Il Datagate e la definizione di giornalismo

3 settembre 2013 • Libertà di stampa • by

Non sono come noi, non sono veri giornalisti. Sono degli spifferatori di notizie, attivisti e blogger che oggi rappresentano una sorta di quinto potere”. Così, secondo David Carr, i giornalisti dei media tradizionali (esiste ancora una distinzione?) vedono colleghi come Glenn Greenwald, editorialista del Guardian, da mesi al centro dell’attenzione per il suo grande lavoro di divulgazione e informazione sul caso Snowden e i file Nsa. David Gregory giornalista e moderatore di “Meet The Press” sulla Nbc, invece, avrebbe chiesto a Greenwald, ospite del suo talk-show, “Nella misura in cui ha aiutato e favorito Snowden perché non dovrebbe essere accusato anche lei di un crimine?”.

Che cosa giustifica questo tipo di atteggiamento verso l’operato di Greenwald, Julian Assange, Laura Poitras o David Miranda (compagno di Greenwald definito da Jeffrey Toobin, giornalista per la Cnn e The New Yorker, un “contrabbandiere di droga”) da parte di certi giornalisti, si chiede Carr, visto che tutte queste persone hanno agito e agiscono nell’interesse pubblico? Come mai la pubblicazione dei “Pentagon Papers” da parte del Nyt fece di Daniel Ellsberg una sorta di eroe agli occhi dei media mentre verso la nuova generazione di whistleblowers e testate “amiche” come il Guardian vige un alone di sospetto e diffidenza, una tendenza a dissociarsi o addirittura a puntare il dito contro? Certo ha rivelato Ellsberg di recente in una intervista, “all’inizio neanche io sono stato trattato da eroe. Sono stato incriminato e ho passato due anni in prigione. Ma a quei tempi i giornalisti non si mettevano l’uno contro l’altro”.

Secondo Bill Keller del Nyt, il rapporto tra le fonti e gli altri competitor nella copertura delle informazioni è sempre stato costellato di pericoli ma le nuove tecnologie hanno creato una significativa rottura sia nel modello di business che nella pratica giornalistica. È daccordo anche Rusbridger, direttore del Guardian, che va oltre: “le persone nel nostro business che sono diffidenti e critiche nei confronti di David Miranda non considerano davvero a fondo la questione. I governi stanno mischiando il giornalismo con il terrorismo e utilizzano la questione della sicurezza nazionale per giustificare una sorveglianza di massa. Le implicazioni per il giornalismo e la pratica giornalistica sono enormi”.

E se non proprio tutti, alcuni giornalisti e testate se ne sono ben resi conto e non sono rimasti a guardare. New York Times e ProPublica infatti hanno deciso di collaborare con il Guardian sulle inchieste relative ai file Nsa.

In Europa i giornali scandinavi Aftenposten (Norvegia), Dagens Nyheter (Svezia), Helsingin Sanomat (Finlandia) e Politiken (Danimarca) in una lettera aperta hanno accusato il governo di Cameron di mettere in pericolo la libertà di stampa nel mondo. Una presa di posizione, rinnovata al Regno Unito da The Observer, e arrivata in seguito al fermo del compagno del giornalista del Guardian Glenn Greenwald, che aveva rivelato i casi di spionaggio di cui parecchi alleati degli Stati Uniti sono stati fatti oggetto da parte dell’Agenzia nazionale per la sicurezza americana (Nsa, National Security Agency).

Nella loro lettera i direttori rispettivamente dei quattro quotidiani scrivono, tra altre cose, che: “[…]il fatto che Stati Uniti e Regno Unito siano tra gli stati più potenti del mondo e ‘i principali difensori della libertà e della democrazia della storia moderna’ rende ancora più grave il loro comportamento: Se i regimi di Cina e Iran fanno distruggere gli hard disk dei computer dei giornali e perseguono i giornalisti è perché questi paesi sono dittature. Se noi facciamo altrettanto, diciamo che è per difendere la democrazia”.

E poi ancora: “Le azioni del governo britannico assomigliano a quelle che i regimi autoritari lanciano senza incontrare opposizione contro i media, le organizzazioni e i singoli cittadini che sfidano il monopolio delle autorità sul potere”.

Dunque c’è chi nel mondo dei media ha compreso quali sono i pericoli per la libertà di stampa nell’era Snowden e dei programmi di sorveglianza della National Security Agency (Nsa). E coloro, che al contrario, credono ancora vi sia una distinzione tra giornalisti dei media tradizionali e dei nuovi media, denigrano Snowden o dicono che i giornalisti dovrebbero fidarsi dei governi per sapere le cose al meglio, potrebbero avere un brusco risveglio, dice Rusbridger. Perché sono proprio quei governi, per fortuna non più a nostra insaputa, che stanno costruendo formidabili apparati di sorveglianza e di controllo: un domani potrebbero essere le loro inchieste a non piacere e ad essere sotto attacco. Ma almeno, se sono stati attenti, avranno imparato la lezione e si terranno lontani dall’aeroporto di Heathrow.

Grazie a Julian Assange, Manning, Snowden, a testate come il New York Times, il Guardian, e il Washington Post siamo stati informati di quello che i nostri governi fanno nel nostro nome, in zone di guerra come nei mondi digitali. La più potente arma di difesa che abbiamo è l’informazione libera e indipendente, la libertà di stampa e di espressione. Preserviamole, difendiamole, anche se i paradigmi sono cambiati. Come giornalisti e come liberi cittadini, è nel nostro interesse.

Photo credits: Steve Rhodes / Flickr CC

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