste. L’unico scopo dell’innovazione è di aiutare a produrre un giornalismo più efficiente e interessante. Noi dovevamo migliorare l’efficienza per via dell’evoluzione del mercato, dovevamo tagliare i costi e trovare un modo migliore di lavorare. Questo ci ha aiutati a lavorare meglio e a essere più utili ai nostri lettori.

Per Diário de Notícias, essere utili significa essere più accurati e rigorosi. Il nostro brand è questo – non essere veloci, ma esaurienti. Come Nic Newman ha annotato nel suo paper pubblicato dal Reuters Institute, “The rise of social media and its impact on mainstream journalism”, “le testate giornalistiche stanno ormai rinunciando al tentativo di essere le prime a riportare le ultime notizie, cercano piuttosto di essere le migliori quando si tratta di accertarle e curarle”. Noi stiamo dando il nostro contributo a questo sforzo con il nostro “fake news investigation project” (finanziato dalla Gulbenkian Foundation e in collaborazione con l’Università di Lisbona/ISCTE) e il nostro nuovo programma di educazione ai media.

Per avere un impatto più profondo, l’innovazione deve essere un processo che parte dal basso, ma non è sempre stato così nei mezzi d’informazione. Spesso gli outlet giornalistici non si sono adattati abbastanza velocemente, e certamente non sono stati all’avanguardia. Troppo spesso la digitalizzazione è avvenuta a seguito di pressioni di mercato. E forse questo è stato anche un po’ il caso di Diário de Notícias. Come ha scritto Lucy Kueng nel suo  report “Going Digital”, “le testate storiche non possono stravolgersi, ma possono evolversi”. Spesso lavoriamo in un’area molto vecchia e tradizionale delle attività umane – raccontare storie. E a Diário de Notícias raccontare storie è ancora al centro del nostro fare.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Claudia Aletti. Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo.

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5 lezioni sul data journalism dal Portogallo https://it.ejo.ch/digitale/data-journalism-portogallo https://it.ejo.ch/digitale/data-journalism-portogallo#respond Wed, 14 Aug 2019 10:33:21 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19406 Quando ho iniziato a lavorare nella redazione di Rádio Renascença nel 2016 avevo un obiettivo chiaro: creare una delle prime unità di data journalism in Portogallo e usare i dati e il coding per esplorare nuovi modi di raccontare storie. Nei tre anni trascorsi da allora ho incontrato numerosi fallimenti, imparato diverse lezioni di grande …

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Jonathan Gray / Flickr / CC BY-SA 2.0

Quando ho iniziato a lavorare nella redazione di Rádio Renascença nel 2016 avevo un obiettivo chiaro: creare una delle prime unità di data journalism in Portogallo e usare i dati e il coding per esplorare nuovi modi di raccontare storie. Nei tre anni trascorsi da allora ho incontrato numerosi fallimenti, imparato diverse lezioni di grande valore dai miei errori, attraversato momenti di grande frustrazione e provato cose nuove grazie all’influenza di blog, thread su Twitter e risposte di Stack Overflow.

Nel frattempo, il panorama mediatico portoghese non è cambiato molto. Oggi, nel mio Paese lavorano pochi data journalist. Tutti continuano a ripetere che i dati e le competenze di programmazione siano fondamentali, ma non sono tanti i corsi universitari a insegnare queste cose. Gli hackaton sono ancora indirizzati per lo più al settore tech e alla pubblica amministrazione, gli open data sono un miraggio e i progetti basati sui dati sono portati avanti dagli auto-proclamatisi (me incluso) data journalist solo occasionalmente.

Questa descrizione potrebbe far pensare che il data journalism e la sua innovazione non abbiano attecchito in Portogallo. Questo però sarebbe incorretto, anche se il cambiamento è davvero lento. Troppo lento, se paragonato con altri Paesi. Detto questo, aver speso tre anni a costruire una redazione per lavorare sui dati e a integrarla dentro il flusso di lavoro di una testata con 83 anni di storia mi ha insegnato diverse cose. Quindi, se puntate a lanciare una unità che lavori sui data nella vostra redazione, qui troverete alcune lezioni che ho dovuto imparare facendo del data journalism.

1) Diventa un unicorno (o un journocoder)
I journocoder, i giornalisti che sanno programmare, sono gli unicorni del settore mediatico: sono creature rare che non hanno solo competenze di reporting, ma sanno anche programmare e fare analisi dei dati, o hanno persino qualche skill di design. Questo mix speciale li rende molto ricercati. Se vuoi lanciare una unità di data journalism nella tua redazione, però, ho delle brutte notizie: gli unicorni sono persino più rari di quello che potresti pensare.

Il mio consiglio quindi è diventare un giornalista di questo tipo tu per primo. Se sei interessato nel data journalism, avrai probabilmente incontrato quel momento in cui vorresti realizzare qualcosa, non sai come fare e vorresti avere un programmatore al tuo fianco. Non c’è però ragione di aspettare che sia la tua azienda ad assumere un tecnico che possa aiutarti, perché semplicemente non succederà. La buona notizia, però, è che ci sono vari modi in cui poter superare quella impasse. Esistono diversi corsi online fantastici e gratuiti, GitHub è pieno di materiale interessante e la sua community è sempre pronta a offrire aiuto. Non aver paura di chiedere!

2) Controlla le tue aspettative
Avrai controllato la shortlist degli annuali Data Journalism Awards, letto il Data Journalism Handbook e visto i lavori folli di Guardian, New York Times, FiveThirtyEight, La Nación, o del Berliner Morgenpost, per citarne alcuni. Quei lavori sono capolavori e di sicuro vorrai produrre qualcosa di simile anche tu.

Aspirare alla grandezza è una cosa fantastica, ma dovrai anche imparare a gestire le tue aspettative o, in altre parole, a conoscere cosa è possibile fare alla luce delle risorse a tua disposizione. Alcune delle cose che potresti avere in mente potrebbero richiedere più tempo e più sforzi collaborativi di quelli che potresti aver messo da conto. Questo non significa necessariamente che tu non debba puntare alto, non frustrarti eccessivamente perché i risultati non sono perfetti come tu vorresti che fossero. Innamorati del processo, non del risultato finale.

3) Impara a guadagnare tempo
Il mio editor mi prende sempre in giro perché ogni volta che le viene in mente un’idea matta le rispondo dicendo che è possibile realizzarla ma che devo prima imparare a fare le cose necessarie a realizzarla. Anche se tu fossi un programmatore di grande esperienza e pieno di talento, ti servirà comunque tempo per imparare (e per pensare, per scrivere codice davvero e per fare debugging). Quindi, se tu e i tuoi editor siete davvero propensi a lanciarvi in un progetto di questo tipo, dovrai imparare a negoziare il tempo che ti serve. Guadagnare quel tempo è un investimento che porterà dei dividendi.

(Extra tip: se pensi che ti possano servire solo pochi minuti, ti sbagli. Servirà molto più tempo).

4) Non preoccuparti di sentirti un hacker dentro la tua testata
Non sto parlando delle attitudini dei giornalisti tradizionali nei confronti dei loro colleghi che programmano: mi hanno guardato storto per un po’, ma hanno cambiato idea quando hanno visto i risultati finali. La maggior parte delle organizzazioni mediatiche non è ancora pronta per i journocoder. Non è previsto che i giornalisti abbiano accesso ai server, alle API e a qualsiasi cosa vada oltre una interfaccia WYSIWYG messa a punto dai tecnici per la redazione.

Lo capisco. I journocoder sono “una cosa nuova” e chi lavora nell’IT non è abituato a interagire con questo genere di richieste da parte della redazione, ed è più abituato a rispondere che qualcosa non si può fare per via di motivi di sicurezza. I team tecnici potrebbero anche innervosirsi perché i journocoder non hanno una formazione formale in informatica e potrebbero quindi avere un approccio poco ortodosso alla materia. Noi giornalisti siamo creature mosse dalla curiosità, il che significa che abbiamo una inclinazione a rompere le cose.

Dalla mancanza di accesso di livello “admin” al tuo computer o di un access point per i server, dovrai aspettarti di dover affrontare diverse questioni, soprattutto se lavori in una redazione tradizionale. La buona notizia è che se sai programmare davvero, parlerai la stessa lingua dei tecnici e non avrai difficoltà a spiegare loro perché qualcosa sta bloccando il tuo flusso di lavoro. Potreste anche diventare amici alla fine. Non lasciare che una barriera apparente possa impedirti di fare cose nuove. Fortunatamente, ci sono diversi buoni servizi che ti faranno esplorare le cose più basic a titolo gratuito. Cercando di ottimizzare qualcosa, potresti finire a imparare cose nuove. E un giorno, forse, ti verrà data la carta di credito aziendale per pagare i tuoi stessi progetti.

5) Smetti di lavorare come se avessi dei superpoteri unici
Saper programmare e fare data analysis potrebbe farti sentire inondato di poteri magici, è comprensibile. La sensazione di essere un programmatore solitario nella tua redazione, però, potrebbe trasformarsi in sindrome da diva e potresti sentirti come se nessuno comprendesse davvero i tuoi sforzi. Ma hai mai provato a spiegarli agli altri?

Ogni volta che collaboro a un progetto con un giornalista “tradizionale”, cerco di spiegare nel dettaglio come funziona l’analisi dei dati. Se serve creare uno scraper, spiego che non esiste un modo unico per scaricare tutti i dati in un colpo solo e che occorrerà creare una sorta di “robot” che raccolga i dati pagina per pagina. Improvvisamente, i tuoi colleghi che hanno difficoltà con le competenze in fatto di dati inizieranno a capire di cosa ti occupi e inizieranno anche a suggerirti come risolvere un problema specifico. E quella è una delle più belle ricompense che possono capitare a un journocoder.

Articolo tradotto dall’originale inglese. Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo.

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I giornalisti ucraini amano Telegram https://it.ejo.ch/digitale/telegram-giornalismo-ucraina https://it.ejo.ch/digitale/telegram-giornalismo-ucraina#respond Mon, 05 Aug 2019 08:31:42 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19395 L’app di messaggistica Telegram è stata costruita attorno all’idea che le comunicazioni debbano essere personali e cifrate. In alcuni Paesi, però, l’applicazione è diventata uno strumento di successo per i giornalisti che vogliono creare canali pubblici per diffondere i loro contenuti. Succede in Ucraina, ad esempio. Raggiungere le audience più giovani Quando Fedir Popadyuk ha …

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Telegram / Google Play

L’app di messaggistica Telegram è stata costruita attorno all’idea che le comunicazioni debbano essere personali e cifrate. In alcuni Paesi, però, l’applicazione è diventata uno strumento di successo per i giornalisti che vogliono creare canali pubblici per diffondere i loro contenuti. Succede in Ucraina, ad esempio.

Raggiungere le audience più giovani

Quando Fedir Popadyuk ha creato il primo canale Telegram di Ukrains’ka pravda nel 2017, l’app di messaggistica stava iniziando a diventare popolare in Ucraina. “Ho pensato che ci fosse una piattaforma nuova e persone interessate a usarla”, ha dichiarato Popadyuk, che ora gestisce i canali Telegram del giornale, “e che quindi dovessimo raggiungere questa audience”. Circa la metà della audience ucraina su Telegram ha meno di 25 anni, secondo i dati di un sondaggio condotto dalla società di marketing Kantar, e molti di questi non guardano la televisione o non ascoltano la radio per le notizie.

“Le ragioni per usare l’app di messaggistica sono cambiate”, ha detto invece Marina Kostromina di Kantar, “se lo scorso anno veniva usata principalmente per comunicare con gli amici, ora viene utilizzata per scambiare file e per leggere le notizie”. Questo trend è globale ed è evoluto negli ultimi anni. Un report del Tow Center for Digital Journalism, ad ogni modo, ha sottolineato il peso delle caratteristiche regionali nel rendere l’app un hub efficace per la distribuzione dell’informazione.

Sperimentare con i formati

Un’altra ragione che spinge così tanti giornalisti ucraini a utilizzare Telegram è che, per molti di loro, l’app offre molti modi per sperimentare con i formati e il tone of voice sui suoi canali. Inoltre, contrariamente a WhatsApp, che limita il numero di membri per i gruppi, Telegram offre la possibilità di iscrizioni illimitate e fornisce il conteggio delle visualizzazioni per i post e delle loro condivisioni.

Oksana Denisova e Tetyana Nikolayenko gestiscono il canale, molto popolare, “The Newsroom”. Le due giornaliste hanno aperto il canale mentre lavoravano entrambe a The Insider, ma dopo aver lasciato la testata, hanno continuato a curare il canale come un progetto indipendente. “Telegram è piuttosto efficace come medium”, ha detto Nikolayenko, “se posti qualcosa su Facebook non significa che tutti i tuoi fan lo vedranno. Con Telegram, invece, hai la possibilità di raggiungere davvero tutta la tua audience”.

Engagement e alta conversione

“Ci sono diverse ragioni per le quali Telegram è diventato a tal punto popolare”, ha detto invece Ivan Oberemko, che ha lanciato il canale Telegram di uno show di grande successo che si chiama “#@)₴?$0″ e che è diventato presto uno dei canali Telegram più in crescita nel Paese. “Per il lettore è una piattaforma comoda, non sovraccarica di contenuti e fornisce anche accesso offline. Per gli editori, non c’è il problema dei commenti. Chiunque è stanco di Facebook e Twitter, e Telegram fornisce alti tassi di conversione per le visualizzazioni, per le visite alle pagine e per le view nella vita reale”, ha spiegato Oberemko.

Il canale del programma “#@)₴?$0”

La crittografia di Telegram gioca un ruolo importante in un altro canale della Ukrains’ka pravda, chiamato “УП. Off the record”. Qui, la redazione pubblica informazioni insider fornite da fonti ufficiali nella politica o nel mondo degli affari. “So che spesso i giornalisti usano le chat segrete di Telegram per parlare con i politici”, dice Popadyuk, “è molto comodo perché tutti i messaggi scompaiono senza lasciare traccia”. Se Telegram è stata criticata per le sue falle nella protezione dei dati ed è stata messa sotto pressione in Russia e a Hong Kong, nessuno degli intervistati per questo articolo ha citato questioni di sicurezza o pressioni da parte del governo. In Ucraina i politici, a cominciare dall’attuale Presidente Volodymyr Zelensky, usano Telegram durante le campagne elettorali.

Articolo tradotto dall’originale inglese. Una versione modificata di questo articolo è apparsa anche sul Nieman Journalism Lab

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7 modi in cui i giornalisti possono usare meglio i social media https://it.ejo.ch/digitale/giornalisti-social-media https://it.ejo.ch/digitale/giornalisti-social-media#respond Tue, 30 Jul 2019 09:48:58 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19379 I social media sono utilizzati in modo massiccio dai giornalisti e non, ma spesso l’engagement con questi strumenti è piuttosto debole. A sostenerlo è Mandy Jenkins, general manager dell’iniziativa per il giornalismo locale di McClatchy The Compass Experiment e Presidentessa della Online News Association (ONA). La carriera di Jenkins è radicata in questo territorio, dato …

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clasesdeperiodismo / CC BY-NC-SA 2.0

I social media sono utilizzati in modo massiccio dai giornalisti e non, ma spesso l’engagement con questi strumenti è piuttosto debole. A sostenerlo è Mandy Jenkins, general manager dell’iniziativa per il giornalismo locale di McClatchy The Compass Experiment e Presidentessa della Online News Association (ONA). La carriera di Jenkins è radicata in questo territorio, dato che la giornalista è stata in passato la prima direttrice di Storyful, social news editor dell’HuffPost e managing editor del progetto Thunderdome di Digital First Media. Durante una lezione da lei tenuta all’interno della serie Demystifying Media alla University of Oregon, Jenkins ha proposto sette strategie che i giornalisti potrebbero far proprie per utilizzare i social media in modo più efficace.

1) Farne uno strumento per l’engagement delle comunità
Non è mai stato più semplice per i giornalisti poter monitorare gli ambiti da trattare e interagire con le loro fonti e le loro audience. La maggior parte della comunità ha infatti una presenza attiva sui social, ma circa il 78% degli adulti negli Usa non è mai stato interpellato da un giornalista di una testata locale. A essere intervistati sono per lo più maschi bianchi, di mezza età e con una buona educazione. Risolvere il problema significa anche trovare nuovi modi di interagire con altre community, sia faccia a faccia che online. Uno studio del Center for Media Engagement della University of Texas di Austin ha scoperto che più un giornalista interagisce con i commenti del pubblico, più il tono di questi migliorerà. “Prendersi il tempo di interagire con chi commenta è davvero un ottimo modo per i giornalisti per coinvolgere le community”, ha detto Jenkins a questo proposito durante la sua lezione.

Mandy Jenkins

2) Usarli per mostrare come funziona il giornalismo
Con la fiducia nei confronti dei media al minimo, i social media possono essere utilizzati per spiegare al pubblico i processi della professione. L’Enid and Eagle, il quotidiano (con 40mila lettori giornalieri) della città di Enid in Oklahoma, ad esempio, ha usato recentemente Facebook per chiedere ai lettori quali storie vorrebbero leggere. Troppo spesso diamo per assodato che il pubblico sappia come funziona il giornalismo. Cose semplici, come fare live-tweeting da una seduta del consiglio comunale, condividere quello su cui sta lavorando o chi si sta intervistando, possono essere utilizzate per mostrare che tipo di lavoro fa parte della pubblicazione di un articolo. Jenskins ha spiegato che, per quanto questo genere di post potrebbe sembrare banale per la maggior parte dei giornalisti, di certo non lo è per i lettori: il risultato, ha detto Jenkins, potrebbe essere la creazione di connessioni più forti con chi legge e una maggiore trasparenza, in particolare sul piano locale.

3) Farne una macchina di feedback
I giornalisti spesso vedono i social media solo come piattaforme promozionali, quando in realtà sono anche strumenti per ottenere input prima, durante e dopo la pubblicazione di un contenuto. Evitare i troll potrebbe essere difficile, ha spiegato Jenkins, ma ci sono persone vere “là fuori” con domande legittime cui i giornalisti dovrebbero provare a dare risposta, anche per migliorare il loro stesso lavoro. “Perché avete parlato con questa persona e non con questa?” o “Perché avete seguito questa storia e non questa?” sono domande importanti, da tenere in considerazione e a cui rispondere, ha spiegato Jenkins. “Usate i social come condotto per i feedback sul vostro lavoro“, ha spiegato.

4) Da un punto di vista visuale, usateli in modo attraente
Le piattaforme social offrono molti strumenti per rendere i post quanto più visuali possibile. “Un medium visuale ti spinge a essere meno verboso e a esprimere le tue opinioni meno di frequente”, ha detto Jenkins, “e lo fa affinché tu possa utilizzare solo le parole e il contesto più rilevanti”. Occorre, però, stare attenti a non esagerare. A questo proposito, Jenkins ha consigliato di diffondere al meglio i post sui social e di usare solo le grafiche che sono importanti e/o che possano avere un impatto presso l’audience cui sono rivolte.

5) Usare i contenuti delle audience
I contenuti generati dalle audience (Ugc) o quelli che testimoniano degli eventi sono pilastri per molte redazioni e possono essere un ottimo strumeno risolvere le questioni di approvvigionamento delle fonti, per coprire le breaking news o riempire i “buchi” di contenuto. I membri delle community potrebbero avere video o fotografie che i giornalisti possono incorporare nella loro copertura. Se si decide di seguire questa strategia, ad ogni modo, è importante non solo indicare correttamente i crediti per i contenuti, ma coinvolgere le fonti per farle parlare della loro esperienza. “Ci sono persone che cercano ardentemente di partecipare alla vita pubblica”, ha spiegato Jenkins durante la sua lezione, “dovremmo incoraggiarle, in particolar modo se viene fatto in un modo positivo”.

6) Non seguite solo giornalisti
È molto facile perdersi in una bolla sui social media”, ha spiegato Jenkins. L’esempio più ovvio sono i giornalisti che seguono solo i loro pari e gli opinion leader sui social. È importante sì osservare i competitor e imparare – interagendo anche con gli altri giornalisti – ma non bisogna andare fuori bordo. “Interagite con persone reali e smettete di cercare di impressionare i colleghi”, ha consigliato Jenkins. Al contrario, siate certi di “parlare ai lettori e con chi condivide roba reale”. Rimanere incastrati in una bolla professionale è fin troppo facile e potrebbe avere un impatto negativo sul lavoro dei giornalisti.

7) Un reminder: non tutti usano i social media
Non date per scontato che tutti siano attivi sui social. Come ha ricordato Jenkins, Twitter è una grande trappola per i giornalisti per quanto riguarda l’analisi del sentiment pubblico. Uno studio del 2019 del Pew Research Center ha mostrato come solo il 22% degli adulti statunitensi sia attivo sulla piattaforma: esiste un’audience enorme che non la usa per nulla.

Ogni semestre, la University of Oregon invita speaker dall’academia e dall’indstria dei media a partecipare alla serie di seminari Demystifying Media. Mandy Jenkins è stata John S. Knight Fellow fellow alla Stanford University nel 2018, dirige la Online News Association e nel 2019 è Journalist in Residence alla University of Oregon. Di recente, è stata nominata general manager di The Compass Experiment. Nella sua lezione ha parlato della sua carriera, dell’engagement con le audience e di come i giornalisti possano usare i social.

Articolo tradotto dall’originale inglese

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Il giornalismo cross-border e la collaborazione internazionale https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-cross-border-inchieste-panama-papers https://it.ejo.ch/giornalismi/giornalismo-cross-border-inchieste-panama-papers#respond Tue, 16 Jul 2019 09:18:18 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19364 Dalla pubblicazione dei Panama Papers – il principale scoop del 2016 – il giornalismo collaborativo cross-border è diventato un tema molto importante nel giornalismo. Un nuovo libro, Cross-Border Collaborative Journalism. A Step-By-Step Guide, della giornalista e ricercatrice danese-tedesca Brigitte Alfter analizza ora nel dettaglio questo settore molto vitale del giornalismo investigativo contemporaneo. Uno degli esempi …

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Pixabay

Dalla pubblicazione dei Panama Papers – il principale scoop del 2016 – il giornalismo collaborativo cross-border è diventato un tema molto importante nel giornalismo. Un nuovo libro, Cross-Border Collaborative Journalism. A Step-By-Step Guide, della giornalista e ricercatrice danese-tedesca Brigitte Alfter analizza ora nel dettaglio questo settore molto vitale del giornalismo investigativo contemporaneo.

Uno degli esempi più interessanti di questo genere d’inchiesta, che esplora questioni complesse dal punto di vista internazionale cercando il massimo impatto pubblico nei diversi contesti geografici coinvolti, è stata “Grand Theft Europe”, un’inchiesta coordinata dalla testata no-profit tedesca Correctiv. Questo progetto ha coinvolto 63 giornalisti in 30 Paesi diversi e ha indagato uno dei maggiori casi di evasione fiscale in Europa. I giornalisti hanno scoperto come i gruppi criminali abbiano sottratto oltre 50 miliardi di euro agli enti fiscali europei.

Il libro di Alfter mette in chiaro come oggi, quando la politica, il crimine e gli affari varcano i confini nazionali, anche i giornalisti che vogliono indagare questi settori devono guardare inevitabilmente oltre il loro naso. Ma come si sceglie un tema cross-border e come si sviluppa un’inchiesta? Qual è il modo migliore di organizzare un network professionale? E come si fa a far lavorare senza intoppi un team interculturale? E, infine, come si comunicano i risultati del lavoro al meglio, affinché siano efficaci e immediati per diversi pubblici e in diversi Paesi? Brigitte Alfter risponde a queste domande nel dettaglio, fornendo molti esempi e consigli basati sulla sua stessa esperienza come giornalista e diverse interviste con giornalisti che sono stati coinvolti in inchieste cross-border collaborative.

Dopo aver presentato la storia, il contesto e i pionieri dell’approccio cross-border al giornalismo dagli anni ’90 ai primi ’00, Alfter fornisce anche una chiara definizione del concetto alla base di questa via al giornalismo di inchiesta: i giornalisti di diversi Paesi decidono un argomento di interesse comune, raccolgono e condividono tutto il materiale e pubblicano i risultati finali per le proprie audience nazionali.

Una strutta con sette diversi step
Secondo Alfter, il giornalismo cross-border è normalmente strutturato come un lavoro che prevede sette passi diversi: 1) il network; 2) l’idea; 3) il team di ricerca; 4) il piano di lavoro; 5) la ricerca; 6) la pubblicazione e 7) la condivisione tra i pari. Il libro, a questo proposito, fornisce anche una guida di facile comprensione per tutti i passaggi, fornendo anche consigli di grande valore.

Marina Walker, Vice-Direttrice dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) e già coordinatrice del progetto collaborative LuxLeaks, nel libro enfatizza quanto sia importante la fiducia comune all’interno dei team. In tutto il libro è evidente come questo giornalismo non potrebbe funzionare senza fiducia e come non vi sia spazio per la rivalità all’interno dei team.

Sul tema della rivalità e della competizione, Alfter cita David Leigh, già a capo del team d’inchiesta del Guardian e pioniere del giornalismo cross-border in Europa: “siamo tutti condizionati dal pensare automaticamente che la collaborazione sia un problema e che ogni altro giornalista sia un potenziale rivale. Bisogna però cambiare il proprio mindset per poter dire che gli altri non sono tuoi rivali e che si possa davvero collaborare con le altre persone”.

Nuovo materiale
La versione inglese del libro di Alfter non è la mera traduzione della prima edizione tedesca del 2017. L’autrice ha aggiunto nuovi spunti, come i riferimenti agli aspetti legali, di sicurezza e sul ruolo e i compiti dei coordinatori dei progetti all’interno dei team cross-border come una “nuova professione” che viene spesso “poco considerata”. Il coordinamento editoriale, spiega l’autrice, porta due importanti contributi: moderare il decision-making all’interno del team ed essere la forza motrice al di là della routine quotidiana.

Per illustrare come operano i coordinatori editoriali, l’autrice utilizza l’esempio di Maaike Goslinga, coordinatrice del team presso De Correspondent che, nel 2017, ha lavorato sul tema della spesa pubblica in Olanda nel settore della sicurezza e sui suoi sprechi che hanno favorito “i lobbisti potenti” e i guadagni del settore. Goslinga, nel libro, sottolinea tra le altre cose quanto siano importanti la disponibilità, la comprensione delle tradizioni giornalistiche diverse, dei linguaggi e degli approcci diverse, oltre che la fiducia nelle capacità di giudizio dei giornalisti quando si tratta di coordinare inchieste cross-border.

In tutto il libro, Alfter insiste su come il suo testo sia un manuale per professionisti, e questo è chiaramente illustrato dai diversi esempi e consigli forniti dai suoi intervistati. Alfter conosce la materia direttamente, dato che è stata tra le prime a svolgere questo tipo di inchieste in Europa. Insieme al collega Nils Mulvad, nel 200, Alfter ha fondato Farmsubsidy, un network europeo di giornalisti le cui inchieste hanno rivelato come i fondi europei per l’agricoltura abbiano beneficiato le grandi aziende e non i produttori più piccoli.

Con Journalismfund.eu, poi, Alfter ha sviluppato un network europeo di sostegno e un’infrastruttura per il giornalismo cross-border. Al momento, dirige Arena for Journalism in Europe, una no-profit lanciata lo scorso gennaio che si occupa di sostenere la collaborazione giornalistica internazionale in Europa.

Spunti dall’accademia
Alfter non è solo una professionista con ampia esperienza alle spalle in questo settore, ma si è anche occupata del tema da un punto di vista più accademico. Nel corso del libro, non mancano quindi i riferimenti a quanto scoperto dai ricercatori fin qui, a cominciare dal capitolo che racchiude numerosi risultati delle analisi dell’accademia sugli sviluppi del giornalismo cross-border.

Quando questa forma di giornalismo è esplosa nel primo decennio di questo secolo, gli accademici hanno impiegato un po’ di tempo prima di dedicargli la loro attenzione. Comunque, quando le prime inchieste di questo tipo sono state pubblicate, come i cablo di WikiLeaks (2010), Offshore Leaks (2012), LuxLeaks (2014), Football Leaks (2016), Panama Papers (2016), e i Paradise Papers (2017), gli accademici che si occupano di media hanno iniziato ad analizzare il fenomeno.

La ricerca accademica si è concentrata finora su cosa fa il giornalismo cross-border, su quali cambiamenti ha portato nel modo in cui i giornalisti descrivono i loro Paesi e gli altri, e se abbia contribuito a “europeizzare” il giornalismo. Però, anche la ricerca comparativa che non si occupa direttamente di questo genere può avere un impatto sullo sviluppo e sulla comprensione del giornalismo comparativo e cross-border, sottolinea Alfter, fornendo analisi profonde sulle diverse culture e pratiche giornalistiche che possono tornare utili anche per i team che fanno inchieste cross-border.

Alter dà diversi consigli per l’avanzamento della ricerca nel settore: serve, scrive l’autrice, maggiore analisi in profondità sui network dei giornalisti, un’analisi delle loro caratteristiche per riscontrare lavorano tutti allo stesso modo, chi soddisfano, e con chi interagiscono. Anche il setup tecnologico dei team, la questione dei finanziamenti e le pressioni di chi finanzia sono altri temi che andrebbero approfonditi. In conclusione, questi sono temi, sostiene Alfter, di grande importanza anche fuori dall’accademia e per chi fa di queste inchieste una professione.

Articolo tradotto dall’originale inglese

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Concorso per una posizione da Assistant Professor in giornalismo digitale all’USI https://it.ejo.ch/giornalismi/concorso-per-una-posizione-da-assistant-professor-in-giornalismo-digitale-allusi https://it.ejo.ch/giornalismi/concorso-per-una-posizione-da-assistant-professor-in-giornalismo-digitale-allusi#respond Thu, 11 Jul 2019 10:36:48 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19358 L’Istituto media e giornalismo (IMeG) della Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università della Svizzera italiana (USI) di Lugano, dove ha sede l’Osservatorio europeo di giornalismo, ha aperto una posizione da Assistant Professor in Digital Journalism. L’Istituto sta cercando una candidata/un candidato con le dovute qualifiche ed esperienza che possa condurre ricerca accademica, svolgere mansioni di …

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L’Istituto media e giornalismo (IMeG) della Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università della Svizzera italiana (USI) di Lugano, dove ha sede l’Osservatorio europeo di giornalismo, ha aperto una posizione da Assistant Professor in Digital Journalism. L’Istituto sta cercando una candidata/un candidato con le dovute qualifiche ed esperienza che possa condurre ricerca accademica, svolgere mansioni di servizio e di docenza negli attuali corsi e che possa sviluppare un nuovo insegnamento in giornalismo digitale. La posizione offre a una ricercatrice/un ricercatore l’opportunità di entrare a far parte di un gruppo di ricerca vibrante e di essere coinvolta/o nelle attività di ricerca e di insegnamento dell’IMeG. La posizione (60% ricerca, 30% insegnamento e 10% servizio) include anche la partecipazione nelle attività dell’Osservatorio europeo di giornalismo. Il nuovo Assistant Professor entrerà in servizio, idealmente, a partire da aprile 2020. La posizione è competitiva a livello internazionale e include anche una posizione PhD e generosi fondi di viaggio.

Alle candidature ricevute entro il 15/9 sarà data priorità. Tutte le informazioni, oltre al testo completo del bando, sono disponibili qui: http://ow.ly/mLyL50uWtxC

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Cos’è NewsGuard e come misura l’affidabilità dei media europei https://it.ejo.ch/digitale/newsguard-disinformazione-europa https://it.ejo.ch/digitale/newsguard-disinformazione-europa#respond Thu, 11 Jul 2019 09:00:22 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19347 NewsGuard, la startup statunitense lanciata nel 2018 con l’ambizioso obbiettivo di fornire ai lettori di notizie una guida fidata sull’affidabilità dei siti di informazione che potrebbero considerare di visitare, si sta gradualmente diffondendo in tutta Europa. Alcuni editor dell’Ejo hanno dato un’occhiata a come il progetto è stato accolto in quei Paesi dove il servizio …

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NewsGuard, la startup statunitense lanciata nel 2018 con l’ambizioso obbiettivo di fornire ai lettori di notizie una guida fidata sull’affidabilità dei siti di informazione che potrebbero considerare di visitare, si sta gradualmente diffondendo in tutta Europa. Alcuni editor dell’Ejo hanno dato un’occhiata a come il progetto è stato accolto in quei Paesi dove il servizio ha già assegnato dei voti alla maggior parte dei siti di notizie.

Gli analisti di NewsGuad hanno rivolto la loro attenzione ad un campione iniziale di paesi Europei durante il periodo delle elezioni europee a cominciare dal Regno Unito (ad aprile) e a seguire, Italia, Germania e Francia (a maggio).

Credibilità e trasparenza
Al momento della data di lancio ufficiale in ciascun Paese, NewsGuard mirava ad accertare la credibilità di una percentuale compresa tra il 70 e il 90% dei siti web di notizie. Un team di analisti valuta ogni sito in base a nove parametri qualitativi, cinque dei quali riguardano i contenuti e la linea editoriale. I restanti quattro riguardano invece la trasparenza in aree quali proprietà e potenziali conflitti d’interesse.

I parametri hanno un peso in base all’importanza ad essi assegnata, cosicché un sito possa ottenere una valutazione migliore raggiungendo un punteggio elevato in credibilità piuttosto che ottenendo un punteggio elevato in trasparenza. Un sito deve totalizzare almeno 60 punti (su 100) per essere valutato positivamente. Ogni sito riceve poi un’etichetta informativa, una recensione che indica in dettaglio per quale motivo ha ricevuto un certo rating e quali fonti impiega. Il tutto viene mostrato agli utenti grazie a un’estensione per i più popolari browser. Il modello di business di NewsGuard si basa sulla cessione in licenza delle valutazioni dei siti a piattaforme e motori di ricerca.

Diritto di replica
La politica di NewsGuard offre ai siti valutati il diritto di replica, sia prima che dopo la pubblicazione della recensione. Gli analisti di NewsGuard esprimono le eventuali obiezioni che potrebbero avere nei confronti dei siti interessati, dando loro la possibilità di rispondere e di modificare le loro routine di produzione secondo le osservazioni che ricevono. Secondo Steven Brill, co-CEO di NewsGuard, le recensioni sono fondamentalmente provvisorie e i responsabili del servizio si impegnano a coinvolgere i siti in fase di valutazione. “Siamo giornalisti, chiediamo sempre alla gente di dire la loro”, ha dichiarato Brill all’Ejo.

Brill sostiene che durante una prima valutazione, gli esperti di NewsGuard recensiscano negativamente una media di circa il 20-25% dei siti in ogni mercato nazonale. I punteggi vengono monitorati e diversi siti – tra cui l’inglese Mail Online– sono stati aggiornati positivamente dopo aver preso contatto con NewsGuard per discutere del loro rating. “Circa un quarto dei siti che abbiamo recensito, dopo aver discusso con i nostri esperti, ha modificato una o più delle sue procedure per migliorare il loro modo di fare giornalismo, il che è per noi motivo di grande soddisfazione”, ha spiegato Brill. Sul sito di NewsGuard le recensioni vengono aggiornate regolarmente.

Una “fabbrica della fiducia”
I siti che hanno ottenuto una valutazione negativa da parte di NewsGuard hanno, forse prevedibilmente, contribuito a screditare l’intero progetto. Il sito web dell’alt-right Breitbart – che attualmente non soddisfa quattro dei criteri di qualità – ha definito NewsGuard come “l’ultimo sforzo dei media istituzionali di mettere i siti di media alternativi su una lista nera”. I responsabili di RT (precedentemente Russia Today) – il cui sito in lingua inglese al momento non soddisfa cinque categorie e quello in lingua tedesca sei – hanno definito NewsGuard come un plugin per la censura” e un “plugin per un browser orwelliano”.

Alcune riserve sono state espresse anche da delle testate che nel processo di valutazione di NewsGuard non se la sono cavata poi tanto male. Un articolo pubblicato dalla rivista online Slate – che ha ottenuto un punteggio esemplare soddisfando tutte le nove categorie – faceva riferimento in modo alquanto pungente allo sviluppo di una possibile “fabbrica della fiducia”. Lo specialista in tecnologia di Slate, Will Oremus, ha rimarcato che decidere chi dovrebbe essere l’arbitro finale della credibilità di una testata è una questione spinosa , in quanto “anche i migliori arbitri sono soggetti ai propri pregiudizi e alle pressioni esterne”.

Anche il quotidiano francese Libération – che, secondo la valutazione di NewsGuard “generalmente mantiene degli standard minimi di credibilità e trasparenza”ha espresso dubbi in merito agli stretti legami del progetto con l’industria pubblicitaria, puntualizzando che uno dei principali investitori della società è proprio il colossale gruppo pubblicitario francese Publicis.

Un approccio apolitico
Un buon numero di giornalisti esperti che sono stati reclutati come consulenti e redattori da NewsGuard insistono che il metodo impiegato sia assolutamente imparziale. Richard Sambrook, direttore del Centre for Journalism presso l’Università di Cardiff e consulente per NewsGuard nel Regno Unito, ha enfatizzato la natura apolitica del progetto.

Sambrook ha dichiarato all’Ejo che “anche se sono state fatte alcune accuse informali di interferenze o propensioni politiche, non ho visto alcun tipo di prova e ho piena fiducia nell’indipendenza e nella validità del metodo di NewsGuard”. Chine Labbé, analista per le operazioni francesi di NewsGuard che ha precedentemente lavorato per Reuters a Parigi, ha dichiarato a Libération: “non consideriamo se un sito è di destra o di sinistra, a favore dell’Europa o meno. Non ci interessa. Ma se ci fossero dei bias, questi dovrebbero essere esplicitati al lettore. La cosa più importante è la trasparenza”.

Uno strumento per i lettori
Angelo Paura, un membro del team responsabile di recensire i siti Italiani, ha dichiarato all’Ejo che lo scopo di NewsGuard di aiutare i lettori a trovare la rotta in un mare stupefacente di fonti d’informazione era ciò di cui c’era un disperato bisogno nel mercato italiano dei media: “NewsGuard è uno strumento necessario per combattere i livelli record di disinformazione in Italia. La nazione è presa di mira della propaganda russa e da altre terze parti che desiderano diffondere odio e disinformazione con lo scopo di dividere i cittadini e indebolire la democrazia. NewsGuard non fa da filtro, è uno strumento che fornisce ai lettori del contesto per conoscere meglio le fonti delle notizie che consumano”. Paura ha anche ribadito ciò che anche Brill sosteneva a proposito del servizio offerto da NewsGuard e dei vantaggi che questo apporta rispetto all’affidarsi ad algoritmi per separare “il grano dalla paglia”.

Principi giornalistici
NewsGuard è stato nel complesso apprezzato dagli esperti di media in diversi paesi Europei. Matteo Scanni, Direttore della Scuola di Giornalismo all’Università Cattolica di Milano e curatore del festival DIG Awards, ha dichiarato all’EJO che la forza di NewsGuard risiede nel basarsi sui principi fondamentali del giornalismo: “servizi come quello fornito da NewsGuard, che si basano sulla condivisione di informazioni, possono contribuire in modo significativo a un dibattito che richiede impegno e attenzione costante. Uno degli aspetti più interessanti di NewsGuard è il sistema di filtraggio delle notizie, che avviene grazie all’applicazione dei principi classici del giornalismo: riunioni di redazione per stabilire i siti da recensire, analisi approfondita dei loro punti di forza e di debolezza e applicazione dei nove principi di affidabilità”.

Molti opinionisti tedeschi hanno invece manifestato dei dubbi riguardo il valore di NewsGuard come strumento per l’educazione mediatica. Philipp Müller, uno studioso di media all’università di Mannheim, ha dichiarato alla Süddeutsche Zeitung che il progetto sembra fondarsi sul presupposto che i consumatori di notizie non siano in grado di valutare da soli l’affidabilità dei siti web che visitano, nonostante che degli studi recenti abbiano dimostrato che la maggior parte dei lettori sia in grado di farlo con una certa sicurezza.

Nessun monopolio sulla verità
Tale prospettiva è stata supportata da Lena Frischlich, una ricercatrice dell’università di Münster specializzata nella diffusione della propaganda online. Frischlich ha detto all’Ejo che ci sono prove a sostegno del fatto che “gli utenti non sono poi così male a valutare la credibilità di siti di notizie alternativi e affermati”. Frischlich è d’accordo sul fatto che NewsGuard possa fornire un punto di partenza utile per le parlare di educazione mediatica nelle scuole, anche se ha puntualizzato che le recensioni di NewsGuard “non potranno e non dovrebbero mai sostituirsi al pensiero del lettore”. Ma l’opinione comune sembra essere che  NewsGuard possa effettivamente aiutare ad affinare le capacità critiche degli utenti.

Christoph Neuberger, uno specialista di comunicazione all’Università Ludwig Maximilian di Monaco, ha invece dichiarato alla Deutschlandfunk, il servizio pubblico tedesco, che, mentre è troppo aspettarsi che un solo sistema possa eliminare con successo il problema della disinformazione online, nel caso di NewsGuard “la trasparenza, la condivisione dei criteri impiegati e il fatto che gli errori possono essere corretti può aiutare gli utenti a imparare a gestire le notizie e a riconoscere che su Internet nessuno possiede il monopolio della verità”.

Scritto da:

Paula Kennedy, Editor inglese dell’Ejo, Reuters Institute for the Study of Journalism (RISJ), University of Oxford

Hanno collaborato:

Tina Bettels-Schwabbauer, Editor tedesca dell’Ejo, Erich Brost Institute for International Journalism, Dortmund

Philip di Salvo, Editor italiano dell’Ejo, Institute of Media and Journalism, Università della Svizzera italiana, Lugano

David Gerber, Editor francese dell’Ejo, Académie du journalism et des médias (AJM), University of Neuchâtel

Kornélia R. Kiss, Research Fellow dello European Journalism Fellowship scheme presso la Freie Universität Berlin

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