Giornalisti sui social: scettici, pragmatici o attivi

9 gennaio 2014 • Digitale • by

Digital Journalism, un nuovo journal accademico edito da Taylor & Francis che si occupa delle trasformazioni del giornalismo nell’era digitale, ha da poco pubblicato due nuovi studi che mostrano differenze sostanziali nel modo in cui i giornalisti usano i social media. Nel primo di questi, Ulrika Hedman e Monika Djerf-Pierre (Göteborg University) hanno analizzato come i giornalisti svedesi usano i social network andando a studiare per 5 anni i comportamenti di 2500 professionisti, partendo da dati elaborati dallo Swedish Journalists Surveys.

I risultati mostrano tre distinti pattern di usi dei social media, denominati dai ricercatori come “skeptical shunners” (“scettici rifiutatori”, ndr), “pragmatic conformists” (“conformisti pragmatici, ndr) ed “enthusiastic activists” (“entusiasti attivi, ndr). Il primo gruppo di giornalisti, che rappresenterebbe una percentuale compresa tra il 10 e il 15% del campione, tende a essere fin troppo scettica nei confronti dei social media ed evita completamente l’uso di Facebook o Twitter. Il rappresentante tipico di questa categoria è un giornalista in là con gli anni che lavora nella carta stampata.

La maggior parte dei giornalisti, secondo i risultati della ricerca, sono invece conformisti pragmatici. Questo gruppo è composto da professionisti di diversa età e differente posto di lavoro che utilizzano i social regolarmente, ma in modo molto selettivo. In particolare, i conformisti pragmatici usano Twitter e leggono i blog per cercare informazioni o per sondare l’ambiente, ma postano sui social network raramente. Le principali caratteristiche di questo gruppo sono ambivalenza e pragmatismo. Parte della motivazione dei pragmatici a spendere tempo sui social è dovuta a una pressione percepita da parte dei colleghi a restare “sul pezzo” e aggiornati con i trend del momento. E se da un lato questi apprezzano le opportunità offerte dai social media, dall’altro essi mostrano un certo tasso di incertezza nei confronti delle virtù della audience adaptation, del personal branding e sulla crescente fusione tra sfera pubblica e privata.

Infine, lo studio ha individuato anche una cerchia di “attivisti entusiasti” che rappresenterebbe il  5% del campione complessivo. Questo gruppo è composto, senza troppe sorprese, da giornalisti più giovani che lavorano per piattaforme digitali o cross-mediali. Questi giornalisti abbracciano completamente i social, li usano per cercare informazioni, per networking, personal branding e collaborazione. Questi entusiasti condividono con gli altri due gruppi le più comuni opinioni sulla professione, ma hanno una più forte convinzione che il giornalismo debba andare incontro a profondi cambiamenti e proprio a causa dei social media. Si deve notare che i giornalisti svedesi, oggetti dello studio, tendono a essere molto sindacalizzati: circa l’85% di tutti i giornalisti assunti e il 50% dei freelance sono infatti iscritti alla Swedish Union of Journalists. L’iscrizione al sindacato è un marchio forte di identità professionale.

Un altro studio – realizzato da Agnes Gulyas della Canterbury Christ Church University -, invece, dimostra come i giornalisti inglesi siano generalmente meglio disposti nei confronti dei social media dei colleghi in Germania, Finlandia e Svezia. I giornalisti in questi paesi tendono a utilizzare i social media allo stesso modo, ma nello specifico quelli tedeschi si riconoscono per essere i più negativi nei confronti degli effetti dei social; le differenze possono essere spiegate alla luce della cultura giornalistica e del tipo di sistema mediatico in vigore, due fattori che influenzano inevitabilmente come e quanto velocemente i social media vengano adottati.

La variabile del settore mediatico in cui si lavora, nel determinare la propensione nei confronti dei social media, è stata riscontrata come relativamente importante nel Regno Unito e in Finlandia, ma non in Germania e in Svezia. La lunghezza della carriera dei giornalisti e le dimensioni dell’organizzazione per cui essi lavorano, invece, si sono dimostrati come indicatori poco influenti sulle abitudini social dei giornalisti. È interessante notare come distinti gruppi all’interno dei settori mediatici hanno adottato specifici usi dei social media. In particolare, i giornalisti che lavorano nel broadcasting utilizzano più di frequente piattaforme di sharing audio e video, mentre i giornalisti dell’online e i freelance sono più propensi ad avere un blog. Il microblogging, invece, si è dimostrato essere più popolare tra i giornalisti che lavorano per gruppi mediatici di grandi dimensioni.

In generale, i risultati degli studi mostrano come l’esistente cultura giornalistica è un fattore importante nel determinare come i social media siano adottati dai professionisti dei media. La relativa insignificanza dei fattori professionali, invece, dimostrano come le variabili in gioco, in questo senso, siano molte di piu e offrano spunti per ulteriori studi.

Per approfondire:
Perché i giornalisti twittano così tanto?
I consigli di Twitter per i giornalisti

Articolo tradotto dall’originale inglese

Photo credits: Jason A. Howie / Flickr CC


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