Il giornalismo in mano agli algoritmi

17 maggio 2016 • Digitale, Più recenti • by

CC0 Public Domain

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In un recente editoriale pubblicato dal Wall Street Journal, Jeffrey Herbst sostiene che, pur non dicendolo apertamente, che le piattaforme come Facebook, Google e Twitter stanno diventando sempre meno canali di distribuzione neutrali e, al contrario, sempre più aziende mediatiche con priorità editoriali sull’informazione che distribuiscono.

La questione non è nuova ed Emily Bell, Direttrice del Tow Center for Digital Journalism, ne ha trattato in diverse occasioni, da ultima in un intervento sulla Columbia Journalism Review. Di certo questo argomento è diventato ancora di più stretta attualità dopo il lancio degli Instant Articles da parte di Facebook, una strada che tutte le altre piattaforme sembrano interessate a percorrere a loro volta. Dato che i contenuti saranno sempre più consumati dentro le piattaforme social stesse, queste ultime prenderanno sempre più spesso delle decisioni editoriali a tutti gli effetti.

Ma l’algoritmo è davvero un editor?
La domanda è legittima e interessante anche se la si gira al contrario: gli editor sono algoritmi? Di sicuro sarebbe certamente naif sostenere che gli algoritmi non prendono decisioni prettamente editoriali, ma quando le aziende tecnologiche sostengono di non essere imprese mediatiche in un certo senso hanno ragione. In fin dei conti, queste aziende non producono news. Quello che è altrettanto vero, però, è che editano le news nel corso del loro processo di distribuzione e l’editing è una componente fondamentale del processo di creazione del giornalismo. D’altro canto, sarebbe a sua volta naif ritenere che gli editor siano sempre neutrali e che non abbiano alcun potere in quel processo.

Le scelte prese da un editor umano riguardano sempre cosa viene pubblicato e cosa no e sono sempre influenzate da diversi fattori, personali, formali, spesso noti, ma spesso no. La differenza, però, come viene spesso sostenuto, è che l’editor è soggetto allo scrutinio e al controllo, mentre l’algoritmo non lo è. Ma è davvero così? Possiamo davvero pretendere trasparenza dagli algoritmi? Non completamente. Alcuni sono più aperti di altri: come utenti, ad esempio, sappiamo quali sono i fattori che Google considera più rilevanti per stabilire le priorità nei risultati di ricerca, ma non ne conosciamo il peso e l’influenza e di certo non abbiamo alcuna possibilità di intervento qualora Google decidesse di modificare quei fattori o di incorporarne di altri.

Al contrario, invece, abbiamo davvero poche informazioni sui criteri che Facebook usa per mostrare alcuni contenuti invece che altri. Come utenti abbiamo sì un livello minimo di controllo su questi criteri, applicabile tramite la modifica delle impostazioni e le decisioni che prendiamo in termini di “like”, ad esempio. La risposta è quindi più sfumata: no, non abbiamo completo scrutinio sull’algoritmo, ma solo una piccola parte di possibilità di “controllo”. Contrariamente, però, possiamo davvero controllare gli editor umani? La risposta è la stessa: no, non completamente. Una prima differenza visibile è che, nel caso degli editor, di norma vi è un codice professionale (e spesso uno etico) al quale i giornalisti fanno riferimento e ci fidiamo di quel codice che funziona da garanzia che certi standard siano rispettati. Conoscimo il codice, ma non gli umani che operano seguendolo.

Sarebbe di nuovo certamente naif, come cittadino informato, pensare che gli editor non abbiano alcuna influenza sulle news che leggo, guardo o ascolto. Per quanto vi sia un codice professionale, le scelte editoriali che vengono prese sono influenzate da una miriade di fattori, come il background culturale, sociale, l’affiliazione politica, i gusti personali o l’esperienza professionale. In questo senso, le scelte giornalistiche degli editor avvengono in modo simile a quelle degli algoritmi. Certamente, gli editor sono formati per prendere quelle decisioni e proprio la loro formazione è parte dell'”algoritmo” che seguono nello svolgere il loro lavoro, allo stesso modo di tutti quei fattori che ne influenzano l’operato. Come cittadini non abbiamo il controllo di tutte queste dinamiche né possiamo prevedere le azioni degli editor su un piano individuale. Possiamo quindi certamente mettere sotto scrutinio l’editor, ma, di nuovo, non completamente.

Inoltre, un algoritmo funziona sempre allo stesso modo, a meno che non venga ritoccato dagli umani. Gli esseri umani, invece, agiscono in modo sempre diverso sulla base di un codice comune. In un certo senso vi è più “affidabilità” in un sistema che svolge un’azione sempre allo stesso modo, che in un sistema che si comporta in modo diverso ogni volta. Dimentichiamoci per un attimo che si sta parlando di “uomini vs. macchine”: un sistema che opera sempre diversamente è sempre meno accurato di uno che lavora sempre in modo coerente, tranne che nei casi di modifiche esterne. In questo contesto particolare, però, accuratezza e affidabilità significano anche “fiducia”, un elemento centrale in ogni ecosistema, sia in quello umano che in quello algoritmico, verso il quale stiamo andando nell’era della distribuzione giornalistica completamente in mano alle piattaforme.

(Don’t) Fear the algorithms!
Di sicuro, la fiducia è maggiore se sappiamo come funziona l’algoritmo o come lavora un editor. Questo si applica sia nel caso umano che per quello algoritmico. L’unica questione dimenticata, però, è che paradossalmente abbiamo più informazioni sull’algoritmo che sulle scelte degli umani e, come utenti delle piattaforma digitali, abbiamo più controllo sul primo che sui comportamenti del secondo. Questo significa che ci dobbiamo fidare di più degli algoritmi che degli editor? Non necessariamente, ma potrebbe anche essere così. Viviamo in un ecosistema che è profondamente diverso da quello cui eravamo abituati e l’elemento che spiega al meglio questa transizione è il passaggio dall’analogico al digitale.

Quando tutta l’informazione disponibile è digitale – inclusa la produzione delle news e la loro distribuzione – i computer diventano la chiave di volta del processo, perché operano sulla base del codice e sono di conseguenza progettati per realizzare certe operazioni algoritmiche sui contenuti news digitali, comprese anche le scelte editoriali fatte sulla base di istruzioni umane. L’altro cambiamento è che tutto questo avviene all’interno della network society, dove ogni nodo – ogni utente – può produrre e distribuire informazioni, anche solo condividendole.

La conseguenza è che al ruolo prioritario dei produttori professionali di news (editor inclusi) si affianca anche l’ascesa degli utenti, “le persone precedentemente note come audience”, come forza alla base del nuovo ecosistema di distribuzione delle news. Non dobbiamo dimenticarci che piattaforma come Facebook, Twitter o Instagram non esistono per produrre contenuti di per sé ma per fornire agli utenti gli strumenti per produrne e distribuirne. Queste piattaforme sono, in un certo senso, il veicolo che realizza a quel trasferimento di potere dai produttori agli utenti dell’informazione. Inoltre, queste piattaforme dipendono dagli utenti per funzionare. Spingendo il concetto verso i suoi limiti si potrebbe quindi dire che le persone abbiano più potere sui meccanismi di funzionamento delle piattaforme che sulle scelte editoriali dei media tradizionali e i loro processi di newsmaking.

Detto questo, è altrettanto vero che il giornalismo ha un ruolo speciale nella società e gli editor sono una parte di quelle persone che lavorano per realizzare questo ruolo speciale. La crisi di questo ruolo mette in difficoltà anche i meccanismi democratici delle nostre società? Il giornalismo è un’istituzione che noi, come società, abbiamo “inventato” per realizzare quel ruolo speciale all’interno dell’ecosistema dell’informazione. E questa è stata, per molti anni, la risposta più razionale ed efficiente che, collettivamente, ci siamo dati per il problema della produzione e della distribuzione dell’informazione. Nell’era delle piattaforme governate dagli algoritmi, probabilmente, ci servono però delle istituzioni riformate: forse si tratta di forme rinnovate di giornalismo o, forse, di qualcosa di nuovo su un piano più ampio.

La verità è che non sappiamo cosa sia: forse emergeranno nuove istituzioni per rispondere ai problemi sollevati dalla tecnologia. Per quanto riguarda gli algoritmi, questi dovrebbero certamente poter essere verificabili. In realtà, dovrebbero essere aperti! Ci arriveremo.

Articolo tradotto dall’originale portoghese

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