Il pubblico del data journalism

30 marzo 2016 • Giornalismi, Più recenti, Ricerca sui media • by

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Sebastian Sikora / Flickr CC

Il data journalism è oggi considerato come un indispensabile strumento nella cassetta degli attrezzi dei media che vogliono svolgere appieno la funzione di watchdog. Ma qual è il pubblico che questo tipo di giornalismo riesce a raggiungere? La risposta, secondo un nuovo studio, è che a interessarsi a questo linguaggio sarebbero in pochi. Questo limite emerge con chiarezza dall’ultima ricerca che Tom Felle, docente della City University of London ed ex giornalista, ha pubblicato su Journalism.

Felle ha intervistato 26 data journalist provenienti da 17 paesi in Africa, Europa, Australia e Americhe per capire quale sia l’impatto del giornalismo basato sui dati e se esista o meno il pericolo che vengano a crearsi solo delle elite di lettori, da cui il grande pubblico sarebbe escluso, in grado di apprezzare le analisi giornalistiche basate sui dati. Quello che salta maggiormente agli occhi dai risultati di questo studio è che vi siano importanti discrepanze tra quello che pensano i giornalisti e la realtà dei fatti.

L’opinione dei data journalist intervistati da Felle è molto chiara. A loro dire, il fatto di lavorare direttamente sull’evidenza fornita dai dati ha un impatto fortemente positivo sia sull’affidabilità del reporting sia sulla capacità di accountability dei media, ovvero sul loro potere-dovere di ottenere che istituzioni e personaggi pubblici rispondano ai cittadini del proprio operato. Non tutti i giornalisti, però, si sono trovati d’accordo nel riconoscere che l’utilizzo dei dati equivalga, ad esempio, a un nuovo metodo di investigazione.

La vera rivoluzione introdotta dal data journalism contemporaneo rispetto al vecchio Computer Assisted Reporting (CAR), sostengono gli intervistati, starebbe più che altro nell’introduzione di un nuovo modello di storytelling. Le tecnologie grafiche disponibili oggi consentono, infatti, una fruizione interattiva e quindi più accattivante dei dati, e accrescono di conseguenza il livello di coinvolgimento del pubblico. Proprio dall’uso massiccio di queste nuove tecnologie potrebbe però originarsi quella debolezza nei confronti del pubblico, ovvero la possibilità che la fruizione dell’informazione sia limitata a quella fetta minoritaria di pubblico esperta di web e delle sua grammatica. Insomma watchdog sì, ma fedeli solo ad alcuni.

I giornalisti intervistati per la ricerca hanno comunque negato con convinzione questa possibilità. Al contrario, per loro, l’utilizzo centrale di queste tecnologie e linguaggi sarebbe un efficace strumento per rendere dati complessi e difficilmente accessibili più semplici e coinvolgenti per una porzione più ampia di pubblico. Questa assoluta certezza dei giornalisti nel potenziale comunicativo del data journalism non trova tuttavia corrispondenza nella realtà dei fatti. Ad esempio, il pubblico delle testate più coinvolte in questo campo appartiene ancora alle fasce socio-economiche più alte della popolazione. Per contro, i tabloid o altre testate di fascia più bassa, hanno fin qui sostanzialmente fallito nel loro tentativo di approcciarsi all’uso dei dati per fare giornalismo.

Anche nei casi di maggior successo di pubblico, il data journalism non sembra, quindi, aver ancora raggiunto un pubblico davvero trasversale. Tra i limiti della ricerca, bisogna comunque citare il fatto che gli intervistati siano stati selezionati, oltre che con una ricerca su Twitter, con il metodo dello snowball sampling, secondo il quale il ricercatore, preso contatto con alcuni membri del suo campione, chiede loro di contattare altri candidati ritenuti adatti a partecipare alla ricerca. Il campione ottenuto con questo metodo di reclutamento è, a detta dello stesso Felle, non rappresentativo, pertanto non consente di elaborare conclusioni universalmente valide.

Considerando però le caratteristiche della comunità dei data journalist, generalmente molto coesa al suo interno e con tratti identitari ricorrenti anche se ci si sposta da un paese all’altro, è verosimile ritenere che i risultati ottenuti da Felle siano comunque interessanti. Il data journalism, quindi, può davvero essere la nuova arma della democrazia nelle mani dei media e del pubblico, o si tratta solo di un’illusione dei giornalisti? Probabilmente sono vere entrambe le cose. C’è comunque ancora lavoro da fare perché l’uso dei dati possa ricoprire un ruolo davvero significativo nel rapporto fra media e democrazia, ma le potenzialità sono innegabili e molti stanno già iniziando a farle fruttare con successo.

Questo articolo, e la relativa infografica, sono stati redatti nel contesto del corso “Quality of Journalism and Social Responsibility of the Media” del Master in Gestione dei Media dell’Università della Svizzera italiana

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