Tre scenari per il servizio pubblico

22 gennaio 2014 • Media e Politica • by

In passato, il valore aggiunto fornito alla società radiotelevisive pubbliche era evidente e le emittenti continuano a sottolinearne l’importanza per giustificare la loro esistenza anche ai giorni nostri. In considerazione dei cambiamenti radicali in corso nel mondo dei media non è detto che in futuro potrebbe essere ancora necessario un sistema radiotelevisivo di stato sovvenzionato dal canone. Al contrario, il sistema di informazione pubblico potrebbe, invece, correggere un fallimento del mercato, oltre che bloccare lo sviluppo di un sano “mercato delle idee”, mettendo in pericolo anche la pluralità delle opinioni.

Il servizio pubblico ha un futuro sicuro solo se riuscirà ad accentuare la sua presenza online. La professoressa e ricercatrice dell’Università di San Gallo (Svizzera), Miriam Meckel, afferma che “se alle reti pubbliche verrà permesso di offrire qualsiasi tipo di prodotto su Internet, grazie ai mezzi forniti dal canone, le chance di sviluppo per gli imprenditori privati dei media saranno ostacolate, visto che questi sono costretti a finanziare le loro attività esclusivamente sul libero mercato”.

Distruzione creativa:
Il futuro mondo dei media sarà contrassegnato da Internet e dalla convergenza tra i media tradizionali, i social network, i motori di ricerca e i loro algoritmi. Questa variegata offerta di informazioni e di intrattenimento è del tutto nuova ed è messa a disposizione in maniera completamente diversa rispetto a ciò cui eravamo abituati. I media del futuro metteranno in moto anche un processo di distruzione creativa, che trasformerà completamente le strutture tradizionali fino alla loro disintegrazione. Fino ad ora la stampa e la radiotelevisione hanno convissuto più o meno pacificamente. Nel sistema radiotelevisivo duale le televisioni e le radio pubbliche completavano l’offerta mediatica laddove il mercato privato non era stato presente o in quei segmenti di mercato, come quello di alta qualità, che per motivi storici erano già appannaggio del servizio pubblico. Ora, invece, si rischia una lotta di tutti contro tutti. Coloro che avranno a disposizione maggiori risorse economiche inghiottiranno gli altri.

Tendenze verso una maggiore digitalizzazione:
Il processo di trasformazione, anche se iniziato solo da pochi anni, è stato di una violenza impressionante. Nel frattempo, alcune tendenze si lasciano comunque definire con chiarezza. Ciò che giustificava l’esistenza dell’informazione di servizio pubblico è venuto meno già prima che la vittoria di Internet fosse consacrata dall’evidenza dei fatti. Si è passati, infatti, dalla lotta per accaparrarsi una frequenza a un numero di piattaforme maggiore della richiesta necessaria per assicurare un’offerta pluralista. I costi di produzione dei prodotti mediatici, anche video e audio, sono diminuiti drasticamente e non richiedono più apparecchi e tecnologie dagli elevati costi fissi, che escludevano fin qui a prescindere una quantità di persone dalla produzione. Nonostante questo, l’idea che la Internet sia un medium democratico, nel quale ogni cittadino ha pari opportunità di espressione delle proprie idee, come viene propagandato da vari guru di Internet come Clay Shirky e Jeff Jarvis, si è rivelato essere una visione in realtà molto naif.

Un pericolo specifico dell’economia della rete risiede nel fatto che essa promuove strutture oligopolistiche. Gli effetti di Internet favoriscono di volta in volta i player più grandi, mentre gli altri hanno minime possibilità di guadagnare. Chris Anderson, fino a poco temo fa direttore di Wired, in questo contesto parla di “coda lunga”: nessun motore di ricerca riesce però a tenere testa a Google. Lo stesso dicasi dei social network, tra i quali nessuno riesce a concorrere davvero con Facebook. Nel mercato anglosassone delle news è già evidente come, a livello di informazione in generale, pochi giganti come Cnn, Fox, Bbc, Huffington Post, New York Times e Guardian stanno mettendo fuori mercato tutti quelli di dimensioni minori.

Per quello che riguarda la Svizzera in Internet c’è spazio per la Srg Ssr – il servizio pubblico elvetico -, Tamedia e Ringier, e, a seconda della regione linguistica, un pugno di altri fornitori, che però non si rivolgono solo alla Confederazione, ma anche a chi parla la loro lingua nei paesi confinanti. Per tutti gli altri, sul web è rimasto uno spazio di manovra molto ristretto. L’offerta giornalistica degli imprenditori privati in futuro non riuscirà a finanziarsi attraverso la sola pubblicità. A ragione, l’editore tedesco Hubert Burda afferma a questo proposito che i profitti, che entrano nelle casse delle case editrici con la pubblicità online, sono “solo spiccioli”. La parte del leone finisce nelle grinfie dei motori di ricerca e dei social network. Per fortuna la Srg Ssr può contare su uno zoccolo duro di entrate che derivano dal canone, grazie alle quali opera in libertà. In questo modo si crea però una grave distorsione delle leggi di mercato. Questa concorrenza sleale da parte del sistema radiotelevisivo pubblico viene aggravata dalla diminuzione di abbonamenti e vendite giornaliere dei quotidiani che subiscono le imprese mediatiche in mani private. Notoriamente, ogni consumatore ha un budget limitato, destinato all’acquisizione delle informazioni che lo interessano. In Svizzera, ad esempio, la percentuale di spesa riservata obbligatoriamente per legge al servizio pubblico radiotelevisivo è già abbastanza consistente da lasciare ben poco nelle tasche dei cittadini per fare una scelta individuale a vantaggio di un diverso tipo di media.

Tre diversi scenari:
Arrivati a questo punto, possiamo delineare tre possibili scenari per il servizio pubblico. Il primo è il più probabile e, secondo il nostro parere, quello auspicabile. In Svizzera, nonostante l’inarrestabile concentrazione dei media, si riuscirà a mantenere una coesistenza, migliore che in altri paesi, tra i media finanziati dal canone e quelli in mano a imprese private, così da permettere un vero pluralismo. Gli editori e i responsabili delle reti radiotelevisive svizzere sembrano infatti in grado di sviluppare una piattaforma di cooperazione migliore rispetto a quella dei paesi limitrofi. Nel gergo della Silicon Valley questo tipo di cooperazione è già stato definito “coopetition”. Si tratta di una cooperazione limitata e inserita comunque nell’ambito di una vera competizione. Il concetto suppone che si lavori meglio se ci si completa a vicenda. Nonostante questo assunto, la concorrenza tra i vari attori rimane intatta, per assicurare la pluralità di opinioni, per mantenere in funzione il mercato delle idee e tenerne in vita lo spazio.

Gli altri due scenari sono invece piuttosto allarmanti. Il secondo prevede che non si giunga a nessun tipo di cooperazione. In questa possibilità, le imprese private non riescono a rifinanziare la loro attività giornalistica attraverso gli introiti della pubblicità online, anche perché una gran parte del budget dei nuclei familiari destinato ai media viene inghiottito dal canone obbligatorio. Con le condizioni che si sono venute a creare, ovvero un’inarrestabile convergenza mediatica dove livestreaming, video e podcast spesso completano o sostituiscono completamente il testo scritto, la Srg Ssr potrebbe, ad esempio, spingere fuori mercato svizzero gli altri fornitori di notizie, ad eccezione di Tamedia e Ringier, i due gruppi privati maggiori. Questo grazie al fatto che l’azienda di servizio pubblico elvetica, attraverso i contributi dei cittadini, può mettere a disposizione immagini, video e contributi radiofonici già trasmessi, prodotti che gli editori dei giornali saranno costretti a produrre e offrire a loro volta, spendendo cifre molto considerevoli, molto maggiori di quelle investite finora e senza poter beneficiare adeguatamente del contributo del canone.

Ci si potrebbe quindi chiedere se sia la varietà dei media in un sistema liberal-democratico il vero valore dell’offerta mediatica. Inoltre, bisognerebbe valutare il public value della radiotelevisione pubblica secondo il seguente criterio: una diversificazione dell’offerta lo minaccia o lo pregiudica? Il terzo scenario possibile sarebbe invece il seguente: in un paese come la Svizzera, dove il populismo di destra sta prendendo sempre più piede, la Srg Ssr potrebbe essere messa maggiormente sotto pressione da queste forze politiche, fino a ridurre le dimensioni del suo servizio pubblico tanto da farlo scomparire. C’è da temere che coloro che si battono per la riuscita del secondo o del terzo scenario possano cadere nella trappola che il sociologo americano Robert K. Merton ha condensato nella formula denominata “unanticipated consequences of social action”. Tradotto in italiano: costoro non sanno cosa stanno facendo, non hanno idea delle conseguenze sociali, politiche ed economiche che il loro agire potrebbe provocare sulla struttura democratica istituzionale di un paese come la Svizzera.

Cos’è il servizio pubblico?
Coloro che vorrebbero evitare gli scenari due o tre, dovrebbero seriamente concentrarsi sulla seguente questione: quali dovrebbero essere le prestazioni di stretta competenza del servizio pubblico e quali no? A questa domanda non si possono dare risposte scientifiche, ma solo politiche. I ricercatori dei media dovrebbero in ogni caso indagare in dettaglio quali effetti e quali conseguenze potrebbe avere ogni modifica nella politica dei media.

Se un finanziamento pubblico additzonale abbia più o meno senso, in fondo, dipende anche dalla dimensione della struttura esistente in cui esso è già stato investito. Negli Stati Uniti, dove non esiste un’offerta mediatica pagata attraverso il canone, si sono dovute trovare altre soluzioni rispetto, ad esempio, ai paesi di lingua tedesca, dove quattro tra i più potenti e finanziariamente più solidi organi mediatici (Ard, Zdf, Orf, Srg Ssr) sono già organizzati sulla base del canone. Se i parlamenti competenti aspirassero a svolgere il loro compito nell’interesse della collettività, negli Usa il Congresso dovrebbe riflettere su paracaduti statali di salvataggio per il giornalismo. Nella regione di lingua tedesca, al contrario, bisognerebbe chiedersi se tutti i programmi pubblici offerti siano effettivamente di interesse pubblico o se al contrario una parte delle sovvenzioni pubbliche possano essere stornate e devolute ad altri scopi. Purtroppo, esiste una grande discrepanza tra ciò che il servizio pubblico dice di essere, quando cerca di giustificare la propria esistenza, e quello che è veramente in realtà.

Tre criteri:
Le tre parole chiave per una valutazione del servizio pubblico sono qualità, indipendenza e trasparenza. Bisognerebbe indagare cosa sia effettivamente necessario o cosa meno.

Qualità: il nucleo della questione è se la radiotelevisione pubblica si debba distinguere qualitativamente dall’offerta dei programmi dei privati o se essa debba competere a livello di audiejce con le emittenti private, cercando continuamente di superarle. Già tredici anni fa Robert Leicht, ex-direttore del settimanale Die Zeit, esprimeva questo sospetto generale. Con i fondi pubblici viene pagato ciò che il mercato mette già a disposizione, creando doppioni inutili, come accade per esempio per il calcio, la Formula 1, vari film, le soap opera, gli show di intrattenimento da sabato sera o i vari talkshow. Così facendo si genera un’acerrima concorrenza tra le reti pubbliche e quelle private che, oltre a far salire i prezzi alle stelle, è tutta a vantaggio dei fornitori di contenuti che vendono i diritti di trasmissione, degli showman più popolari o di altri format di successo. In ogni caso, la parte più consistente del canone non serve di certo a finanziare una sana informazione al servizio della democrazia, ma, al contrario, va a foraggiare un’offerta esagerata di spettacoli di intrattenimento e giochi a premi, che di fatto distraggono dalla politica e da un “discorso libero da condizionamenti” sulle questioni di interesse pubblico, come lo avrebbe inteso Habermas. Trasmissioni che veicolano contenuti di incontestato valore per ristretti gruppi di utenti vengono relegati a tardissima ora o in canali “ghetto” come 3sat o Arte, dove non riescono a superare la soglia dell’1 o 2% di share. Anche nel caso di questi programmi di qualità, che chiaramente non si rivolgono al pubblico medio ma che sono concepiti per un pubblico culturalmente esigente e di élite, si può discutere se si crei veramente del public value. Questi piccoli target non potrebbero pagare di tasca propria questo tipo di programmi sul libero mercato della comunicazione?

Indipendenza: se il servizio radiotelevisivo pubblico è autarchico come pretende di essere, bisognerebbe investigare accuratamente sulla possibilità che esso venga di fatto strumentalizzato e usato come megafono dai governanti di turno, e in che misura. In Europa, da questo punto di vista, il bilancio generale risulta negativo. Sia nella parte meridionale del continente, in Italia specialmente, ma anche in Francia o nell’Europa dell’Est, l’influenza dei politici sull’informazione pubblica è molto marcata. In Germania, il caso del licenziamento del direttore del canale Zdf, Nikolaus Brender, e la nomina a direttore generale del Bayerischen Rundfunks del Responsabile della comunicazione del governo allora in carica ha mostrato una totale perdita di innocenza da parte della televisione pubblica. Sarebbe proprio questo uno tra i più nobili campi di indagine per la ricerca sui media che si occupa dei confronti comparativi tra i vari paesi: verificare se in Gran Bretagna, in Svizzera o nei paesi scandinavi sia riuscita ad affermarsi veramente una televisione di servizio pubblico indipendente, che riesca a opporsi con successo ai vari tentativi di strumentalizzazione.

Trasparenza: I media stessi solo raramente si mettono a disposizione come oggetto d’indagine. Questo vale sia per le imprese mediatiche private affermate da tempo sia per quelle pubbliche. La conclusione a cui è arrivato lo studioso di media tedesco Stefan Weinacht è la seguente: quando le reti televisive e i mezzi stampa accettano di occuparsi di media, trattano preferibilmente di loro stessi e naturalmente con toni vagamente positivi, ma mai critici. Si possono esprimere seri dubbi sul fatto che il servizio pubblico si sforzi di aumentare la trasparenza nell’industria mediatica, i pochi documenti empirici e le frequenti connivenze delle istituzioni con i loro fornitori privati indicano piuttosto il contrario.

Ridistribuzione verso l’alto?
Certamente, è più facile definire cosa non è giustificabile come distribuzione di soldi nell’interesse del bene pubblico. È corretto aspettarsi dalla proverbiale casalinga di Voghera, che in fondo con Canale 5 e il suo Blick o un giornale gratuito è soddisfatta e contenta, che contribuisca a finanziare i programmi di 3sat, che probabilmente vengono guardati da professori universitari, mogli di banchieri o deputati dei Verdi? Parlando positivamente, probabilmente per le reti pubbliche sarà ancora possibile ottenere un consenso per continuare a mantenere, grazie agli stanziamenti pubblici, un corrispondente dal Giappone o dall’Africa, figure che gli editori privati, invece, non possono più permettersi. Ma non si capisce in cosa consista “il bene pubblico” se i prezzi per i diritti di trasmissione degli eventi sportivi salgono a livelli astronomici a causa della concorrenza tra reti pubbliche e private. In Svizzera c’è un’argomentazione ulteriore per giustificare maggiormente la presenza delle reti pubbliche. La Srg Ssr ha ricevuto l’incarico e la responsabilità di offrire alle minoranze di lingua italiana e francese un’offerta di trasmissioni della stessa qualità di quelle delle reti di lingua tedesca.

Pretesa di mantenere un livello alto di qualità:
Un ulteriore spunto di riflessione è il seguente. Con l’espressione “paternalismo libertario”, economisti del comportamento, come Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, hanno dimostrato coi loro esperimenti che le persone si lasciano influenzare con facilità, senza che sia necessario molestarli con prestazioni obbligatorie. Finora però, con l’eccezione di pochi, per esempio il giornale alternativo di sinistra Tageszeitung in Germania o negli Usa il New York Times, il settore dei media ha mostrato poca inventiva e non è riuscito a sviluppare un concetto comunicativo innovativo, che potesse veicolare la pretesa di un giornalismo di qualità nella politica dei media al di là delle solite sovvenzioni pubbliche . Un nuovo concetto, grazie al quale, si potrebbe lasciare ai cittadini, finalmente ritenuti maturi, la libertà di scelta senza unobbligo di pagamento di un canone troppo alto.

Articolo tradotto da Alessandra Filippi dall’originale tedesco, pubblicato originariamente sulla Neue Zürcher Zeitung il 31.12.2013

Photo credits: Bildquelle: Günter Z. / pixelio.de

 

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