I codici etici del giornalismo sono aggiornati?

14 marzo 2016 • Etica e Qualità, Più recenti • by

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Il mondo giornalistico, dati i continui e velocissimi sviluppi tecnologici, ha cercato di trasformarsi e rinnovarsi, ma nonostante tutti gli sforzi sembra rimanere sempre un passo indietro. I codici etici, uno degli strumenti di garanzia della qualità giornalistica più importanti e forti, non fanno distinzione.

Uno studio condotto da ricercatori dell’Universidad Internacional de La Rioja (Logrogno, Spagna) ha osservato a questo proposito i codici etici giornalistici in 99 paesi diversi e riscontrato come solo nove di questi menzionino in qualche modo Internet e il digitale, ovvero quelli di Bosnia e Erzegovina, Canada, Lussemburgo, Ungheria, Olanda, Norvegia, Polonia, Romania e Regno Unito. La ricerca, intitolata “Journalism ethics in a digital environment: how journalistic codes of ethics have been adapted to the Internet and ICTs in countries around the world”, è stata condotta da Jesùs Dìaz-Campo e Francisco Segado-Boj e pubblicata da Telematics and Informatics.

Riscontrata la generale arretratezza dei codici etici nell’affrontare i temi relativi al digitale, i ricercatori si sono quindi soffermati solo sull’analisi di quei 9 in cui si citano Internet e i temi a essa connessi. Tra questi si è visto come solo i codici di Canada e Lussemburgo contengano una sezione specifica sul giornalismo e i media digitali. Il codice olandese, dal canto suo, pur non comprendendo una sezione specificatamente dedicata all’online, ha comunque stabilito delle linee guida per alcuni aspetti che riguardano il giornalismo sul web. Paesi come Ungheria, Polonia e Romania non possiedono una specifica regolamentazione, poiché sostengono che quella già esistente si possa applicare anche ai media digitali e ritengono dunque inutile l’idea di creare regole più mirate.

Ci sono altri cinque paesi i cui codici etici nominano invece il giornalismo digitale in modo esplicito: si tratta di Bosnia ed Erzegovina, Canada, Lussemburgo, Olanda e Norvegia. Questi codici, pur toccando le stesse tematiche, presentano però regole leggermente differenti e peculiari. Nel codice olandese, ad esempio, viene presentata – nell’elencazione delle fonti che i giornalisti possono legittimamente utilizzare – una preferenza per i database che non possono essere modificati dagli utenti, con il rimando quindi esplicito a non utilizzare Wikipedia o altri wiki. Il codice canadese invece è l’unico a parlare in modo esplicito di contenuti notiziabili provenienti dai social media, sottolineando che questi sono pubblici e liberamente utilizzabili, a patto che vi sia uno scrutinio giornalistico particolarmente preciso che miri a identificare e verificare le fonti utilizzate.

A questo proposito, vale la pena menzionare le regole ben definite sull’utilizzo dei link incluse nei codici canadese, norvegese e del Lussemburgo. Il primo parla di “we think before we link”, rimandando alla necessità di riflettere prima di inserire un link e sottolineando allo stesso tempo l’importanza di verificare e vagliare le risorse che vengono utilizzate. Il codice etico del Lussemburgo invece sottolinea il dovere dei giornalisti di controllare che i contenuti che vengono linkati non contengano materiale illecito. Nel codice norvegese, invece, il problema viene risolto ribadendo la necessità di notificare ai lettori se un link porta ad altri media che potrebbero non essere conformi al codice etico della testata ospitante. Infine, il codice etico canadese è l’unico a parlare di blogging e a sottolineare come “la necessità di velocità non debba compromettere l’accuratezza, la credibilità o l’equità” e che i contenuti online debbano essere riportati con la stessa attenzione dei contenuti pubblicati su carta stampata.

Di particolare rilievo in questa ricerca è la scoperta inattesa che anche molti paesi in cui l’autoregolamentazione è particolarmente forte, come gli Stati Uniti o la Francia, non abbiano modificato o adattato i loro codici etici. Visti quindi i continui e veloci cambiamenti del giornalismo in questa fase, è comprensibile la difficoltà di adattamento continuo delle regole giornalistiche, ma forse una regolamentazione etica più chiara e aggiornata sarebbe necessaria in tutti i paesi. Non è certamente più una soluzione quella di affrontare il problema, come ha fatto il Regno Unito nel suo codice etico, aggiungendo semplicemente una frase che recita “è responsabilità degli editori applicare il codice etico sia nelle versioni stampate che online”.

Questo articolo è stato redatto nel contesto del corso “Quality of Journalism and Social Responsibility of the Media” del Master in Gestione dei Media dell’Università della Svizzera italiana

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