Osservatorio europeo di giornalismo – EJO https://it.ejo.ch Tue, 17 Mar 2020 10:22:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 Insegnare data journalism nel mondo arabo https://it.ejo.ch/piu-recenti/data-journalism-mondo-arabo-foia https://it.ejo.ch/piu-recenti/data-journalism-mondo-arabo-foia#respond Tue, 17 Mar 2020 10:18:12 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19837 Una delle eredità maggiori delle Primavere arabe si può leggere nel fatto che, ora, l’accesso all’informazione sia un diritto sancito in molti dei paesi interessati dall’ondata di proteste iniziata nel 2011. In diversi paesi del Magreb e del Medio oriente, le Primavere hanno portato a una nuova era per la trasparenza, in cui ai cittadini …

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piqsels / Creative Commons license: CC0 1.0 public domain

Una delle eredità maggiori delle Primavere arabe si può leggere nel fatto che, ora, l’accesso all’informazione sia un diritto sancito in molti dei paesi interessati dall’ondata di proteste iniziata nel 2011. In diversi paesi del Magreb e del Medio oriente, le Primavere hanno portato a una nuova era per la trasparenza, in cui ai cittadini è concesso accesso ai dati governativi.

La Tunisia, ad esempio, è diventata membra della Open Government Partnership nel 2014 e si è dotata di una legge FOIA nel 2106.

Nuove sfide
I cambiamenti politici e sociali nel mondo arabo sono coincisi con un’ampia espansione delle fonti di informazione online e dei mezzi tecnici per accedere a questi dati. Questo ha però lanciato anche una sfida importante per i giornalisti in tutto il mondo e ha significato cercare anche nuovi modi per processare queste informazioni e presentarlee in modi efficaci alle audience.

I giornalisti investigativi arabi hanno iniziato a sperimentare con il data journalism come metodo per aiutare a spiegare i fatti al pubblico e, un po’ alla volta, sono apparse le prime startup dedicate a questo approccio: in Egitto, ad esempio, nel 2012 è stata lanciata InfoTimes; nel 2014, invece, è apparsa Inkyfada in Tunisia, mentre Bayanat Box ha inaugurato le attività in Libano nel 2017. L’Arab Data Journalists’ Network, invece, è stato fondato ufficialmente durante una conferenza al Cairo nel 2018.

Questi progetti sono generalmente condotti da giornalisti giovani provenienti da un diverso spettro di discipline e con dei background piuttosto diversi, come economia, data science, e non solo giornalismo puramente inteso.

Le Ong guidano il movimento
In quel momento, molti data journalist arabi hanno potuto sviluppare le loro competenze in questo settore grazie a un hackathon organizzato da alcune Ong, come la tunisina E-Governance Society. Nel 2017 questa esperienza ha portato al “Data Journalism Hackathon” di Tunisi, sponsorizzato dalla Friedrich Naumann Foundation (FNF).

Mentre la società civile ha preso la guida della promozione del data journalism grazie a eventi come questo, le università e le scuole di giornalismo sono state più lente a prendere iniziative didattiche di questo tipo. Molte scuole di giornalismo, ad esempio, non hanno le risorse o lo staff necessario a insegnare le competenze necessarie il data journalism.

Infographic from Tunelyz

Un’infografica creata dal progetto tunisino di data journalism Tunelyz

Alcune interviste condotte con dei coordinatori di progetti di data journalism e docenti di giornalismo in Egitto, Tunisia, Libano, Arabia Saudita, Marocco, Algeria ed Emirati Arabi Uniti mostrano quali siano al momento le sfide maggiori per il data journalism in Medio Oriente e nel Magreb. I risultati di questo progetto di ricerca sono stati pubblicati negli atti di una conferenza sul tema dell’educazione giornalistica che si è tenuta a Parigi nel 2019. Secondo gli intervistati, le sfide maggiori sono:

  • Infrastrutture universitarie poco sviluppate
  • Mancanza di software adeguati e applicazioni online
  • Mancanza di docenti qualificati

Il Data Journalism Handbook, da me recentemente pubblicato grazie al sostegno della Tunisian E-Governance Society  e della Friedrich Naumann Foundation, si rivolge agli studenti di giornalismo, alle università e ai professionisti il cui percorso formativo  non ha compreso il data journalism. Il libro vuole rendere disponibili in arabo una serie di consigli pratici e consigli sui passi pratici da intraprendere e che i data journalist seguono anche in altre aree:

  • Come raccogliere i dati
  • Come verificare i dati
  • Come selezionare i dati
  • Come visualizzare i dati
  • Come scrivere e condividere un articolo giornalistico basato sui dati

Ad ogni modo, il libro si rivolge ai giornalisti del mondo arabo e fa riferimento, in particolare, al contesto tunisino. Per esempio, si basa sull’esperienza di personalità tunisine come il fondatore del progetto di data journalism Tunelyz, alcuni esperti di big data, il coordinatore dei servizi di e-government della Tunisia e un membro dell’ente governativo per la lotta alla corruzione.

Una guida pratica
Pensato per essere una guida pratica, il libro fornisce una guida passo passo su come realizzare alcuni passaggi canonici del data journalism e propone anche una serie di esercizi che i lettori possono svolgere per mettere alla prova le competenze acquisite. Oltre a fornire una lista di risorse utili ai lettori, il libro si occupa anche della creazione di infografiche e fornisce alcuni consigli su quali strategie adottare per comunicare al meglio i dati ai lettori.

Il libro – in arabo – Data Journalism Handbook di Nouha Belaid è disponibile sul sito della E-Governance Society della Tunisia

Articolo tradotto dall’originale inglese

 

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COVID-19 e la sfida per il fact-checking https://it.ejo.ch/etica/covid-19-factchecking-giornalismo-disinformazione https://it.ejo.ch/etica/covid-19-factchecking-giornalismo-disinformazione#respond Thu, 12 Mar 2020 13:36:53 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19815 Il COVID-19, più comunemente noto come Coronavirus, continua a diffonders in tutto il mondo e ha già infettato migliaia di persone da quando è stato identificato per la prima volta nella città cinese di Wuhan nel 2019. Allo stesso tempo, si è diffusa in parallelo anche un’ondata di disinformazione sul virus, che è finita per …

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Centers for Disease Control and Prevention (CDC) / public domain

Il COVID-19, più comunemente noto come Coronavirus, continua a diffonders in tutto il mondo e ha già infettato migliaia di persone da quando è stato identificato per la prima volta nella città cinese di Wuhan nel 2019.

Allo stesso tempo, si è diffusa in parallelo anche un’ondata di disinformazione sul virus, che è finita per nutrire visioni falsate sulla malattia, diffondendo panico e paura in tutto il mondo. Teorie complottiste sulle origini del virus, ad esempio, continuano a circolare e numerose informazioni false sono state fatte circolare anche per quanto riguarda le possibili cure contro la malattia.

La proliferazione di fonti di informazione non affidabili rappresenta una delle sfide più importanti per i giornalisti e le loro audience, ma le testate che si occupano di fact-checking si sono da subito impegnato a pieno regime per cercare di fare debunking delle informazioni false o allarmiste.

1. Come si sta combattendo la disinformazione su COVID-19?
Ecco una panoramica sul alcune iniziative intraprese dalla piattaforme di fact-checking per divulgare informazioni verificate e affidabili su Coronavirus:

PolitiFact, una testata di fact-checking americana gestita dal Poynter Institute for Media Studies, ha pubblicato diversi articoli al fine di smentire molte informazioni false circolate online nelle settimane che hanno seguito la diffusione del virus. Ogni articolo di questa serie si conclude con una lista delle fonti usate da PolitiFact per il processo di fact-checking. La guida per i lettori messa a disposizione della testata analizza diversi tweet o post di Facebook ingannevoli, oltre che bufale circolate su WhatsApp o altre piattaforme di chat. Il Washington Post ha scritto come proprio WhatsApp sia stato un veicolo di circolazione di bufale e teorie del complotto sul Coronavirus. Il sito di fact-checking inglese FullFact ha invece prodotto una newsletter speciale dedicata proprio alle notizie sul Coronavirus.

In Africa, sulla scia del primo caso nella regione sub-sahariana del continente, WhatsApp – una delle principali app di chat anche in questa zona – è diventato un canale chiave per la circolazione della dis- e misinformazione sul tema. AfricaCheck, il primo sito di fact-checking africano, ha usato un canale WhatsApp, ‘’What’s crap on WhatsApp?’’, per debunkare bufale e altri contenuti malevoli diventati virali sull’app. Già a inizio febbraio, ad esempio, l’iniziativa ha analizzato i primi flussi di disinformazione dedicata al diffondersi del virus in Africa.

L’editor per la Nigeria di AfricaCheck, David Ajikobi, ha parlato all’Ejo anche di Kweli, un chat-bot dedicato al fact-checking sviluppato per verificare contenuti ricevuti direttamente dagli iscritti. Una volta concluse le sue verifiche, il bot invia una notifica con i risultati agli utenti.

Nel 2017, Agence France Press (AFP) ha inaugurato un blog dedicato al fact-checking, AFP Fact Check. Attualmente ci lavorano 70 giornalisti impegnati a verificare contenuti in 30 paesi e in diverse lingue, compreso il francese, l’inglese, lo spagnolo, l’arabo e l’indonesiano.

Julie Charpentrat, giornalsita che lavora al progetto, conferma di aver dovuto verificare, insieme ai suoi colleghi, diverse comunicazioni false mascherate per ufficiali a riguardo di nuovi casi o create per sembrare consigli diramati dalle autorità sanitarie. I fact-checker di AFP hanno incontrato anche informazioni non veritiere su come evitare il contagio. Charpentrat ha anche aggiunto che molti di questi messaggi falsi sulla prevenzione potrebbero portare a gravi danni di salute o anche alla morte.

Anche i team di altri progetti di fact-cheking, come Les décodeurs di Le Monde, The Observers di France24 e Fact Check di Associated Press hanno a loro volta fatto sforzi notevoli per rispondere alla disinformazione in un frangente informativo tanto pericoloso.

2. La collaborazione è fondamentale

Lo scorso gennaio, i team di organizzazioni di fact-checking di 30 paesi hanno unito le forze per verificare le informazioni sul COVID-19. Questo progetto collaborativo è coordinato dall’International Fact-Checking Network, un gruppo indipendente che comprende 80 sigle for- e non-profit attive in 40 paesi. I giornalisti che hanno partecipato all’iniziativa hanno, ad esempio, creato degli hashtag sui social media (#CoronaVirusFacts e #DatosCoronaVirus, in particolare) e stanno sfruttando le possibilità fornite dal digitale per favorire la collaborazione per la verifica delle informazioni in varie lingue e aree geografiche.

Cristina Tardáguila, Associate Director dell’International Fact-Checking Network ha dichiarato all’EJO che il progetto è stato fin qui in grado di pubblicare più di 500 verifiche e 7 report da quando è diventato operativo. I report sono disponibili qui. I partecipanti stanno utilizzando anche ClaimReview, uno strumento che realizzato da Schema.org che aiuta ad apparire in posizioni più alte tra i risultati di Google e a promuovere i contenuti sui social, al fine di essere maggiormente visibili. L’International Fact-Checking Network sta anche spingendo da tempo perché piattaforme com Google, Facebook e Twitter facciano di più per far risaltare maggiormente il lavoro dei fact-checker.

3. Cosa dovrebbero fare i giornalisti?

  • Far riferimento al lavoro già svolto dai fact-checker

Fact Check Explorer, messo a disposizione da Google, consente agli utenti di trovare i risultati di fact-checking sul Coronavirus. Qui si può trovare una spiegazione su come funziona questo strumento. Google ha anche messo online una pagina di Crisis Response in cui trovare altre modalità di accesso a informazioni affidabili. Inoltre, il motore di ricerca sta anche collaborando con la World Health Organisation (WHO) per lanciare un SOS Alert che comparirò in cima ai risultati di ricerca quando si cercano informazioni sul Coronavirus.

  • Essere scettici nei confronti immagini e video

Gli strumenti di verifica delle immagini di Google, Baidu o Yandex, oltre ad applicazioni come TinEye o Invid per i video possono essere utilizzati per controllare foto o video disponibili online o messi in circolazione dagli utenti. Google Maps, Earth e Street View possono a loro volta essere molto utili per verificare luoghi o scenari.

  • Controllare sempre le fonti ufficiali

Ricordatevi che le informazioni ufficiali sono sempre disponibili da qualche parte. Anche se alcuni governi potranno voler nascondere la reale situazione nei loro paesi, i siti ufficiali delle organizzazioni sanitarie sono fonti affidabili di informazione sul virus e sulla sua diffusione in una specifica area. Ecco alcune risorse fondamentali sul piano internazionale:

Altre risorse per giornalisti:

Articolo tradotto dall’originale inglese

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Triste addio o nuova era? I media europei riflettono sul “Brexit Day” https://it.ejo.ch/media-politica/brexit-giornali-europa https://it.ejo.ch/media-politica/brexit-giornali-europa#respond Tue, 03 Mar 2020 15:06:54 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19790 I media di tutta Europa hanno utilizzato il “Brexit Day” – il 31 gennaio, giorno in cui il Regno Unito ha ufficialmente cessato di far parte dell’Unione Europea – per fare un bilancio di ciò che la dipartita della Gran Bretagna ha significato per il proprio paese e per il resto dell’UE. Si è parlato …

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Guardian e Daily Mail il 31/01

I media di tutta Europa hanno utilizzato il “Brexit Day” – il 31 gennaio, giorno in cui il Regno Unito ha ufficialmente cessato di far parte dell’Unione Europea – per fare un bilancio di ciò che la dipartita della Gran Bretagna ha significato per il proprio paese e per il resto dell’UE. Si è parlato molto delle incertezze che ancora permangono e di quanto dipenderà dall’accordo commerciale che dovrà essere concluso prima della fine del periodo di transizione, il 31 dicembre 2020.

L’umore della stampa europea è stato in generale di tristezza, anche se alcuni commentatori hanno assunto un atteggiamento un po’ più positivo, suggerendo che l’esperienza della Brexit ha offerto l’opportunità di apprendere alcune importanti lezioni che potrebbero essere utili all’Europa nel lungo periodo. Ci sono stati anche alcuni barlumi di umorismo, soprattutto nella tedesca Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), che ha messo in evidenza alcune delle cose più tipicamente britanniche che probabilmente mancheranno agli Europei.

I sette partner dell’EJO che hanno partecipato a questo sondaggio hanno esaminato una serie di giornali e siti web di notizie (ove possibile, con diversi allineamenti politici) e hanno analizzato i loro contenuti relativi a Brexit in due giorni: il 31 gennaio e l’1 febbraio. Nel testo che segue sono riportati alcuni link a siti web di notizie e a versioni online di articoli di giornale. I lettori devono tenere presente che le versioni stampate e quelle online degli articoli di giornale hanno spesso titoli diversi e che le versioni stampate degli articoli spesso non appaiono fino al giorno successivo nella versione online.

Regno Unito Flag: United Kingdom on Mozilla Firefox OS 2.5
Il modo in cui il caso Brexit ha diviso la società britannica in gruppi opposti è stato perfettamente catturato dalle prime pagine di due giornali, il Guardian e il Daily Mail, il 31 gennaio scorso. Entrambe le prime pagine riportavano l’illustrazione delle bianche scogliere di Dover, spesso viste come una guardia simbolica contro le invasioni dall’Europa continentale. Tuttavia, questa immagine iconica è stata trattata in modo molto diverso da ciascun giornale.

Il Guardian, di sinistra, che si è opposto a Brexit fin dall’inizio, ha contrapposto un’immagine sfocata delle scogliere con il titolo apologetico “Small island” (“Piccola isola”, ndr), descrivendo la partenza della Gran Bretagna dall’UE come “la più grande scommessa di una generazione”, e con una bandiera solitaria della Union Jack piantata sulla spiaggia. Il tabloid di destra Daily Mail, che ha invece condotto una lunga campagna a favore di Brexit, ha portato l’audace titolo “A New Dawn For Britain” (“Una nuova alba per la Britannia”, ndr), su un’immagine delle scogliere a fuoco e con i colori della Union Jack che occupa la maggior parte del cielo.

Il quotidiano conservatore Daily Telegraph, che come il Daily Mail è stato sempre a favore di Brexit, ha optato per una prima pagina meno fantasiosa e meno accattivante. Il suo titolo consisteva in una citazione del discorso del primo ministro Boris Johnson “Brexit Day”, “Questa non è la fine, ma l’inizio”, illustrato da una foto dello stesso Johnson. Tutti e tre i giornali avevano un’ampia copertura nelle loro pagine interne. Il tono della copertura del Guardian era per lo più rassegnato ed elegiaco, mentre quello del Telegraph e del Daily Mail era ottimista e talvolta trionfalista (per esempio, si prendano i pezzi di commento nel Telegraph del leader del partito di Brexit, Nigel Farage, e nel Daily Mail del controverso editorialista di destra Richard Littlejohn).

Il 1° febbraio tutti e tre i giornali hanno continuato a trattare la questione più o meno come il giorno precedente. Il Guardian ha portato in prima pagina un editoriale del giornalista Jonathan Freedland sotto il titolo “Il giorno in cui ci siamo salutati”. Questa edizione del giornale comprendeva anche un supplemento speciale gratuito composto da “27 lettere dall’Europa” – affettuose note d’addio di personaggi culturali di tutta l’Unione Europea. Il Telegraph ha offerto anche uno speciale supplemento, in questo caso intitolato “Brexit: che altro?”. La maggior parte degli articoli ha concluso che la Gran Bretagna può guardare ad un futuro roseo al di fuori dell’UE.

Il Daily Mail ha scelto di concentrarsi sui festeggiamenti giubilanti dei sostenitori di Leave in occasione del “Brexit Day”. La prima pagina riportava il titolo “ZERO HOUR / Downing St il conto alla rovescia mostra il momento in cui abbiamo lasciato l’UE per sempre”. All’interno del giornale, la “storia completa” della partenza della Gran Bretagna, raccontata in otto pagine.

Italia Flag: Italy on Mozilla Firefox OS 2.5
Il quotidiano La Repubblica, che ha sede a Roma, con una posizione moderatamente a sinistra, ha avuto un’ampia copertura di Brexit in entrambe le giornate. L’offerta del giornale comprendeva sia guide pratiche passo dopo passo su ciò che accadrà in seguito, sia opinioni che illustravano l’impatto psicologico dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La Repubblica ha anche assunto una prospettiva più “europea” con la traduzione di articoli pubblicati dai media partner in altri Paesi, nonché interviste a personalità politiche britanniche come il Primo Ministro scozzese Nicola Sturgeon e l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair.

Il centrista milanese Corriere della Sera ha offerto ai suoi lettori sia informazioni pratiche (per lo più il 31 gennaio) sia articoli di opinione (per lo più il 1° febbraio). Il Corriere ha riassunto il corso degli eventi che hanno portato alla partenza ufficiale del Regno Unito dall’Unione Europea e, allo stesso tempo, ha realizzato interviste sia a politici e scrittori coinvolti nel processo, sia a italiani residenti nel Regno Unito. I commentatori hanno cercato di collocare gli eventi recenti in una prospettiva storica, invocando persino la descrizione dell’isola dei Britannici da parte del poeta romano Virgilio come “tagliata fuori dal resto del mondo”.

Il commento del Corriere della Sera, di Nuccio Ordine

Per un altro giornale di Milano, il quotidiano di destraIl Giornale (che fa parte dell’impero mediatico di Silvio Berlusconi), Brexit è sceso in basso nell’ordine del giorno, anche se l’argomento è stato comunque menzionato in entrambi i giorni. La copertura è stata suddivisa tra il modo in cui l’occasione è stata segnata a Londra – con articoli sui raduni della Leave del 31 gennaio e il video messaggio di Boris Johnson alla nazione – e l’analisi dell’impatto potenziale sull’Italia. Ad esempio, il Giornale ha intervistato Raffaele Trombetta, ambasciatore italiano nel Regno Unito, e Antonio Martino, ex ministro degli Esteri dell’epoca Berlusconi.

Germania Flag: Germany on Facebook 4.0
I due principali quotidiani tedeschi, la Süddeutsche Zeitung (SZ; centro-sinistra) di Monaco di Baviera e la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ; conservatrice), hanno riferito ampiamente sul “Brexit Day”, dando risalto all’evento sulle loro prime pagine e sulle pagine “argomento del giorno”, nonché nelle sezioni di politica ed economia dei giornali. Tra i due, la FAZ ha dato all’evento la copertura più completa. La maggior parte degli articoli si è concentrata sui futuri rapporti commerciali tra il Regno Unito e la Germania e l’Unione Europea nel suo complesso. La Süddeutsche Zeitung ha scritto il 31 gennaio: “anche se il Regno Unito ha più da perdere in termini economici rispetto all’Unione Europea, una hard Brexit causerebbe anche un bel po’ di problemi a molti Stati membri”.

Sebbene la paura di una “Hard Brexit” fosse un tema ricorrente, la FAZ ha fornito anche un forum per le voci che vedono la Brexit non solo come una perdita, ma anche come un potenziale guadagno. La Germania potrebbe “aver perso un partner importante”, ma se a seguito di Brexit il Regno Unito deregolamenta e adotta un sistema di tassazione più semplice, “l’UE dovrebbe vederla come un’opportunità” in quanto “un’eccessiva regolamentazione comunitaria” dovrebbe essere frenata affinché il blocco sia competitivo, ha sostenuto un commentatore.

Due pagine di FAZ

Il tabloid tedesco BILD era troppo preoccupato dalle ultime notizie sulla diffusione del Coronavirus per prestare molta attenzione a Brexit. Il 31 gennaio, un breve articolo intitolato “Brexit, ora per davvero” ha esaminato i cambiamenti che porterà. Il giorno successivo, un articolo ancora più breve riportava che Brexit è “ora ufficiale”. SZ e FAZ, invece, hanno sottolineato che il vero lavoro – il raggiungimento di un accordo commerciale – è solo all’inizio. In entrambi i giornali, l’umore prevalente è stato quello del dolore per la partenza del Regno Unito.

Pochissimi articoli hanno affrontato il tema del futuro dell’Unione Europea. Un’eccezione è stato un articolo apparso su Süddeutsche Zeitung del 1° febbraio, in cui l’autore ha sottolineato che l’Unione europea non dovrebbe guardare a Brexit come a un semplice “spettacolo britannico”, ma dovrebbe prestare attenzione ai suoi problemi e alle sue divisioni. Oltre a tutti i discorsi sulle difficoltà e le incertezze, una parte della copertura è stata pensata anche per suscitare un sorriso ironico. Nella sua sezione dedicata alla cultura, FAZ ha pubblicato un pezzo intitolato “Bye bye love” (in inglese), in cui elencava alcuni dei fenomeni tipicamente britannici che d’ora in poi mancheranno all'”European Club”: i panini al cetriolo, la “English Week” di Aldi, le sitcom della BBC – e il senso dell’umorismo britannico.

Portogallo Flag: Portugal on Apple iOS 13.3

La prima pagina di Publico, il 31/01

L’analisi dell’EJO sulla copertura di Brexit nella stampa portoghese si basa sul modo in cui l’argomento è stato trattato dai tre principali quotidiani nazionali di stampa: Público, Correio da Manhã (entrambi pubblicati a Lisbona) e Jornal de Notícias (pubblicato a Porto). (Il più antico quotidiano nazionale portoghese sopravvissuto, il Diario de Notícias, è passato alla produzione giornaliera online nel 2018, con un’edizione settimanale a stampa il sabato).

Nessuno di questi giornali ha una chiara fedeltà politica. Il Público è più internazionale di Correio da Manhã e Jornal de Notícias. Il Jornal de Notícias si rivolge maggiormente ai lettori del nord del paese.  Público ha coperto il numero più ampiamente: Brexit ha dominato le prime pagine sia il 31 gennaio che il 1° febbraio. All’interno, ha dedicato circa 20 pagine al numero in entrambe le giornate, coprendo un’ampia gamma di temi. Tra i principali aspetti trattati vi sono stati l’impatto economico, le potenziali ripercussioni per i portoghesi residenti nel Regno Unito e la maggiore possibilità di indipendenza scozzese e la riunificazione dell’Irlanda.

Jornal de Notícias ha messo Brexit in prima pagina in entrambe le giornate, anche se non è stata la storia principale. Ogni giorno ha dedicato due pagine alla questione, e si è concentrato principalmente sul probabile impatto per i portoghesi, soprattutto per quelli che vivono nel Regno Unito. Il 1° febbraio ha toccato anche i temi scozzesi e irlandesi. E lo stesso giorno, la storia principale del supplemento finanziario del giornale è stata l’impatto economico di Brexit.

Correio da Manhã non ha trattato l’argomento in prima pagina in nessuno dei due giorni, anche se ha avuto alcuni articoli su di esso nelle pagine interne. Questi si concentravano principalmente sulle implicazioni per i portoghesi residenti nel Regno Unito, anche se il 1° febbraio ha riportato un rapporto su come il Brexit Day è stato segnato a Londra.

Repubblica Ceca Flag: Czechia on Apple iOS 13.3
Nei media cechi, il Brexit Day ha fornito una breve distrazione dal Coronavirus, argomento che ha poi dominato l’agenda delle notizie. L’uscita del Regno Unito dall’UE non ha ricevuto la stessa copertura del risultato scioccante del referendum di Brexit del 2016, ma ha comunque avuto un ruolo di primo piano nella maggior parte dei media. Diversi giornali hanno riportato sulle loro prime pagine immagini di scene di festa a Londra; il tabloid Blesk ha pubblicato sul suo sito web una galleria di oltre 100 immagini di questo tipo.

Le prime pagine dei giornali cechi

Come nel caso del referendum, il tono della copertura è stato nel complesso negativo, con molte testate che hanno espresso preoccupazione per il probabile impatto di Brexit nel Regno Unito, nella Repubblica Ceca e nel resto dell’UE. Tuttavia, diversi media hanno colpito una nota un po’ più positiva citando il discorso del Brexit Day di Boris Johnson alla nazione, in particolare le parole: “Questa non è una fine, ma un inizio”. I giornali cechi si sono concentrati soprattutto sull’informazione dei lettori sui dettagli dell’accordo tra il Regno Unito e l’UE, sottolineando spesso che la partenza del Regno Unito non sarà completa fino alla fine del periodo di transizione, il 31 dicembre. Si sono inoltre soffermati sulla situazione dei cittadini cechi residenti nel Regno Unito e sulle future relazioni commerciali tra la Repubblica Ceca e il Regno Unito.

Il quotidiano di centro-destra Lidove Noviny ha paragonato l’allontanamento del Regno Unito dall’UE alla divisione della Cecoslovacchia nel 1992. Il documento ha rilevato che entrambi gli eventi hanno posto fine ad un periodo di battibecchi, ma che la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca alla fine si sono riunite di nuovo quando entrambe hanno aderito all’UE.

Polonia Flag: Poland on Apple iOS 13.3
La squadra polacca dell’EJO ha dato un’occhiata alla copertura di Brexit di tre giornali: il Gazeta Wyborcza di centro-sinistra , il Rzeczpospolita di destra e il tabloid Fakt. Sia Gazeta Wyborcza che Rzeczpospolita hanno ampiamente trattato l’argomento, soprattutto il 31 gennaio, quando entrambe hanno dedicato a Brexit le prime pagine delle loro edizioni cartacee.  La prima pagina di Gazeta Wyborcza presentava un editoriale del caporedattore Adam Michnik intitolato “Brexit – una lezione per la Polonia“.  L’articolo di opinione in prima pagina di Rzeczpospolita è intitolato “Europa abbandonata“. Entrambi gli articoli hanno un’opinione negativa di Brexit per quanto riguarda il suo probabile impatto sulla Polonia e sull’Europa nel suo complesso.

Gazeta Wyborcza il 31/01

Oltre alla copertura della prima pagina, entrambi i giornali di venerdì hanno dedicato le cinque pagine successive agli articoli relativi a Brexit. Gazeta Wyborcza lo ha descritto come “l’argomento del giorno”, mentre Rzeczpospolita ha dato a diverse pagine interne un’intestazione speciale di Brexit composta dalle bandiere britanniche e dell’UE. Il 31 gennaio, entrambi i giornali hanno descritto gli eventi che hanno segnato l’occasione a Bruxelles e nel Regno Unito e hanno fornito ai loro lettori un background e un contesto (un resoconto delle relazioni del Regno Unito con l’UE e una cronologia della Brexit a partire dal 2016). Gazeta Wyborcza si è concentrata un po’ più sull’aspetto politico, mentre Rzeczpospolita si è concentrata principalmente sulle conseguenze economiche.

Il 1° febbraio, entrambi i giornali hanno portato più pezzi di opinione. Gazeta Wyborcza ha avuto commenti dello storico britannico Timothy Garton Ash, mentre Rzeczpospolita ha pubblicato articoli del Taoiseach irlandese Leo Varadkar e del ministro degli Esteri britannico Dominic Raab. Gazeta Wyborcza ha anche avuto un’intervista con l’ex primo ministro britannico Tony Blair. Fakt ha prestato un po’ meno attenzione a Brexit. Il 31 gennaio ha pubblicato un solo articolo (a p.5) che descriveva le potenziali ricadute di Brexit per i cittadini polacchi, con il titolo “Brexit vi farà del male?”. Il 1° febbraio ha rilasciato un’intervista al ministro dell’Agricoltura polacco con il titolo “Gli agricoltori polacchi subiranno dopo Brexit” (sempre a pag. 5, anche se a pag. 1 è apparso un teaser).

Ucraina Flag: Ukraine on Apple iOS 13.3
Diversi media ucraini hanno parlato del Brexit Day sia il 31 gennaio sia il 1° febbraio, ma per la maggior parte non è stata la notizia principale. Sono stati selezionati tre siti web di notizie per un’analisi più dettagliata. Il moderatamente a sinistra LB.ua e il moderatamente a destra DT.ua – entrambi tra le fonti di notizie più attendibili in Ucraina – hanno trattato la questione in modo approfondito, concentrandosi sulle implicazioni della partenza del Regno Unito dall’UE. La più popolare fakty.ua si è limitata ad alcune notizie relative a Brexit.

L’angolo principale che ha dominato la copertura di tutti i mezzi di informazione è stato il probabile impatto di Brexit sul Regno Unito; il futuro dell’UE ha ricevuto meno attenzione. Un articolo di DT.ua era in generale piuttosto ottimista riguardo alle possibili ripercussioni politiche. Ha menzionato le forti divergenze di opinione all’interno del Regno Unito sull’emissione e ha prestato attenzione agli aspetti politici ed economici, ma ha anche evidenziato elementi simbolici come l’orologio del conto alla rovescia proiettato su Downing Street e la nuova moneta da 50p. La copertura di LB.ua è stata più neutrale e si è concentrata sulle implicazioni politiche ed economiche per il Regno Unito.

Anche l’impatto di Brexit sulle relazioni tra l’Ucraina e il Regno Unito ha ricevuto una buona attenzione, in particolare le implicazioni per gli accordi sui visti tra i due Paesi. Un articolo su LB.ua ha anche evidenziato alcune implicazioni meno evidenti per l’Ucraina. Ad esempio, ha menzionato la possibilità di nuovi accordi commerciali tra l’Ucraina e il Regno Unito, che, a suo dire, potrebbero andare a vantaggio del settore agricolo ucraino, che al momento deve rispettare le norme UE molto rigide attualmente in vigore.

Il progetto

“Triste addio o nuova era? I media europei riflettono sul ‘Brexit Day'”è parte di un progetto continuativo di comparazione giornalistica, realizzato dall’European Journalism Observatory.

Metodologia

L’analisi è stata condotta da sette univeristà e centri di ricerca in altrettanti paesi europei. Gli autori hanno analizzato i contenuti relativi alla Brexit di tre testate nei giorni 31/01 e 01/02 2020.

EJO network

Coordinamento del progetto

Paula Kennedy, editor of EJO English, Reuters Institute for the Study of Journalism, University of Oxford

Collaboratori

Sandra Štefaniková, Charles University, Prague, EJO Czech Republic

Tina Bettels-Schwabbauer, Erich-Brost-Institut, TU Dortmund, EJO Germany

Philip Di Salvo and Antonio Nucci, Universita della Svizzera italiana (USI), Lugano, EJO Italy

Michal Kuś and Adam Szynol, Wrocław University, EJO Poland

Ana-Pinto Martinho, University Institute of Lisbon, EJO Portugal

Halyna Budivska, National University of “Kyiv-Mohyla Academy”, Kiev, EJO Ukraine

Traduzione dall’originale inglese a cura di Simone Broggini

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I media europei prendono abbastanza sul serio il cambiamento climatico? https://it.ejo.ch/giornalismi/cambiamento-climatico-giornalismo-europa https://it.ejo.ch/giornalismi/cambiamento-climatico-giornalismo-europa#respond Tue, 18 Feb 2020 11:11:03 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19772 Nonostante il cambiamento climatico sia ormai regolarmente riconosciuto dai media di tutto il mondo come “la storia che definisce la nostra epoca”, una nuova indagine dell’European Journalism Observatory ha rilevato che molti media europei non hanno ancora formulato una politica editoriale chiaramente definita sulla questione. In particolare, le emittenti di servizio pubblico (PSB) sono spesso …

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La devastante stagione di incendi in Australia alla fine del 2019 a chiuso un anno di eventi metereologici estremi in tutto il mondo. Queste notizie hanno spinto vari media a rivedere la loro copertura del cambiamento climatico. (Photo by robdownunder / Source: Flickr / Licenced under CC BY-NC-ND 2.0)

Nonostante il cambiamento climatico sia ormai regolarmente riconosciuto dai media di tutto il mondo come “la storia che definisce la nostra epoca”, una nuova indagine dell’European Journalism Observatory ha rilevato che molti media europei non hanno ancora formulato una politica editoriale chiaramente definita sulla questione. In particolare, le emittenti di servizio pubblico (PSB) sono spesso riluttanti ad assumere una posizione di campagna, insistendo invece sul fatto che la loro politica in materia di informazione sul cambiamento climatico non è diversa dalla loro politica editoriale su qualsiasi altro argomento.

Molti sostengono che gli stessi criteri editoriali fondamentali – come l’imparzialità, l’obiettività e l’interesse pubblico – si applicano allo stesso modo a tutti gli argomenti trattati, e che il cambiamento climatico non è trattato in modo diverso da altri temi. Le testate più innovative, invece, sono da tempo all’avanguardia nell’affrontare l’argomento e nella maggior parte dei casi hanno una politica editoriale chiaramente articolata in materia.

Tuttavia, il 2019 sembra aver segnato una svolta nell’approccio di diversi media all’argomento. L’Europa ha vissuto l’anno più caldo di sempre, e l’incessante accumularsi di eventi meteorologici estremi in tutto il mondo ha fatto sì che la questione del cambiamento climatico si spostasse costantemente in cima all’agenda delle notizie. Per l’European Journalism Observatory (EJO), questo è stato il momento opportuno per fare il punto su come i media europei coprono il cambiamento climatico.

Sei membri dell’EJO (Repubblica Ceca, Germania, Italia, Polonia, Ucraina e Regno Unito) hanno partecipato a uno studio che ha analizzato come i diversi tipi di media – nella maggior parte dei casi, un’emittente di servizio pubblico, un’emittente tradizionale e un notiziario online – coprono la questione. È emerso un modello generale di maggiore riconoscimento della gravità del cambiamento climatico e dell’importanza di garantire che il pubblico sia pienamente informato delle implicazioni di tale fenomeno. Tuttavia, questo modello non è sempre coerente in tutto il continente e tra i diversi tipi di media.

Covering Climate Now
Un metro di valutazione utilizzato per dare un’indicazione approssimativa del grado di importanza attribuita all’argomento è stato il fatto che le testate giornalistiche intervistate abbiano aderito o meno all’iniziativa Covering Climate Now (CCN), lanciata nella primavera del 2019 dalla Columbia Journalism Review e da The Nation. L’obiettivo del progetto CCN è quello di aumentare sia la quantità che la qualità della copertura sul cambiamento climatico e quindi di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema. A novembre 2019, più di 350 agenzie di stampa di tutto il mondo hanno aderito all’iniziativa, impegnandosi a rendere il tema del clima un elemento di routine nella copertura quotidiana delle notizie.

Il quotidiano britannico The Guardian – che per alcuni anni ha trattato il cambiamento climatico come un’area di copertura prioritaria – è stato rapidamente coinvolto nel progetto CCN come lead media partner. Diverse testate giornalistiche di altri paesi intervistati nell’ambito dello studio EJO sono anch’essi media partner. Tra i paesi che abbiamo intervistato, l’unico PSB ad aver aderito finora all’iniziativa CCN è la RAI italiana. Ma nonostante l’apparente riluttanza dei PSB in generale ad adottare un’etica di campagna – e quindi a compromettere la loro reputazione di imparzialità – la maggior parte di essi è chiaramente consapevole della responsabilità di informare il proprio pubblico sull’entità della sfida posta dal cambiamento climatico.

 

L’iniziativa Covering Climate Now (CCN)

I PBS sono anche consapevoli della sfida posta dal cambiamento dei modelli di consumo delle notizie. Mentre il pubblico più anziano in Europa si affida ancora alla TV come principale fonte di informazione, le emittenti di servizio pubblico fanno sempre più fatica a trattenere il pubblico più giovane, e con questo in mente stanno compiendo maggiori sforzi per affrontare le questioni che riguardano più urgentemente le giovani generazioni.

Studi precedenti come “Something Old, Something New: Digital Media and the Coverage of Climate Change” (2015) di James Painter hanno rivelato che le emittenti digitali – il cui target di riferimento tende ad essere significativamente più giovane rispetto al pubblico dei media tradizionali – hanno impiegato una gamma molto più ampia di nuovi stili, formati e toni di reportage rispetto ai media più consolidati nell’affrontare l’argomento del clima. L’indagine dell’EJO suggerisce che, mentre i media più recenti possono essere all’avanguardia nella ricerca di angoli fantasiosi e nel coinvolgimento del loro pubblico attraverso i social media, molti media tradizionali hanno imparato dai loro rivali più giovani e cercano sempre più spesso un’ampia gamma di prospettive e si affidano agli strumenti digitali per raccontare le loro storie.

Differenze Est-Ovest
Nella copertura del cambiamento climatico da parte dei media europei emerge un certo divario Est-Ovest. Ciò può riflettere il fatto che i paesi dell’Europa centro-orientale, come la Repubblica Ceca e la Polonia, sono ancora fortemente dipendenti dai combustibili fossili per il loro fabbisogno energetico. Molti cechi e polacchi ritengono che le loro economie risentiranno in modo sproporzionato del passaggio a fonti di energia più verdi, il che potrebbe spiegare perché i media conservatori in entrambi i paesi sono riluttanti a inquadrare il cambiamento climatico come un’emergenza.

Per i media dei paesi europei al di fuori dell’UE, c’è una percezione netta del fatto che gran parte del pubblico è troppo preoccupato per le sfide della vita quotidiana per potersi preoccupare dell’ambiente. Un giornalista del sito web di notizie ucraino Ukrainska Pravda Zhyttia ha detto all’EJO che per molti dei suoi lettori la lotta per mettere il cibo in tavola ha fatto sì che il cambiamento climatico non fosse una delle loro preoccupazioni più pressanti.

Italia 🇮🇹
In Italia, il principale canale televisivo di informazione dell’emittente pubblica Rai più due radio, Radio 1 e 3, hanno aderito all’iniziativa Covering Climate Now. In particolare, il canale culturale e scientifico Rai Radio 3 considera prioritaria la copertura dei cambiamenti climatici. Rossella Panarese, curatrice e conduttrice del programma scientifico quotidiano Radio3 Scienza, ha dichiarato all’EJO: “Riteniamo importante affrontare sia la complessità dei dati e lo stato della conoscenza, sia gli aspetti sociali e culturali”. Anche se Rai Radio 3 si concentra principalmente sulla comunicazione delle ultime scoperte della ricerca scientifica, non si sottrae alla complessità del tema e neanche a consigli pratici. I suoi programmi spesso offrono suggerimenti su come le persone possono modificare il loro comportamento per il bene dell’ambiente, comprese informazioni sui processi di produzione e sull’impatto delle nostre abitudini di viaggio e turistiche.

Panarese ha riconosciuto che c’è stato un notevole “effetto Greta” – come risultato dell’impatto mondiale della giovane attivista svedese per il cambiamento climatico Greta Thunberg – e che l’impegno dei giovani nel movimento di protesta è stata una storia importante da raccontare per Radio3 Scienza. Ha anche notato che spesso ci si aspetta che le emittenti trattino i punti di vista divergenti come se fossero tutti ugualmente degni di attenzione. Il presupposto che i fatti scientifici possano essere discussi allo stesso modo dei partiti politici o delle squadre di calcio è sintomatico di “una perdita di fiducia nella scienza”, ha aggiunto.

L’EJO ha parlato con Paolo Virtuani, giornalista del Corriere della Sera, uno dei più antichi quotidiani nazionali italiani. Virtuani, che da oltre 20 anni si occupa di tematiche legate al clima per il giornale, ha detto all’EJO che il Corriere della Sera non ha una politica editoriale formale sui cambiamenti climatici, e che mira a “coprire eventi (di ogni tipo) non sulla base di idee preconcette ma sulla base dell’interesse della notizia”. Tuttavia, le storie legate al clima sono state spesso riportate in prima pagina, e Virtuani ha detto all’EJO che il movimento Fridays for Future ispirato da Greta Thunberg “ha certamente aumentato l’interesse per le questioni ambientali”. Ha aggiunto che c’è stata una risposta positiva da parte dell’opinione pubblica alla copertura del Corriere della Sera sui cambiamenti climatici: “I lettori sono molto interessati a questi temi e i nostri articoli che li trattano sono tra i più letti online”.

Il gruppo Facebook di VICE Italia dedicato alla crisi climatica

VICE in Italia dedica ampio spazio al tema del cambiamento climatico, in particolare sulla versione italiana della sezione Motherboard di scienza e tecnologia. Attualmente ospita anche una sezione dedicata ai “cambiamenti climatici”. Giulia Trincardi, editor di Motherboard in Italia, ha spiegato all’EJO come funziona la politica editoriale: “negli ultimi anni, la politica editoriale di VICE in materia di cambiamenti climatici ha riguardato soprattutto il riconoscimento degli studi scientifici pubblicati con risonanza internazionale, intervistando direttamente gli scienziati, quando possibile, e concentrandosi sui temi italiani legati ai cambiamenti climatici”.

Negli ultimi anni la copertura del cambiamento climatico da parte della versione italiana di VICE si è estesa a progetti come un video documentario sugli effetti del cambiamento climatico a Venezia e il lancio di un gruppo su Facebook in cui i lettori possono discutere di questioni climatiche con i giornalisti. Trincardi insiste sul fatto che VICE vede il cambiamento climatico “non solo come una questione ambientale, ma anche politica e sociale”. Come tutte le altre succorsali nel mondo, anche VICE Italia ha aderito all’iniziativa Covering Climate Now. In linea con questo impegno, produce contenuti speciali che vengono tradotti in altre lingue e riutilizzati da altri membri del gruppo di agenzie di stampa Vice.

Repubblica Ceca 🇨🇿
Per molti anni i media cechi si sono divisi a metà sul tema del cambiamento climatico. I media mainstream hanno ampiamente ignorato l’argomento, lasciando ai media indipendenti con una visione più progressista (i cui lettori erano principalmente giovani professionisti urbani) il compito di trattare l’argomento. Tuttavia, nel 2019 tutti i media cechi, indipendentemente dal tipo e dalla prospettiva politica, hanno trattato la crisi climatica come uno dei loro temi principali. Ciononostante, quando si è trattato di discutere la politica editoriale sul tema, i media mainstream e conservatori erano nel complesso riluttanti a impegnarsi, mentre i media con una prospettiva più di sinistra erano disposti a spiegare il loro approccio all’EJO.

I redattori dell’emittente pubblica Czech Television e del conservatore Hospodářské noviny hanno dato solo risposte brevi e alquanto evasive alla domanda dell’EJO sulla politica editoriale in merito alla copertura del cambiamento climatico. Anche se queste testate trattano la questione del cambiamento climatico e la prendono sul serio, non hanno una politica specifica in merito, affermando che le stesse linee guida editoriali su questioni come l’imparzialità, l’obiettività e l’interesse pubblico si applicano allo stesso modo a tutti gli argomenti. Il direttore della televisione ceca sembrava essere a malapena a conoscenza dell’iniziativa Covering Climate Now, e il direttore di Hospodářské noviny non ha risposto a questa domanda.

I redattori dei canali radiofonici cechi Radiožurnál (il principale canale di notizie) e Plus (dedicato all’analisi approfondita degli argomenti di attualità e ai programmi di discussione) non hanno risposto alle domande dell’EJO. Erik Tabery, redattore capo della rivista d’informazione di lunga data Respekt, era riluttante a divulgare qualsiasi informazione sulla politica editoriale del settimanale in materia di cambiamenti climatici. Sebbene Respekt sia stato uno dei primi media cechi a occuparsi di questioni ambientali (cosa che fa fin dagli anni Novanta), come altri media mainstream preferisce proiettare una posizione neutrale piuttosto che rischiare di essere considerato un mezzo di campagna elettorale.

I nuovi media alternativi, invece, sono lieti di discutere le loro politiche editoriali. Jakub Patočka, caporedattore del sito web di notizie di sinistra Deník Referendum, ha detto all’EJO che la politica dell’emittente sul cambiamento climatico è stata redatta al momento del suo lancio nel 2009. Il primo dei tre principi fondamentali alla base di questa politica è che “non si dà spazio al relativismo e certamente non alla negazione”. Mentre Deník Referendum è finora l’unico media ceco ad aver firmato per Covering Climate Now, un altro media di sinistra, A2larm, prende la questione altrettanto seriamente. A2larm ha trattato ampiamente l’argomento nell’ambito di una serie di articoli sotto il titolo Budoucnost je teď [Il futuro è adesso]. Il caporedattore Jan Bělíček ha detto all’EJO che anche A2larm ha deciso di usare il termine “crisi climatica” in modo coerente, preferendolo a quello di “cambiamento climatico”, che a suo avviso non è riuscito a trasmettere in modo sufficientemente forte la gravità della situazione. Sia Deník Referendum che A2larm ritengono di avere la missione di fornire un contrappeso ai potenti interessi che controllano gran parte dei media cechi e a quella che considerano l'”apatia” dei media tradizionali.

Germania 🇩🇪
Come molte altre emittenti pubbliche tedesche, ARD non ha una politica editoriale specifica per la copertura del cambiamento climatico. Tuttavia, dedica molto tempo alla questione e le linee guida che definiscono le priorità giornalistiche di ARD per il 2019/20 fanno notare che il programma scientifico di punta della rete “W wie Wissen” è sempre più incentrato sulle “sfide del mondo moderno come il cambiamento climatico”. Il caporedattore di ARD Rainald Becker ha detto all’EJO che l’emittente utilizza una varietà di formati giornalistici, tra cui programmi di notizie, documentari e riviste politiche, per coprire l’argomento. Becker ha detto che “poiché la copertura del cambiamento climatico fa parte dei compiti di servizio pubblico di ARD e ARD lo copre ampiamente”, non vede la necessità che la rete aderisca a un’iniziativa globale come Covering Climate Now. Ha detto che la sfida principale per i giornalisti era quella di affrontare l’argomento da più angolazioni possibili e di esplorare il modo in cui ha un impatto su molti altri settori, come la politica, la sociologia, l’etica, la scienza, la tecnologia e l’ecologia.

Un documentario di ARD dedicato all’impatto della crisi climatica in Germania

Der Spiegel, il settimanale di notizie a più alta diffusione in Germania e uno dei siti web di notizie in lingua tedesca più letti, non ha una politica editoriale specifica sulla copertura del cambiamento climatico. Tuttavia, Kurt Stukenberg, vice capo del dipartimento scientifico, ha detto all’EJO che la sua sezione della rivista usa sempre più spesso il termine “crisi climatica” invece di “cambiamento climatico”. Sebbene la copertura di Der Spiegel sia principalmente orientata agli eventi, Stukenberg insiste sul fatto che il science desk tiene costantemente sotto controllo l’argomento. Afferma che l’approccio non è quello di concentrarsi esclusivamente sui nuovi record di temperatura, ma di spiegare l’impatto di tali fenomeni su tutti i settori della vita. “La crisi climatica non è solo un argomento scientifico; da molto tempo ha influenzato la politica, la società e l’economia, naturalmente, così come la cultura e altri settori”, ha detto all’EJO. A settembre, quando Der Spiegel ha dato il suo sostegno all’iniziativa Covering Climate Now, organizzando una settimana di copertura climatica di alto profilo per alzare il sipario sul summit dell’ONU sull’azione per il clima a New York.

Anche la Süddeutsche Zeitung, uno dei maggiori quotidiani tedeschi, non ha una politica editoriale specifica per quanto riguarda la copertura dei cambiamenti climatici. Vivien Timmler, la redattrice che si occupa del tema della sostenibilità sul business desk, ha detto all’EJO che in questo caso valgono gli stessi criteri di qualità di qualsiasi altro argomento. Come nel caso di Der Spiegel, la copertura della Süddeutsche Zeitung sul tema dei cambiamenti climatici tende ad essere legata agli eventi. Tuttavia, durante l’estate del 2019, il giornale ha pubblicato due speciali sul tema, ciascuno composto da dieci a venti articoli.

“È una bella sfida attirare il maggior numero possibile di lettori e renderli ricettivi al tema del cambiamento climatico”, ha dichiarato Timmler all’EJO. “E’ un’azione di equilibrio per approfondire quello che può essere un argomento molto complesso, senza allontanare i lettori che non sono già ben informati”. Ha aggiunto che è anche una sfida per rendere i lettori consapevoli di alcune delle previsioni scientifiche meno ottimistiche, pur convincendoli che non è ancora troppo tardi per agire. “Questo ci porta nel regno del giornalismo costruttivo e richiede un approccio orientato alle soluzioni – evitando di moralizzare, ma adottando un tono al quale i lettori risponderanno”.

Polonia 🇵🇱
L’EJO ha chiesto all’emittente pubblica – sia il servizio televisivo Telewizja Polska (TVP) che la Polskie Radio – di commentare la sua politica di copertura del cambiamento climatico, ma non ha ricevuto alcuna risposta da nessuna delle due emittenti. Tuttavia, due media indipendenti, il quotidiano Gazeta Wyborcza (il più grande broadsheet del Paese) e il servizio di notizie e informazioni online Onet (uno dei principali portali “orizzontali” polacchi, con circa 12 milioni di utenti al mese), sono stati disposti a rispondere alle domande dell’EJO.

Il progetto “Oddychaj Polsko” [Breathe, Poland] di Onet

Michał Olszewski, il caporedattore della sezione “Gazeta na zielono” [Gazeta in verde] di Gazeta Wyborcza, ha detto all’EJO che il cambiamento climatico è stato uno degli argomenti più importanti mai trattati dal giornale, ed è per questo che è disposto a dedicare così tanto spazio al tema. Come il Guardian, con il quale negli ultimi anni ha collaborato a diverse altre joint venture giornalistiche, Gazeta Wyborcza non ha esitato a sottoscrivere l’iniziativa Covering Climate Now. Come il Guardian, ha anche modificato l’uso della terminologia in risposta all’urgenza della situazione, e ora usa il termine “crisi climatica” invece di “cambiamento climatico”. L’edizione online del giornale ha anche una sezione speciale chiamata “Wyborcza na zielono“, che è dedicata all’ambiente e guarda alla questione da una prospettiva locale, nazionale e globale. Olszewski ha detto all’EJO che, oltre a fare dell’ambiente una questione prioritaria, Gazeta Wyborcza stava anche sperimentando nuovi e coinvolgenti modi di raccontare la storia.

Il portale Onet prende sul serio la questione del cambiamento climatico, ma non ha adottato una posizione di campagna nella stessa misura di Gazeta Wyborcza. Piotr Kozanecki, il responsabile del servizio stampa di Onet, ha dichiarato che il sito ha tenuto conto delle aspettative dei suoi lettori e dell’attualità in Polonia e nel mondo per definire la sua politica di copertura. Tuttavia, Kozanecki ha anche detto che Onet a volte ha preso l’iniziativa cercando di persuadere i lettori dell’importanza dei fattori che influenzano il clima, anche se è chiaro che tali argomenti non sono sempre ben accolti. Onet non ha aderito al progetto CCN. Kozanecki ha detto che Onet si sforza di basare il suo reportage sui cambiamenti climatici esclusivamente su prove scientifiche, evitando di dare spazio a voci e narrazioni pseudo o para-scientifiche. A novembre, in collaborazione con la società di monitoraggio della qualità dell’aria Airly, Onet ha lanciato un progetto chiamato “Oddychaj Polsko” per sensibilizzare l’opinione pubblica sui gravi livelli di inquinamento atmosferico nel Paese.

Ucraina 🇺🇦
I media ucraini in generale non dedicano molto spazio al tema del cambiamento climatico. La copertura è quasi interamente guidata dagli eventi: la maggior parte dei media risponde a grandi eventi che attirano l’attenzione dei media, come il discorso di Greta Thunberg al summit sul clima dell’ONU di settembre, ma c’è una copertura poco consistente e approfondita delle questioni di fondo. L’EJO ucraina ha chiesto a tre media – l’emittente pubblica UA:PBC, il settimanale Ukrainskyi Tyzhden [Ukrainian Week] e il sito web di notizie Ukrainska Pravda Zhyttia [Ukrainian Truth Life] – di delineare la loro politica editoriale sul cambiamento climatico. L’emittente pubblica e Ukrainska Pravda Zhyttia hanno dichiarato di non avere una politica specifica su come affrontare la questione, ma il caporedattore di Ukrainskyi Tyzhden, Dmytro Krapyvenko, ha dato una risposta più ponderata, suggerendo che qualche riflessione è stata fatta su come affrontare l’argomento.

Mariya Frey, il produttore generale per la radiodiffusione regionale, ha risposto alle domande dell’EJO per conto dell’emittente pubblica. Ha confermato che non esiste una politica specifica relativa alla copertura del cambiamento climatico. Frey ha affermato che, sebbene i giornalisti di UA:PBC abbiano riportato l’argomento, la mancanza di competenze di qualità sulla questione in Ucraina è stata un ostacolo ad una copertura più approfondita. Il direttore del settimanale, Dmytro Krapyvenko, ha detto all’EJO che diversi numeri della sua rivista sono stati dedicati al cambiamento climatico e si sono concentrati sulla connessione con i problemi ambientali dell’Ucraina. Ha sottolineato che l’obiettivo principale di Ukrainskyi Tyzhden era “non essere un media mainstream che segue la moda, ma di risolvere il problema e scoprire diversi punti di vista su di esso. La nostra missione è quella di creare tendenze, non di seguirle”.

Krapyvenko ha detto che il settimanale ha preferito un approccio sobrio e obiettivo, e ha cercato di evitare di cadere nella trappola di ciò che ha descritto come “hype” e “dogmatico”. Ha detto che Ukrainskyi Tyzhden ha preso spunto dal quotidiano tedesco conservatore Die Welt, che secondo lui ha un approccio equilibrato ed è bravo a presentare la questione in un contesto più ampio. Krapyvenko ha osservato che Ukrainskyi Tyzhden pubblica spesso traduzioni ucraine di articoli apparsi originariamente su Die Welt, e che il tono sobrio di questi articoli si adattava bene alla sua pubblicazione. A suo avviso, le testate giornalistiche dovrebbero cercare di evitare i due estremi gemelli dell’allarmismo e del negazionismo e affrontare invece l’argomento “con cautela, evitando pericolose semplificazioni e generalizzazioni”.

La giornalista Iryna Andreytsiv ha risposto alle domande dell’EJO per conto del sito web di notizie Ukrainska Pravda Zhyttia. Andreytsiv ha detto che il sito si basa molto sulla traduzione di articoli provenienti da media stranieri nella sua copertura del tema, e solo raramente commissiona contenuti originali sul tema del cambiamento climatico. Ha spiegato che la ragione principale di ciò è stata la mancanza di risorse, ma che anche la mancanza di giornalisti con un’adeguata conoscenza dell’argomento e l’indifferenza del pubblico ucraino sono stati fattori determinanti. Andreytsiv ha detto che pochi giornalisti ucraini avevano le competenze tecniche per comprendere l’argomento in prima persona, e molti hanno lottato per renderlo accessibile a un pubblico più ampio. Ha aggiunto che convincere i lettori che faticano ad arrivare a fine mese ad interessarsi all’argomento è stata una sfida. “Quando qualcuno non ha abbastanza soldi per comprare cibo, è difficile convincerlo che il cambiamento climatico è importante. Bisogna essere in grado di chiarire loro il legame tra il cambiamento climatico e i nostri bisogni umani fondamentali”.

Regno Unito 🇬🇧
Nell’ultimo anno la BBC ha compiuto notevoli sforzi per dare il giusto risalto al tema del cambiamento climatico, per affrontare l’argomento da numerosi punti di vista in modo innovativo e per fornire al suo pubblico utili consigli su come le scelte di stile di vita possano fare la differenza. In precedenza, l’azienda ha occasionalmente permesso ai negazionisti del cambiamento climatico di avere una piattaforma on-air senza mettere in discussione le loro opinioni in modo sufficientemente forte o inquadrare le loro osservazioni in modo tale che il pubblico non avesse dubbi sul fatto che l’intervistato esprimesse un’opinione personale che andava contro il consenso scientifico.

A seguito di un rimprovero da parte dell’autorità di regolamentazione dei media Ofcom in uno di questi casi, nell’autunno del 2018 il direttore di news e attualità della BBC ha emanato una direttiva di politica editoriale a tutto lo staff che riaffermava la posizione della BBC sull’imparzialità e metteva in guardia dal pericolo di permettere un “falso equilibrio” sul cambiamento climatico. La BBC non ha risposto alla richiesta di EJO di commentare se il chiarimento delle sue linee guida sull’imparzialità abbia segnato un cambiamento nel suo approccio alla copertura del cambiamento climatico. Tuttavia, il 2019 ha visto una copertura seria e approfondita della questione sia in televisione che sul sito web della BBC, e una maggiore riluttanza a dare una piattaforma ai contrari al cambiamento climatico. Un programma di riferimento è stato il documentario “Climate Change: The Facts“, condotto dal rispettato presentatore David Attenborough, che ha sottolineato l’urgenza della situazione. E nel gennaio 2020, la BBC ha annunciato i piani per una serie speciale di un anno di copertura del cambiamento climatico dal titolo “Our Planet Matters“.

Il quotidiano di centro-sinistra Guardian, ha da tempo assunto una posizione esplicita nella sua copertura del cambiamento climatico. Secondo l’editor del Guardian che segue i temi ambientali, Damian Carrington (come citato da James Painter in “Poles Apart: The international reporting of climate scepticism“), un vero e proprio “step change” nella sua copertura sul cambiamento climatico ha avuto luogo già nel 2008, quando il team ambientale è stato ampliato e il Guardian ha espresso per la prima volta la sua filosofia di non limitare le sue storie sul cambiamento climatico a una speciale sezione “ghetto”, ma di evidenziare costantemente il quadro generale sottolineando i legami con l’acqua, l’energia, il cibo, la popolazione e altre questioni. Dopo il lancio dell’iniziativa Covering Climate Now, il giornale ha annunciato di aver aggiornato la sue linee guida e ora raccomanda ai giornalisti e ai redattori di utilizzare “termini che descrivono più accuratamente le crisi ambientali che il mondo si trova ad affrontare”. “Emergenza climatica, crisi o rottura” dovrebbe d’ora in poi essere preferita a “cambiamento climatico”, come nelle parole del caporedattore Katharine Viner, “L’espressione ‘cambiamento climatico’… suona piuttosto passiva e gentile quando ciò di cui parlano gli scienziati è una catastrofe per l’umanità”.

Il Guardian ha successivamente annunciato che c’era stato anche un cambiamento di pensiero sul tipo di immagini che erano appropriate per illustrare la storia del clima. La visual editor Fiona Shields ha spiegato che, dopo aver chiesto consiglio all’organizzazione di ricerca Climate Visuals, il giornale ha concluso che le immagini delle persone colpite dalle conseguenze del cambiamento climatico avrebbero comunicato più direttamente l’impatto dell’emergenza climatica rispetto alle immagini degli orsi polari sulle lastre di ghiaccio che si sciolgono.

Essendo VICE UK una società nata dal digitale e rivolta principalmente ai più giovani, è tipico di tali piattaforme avere una forte attenzione per l’ambiente. La sua casa madre, la Vice Media Group, definisce il ruolo di tutti i news outlet VICE come “la guida definitiva verso un mondo incerto“, e nel settembre 2019 Katie Drummond, Senior Vice President di Vice Digital, ha dichiarato che la copertura delle tematiche ambientali è il fulcro della missione di questo settore. VICE Media nel suo complesso ha aderito alla CCN, e Vice UK, come la sua controparte italiana, ha fatto la sua parte nel rendere la copertura della crisi climatica una priorità. Uno dei suoi temi chiave è “Save Yourselves”, sotto la cui voce porta regolarmente articoli di campagna che ricordano ai suoi lettori quali azioni possono e devono intraprendere per mitigare la minaccia per il pianeta.

Il vice caporedattore britannico Jamie Clifton ha detto all’EJO che diventare partner dell’iniziativa CCN è stata una mossa molto naturale. “L’ambiente è un argomento a cui tutti noi, come team editoriale, teniamo molto, ed è qualcosa che avevamo deciso consapevolmente di trattare di più… era comunque già una priorità editoriale”. Come tutti i media di VICE, VICE UK pone grande enfasi sulle modalità di comunicazione visiva (sia foto che video), si affida fortemente ai canali dei social media per raggiungere i suoi lettori e cerca costantemente di coinvolgere il suo pubblico nel dibattito. A volte VICEUK attinge a contenuti originati da altri uffici Vice, ad esempio “Which of Your Favourite Apps and Websites Are the Worst for the Environment“, pubblicato per la prima volta da Motherboard Italia.

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Il progetto
I media europei prendono abbastanza sul serio il cambiamento climatico? È una ricerca giornalistica collaborativa in corso dell’European Journalism Observatory.

Metodologia
L’analisi è stata condotta presso sei università e istituti di ricerca in tutta Europa. I contributori hanno esaminato tre diversi tipi di media nei rispettivi paesi (nella maggior parte dei casi, l’emittente pubblica, un centro di stampa tradizionale e un centro online). Nei casi in cui la politica editoriale dell’emittente in materia di cambiamento climatico non è stata chiaramente definita nell’ambito della sua missione, i collaboratori hanno chiesto alla redazione senior di delineare la loro politica in materia. A questi editori è stato anche chiesto di identificare quelle che secondo loro sono le principali sfide affrontate dai giornalisti che si occupano di cambiamenti climatici.

Rete EJO

Scritto da
Paula Kennedy, Editor dell’EJO in lingua inglese, gestito dal Reuters Institute for the Study of Journalism, Università di Oxford

Collaboratori

Miloš Hroch e Sandra Štefaniková, Charles University, Praga, EJO Repubblica Ceca

Tina Bettels-Schwabbauer, Erich-Brost-Institut TU Dortmund, EJO Germania

Antonio Nucci e Philip Di Salvo, Università della Svizzera italiana, Lugano, EJO Italia

Adam Szynol e Michal Kuś, Università di Wrocław, EJO Polonia

Halyna Budivska, Università Nazionale di “Kyiv-Mohyla Academy”, Kiev, EJO Ucraina

Si ringraziano Richard Black, Scott Brennen, James Painter, Mike Schäfer e Meera Selva per i loro suggerimenti e consigli.

Traduzione dall’originale inglese di Simone Broggini, revisione editoriale della versione italiana a cura di Antonio Nucci

Report disponibile anche in altre lingue:

Inglese: Do European media take climate change seriously enough?
Tedesco: Nehmen europäische Medien den Klimawandel ernst genug?

 

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Miti e realtà delle filter bubble https://it.ejo.ch/digitale/filter-bubble-polarizzazione-ricerca https://it.ejo.ch/digitale/filter-bubble-polarizzazione-ricerca#respond Tue, 04 Feb 2020 08:23:35 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19756 Una filter bubble è uno stato di isolamento intellettuale o ideologico che può derivare da algoritmi che ci forniscono informazioni con cui siamo d’accordo, sulla base del nostro comportamento online e della nostra cronologia di navigazione e di ricerca. È un termine piuttosto popolare che è stato coniato dall’attivista Eli Pariser, che ci ha dedicato …

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Pixabay

Una filter bubble è uno stato di isolamento intellettuale o ideologico che può derivare da algoritmi che ci forniscono informazioni con cui siamo d’accordo, sulla base del nostro comportamento online e della nostra cronologia di navigazione e di ricerca. È un termine piuttosto popolare che è stato coniato dall’attivista Eli Pariser, che ci ha dedicato un libro. Tuttavia, la ricerca accademica sull’argomento racconta una storia diversa sulle filter bubble.

Cos’è una filter bubble? È la stessa cosa di una echo chamber?
Le persone usano servizi come Facebook, Twitter e Apple News per ottenere le loro notizie e alcune delle notizie che le persone vedono quando usano queste piattaforme vengono selezionate automaticamente da algoritmi. Gli algoritmi effettuano questa selezione utilizzando i dati raccolti dalle piattaforme, sulla base del nostro utilizzo passato, e anche sui dati che cediamo volontariamente a questi servizi. Naturalmente, il timore è che questo possa rafforzare i modelli di consumo esistenti.

Personalmente penso che le echo chamber e le filter bubble siano due cose leggermente diverse. Una echo chamber è ciò che potrebbe accadere quando siamo sovraesposti a notizie che ci piacciono o con cui siamo già d’accordo, potenzialmente distorcendo la nostra percezione della realtà perché vediamo troppo di una parte, non abbastanza dell’altra, e cominciamo a pensare che forse la realtà sia veramente così.

Le filter bubble, invece, descrivono una situazione in cui le notizie che non ci piacciono o con cui non siamo d’accordo vengono automaticamente filtrate e questo potrebbe avere l’effetto di restringere ciò che conosciamo. Questa distinzione è importante perché le echo chamber potrebbero essere il risultato di un filtraggio oppure il risultato di altri processi, ma le filter bubble devono essere necessariamente il risultato di un filtraggio algoritmico.

Perché il concetto di filter bubble è così popolare?
La filter bubble è una metafora molto potente. Anche i meccanismi che ho descritto poco fa sembrano abbastanza plausibili. Tutti possono capirli e in un certo senso hanno un significato chiaro. L’idea delle filter bubble è molto prominente e ha avuto un impatto nel modo in cui comprendiamo la politica fin dall’elezione di Donald Trump.

Un articolo pubblicato dalla rivista Wired nel 2016 sosteneva che le filter bubble stessero distruggendo la democrazia, il che è un’affermazione piuttosto audace. Nel 2017 Bill Gates ha detto invece che le filter bubble sono un serio problema per le notizie. Entrambe le affermazioni mostrano il tipo di misura in cui queste idee hanno preso piede da due fonti che non sono esattamente scettiche nei confronti della tecnologia. L’esistenza delle filter bubble è ora ampiamente accettata in molti ambienti.

Come arrivano le notizie alle persone?
È utile cominciare dall’inizio. Quindi forse il punto di partenza più semplice è chiedere se le persone stanno effettivamente usando Internet per ottenere le notizie, e penso che la risposta a questa domanda sia un chiaro sì. La maggior parte dei dati che ho raccolto con un team di persone del Reuters Institute provengono dal Digital News Report, il nostro sondaggio annuale sull’uso delle notizie in 38 diversi mercati in cinque continenti, soprattutto in Europa. Circa 75mila persone hanno risposto al sondaggio. Il sondaggio è stato condotto da YouGov, ma il questionario è stato ideato da noi.

Quando abbiamo chiesto alle persone quale fosse la loro principale fonte di notizie, circa lo stesso numero di persone ha risposto online e televisione. In alcuni Paesi, la televisione è leggermente in vantaggio. In alcuni Paesi, l’online è leggermente più avanti. Ma, in generale, vediamo uno schema molto simile, con online e TV molto più avanti rispetto alla stampa e alla radio. Vediamo anche delle differenze quando guardiamo le fasce d’età. È più probabile che la TV sia la principale fonte di notizie per le persone sopra i 45 anni. Le persone al di sotto di questa età hanno invece più probabilità di ricevere le notizie online.

Abbiamo poi monitorato l’uso dei social media per le notizie in diversi paesi a partire dal 2013 circa, riscontrando come, dal 2013 al 2016 circa, vi sia stata una crescita costante nell’uso dei social per le notizie: la percentuale di chi ha dichiarato di utilizzarli ogni settimana è passata da circa il 25% nel 2013 a oltre il 50% nel 2016, ma le cifre si sono appiattite negli ultimi tre anni. Se scaviamo un po’ più a fondo e guardiamo alle singole piattaforme, possiamo vedere che nella maggior parte dei paesi Facebook è la piattaforma dominante per l’utilizzo delle notizie.

L’utilizzo di Facebook per le notizie riguarda circa il 35% della popolazione nazionale nei paesi in cui abbiamo dati che risalgono fino al 2014. Abbiamo visto una leggera diminuzione solo tra il 2016 e il 2018.  Nello stesso periodo, abbiamo visto però altre piattaforme, come WhatsApp, diventare sempre più importanti per l’utilizzo delle notizie. Si tratta di servizi molto diversi tra loro, ma sono raggruppati comunque nella categoria dei social media. L’utilizzo di WhatsApp per le notizie è cresciuto da circa il 10% al 16% negli ultimi cinque anni e Instagram ha visto una crescita simile.

Quali altri algoritmi influenzano il consumo di notizie?
Anche i motori di ricerca, la posta elettronica, le applicazioni mobile e gli aggregatori si affidano in qualche modo agli algoritmi per fornire notizie alle persone. Quando chiediamo alle persone qual è il modo principale in cui ottengono notizie online, circa un terzo ci dice che è andando direttamente ai siti web e alle applicazioni dei fornitori di notizie come BBC News o The Guardian nel Regno Unito.

Gli altri due terzi dicono che il loro modo principale di ottenere notizie è quello che noi chiamiamo “side door”, che include servizi come search, social, ecc. e alcuni di questi servizi si basano su algoritmi in varia misura. Quindi, quando si tratta di filter bubble, è chiaro che il potenziale per essere preoccupati sussiste. Ovviamente gli algoritmi e i servizi basati su algoritmi sono molto importanti, e molte persone li usano per ottenere notizie online.

Come funziona la personalizzazione?
Possiamo distinguere tra la personalizzazione auto-selezionata e quella pre-selezionata. La personalizzazione auto-selezionata si riferisce alle personalizzazioni che facciamo volontariamente a noi stessi, e questo è particolarmente importante quando si tratta di ricevere notizie. Le persone hanno sempre preso decisioni per personalizzare il loro uso delle notizie. Decidono quali giornali comprare, quali canali televisivi guardare e, allo stesso tempo, quali evitare.

Gli accademici la chiamano esposizione selettiva. Sappiamo che è influenzata da una serie di cose diverse, come il livello di interesse delle persone per le notizie, le loro convinzioni politiche e così via e questo è qualcosa che è sempre stato più o meno accettato. La personalizzazione pre-selezionata è invece la personalizzazione che viene fatta alle persone da terzi, a volte tramite algoritmi, a volte a loro insaputa. E questo si ricollega direttamente all’idea delle filter bubble, perché gli algoritmi stanno probabilmente facendo delle scelte per conto di persone che potrebbero non esserne consapevoli.

La ragione per cui questa distinzione è particolarmente importante è che dovremmo evitare di confrontare la personalizzazione pre-selezionata e i suoi effetti con un mondo in cui le persone non fanno alcun tipo di personalizzazione a se stesse. Non possiamo, ad esempio, supporre che offline, o quando le persone auto-selezionano le notizie online, lo facciano in modo del tutto casuale. Le persone sono sempre impegnate in una certa misura nella personalizzazione e se vogliamo capire la portata della personalizzazione pre-selezionata, dobbiamo confrontarla con l’alternativa realistica, non con ideali ipotetici.

È importante in particolare non romanzare la natura dell’uso delle notizie offline per molte persone. Uno dei primi studi che abbiamo fatto in questo settore ha riguardato il modo in cui le persone auto-selezionano le notizie online rispetto a quelle offline. Abbiamo esaminato la misura in cui i lettori di diverse testate giornalistiche nel Regno Unito si sovrapponevano l’uno con l’altro. Quando le persone sono offline, si attengono a un paio delle loro fonti di notizie preferite. Scavano molto a fondo in quelle fonti di notizie e tendono a non discostarsi da esse. Online, è invece un po’ diverso. I lettori di una singola testata sono di meno, perché le persone diffondono il loro consumo di notizie su molte testate diverse.

Le notizie online sono spesso gratuite, così le persone possono accedere a contenuti provenienti da diverse fonti, e notiamo che la personalizzazione auto-selezionata è più prominente offline che online. Per questo motivo è importante confrontare le notizie online con l’alternativa realistica, e non un ideale.

Che effetto hanno i social media nella dieta mediatica delle persone?
I social media combinano la personalizzazione auto-selezionata con la personalizzazione pre-selezionata. Sappiamo anche che le persone scelgono di seguire determinate testate rispetto ad altre. Ma è anche possibile che gli algoritmi nascondano alle persone notizie a cui non sono interessate o testate che non apprezzano particolarmente. Le persone hanno tempo limitato, quindi le decisioni prese dagli algoritmi influenzeranno ciò che le persone vedono quando usano Facebook.

Per capire come i social media influenzano l’uso delle notizie, abbiamo confrontato le diete mediatiche delle persone che non usano i social media con altri due gruppi di persone: un gruppo che ha detto di usare intenzionalmente i social media per le notizie e un altro gruppo che ha detto di non usare intenzionalmente i social media per le notizie, ma di vedere le notizie quando sono sui social media per altri scopi. Così abbiamo preso dati dal Regno Unito, dagli Stati Uniti, dall’Italia e dall’Australia e abbiamo studiato l’effetto dell’uso dei social media su diversi gruppi demografici e su diversi social network.

Ecco cosa abbiamo trovato. Le persone che usano i social media per le notizie, in particolare se li usano anche per altri motivi, sono incidentalmente esposte alle notizie mentre sono lì e questo aumenta la quantità di notizie che le persone usano rispetto al gruppo che non usa affatto i social media. Quindi il gruppo che utilizza i social media viene in contatto con più fonti di notizie online.

È interessante notare che l’effetto è stato più forte per i più giovani, forse perché sono più abili nell’uso dei social media e più attivi su queste piattaforme. È stato più accentuato anche per le persone che non hanno un alto livello di interesse per le notizie. Abbiamo scoperto che l’effetto è stato più forte per YouTube e Twitter che per Facebook, cosa importante da tenere a mente. Il nostro studio evidenzia il fatto che la maggior parte delle persone, in particolare quelle che utilizzano i social media, non sono molto interessate alle notizie. E questo diventa particolarmente importante sul web, perché si tratta di un ambiente mediatico ad alta scelta. Questo rende molto facile per le persone che non sono interessate alle notizie scegliere di evitarle. Ma poiché queste stesse persone usano spesso i social media, i social media, per inciso, espongono le persone alle notizie anche quando non le cercano.

I motori di ricerca creano delle filter bubble?
I motori di ricerca sono diversi dai social media. Quando le persone cercano le notizie su un motore di ricerca, lo fanno intenzionalmente. Ma quando si cerca un particolare argomento, è comunque possibile che i motori di ricerca utilizzino una selezione algoritmica basata sui dati raccolti sull’uso passato. Quindi esiste ancora la possibilità che quando le persone si collegano ai motori di ricerca, la selezione algoritmica le intrappolerà in una filter bubble.

Abbiamo confrontato le diete mediatiche delle persone che cercano notizie con quelle di persone che dicono di non usare i motori di ricerca per le notizie in quattro paesi, e abbiamo studiato le diete mediatiche che questi due gruppi hanno in termini di ciò che chiamiamo diversità ed equilibrio. Quello che abbiamo scoperto è che un processo di serendipità automatizzato diversifica efficacemente le diete di notizie delle persone. Le persone che usano i motori di ricerca per le notizie utilizzano in media più fonti di notizie di quelle che non lo fanno. E, cosa ancora più importante, è più probabile che utilizzino fonti che hanno orientamento politico sia di sinistra che di destra.

Le persone che si basano principalmente sull’auto-selezione tendono ad avere diete di notizie piuttosto squilibrate. Hanno fonti di orientamento politico tendenzialmente più di destra o di sinistra. Le persone che usano i motori di ricerca tendono ad avere una divisione più uniforme tra le due.

Cosa dicono gli altri studi sulle filter bubble?
I nostri risultati sono in linea con diversi studi accademici nella stessa area che hanno affrontato il problema in modo leggermente diverso. Uno studio ha confrontato i risultati di ricerca di diversi tipi di persone, in particolare di repubblicani e democratici negli Stati Uniti. È stato riscontrato che i risultati che le persone hanno ottenuto quando hanno cercato argomenti politici erano più o meno gli stessi. Quindi non c’erano prove concrete che le persone con opinioni diverse ottenessero risultati di ricerca diversi.

Uno dei problemi nell’affidarsi ai dati dei sondaggi è che le persone spesso non sono in grado di ricordare quali fonti di notizie hanno usato. Questo è stato un problema costante per un certo periodo di tempo. Così abbiamo monitorato l’uso del web di un gruppo di persone nel Regno Unito e abbiamo confrontato situazioni in cui le persone vanno direttamente alle fonti di notizie con situazioni in cui le persone vanno alle notizie tramite Facebook, Twitter e una serie di altri servizi diversi.

Abbiamo scoperto che più le persone utilizzano l’accesso diretto, meno diversificata sarà la loro dieta di notizie. Non solo le persone usano più fonti di notizie quando ricevono le notizie sui social media, ma usano molte fonti diverse, e l’equilibrio tra queste diverse fonti migliora la diversità di opinioni.

Questa è una sorta di sintesi del lavoro che abbiamo fatto in questo settore. Ma è abbastanza rappresentativo del lavoro in questo settore nel suo complesso. Ci sono numerosi altri studi che trovano prove deboli dell’esistenza delle filter bubble o, nella migliore delle ipotesi, prove contrastanti. Quasi non ci sono studi che trovino una prova molto forte di questo tipo di effetti.

I social media incoraggiano la polarizzazione?
Anche se possiamo vedere una maggiore diversità di contenuti quando usiamo i social media e la ricerca, è possibile che questa diversità consista in fonti di notizie più partigiane o polarizzanti. Uno studio pubblicato da un team di ricercatori negli Stati Uniti ha esaminato, ad esempio, l’esposizione delle persone ad opinioni avverse su Twitter. Quindi, se erano repubblicani, sono stati bombardati con messaggi su Twitter dai Democratici, e viceversa. I ricercatori hanno misurato gli atteggiamenti prima e dopo questo processo e hanno scoperto che, mentre le persone prestavano attenzione ai messaggi della parte avversa, i loro atteggiamenti hanno cominciato a polarizzarsi e si sono radicati nelle loro convinzioni originali.

Noi abbiamo affrontato gli stessi problemi in modo leggermente diverso: abbiamo misurato il livello di polarizzazione che esiste in diversi ambienti di notizie in diversi paesi. Abbiamo guardato il pubblico delle singole testate e abbiamo visto quanto diverso fosse in termini di composizione delle persone di sinistra e di destra rispetto alla popolazione nel suo complesso. Negli Stati Uniti, non sorprende di certo l’aver scoperto che Fox News ha un’audience che è molto più orientata a destra rispetto alla popolazione nel suo complesso. Gli Stati Uniti sono un ambiente di notizie polarizzato perché le filter bubble sono molto più disperse rispetto ad altri paesi.

Quello che possiamo fare in questi paesi è anche confrontare online e offline. Quando abbiamo esaminato 12 paesi diversi, abbiamo scoperto che in otto casi su 12 il pubblico delle notizie online è leggermente più polarizzato, leggermente più disperso, rispetto a quello offline. In alcuni paesi, i numeri erano o più o meno gli stessi, oppure offline leggermente più polarizzati. In generale, però, gli ambienti delle notizie online sembrano essere più polarizzati. Forse perché ci sono molti più incentivi per alcune testate a produrre più contenuti online di parte.

Perché non dovremmo concentrarci sulle filter bubbles?
Concentrarsi sulle filter bubble può farci fraintendere i meccanismi in gioco e potrebbe anche distrarci da problemi un po’ più pressanti. Il motivo per cui questo è importante è che alcuni di questi problemi sono in qualche modo legati all’uso delle piattaforme. Non è che le piattaforme ne siano la causa, ma fanno parte del quadro.

La maggior parte delle prove empiriche indipendenti disponibili sembra suggerire che l’uso delle notizie online sui media di ricerca e sui social media sia più diversificato. Ma c’è la possibilità che questa diversità stia causando una sorta di polarizzazione, sia negli atteggiamenti che nell’uso. Questo è interessante, perché per certi versi è l’opposto di quanto previsto dall’ipotesi delle filter bubble.

L’ipotesi afferma infatti che in realtà otterremo meno diversità e ciò porterebbe a conseguenze negative: l’ipotesi, però, non riesce a svelare i meccanismi. Naturalmente, sappiamo che le piattaforme cambiano continuamente il modo in cui servono le notizie alle persone e sta cambiando anche il modo in cui gli utenti ricevono le notizie. Quindi dobbiamo esaminare criticamente gli effetti della selezione algoritmica sull’uso delle notizie, perché ciò che è stato vero negli ultimi anni non sarà necessariamente vero in futuro.

La cosa più importante di tutte, e questo è un argomento che è tratto da un recente libro di Axel Bruns, è che l’attenzione sulle filter bubble potrebbe impedirci di affrontare adeguatamente le cause più profonde della divisione sia nella politica che nella società. Mentre continuiamo a esaminare le piattaforme e i loro effetti sull’uso delle notizie, è fondamentale non cadere in questa trappola, ignorando alcuni dei fattori potenzialmente più importanti che stanno creando alcuni dei problemi cruciali che ci troviamo ad affrontare.

Articolo apparso originariamente sul sito del Reuters Institute for the Study of Journalism, partner dell’EJO nel Regno Unito e pubblicato per gentile concessione. Traduzione dall’inglese a cura di Simone Broggini.

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Una piattaforma di finanziamento per il giornalismo locale https://it.ejo.ch/economia-media/una-piattaforma-di-finanziamento-per-il-giornalismo-locale https://it.ejo.ch/economia-media/una-piattaforma-di-finanziamento-per-il-giornalismo-locale#respond Mon, 27 Jan 2020 09:04:33 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19745 A tutte le latitudini, i media locali devono affrontare la sfida del raggiungimento della libertà finanziaria necessaria per esercitare la libertà editoriale, ma in pochi paesi questo è un tema così importante come in Romania. Ne è un esempio il piccolo giornale locale Liber in Teleorman, che ha subito un’intensa pressione finanziaria dopo aver osato …

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A tutte le latitudini, i media locali devono affrontare la sfida del raggiungimento della libertà finanziaria necessaria per esercitare la libertà editoriale, ma in pochi paesi questo è un tema così importante come in Romania. Ne è un esempio il piccolo giornale locale Liber in Teleorman, che ha subito un’intensa pressione finanziaria dopo aver osato criticare uno degli uomini più potenti del Paese, Liviu Dragnea.

Dragnea, l’ex capo del Partito socialdemocratico rumeno (PSD) – che ha iniziato la sua ascesa al potere proprio nella contea di Teleorman – è stato arrestato nel 2019 e dovrà scontare tre anni e mezzo per abuso di cariche pubbliche. La testata locale che che indagava sui suoi illeciti, però, è stato quasi chiusa. Tuttavia, ad arrivare a un passo dal decretare la fine di Liber in Teleorman non sono state tanto le telefonate e le email minacciose, le cause in tribunale e le multe usate per intimidire i suoi fondatori e redattori. Il vero colpo è arrivato quando cinque inserzionisti hanno smesso di fare affari con il sito web, una volta che il sito è stato visto come nemico di un potente politico locale e nazionale.

Una prima pagina di Liber in Teleorman

I giganti della tecnologia dominano la pubblicità online
Come la maggior parte dei media in Romania – dove la maggior parte del pubblico non può permettersi di pagare per le notizie e/o sa come trovarle online gratuitamente – Liber in Teleorman conta molto sugli introiti pubblicitari. La pubblicità è la più grande fonte di finanziamento non statale per i media romeni: si stima che quest’anno il mercato pubblicitario mediatico ammonterà a circa 485 milioni di euro, di cui il 20% andrà ai media online. Google e Facebook rappresentano circa i due terzi delle entrate pubblicitarie online complessive e la maggior parte del resto, una volta che i due giganti della tecnologia hanno preso la loro parte, è concentrata a Bucarest e in altri importanti centri abitati.

Le agenzie pubblicitarie si sono tradizionalmente occupate di mediare le transazioni tra gli editori e le imprese che cercano di acquistare spazi pubblicitari, ma recentemente è stata lanciata una nuova iniziativa volta a tagliare fuori gli intermediari e rendere possibile ai media di creare un collegamento diretto con gli inserzionisti.

L’idea di una piattaforma di finanziamento decentrata è nata da un’idea di Gabriel Baciu, membro di Press Hub, una rete di venticinque piccole imprese mediali, per lo più locali. L’idea è venuta a Baciu dopo che altri membri di Press Hub, come Liber in Teleorman, si sono visti ritirare da un giorno all’altro gli introiti pubblicitari a causa delle pressioni politiche. Per Baciu era giunto il momento di fare qualcosa per proteggere l’indipendenza finanziaria ed editoriale dei media locali.

Liberare risorse finanziarie
Press Hub spera che la sua nuova piattaforma di finanziamento, Press Hub Market, liberi alcune delle risorse finanziarie che in precedenza sarebbero andate alle agenzie pubblicitarie e che gli editori di media ne possano beneficiare.

Il progetto è finanziato dalla Digital News Initiative di Google. Nella sintesi del progetto sul sito web del Digital News Innovation Fund si legge: “con la piattaforma, un potenziale cliente potrebbe selezionare qualsiasi tipo di strumento pubblicitario online che desidera acquistare su un sito web di notizie: banner, pubblicità, progetti speciali o altri strumenti disponibili per promuovere le imprese online. […] Attraverso gli strumenti di Google, gli editori, gli acquirenti, gli inserzionisti possono scegliere, acquistare, programmare e gestire la maggior parte delle attività principali”. Inoltre, si legge che uno degli obiettivi principali del progetto è quello di aiutare i media “nelle piccole città, dove i giornalisti indipendenti lottano a causa dei politici locali che finanziano la maggior parte dei giornali in cambio di fedeltà”.

Pressione delle autorità locali
Il caso Teleorman non è affatto isolato: in molte parti della Romania, infatti, le autorità locali hanno esercitato pressioni sui media locali affinché pubblicassero contenuti favorevoli in cambio di pubblicità finanziata con fondi pubblici. Un’indagine condotta dal sito web di notizie indipendente Recorder ha scoperto che i municipi pagano circa 3 milioni di euro all’anno per la pubblicità sui giornali locali. Somme di 300-400 euro al mese per i singoli editori possono sembrare piccole, ma per i media con solo due o tre dipendenti (dove è probabile che i giornalisti siano pagati poco più di 300 euro al mese) possono essere un’ancora di salvezza.

Un ulteriore potenziale vantaggio del programma di Press Hub Market è che potrebbe consentire agli inserzionisti di collegarsi direttamente con i media in diverse parti del paese. Questo potrebbe aiutare a diversificare le fonti di finanziamento e garantire un maggior grado di indipendenza dal capitale locale. Potrebbe anche aiutare a ridistribuire i fondi lontano dalle grandi città – dove attualmente vi è una concentrazione di risorse finanziarie e umane – e verso le città più piccole e le aree rurali. Resta tuttavia da vedere se le imprese con sede a Bucarest vorranno effettivamente fare pubblicità in centri regionali come Alessandria (la città della contea di Teleorman).

Cambiamento di prospettiva
Un’altra domanda sorge inevitabilmente: dato che Google e Facebook stessi rappresentano la maggior parte delle entrate pubblicitarie online, possiamo essere sicuri che la strategia di Press Hub Market stia eliminando gli intermediari giusti? Una piattaforma supportata da Google potrebbe non essere la soluzione ideale a lungo termine. Ma, considerando che affrontare i giganti della tecnologia non è una cosa che ci si può realisticamente aspettare dai media locali rumeni, l’iniziativa Press Hub Market potrebbe almeno incoraggiare un cambiamento di prospettiva. invece di un mercato dei media totalmente dominato dai grandi editori di media nazionali, potrebbe portare i media locali più chiaramente in primo piano.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Simone Broggini. Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo.

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Inclusiv: una startup per l’engaged journalism https://it.ejo.ch/economia-media/inclusiv-engaged-journalism-romania https://it.ejo.ch/economia-media/inclusiv-engaged-journalism-romania#respond Tue, 21 Jan 2020 09:54:19 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19731 Nella primavera del 2019, circa 1600 rumeni si sono registrati per far parte di un nuovo progetto giornalistico, il cui obiettivo è quello di essere il più inclusivo possibile, coinvolgendo i lettori anche nella produzione dei contenuti. L’ispirazione per Inclusiv è venuta da altre startup di engaged journalism come De Correspondent in Olanda e Reporter …

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“Journalism depends on you” – lo slogan di Inclusiv

Nella primavera del 2019, circa 1600 rumeni si sono registrati per far parte di un nuovo progetto giornalistico, il cui obiettivo è quello di essere il più inclusivo possibile, coinvolgendo i lettori anche nella produzione dei contenuti. L’ispirazione per Inclusiv è venuta da altre startup di engaged journalism come De Correspondent in Olanda e Reporter in Lussemburgo – progetti che pongono la partecipazione del pubblico al centro della loro missione giornalistica.

“Tu sei il nostro partner, non un cliente”, dice Inclusiv al suo pubblico. Il team prosegue spiegando che Inclusiv dipende dalla conoscenza esperta dei suoi lettori e dalla disponibilità a contribuire con idee e storie: “Tu sei un esperto nella tua area di attività. Abbiamo bisogno di te per comprendere argomenti complessi che non ci sono familiari”. È questo approccio al giornalismo basato sulla comunità che rende Inclusiv – che è stato lanciato lo scorso ottobre – un progetto così innovativo in Romania. Il processo in otto fasi delineato nel sito web spiega come i lettori possono dare un contributo alle storie in molti modi diversi, dal suggerire idee all’aiutare nella ricerca e nelle indagini. La partecipazione alla chiamata iniziale di Inclusiv rende il progetto a tutti gli effetti “la più grande redazione del paese”, come il sito web proclama con orgoglio.

La startup dipende naturalmente dai suoi lettori per qualcosa di più di semplici storie e di competenze: la campagna di reclutamento dei membri di Inclusiv è riuscita a raccogliere in soli tre mesi anche i 100mila euro necessari per il lancio della testata, un’impresa non da poco in un paese in cui il pubblico è in generale riluttante a pagare per i contenuti online. Questa è forse la prova più palese del fatto che vi sia un pubblico interessato al concetto di engaged journalism e disposto a provare il modello di finanziamento basato sulle membership.

Pubblico giovane
Il pubblico di Inclusiv è piuttosto giovane. La maggior parte dei membri ha infatti un’età compresa tra i 25 e i 35 anni, anche se alcuni sono nella fascia d’età compresa tra i 36 e i 45 anni. Si tratta per lo più di cittadini istruiti che hanno già accesso a una vasta gamma di fonti di informazione. Spesso i membri hanno anche una buona conoscenza di lingue straniere come l’inglese o il francese e sono consapevoli di ciò che accade al di fuori del paese. Consumano una gamma diversificata di contenuti giornalistici e la loro dieta mediatica comprende formati come podcast e giornalismo narrativo.

“La più grande redazione in Romania”

I rumeni al di fuori di questo gruppo demografico, specialmente quelli che vivono in piccole città e villaggi, non hanno accesso a una così vasta gamma di tipi di media. Gli adolescenti si affidano maggiormente ai social media come principale fonte di informazione, mentre le persone di età superiore ai 55 anni ricevono le loro notizie quasi interamente dalla televisione commerciale tradizionale.

Il team di Inclusiv è consapevole del fatto che i membri del progetto non siano esattamente rappresentativi della popolazione rumena nel suo complesso, ma per ora la priorità è quella di concentrarsi su argomenti che sono di particolare interesse per i membri attuali – il sistema sanitario, la migrazione e le questioni ambientali. Stefan Mako, uno dei fondatori di Inclusiv e attualmente coordinatore del progetto, ha dichiarato a EJO che ci vorranno circa due o tre anni per raggiungere un pubblico più ampio.

Discussioni online
Le tattiche per incoraggiare i membri a partecipare ai contenuti di Inclusiv comprendono l’invito a partecipare a sondaggi e l’organizzazione di incontri offline. L’impegno online è incoraggiato attraverso la pagina “Discussioni”, dove i membri sono invitati a contribuire con suggerimenti, idee e conoscenze specialistiche. La risposta a questa innovazione sta gradualmente accelerando, e alcuni argomenti – per esempio, un punto di discussione sullo stato del mercato del lavoro rumeno – hanno attirato alcuni contributi piuttosto lunghi.

Inclusiv mira a fornire i suoi contenuti in una vasta gamma di formati: oltre a longfomr, il sito propone anche podcast, infografiche e contenuti video. Questa varietà è impressionante – considerando che il progetto ha solo dodici dipendenti, cinque dei quali sono giornalisti – e dimostra la varietà delle competenze del team. Oltre ai giornalisti dello staff, Inclusiv impiega anche esperti di arti audiovisive, design, programmazione e management.

Libertà editoriale
Come altre startup giornalistiche che hanno optato per il modello delle membership, Inclusiv ritiene che il fatto di non dipendere dalla pubblicità o dai finanziamenti statali o aziendali le offra alla testata la massima libertà editoriale. Mako non esclude la ricerca di finanziamenti differenti in futuro, ma afferma che il sostegno dei membri permette ora ai giornalisti di mantenere un maggiore controllo sui contenuti: “saremo interessati a finanziamenti o sovvenzioni che ci permettano di sviluppare la nostra infrastruttura o i nostri strumenti, ma vogliamo mantenere il nostro lavoro editoriale finanziato esclusivamente dal nostro pubblico”, dice Mako a questo proposito.

Nell’interesse di raggiungere la stabilità finanziaria, Inclusiv ha deciso di chiedere ai potenziali membri di impegnarsi a dare il loro sostegno per almeno un anno, non solo mese per mese. “Abbiamo chiesto soldi in anticipo: invece di ricorrere a micro-contributi, come i pagamenti mensili, abbiamo chiesto un pagamento annuale anticipato che ovviamente ha diminuito il numero totale dei nostri membri, ma ci ha aiutato a rendere il progetto fattibile fin dal primo giorno”, dice Mako spiegando la strategia della sua testata. La scommessa sembra aver dato i suoi frutti, visto che il 97,5% dei soci è su base ricorrente, il che significa che la stragrande maggioranza è pronta a impegnare la stessa quantità di denaro anche l’anno prossimo.

Il progetto ha idee per generare entrate aggiuntive in altri modi, come ad esempio l’affitto di spazi di co-working nella sua sede centrale, che dovrebbe portare presto qualche entrata in più. “L’adesione continuerà a essere uno dei nostri più importanti strumenti finanziari, ma vogliamo essere in grado di creare altri flussi di entrate, per permetterci di coprire almeno il 25% dei nostri costi”, spiega Mako, insistendo sul fatto che tutte queste fonti di reddito saranno controllate direttamente dalla stessa Inclusiv.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Simone Broggini

AGGIORNAMENTO del 21/01/2020, ore 12 e 30: su indicazione dei lettori, segnaliamo anche Decat o Revista (DoR), progetto fondato in Romania nel 2009 e che ha abbracciato l’engaged journalism in varie occasioni. Più dettagli sulle iniziative della testata, che pubblica sia online che su carta trimestralmente, sono disponibili sul sito dell’Engaged Journalism Accelerator

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Police Codex, linee guida per la condotta della polizia verso i giornalisti https://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/police-codex-polizia-giornalisti https://it.ejo.ch/liberta-di-stampa/police-codex-polizia-giornalisti#respond Mon, 20 Jan 2020 08:47:04 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19722 È difficile pensare a professioni nei cui confronti ci siano tanti pregiudizi quanti ne esistono verso il mestiere del giornalista e del poliziotto. Questi pregiudizi esistono e si alimentano anche vicendevolmente, da parte dei poliziotti rispetto alle attività dei giornalisti e viceversa. Proprio per questo l’incontro che si è tenuto il 4 dicembre scorso a …

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[Mobilus In Mobili [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

È difficile pensare a professioni nei cui confronti ci siano tanti pregiudizi quanti ne esistono verso il mestiere del giornalista e del poliziotto. Questi pregiudizi esistono e si alimentano anche vicendevolmente, da parte dei poliziotti rispetto alle attività dei giornalisti e viceversa. Proprio per questo l’incontro che si è tenuto il 4 dicembre scorso a Bruxelles – tra alcune associazioni europee che si occupano di giornalismo e libertà di espressione e Peter Smets, il rappresentante belga di EuroCOP, la Confederazione Europea della Polizia – è stato particolarmente interessante.

Quel giorno l’European Centre for Press and Media Freedom (ECPMF) ha lanciato il suo “Police Codex”, il primo codice di condotta per la polizia relativo ai comportamenti da tenere nei confronti dei giornalisti in vari tipi di situazioni: quelle potenzialmente più turbolente, come proteste e manifestazioni, ma anche – ad esempio – relativamente alla sorveglianza dei reporter e delle loro fonti. Immediata sorge una domanda, posta anche da Smets: “Perché preoccuparsi in particolare dei giornalisti? Certi tipi di abusi non dovrebbero avvenire sia nei confronti dei giornalisti che di qualsiasi altro cittadino”. Vero: diritti e garanzie come la libertà di espressione devono essere garantiti a tutti. Ma la libertà di stampa merita tutele speciali, perché sotto il suo ombrello viene salvaguardato anche il diritto dei cittadini a ricevere informazioni.

Il Codice si sviluppa in otto linee guida, considerate i punti cruciali da cui partire per un rapporto meno conflittuale e più collaborativo tra giornalisti e polizia:

  1. Qualsiasi violenza perpetrata da personale di polizia nei confronti dei giornalisti è inaccettabile;
  2. I giornalisti hanno il diritto di raccogliere informazioni e la polizia dovrebbe proteggerli da indebite interferenze, soprattutto nel corso di manifestazioni;
  3. I giornalisti dovrebbero avere il diritto di identificare il personale di polizia e di documentare ed informare sul lavoro delle forze di polizia;
  4. La polizia non è autorizzata a cancellare foto e filmati o a confiscare l’attrezzatura giornalistica senza un apposito mandato;
  5. I giornalisti non dovrebbero essere criminalizzati, discriminati o esclusi per le loro presunte attitudini politiche;
  6. I giornalisti non dovrebbero essere oggetto di sorveglianza da parte della polizia;
  7. Se la polizia causa danno, minaccia o molesta un giornalista, queste azioni devono essere poste sotto indagine, condannate e rese pubbliche da organi indipendenti;
  8. La polizia dovrebbe essere formata e regolarmente aggiornata sui diritti dei giornalisti.

Iniziamo a sviscerare queste linee guida partendo da un tipo di contrasto più intuitivo: quello fisico, che avviene in situazioni come scioperi e manifestazioni. Nel solo 2019 sono molti gli esempi di abusi delle forze di polizia su reporter intenti a riprendere proteste come quelle dei Gilet Jaunes in Francia, dove sono stati segnalati circa 120 incidenti, per l’indipendentismo in Catalogna, dove si riportano incidenti contro circa 70 giornalisti o il mancato intervento in difesa di reporter assaliti nel corso di manifestazioni di estrema destra in Germania, specialmente in Sassonia.

Un altro caso recente di violenza della polizia su un giornalista è quello di Stefano Origone, de La Repubblica, mentre copriva una manifestazione antifascista a Genova lo scorso maggio. Questo caso è funzionale a toccare un altro punto del Codice (No. 7): come segnala la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU) nel caso Alikaj e altri v. Italia (2011), questi comportamenti dovrebbero essere posti sotto indagine da organi indipendenti, mentre in questo caso le indagini sono state affidate allo stesso corpo di appartenenza degli agenti sospettati di aver commesso gli abusi. Infine, gli abusi “di strada” sollevano il grande tema del riconoscimento degli agenti di polizia (No.3): in alcuni paesi è previsto un numero identificativo per i poliziotti, sul giubbotto antiproiettile in Spagna, sull’elmetto in Germania, ma in altri paesi, invece, come l’Italia, non è prevista alcuna forma di identificazione.

Una delle linee guida del Codice che ha suscitato più dibattito tra i presenti è quella relativa all’inadeguatezza di determinate modalità di sorveglianza sui giornalisti e sulle loro fonti: a questo proposito, è stata richiamata la sentenza della Corte EDU “Big Brother Watch v. UK” (2018), con cui il Regno Unito è stato condannato per aver violato il diritto alla privacy e la libertà di espressione dei giornalisti coinvolti. Tra le altre cose, le forze di polizia britanniche hanno utilizzato la legislazione antiterrorismo per ottenere i registri delle conversazioni telefoniche di un giornalista del The Sun, in modo da indagare indirettamente su una sua fonte in un caso di scandalo di corruzione politica. Due i punti chiave di questa sentenza, che ritornano in molti altri casi- europei e non- di sorveglianza delle forze dell’ordine sui giornalisti: legislazioni speciali come quella antiterrorismo permettono di aggirare la necessità di un’autorizzazione del giudice per determinati tipi di operazioni; inoltre, spesso, l’obiettivo principale della sorveglianza non è il giornalista in sé e per sé, ma sono piuttosto le sue fonti. Come ha specificato la Corte la protezione delle fonti è invece cruciale per difesa della libertà di stampa, poiché rivestono un ruolo importantissimo per i giornalisti nello sviluppo di inchieste di grande interesse pubblico.

Nell’elaborare un codice di condotta europeo bisogna infine considerare che le pratiche degli organi di polizia e le possibilità di dialogo tra questi ultimi e il mondo della stampa differiscono molto a seconda del paese: la situazione in Belgio, come descritta da Peter Smets, è difficilmente comparabile con quella spagnola o turca. In alcuni contesti, per gli operatori dell’informazione “non ha senso denunciare le molestie ricevute dalla polizia” – come detto dal giornalista bosniaco Ivan Begić, malmenato lavorando ad una manifestazione – per una diffusa consapevolezza dell’impunità degli agenti. Bisogna quindi tenere conto dei diversi background culturali e della diversa situazione di separazione dei poteri che vige nei paesi europei: come ha sottolineato anche il rappresentante di EuroCOP, la gestione degli organi di polizia è considerata ancora questione interna ai singoli stati, sovranità da non cedersi, per cui è difficile lavorare in cooperazione tra corpi internazionali e stabilire standard comuni.

In quest’ottica, l’educazione sembra il primo passo: è auspicabile che le associazioni che hanno elaborato il “Police Codex” con ECPMF, Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, European Federation of Journalists, Index on Censorship, Ossigeno per l’informazione e South East Europe Media Organisation, mantengano viva la collaborazione con EuroCOP per organizzare in diversi paesi occasioni di formazione per gli agenti di polizia sulla figura, il ruolo e i diritti dei giornalisti.

È necessario ripensare a un rapporto tra polizia e giornalisti in chiave più collaborativa che conflittuale. Filosoficamente parlando, l’obiettivo finale di entrambi dovrebbe essere concorde: lavorare per una società più equa, trasparente, sicura. Dove la sicurezza, però, sia “safety più che security”: sicurezza sociale, benessere come welfare, servizi ai cittadini; non strumento sproporzionato al giogo di paure individuali, che richiama invece un’ammonizione vecchia quasi 200 anni: Jeremy Bentham, infatti, ricordava che libertà significa “sicurezza dai criminali da un lato, e dagli strumenti del governo dall’altro”.

Articolo pubblicato in collaborazione con Osservatorio Balcani e Caucaso Transeruopa.

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Manipolazione e deepfake: le policy delle piattaforme servono davvero? https://it.ejo.ch/digitale/deepfake-facebook-policy https://it.ejo.ch/digitale/deepfake-facebook-policy#respond Fri, 17 Jan 2020 08:54:01 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19711 A meno di un mese dal suo 16esimo compleanno, Facebook ha davanti sempre nuove sfide. La disinformazione (della quale ho parlato recentemente qui) e la tecnologia deepfake fanno sicuramente parte di questa lista. In un blog post dello scorso 6 gennaio Facebook ha annunciato di avere delineato, insieme a cinquanta esperti internazionali con vario background …

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Un frame del deepfake di Obama creato da BuzzFeed News per mostrare le potenzialità di questa tecnologia.

A meno di un mese dal suo 16esimo compleanno, Facebook ha davanti sempre nuove sfide. La disinformazione (della quale ho parlato recentemente qui) e la tecnologia deepfake fanno sicuramente parte di questa lista. In un blog post dello scorso 6 gennaio Facebook ha annunciato di avere delineato, insieme a cinquanta esperti internazionali con vario background (tecnici, legali, accademici, media), alcuni criteri per la rimozione dei contenuti manipolati.

I contenuti di questo tipo dovranno rientrare nello specifico in due casistiche: a) contenuti modificati in modalità non comprensibile all’utente medio, che può effettivamente essere ingannato e portato a pensare che il soggetto di un video pronunci parole che in realtà non ha mai detto; b) i prodotti di intelligenza artificiale o di apprendimento automatico (machine learning) che uniscono, sostituiscono o sovrappongono contenuti a un video, facendolo sembrare autentico. Un simile discorso era stato intrapreso nel dicembre scorso anche da Instagram, social da tempo gemello di Facebook: ciò che è riscontrato falso sul primo sarà, se presente anche sul secondo, etichettato tale per entrambi.

Per quanto riguarda invece i video o i contenuti che non violano strettamente gli standard della community, Facebook opta per un approccio differente: non verranno rimossi bensì etichettati, ridotti nella loro importanza sul news feed e mantenuti sul social network proprio per lanciare un monito agli utenti e permettere un ragionamento critico sulla loro veridicità. In questo senso viene spiegato anche che in ogni caso quei contenuti sarebbero disponibili online su altri siti o social media, e quindi che sia più auspicabile contestualizzarli.

Nella mattinata di mercoledì 8 gennaio il gigante dei social, in audizione presso la House Committee on Energy & Commerce, ha anche confermato di non voler sottoporre a fact-checking le inserzioni politiche sponsorizzate. Come infatti riportato da Politico, Facebook permetterà agli utenti un livello di approfondimento maggiore sugli annunci legati alla politica ma non ha intenzione di limitare o controllare ciò che viene postato dai politici sulla piattaforma. Il portavoce dell’azienda, Tom Reynolds, nella stessa intervista, ha dichiarato che la posizione di Facebook al momento non cambierà, una posizione che, in vista delle presidenziali americane di novembre, non sembra un buon auspicio.

Le policy servono davvero?
È lecito domandarsi fino a che punto siano efficaci le regolamentazioni interne delle piattaforme. Le ultime azioni intraprese sono sicuramente rilevanti, anche se sembra che si continui a ignorare l’impatto di quello che in psicologia viene chiamato “confirmation bias” o “confirmatory bias”, ovvero un tipo di bias cognitivo che porta le persone a ricercare, interpretare, favorire o ricordare informazioni che in qualche modo possano avallare le loro credenze o ipotesi sul mondo.

Nel contesto digitale e nello specifico sui social media, questo errore di ragionamento viene amplificato per una serie di ragioni: facciamo tutti parte di una “filter bubble” (definito dall’attivista che ha coniato il termine, Eli Pariser, come personale ecosistema di informazioni che viene soddisfatto da alcuni algoritmi) determinata da algoritmi di profilazione del comportamento presenti quasi ovunque sul web e che ci sottopone contenuti condivisi da altri utenti con le nostre stesse convinzioni in merito a temi come la politica, lo sport, l’ambiente e così via. Per quanto il tema sia entrato nel discorso pubblico e nel linguaggio settoriale, l’effettiva esistenza delle filter bubble e il loro impatto sull’informazione dei cittadini è comunque discussa dalla ricerca accademica nel settore.

Ad ogni modo, gli utenti sono più predisposti a ricadere in questo tipo di errore cognitivo quando le informazioni che vengono sottoposte loro sono contenuti emozionali, o che rispecchiano valori o convinzioni molto radicate nell’individuo. Oltre a ciò, già negli anni ’80 è stato dimostrato come, anche se accuratamente screditate, informazioni o credenze false riuscissero in molti casi a rimanere radicate nell’individuo, anche rafforzandosi.

Questo tema, molto complesso, controverso e impossibile da sottovalutare in vista (anche) dei prossimi appuntamenti politici, è stato in parte oggetto di una nuova policy anche su Twitter proprio lo scorso anno. C’è chi esprime sfiducia nell’approccio che utilizzano i social network, soprattutto perché le modalità di individuazione dei contenuti manipolati sono complesse, non necessariamente efficaci, e i tempi lunghi: è possibile, infatti, che i contenuti etichettati come falsi o comunque attenzionati possano circolare molto prima di essere effettivamente controllati e accertati dalle piattaforme.

La questione controversa delle policy sta nel cercare di normare qualcosa che si è riscontrato nel comportamento degli utenti: indubbiamente utile, ma non è possibile fare esclusivamente un ragionamento di natura tecnologica. Il contesto, come detto, è fondamentale. Proprio per questo motivo non sono da sottovalutare gli spazi che Facebook, ad esempio, riconosce giustamente alla satira e alla parodia: molto spesso sono escamotage utilizzati per veicolare disinformazione, come nel caso del sito parodia di Joe Biden per le presidenziali 2020 o il recente articolo postato su un sito di satira chiamato Babylon Bee in merito alla morte del Generale Soleimani, condiviso più di 700.000 volte sulla piattaforma.

Deepfakes vs Cheap Fakes
C’è anche chi palesa dubbi e preoccupazioni maggiori in merito a contenuti molto meno elaborati e che sfuggono alla violazione degli standard della comunità dei social network, e quindi potenzialmente alle sue policy. Stiamo parlando dei cheap fakes, così chiamati da Britt Paris, Assistant Professor alla Rutgers University, e Joan Donovan, Diretrrice del Technology and Social Change Research Project all’Harvard Kennedy School, nel report “Deepfakes and Cheap Fakes. The Manipulation of Audio and Visual Evidence”, pubblicato da Data&Society.

Deepfake e cheap fake, una tassonomia di Data&Society

Secondo le due ricercatrici, la manipolazione ottenuta attraverso machine learning o tecniche avanzate è solo una parte di ciò che in realtà popola i contenuti alterati online. Altre tecniche più economiche (cheap, nda) si basano infatti su più software accessibili  oppure su nessun software. Contrariamente ai deepfake, che si basano su tecnologia molto più complessa.

Tra i software economici ci sono, ad esempio, Adobe After Effects e Premiere Pro (con i quali si possono realizzare discreti lavori di face swapping anche se non esperti), Sony Vegas Pro (per rallentare o velocizzare video), i filtri real time forniti gratuitamente da alcune applicazioni, effetti speciali della propria fotocamera (lookalikes), app che alterano la velocità dei video. Almeno la metà di questi sono in mano a qualsiasi ragazzo/a dagli 11 anni in su (o forse anche prima) poiché i nostri Play Store/App Store sono pieni di applicazioni come SnapChat, TikTok o anche la stessa Instagram, che possiamo utilizzare a questo scopo.

Questi strumenti sono al momento più accessibili, gratuiti e meno complessi da utilizzare per ottenere un risultato abbastanza buono o credibile. Al contrario, per creare un deepfake discreto, il reporter Timothy B. Lee di Ars Technica ha speso infatti 552 dollari e impiegato due settimane di lavoro. Un esempio efficace di cheap fake è invece quello recentemente riportato BuzzFeed News: una semplice storia di Instagram che ritrae alcune persone ballare, successivamente e deliberatamente associata alla campagna per le presidenziali 2020 di Mike Bloomberg.

È quindi importante tenere in considerazione che il contenuto, una volta ri-contestualizzato, tagliuzzato o velocizzato, non ha necessariamente bisogno di essere di alta qualità per essere credibile, almeno per quanto riguarda la politica. Infatti secondo il report 2019 di Deeptrace, azienda che si occupa di indagare il fenomeno deepfake, la quasi totalità dei contenuti video manipolati hanno come protagoniste donne ritratte in scene pornografiche. Anche se ancora non vi sono prove documentate di donne vittime di questa tecnologia in Europa, è chiaro come questi video siano per ora utilizzati maggiormente a sfondo sessuale o di harassment.

Anche Russell Brandom su The Verge mette in discussione la vera portata di questo fenomeno, forse ancora non arrivato al suo climax, ragionando sul fatto che la maggior parte delle persone ricade nel confirmation bias anche senza visionare un video manipolato con tecnologia deepfake. La più potente e accessibile forma di manipolazione audio video non è creata tecnicamente bensì appropriandosi del contesto: i tecnici forensi non troveranno un pixel fuori posto, ma solo storie false con ripercussioni reali.

Articolo apparso originariamente sul blog dell’autrice e ri-pubblicato, con modifiche, per gentile concessione. L’immagine a corredo di questo articolo è tratta da questo esperimento con i deepfake di BuzzFeed News.

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I media e la copertura dei migranti e dei rifugiati https://it.ejo.ch/etica/media-migranti-europa https://it.ejo.ch/etica/media-migranti-europa#respond Tue, 14 Jan 2020 11:15:09 +0000 https://it.ejo.ch/?p=19687 Cinque anni dopo l’inizio della “crisi dei migranti”, il tema ha avuto un impatto ampio sugli scenari politici dell’Unione europea e nessuna “soluzione europea” è stata fin qui trovata. Un nuovo studio condotto dallo European Journalism Observatory (EJO) illustra il ruolo dei media all’interno del dibattito sull’immigrazione: secondo i risultati della ricerca, ci sono differenze …

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Un gruppo di migranti e rifugiati nel parco della stazione di Como, al confine con la Svizzera. Nell’estate del 2016 centinaia di persone cercarono di arrivare in Europa del Nord passando dal confine Italia/Svizzera, per lo più senza successo. Crediti: Mattia Vacca

Cinque anni dopo l’inizio della “crisi dei migranti”, il tema ha avuto un impatto ampio sugli scenari politici dell’Unione europea e nessuna “soluzione europea” è stata fin qui trovata. Un nuovo studio condotto dallo European Journalism Observatory (EJO) illustra il ruolo dei media all’interno del dibattito sull’immigrazione: secondo i risultati della ricerca, ci sono differenze tra i diversi paesi per quanto riguarda le storie sul tema migranti che trattano i media. Ci sono differenze profonde da un punto di vista quantitativo e qualitativo nella copertura del tema non solo tra paesi dell’Europa occidentale e centro-orientale, ma anche tra gli stessi paesi occidentali. Lo studio rivela anche come permangano diversi “coni d’ombra” tematici nella copertura dei migranti e dei rifugiati.

L’EJO, un network di 12 istituti di ricerca europei sul giornalismo, ha analizzato la copertura riservata dai media ai rifugiati e ai migranti in 17 paesi. Complessivamente, lo studio ha interessato 2417 articoli raccolti nel corso di sei settimane di analisi selezionate tra l’agosto 2015 e il marzo 2018. Questo dell’EJO è il primo studio internazionale ad analizzare la copertura giornalistica dei migranti in così tanti sistemi politici e mediatici e culture giornalistiche. Il report complessivo è disponibile (in tedesco e inglese) sul sito della fondazione Otto Brenner Stiftung, che ha co-finanziato il progetto.

Con oltre 1,1 milioni di rifugiati (secondo le cifra dell’UNHCR per il 2019), la Germania è emersa dalla crisi dei rifugiati come uno dei cinque paesi del mondo che ospitano più persone, insieme all’Uganda, al Pakistan, alla Turchia e al Sudan. Secondo il nostro studio, questa posizione unica ha portato a una “prospettiva tedesca” specifica sul tema: la quantità di copertura mediatica in Germania supera di gran lunga quella di quasi tutti gli altri paesi inclusi nello studio – e va in parallelo solo con quella dell’Ungheria, il cui Primo ministro Viktor Orbán si è posizionato come un oppositore esplicito della Cancelliera Merkel sul tema dell’immigrazione.

I risultati dello studio rivelano anche pattern diversi nella copertura giornalistica in Germania, Italia, Grecia e tutti gli altri paesi Ue inclusi nel campione. In Germania, Italia e Grecia, i migranti e i rifugiati sono presentati come un tema nazionale, un risultato del fatto che questi paesi siano destinazioni prioritarie per queste persone. Al contrario, i media in tutti gli altri Paesi Ue trattano il tema come una questione di affari esteri, dato che gli eventi relativi all’immigrazione avvengono lontano, oltre i loro confini nazionali. I media in Francia, Regno Unito e Ungheria enfatizzano, invece, il ruolo predominante dei loro leader nel policy-making internazionale. I tedeschi, in particolare, saranno stupiti dallo scoprire che vi è poca pressione, negli altri paesi, per trovare una “soluzione europea” per la regolamentazione delle procedure di richiesta di asilo.

Il report “Migration coverage in Europe’s media comparative analysis of coverage in 17 countries” dell’EJO e della Otto Brenner Stiftung

Dallo studio emergono anche differenze profonde nel tono della copertura mediatica tra i paesi analizzati. Complessivamente, le testate giornalistiche in Europa centrale e orientale si focalizzano maggiormente sui problemi con i migranti e i rifugiati o le proteste contro di loro. I media in Europa occidentale, invece, enfatizzano la situazione dei migranti e dei rifugiati, e sugli aiuti che vengono loro forniti. I media dell’Europa occidentale, inoltre, citano di norma più persone (non migranti) con attitudini positive nei confronti dell’immigrazione, rispetto ai media dei paesi  orientali o centrali. Un pattern chiaro è emerso anche dalla comparazione tra i media più di sinistra o liberal con quelli più conservatori: i primi citano complessivamente più voci con opinioni positive e hanno dato più spazio all’aiuto dato ai migranti e in generale alla loro situazione.

I media trattano anche di personeche arrivano da parti diverse del mondo: l’Africa è il contesto più trattato dai media in Italia e, in qualche misura, in Francia. Mentre tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale si concentrano sull’immigrazione proveniente dal Medio Oriente, il giornale italiano La Stampa non ha pubblicato nemmeno un articolo sui migranti e i rifugiati provenienti da questa area geografica. Per i media in Russia, Polonia, Bielorussia e Ucraina, invece, il flusso migratorio dall’Ucraina è un tema prioritario.

Un problema che abbiamo identificato con il nostro studio è che i media in tutta Europa non fanno sufficiente chiarezza per le loro audience sul background e lo status legale delle persone che cercano di entrare in Europa come migranti o rifugiati. La copertura mediatica è infatti dominata per lo più dal dibattito politico e dalle figure politiche (45%), lasciando poco spazio (solo il 4% degli articoli) per la copertura degli aspetti economici, culturali, storici del fenomeno o per altre informazioni di contesto. Solo un terzo degli articoli (33%) fa una chiara distinzione, ad esempio, tra rifugiati – che hanno uno specifico status legale protetto – e i migranti che lasciano i loro paesi di origine per motivi economici, sociali, di educazione, o altri. La maggior parte degli articoli (60% del totale) confonde i migranti con i rifugiati ed è poco chiara in questo senso.

Avviene per ignoranza? Perché i politici nazionali adottano scelte linguistiche ambigue? Perché i giornalisti danno per scontato che i lettori non conoscano la differenza? O perché non hanno abbastanza tempo e spazio per essere più specifici? Il nostro studio non fornisce una spiegazione, ma i media sono piuttosto vaghi anche quando si tratta di parlare dei paesi di origine dei migranti e dei rifugiati. Solo 778 articoli dei complessivi 2417, ad esempio, specificano da dove arrivano le persone: 293 parlano di Siria, altri di Africa genericamente (64), Myanmar (30), Albania e Ucraina (18 ciascuno) e Afghanistan (16). Si registrano, però, dei cambiamenti nel corso del tempo: nelle prime settimane della nostra analisi, ad esempio, il Medio Oriente come area di origine è stato particolarmente trattato e le persone provenienti da questa area sono state per lo più definite come “rifugiate”. Più tardi, invece, le persone sono state definite progressivamente più di frequente come “migranti”. Ad ogni modo, la quantità complessiva di articoli che non citano i contesti di origine dei migranti e dei rifugiati è rimasta alta per tutto il tempo analizzato.

Chiedere ai migranti e ai rifugiati dei loro background e delle loro motivazioni potrebbe essere d’aiuto per offrire maggiore contesto ai lettori, ma queste persone tendono a essere di norma solo spettatori silenti della copertura dell’immigrazione: solo il 26,5% degli articoli, infatti, ha fatto dei migranti e dei rifugiati i principali attori dei contenuti, mentre il 18% ne parla solo come gruppi ampi e anonimi. Solo l’8% degli articoli complessivi, inoltre, ne parla sul piano individuale o familiare, mentre i cittadini o le società civili dei paesi di destinazione sono i principali protagonisti degli articoli nel 18% del campione. Pochissimi dei migranti o dei rifugiati trattati negli articoli sono poi citati direttamente: complessivamente, abbiamo contato 411 migranti o rifugiati citati, contro 4267 persone appartenenti ad altre categorie. Se a essere individualizzato è di norma chi offre aiutato, chi viene aiutato difficilmente viene trattato dai media nello stesso modo. Come riscontrato anche da studi precedenti, la copertura mediatica tende anche a sovra-rappresentare i migranti o rifugiati maschi (e i minori) rispetto alle donne adulte.

Per quanto riguarda la rappresentazione dei migranti e dei rifugiati, i media europei possono imparare dagli USA, a loro volta inclusi nel nostro campione. Mentre il Washington Post si è concentrato principalmente sui migranti dell’America Centrale, il New York Times ha invece adottato una prospettiva più globale, trattando anche dell’Europa. Gli articoli statunitensi hanno coperto un numero piuttosto alto di migranti e rifugiati individuali, spesso citati direttamente. Questa è forse un risultato della tradizione giornalistica Anglo-sassone e dei dettami del codice etico della Society of Professional Journalists che indica di “dare voce ai senza voce”. In Europa, solo i media spagnoli si sono avvicinati a questo interesse per la prospettiva delle persone direttamente coinvolte nel fenomeno migratorio.

Lo studio, ad ogni modo, mostra anche che il dibattito pubblico attorno alla questione in altri paesi è molto lontano dall’essere di parte o come si assume spesso. Per questo abbiamo comparato la percentuale di persone citate negli articoli con attitudini positive nei confronti del tema con quelle con opinioni più negative: in sostanzialmente tutti i paesi inclusi nella ricerca, le due testate per paese che abbiamo analizzato offrono di norma opinioni divergenti. Questo ci fa concludere che è possibile rintracciare degli approcci più variegati sul tema dell’immigrazione nei media di tutti i paesi. Anche i media ungheresi, ad esempio, offrono un’immagine più varia di quella che ci si potrebbe aspettare. Il quotidiano Magyar Hírlap, ad esempio, ritenuto vicino al governo Orbán, non cita nessun migrante o rifugiato nei suoi articoli, ma sul sito indipendente index.hu, invece, la situazione di queste persone riceve più attenzione e alcuni migranti sono anche citati direttamente.

Il report completo, insieme a tutti i dettagli della ricerca, è disponibile qui.

 

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