Il futuro del fotogiornalismo
è scritto nei social media?

21 settembre 2012 • Digitale • by

In un recente articolo per Polka Magazine, ripreso anche dal prestigioso British Journal of Photography, Laurence Butet-Roch, ha fatto il punto della situazione nel mai risolto rapporto tra fotografia, fotogiornalismo e social media. Dato il crescente successo di piattaforme digitali espressamente dedicate al photo-sharing – Instagram, Pinterest e Tumblr in modo particolare – da molto tempo gli addetti ai lavori si interrogano su quali siano le questioni sollevate da questi nuovi strumenti nei confronti di una professione tanto fondamentale quanto costosa per l’informazione come la fotografia. Un post in Rete può sostituire il lavoro di un fotografo inviato sul campo? Un buon lavoro di ricerca in Internet può essere sufficiente per creare un servizio fotografico da allegare a un articolo?

A queste domande ha provato a rispondere Richard Koci Hernandez, fotogiornalista con una nomination per il Pulitzer e collaborazioni con Time, Newsweek, New York Times e Stern. Grazie al suo account Instagram, seguito da oltre 160mila persone, ha ottenuto “più lavoro, più visibilità, più soldi e più opportunità” di qualsiasi altra fase della sua carriera come se “qualcuno mi avesse offerto un pannello pubblicitario a lato della più intasata autostrada”. E per di più gratis. Una cosa è infatti certa: grazie a Instagram e agli altri social network i fotografi possono rendersi visibili e farsi trovare con una facilità inedita: messo da parte il portfolio e il bussare alle porte degli editori, un fotografo può persino esporre il proprio lavoro con assoluta facilità, attirando le attenzioni delle testate potenzialmente interessate. Ne sa qualcosa Michael Christopher Brown che, dopo aver annunciato su Facebook di essere in partenza per la Libia, ha ottenuto due assignment da Business Week e Financial Times. Le due testate stavano cercando un fotografo già sul campo la cui macchina fotografica potesse seguire la crisi nel paese di Muammar Qaddafi senza dover inviare qualcuno di proposito. Quale archivio migliore di Facebook? Inoltre, ha dichiarato il fotogiornalista americano Ben Lowy, mentre si trovava a Tripoli ha comunque postato con frequenza scatti sul suo profilo Tumblr facendo crescere esponenzialmente la base dei suoi follower. “Se una storia diventa sufficientemente popolare in Rete, i media tradizionali dovranno coprirla lo stesso”. La sua convinzione lo ha portato a vincere l’Emergency Fund Grant della Magnum Foundation per il suo lavoro di iPhoneography dalla Libia. Se usati con la dovuta capacità, i social media possono insomma diventare anche un volano senza precedenti per la carriera dei fotogiornalisti.

Parlando di archivio, basta guardare ad alcuni numeri che Butet-Roch ha integrato nel suo articolo. I dati parlano da soli: oltre 3500 fotografie sono pubblicate ogni secondo su Facebook per un totale di 300 milioni di immagini ogni giorno. L’agenzia France-Press, con i suoi 177 anni di tradizione, riesce a pubblicare in media circa 2600 immagini al giorno fornite dalla sua rete di fotografi. La competizione, insomma, è impari. Piattaforme come quella di Mark Zuckerberg – che di recente ha acquistato proprio Instagram senza troppi complimenti – o Twitter e Pinterest rappresentano una risorsa sterminata e in costante aggiornamento che l’informazione non può non tenere da conto anche come fonte per i contenuti visuali di cui ha bisogno. Ma rivolgersi a loro può essere fin troppo facile. Le testate non devono dimenticare, ad esempio, come le immagini siano protette da copyright e il loro utilizzo soggetto all’approvazione dell’autore o persino della piattaforma che le ospita. E ottenere l’autorizzazione può non essere sempre semplice e non essere la soluzione al problema dell’autenticità dei contenuti: le immagini postate sui social media, infatti, sono Ugc, contenuti che devono essere verificati prima di poter essere utilizzati giornalisticamente. Proprio a questo fine, per esempio, la BBC si è dotata di una struttura interna dedicata al controllo dei contenuti che vengono immessi nel Web e sempre più frequentemente prendono vita piattaforme come Teleportd, che consentono di scandagliare le migliaia di immagini pubblicate in Rete per giudicarne l’attendibilità e abbreviare il percorso che porta all’autore delle fotografie.

Ma dell’aspetto virale dei social network e dei suoi numeri possono beneficiare anche le testate e le agenzie che devono necessariamente “coprire” ogni spazio per poter approfittare dell’eventuale buzz che la Rete è in grado di creare: “qualsiasi fotografo, ogni agenzia e ogni rivista deve essere presente sui diversi social network, poiché ognuno di essi gioca un ruolo diverso nel rendere qualcosa viral”. Parola di Jerome Huffer, photo-editor di Paris Match.

I social network saranno il futuro del fotogiornalismo? Difficile ipotizzarlo, ma gli esempi portati da Laurence Butet-Roch confermano qualcosa che già da molto tempo era chiaro: siamo di fronte a nuovi strumenti, nuove possibilità e, soprattutto, nuove abitudini di uso. Postare immagini sui social network è diventata un’abitudine informativa come ascoltare il radiogiornale qualche decennio fa. Non esserci presenti sarebbe, per un fotografo, un’agenzia o un giornale, come chiamarsi fuori dal medesimo ecosistema di cui hanno bisogno per lavorare o raccogliere materiale. Secondo James Estrin, fondatore di Lens, il blog fotografico del New York Times, la questione sarebbe ancora più ampia e vedrebbe i social network addirittura alla base di un nuovo business model per tutto il settore. Perché? Perché le uniche limitazioni che si possono incontrare in questo mondo sono quelle che ci si autoimpone, garantisce il fotografo americano.

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