Smartphone e network: il presente del fotogiornalismo

19 maggio 2015 • Cultura Professionale, Più recenti • by

Philip McMaster / Flickr CC

Philip McMaster / Flickr CC

Quella del fotogiornalismo è una professione minacciata, secondo i risultati di una nuova ricerca. Nel corso degli ultimi due decenni, infatti, la digitalizzazione ha guidato i cambiamenti più importanti da che esiste la fotografia e lo sviluppo tecnologico ha trasformato il modo in cui le foto vengono scattate, editate e presentate, facilitando, per chiunque abbia una fotocamera digitale e una connessione Internet, scattare, uploadare e pubblicare foto in buona, se non ottima, qualità.

Molti fotogiornalisti professionisti hanno perso il loro lavoro in occasione della crisi economica scoppiata nel 2008 e sono stati sostituiti da reporter amatoriali e citizen journalist o dal pubblico, “armato” di obiettivi digitali o smartphone. La fotografia non-professionale potrà non essere della medesima alta qualità, ma è normalmente a basso costo, se non disponibile gratuitamente, per le testate giornalistiche. Nell’affrontare questa competizione strutturalmente impari, i fotogiornalisti stanno perdendo il loro status.

Questi risultati sono contenuti nel nostro studio “Changing Structures and Content: Photojournalism Practice in the Age of Network Media”, basato su 30 interviste realizzate tra gennaio e maggio 2014 con altrettanti fotogiornalisti freelance in diversi paesi dell’Europa centrale. Lo ricerca ha riscontrato come la posizione dei fotografi all’interno delle organizzazioni mediatiche sia cambiata: nonostante la crescente importanza dei contenuti visuali nelle news, infatti, i fotogiornalisti si sentono sempre meno apprezzati rispetto ai loro colleghi giornalisti.

Secondo i nostri risultati, i fotogiornalisti vengono anche sempre meno frequentemente invitati a portare i loro argomenti e proposte nelle redazioni e, in diversi casi, non viene loro concesso alcun tipo di accesso. Di conseguenza, la maggior parte del lavoro viene assegnato loro dai photo editor. In questo modo i fotogiornalisti vengono considerati alla stregua di “aggiunte” al lavoro giornalistico e non come giornalisti loro stessi.

Scattare in modo “cinematico”
La nostra ricerca ha anche riscontrato come la digitalizzazione abbia avuto un’influenza molto sensibile sull’intero processo di produzione del fotogiornalismo, sia da un punto di vista tecnico che da quello delle routine e delle pratiche di redazione. Uno dei cambiamenti più importanti ha anche vedere con il contenuto dell’immagine, in quanto il reporting visuale è stato trasformato nel profondo dalla disponibilità sostanzialmente illimitata di scatti, spesso molto sensibili o in alta risoluzione, e dalla presenza di molti software di editing.

A questo riguardo, i fotogiornalisti interpellati hanno sottolineato che la differenza maggiore, dovuta alle modifiche portate dalla digitalizzazione, è proprio quella del senso di presenza di materiale sostanzialmente illimitato: se prima, infatti, i negativi consentivano di scattare circa 72 foto, oggi i fotogiornalisti ne scattano raramente meno di 250 per ogni lavoro. Il momento decisivo dello scatto è stato quindi sostituito da un modo “cinematico” di scattare, che implica la realizzazione di numerosissime immagini, scattate in rapida successione, dalle quali verranno selezionate poi le migliori.

I fotografi che abbiamo intervistato hanno anche ammesso di editare almeno il 95% delle foto che vengono poi selezionate prima di inviarle in redazione. Di conseguenza, quasi tutte le fotografie che vengono pubblicate sui giornali oggi sono state editate in un qualche modo. Editare un’immagine richiede infatti circa 2 minuti in media e la pratica può includere diversi cambiamenti, come cropping, compensazione dell’esposizione o la correzione dei colori.

La velocità è un’illusione
La digitalizzazione viene spesso associata con una complessiva accelerazione per quanto riguarda i processi mediali e giornalistici. Sorprendentemente, pero, i fotogiornalisti che hanno partecipato al nostro studio hanno spesso parlato di “illusione della velocità”: se da un lato ogni singola parte della produzione fotografica ha sicuramente ridotto i tempi necessari alla propria realizzazione, hanno dichiarato gli intervistati, il processo nella sua totalità richiede circa lo stesso tempo che richiedeva in precedenza, quando era basato su pellicola. In ogni caso, l’ambiente digitale impone ai fotografi di prendersi carico di diverse responsabilità e mansioni: di fatto, la maggior parte del tempo è ora spesa a selezionare ed editare le immagini, oltre che a fornire loro le didascalie.

La qualità dei contenuti e la sovrapproduzione
Con la transizione dall’analogico al digitale, gli strumenti a disposizione dei fotogiornalisti sono cresciuti sensibilmente. Diverse funzionalità sono inoltre migliorate in modo impressionante, impattando non solo sulla qualità formale degli scatti, ma anche diminuendo le competenze pratiche necessarie per fare del fotogiornalismo. In ogni caso, la facilità tecnica connessa alla realizzazione di grandi quantità di contenuti visuali per le news potrebbe avvenire alle spese della qualità delle foto di per sé e, di fatto, poter scattare in continuazione porta alla sovrapproduzione di immagini.

I fotogiornalisti intervistati, inoltre, hanno dichiarato di non avere il tempo di lavorare su formati tradizionali di fotogiornalismo, come essay, reportage o documentari: almeno due terzi di quanto viene prodotto viene infatti realizzato come materiale illustrativo a corredo di altri contenuti, invece che come produzioni indipendente. Interessante notare come questo non si riscontri invece nel fotogiornalismo sportivo: qui, infatti, i miglioramenti tecnici hanno portato a un generale miglioramento della qualità della fotografia, stando alle risposte fornite dal nostro campione.

I fotografi come gatekeeper
La combinazione di digitalizzazione, quantità di contenuti prodotti e la mancanza di photo-editor competenti (almeno in Repubblica Ceca) ha anche contributo a dare ai fotogiornalisti un nuovo ruolo, quello di gatekeeper, perché ai fotografi viene spesso delegata la funzione di decidere quali foto devono o non devono essere pubblicate. Questo spostamento di responsabilità dagli editori a chi scatta è chiaramente più evidente nel giornalismo online che sulla carta. Inoltre, tutti i partecipanti al nostro studio erano concordi su un punto: la differenza cruciale tra professionisti e citizen journalist con una fotocamera. A marcare la distanza, hanno risposto gli interpellati, avere alle spalle una formazione in visual storytelling e, di conseguenza, conoscere come scattare e incanalare una storia giornalistica per immagini. Secondo gli intervistati, inoltre, è certamente vero che chiunque ohggi può scattare una foto, ma questo non fa di loro dei buoni fotografi. Allo stesso modo, chiunque può scrivere, ma questo non fa di chiunque un buon reporter o uno scrittore.

Articolo tradotto dall’originale inglese

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