Il fotogiornalismo nell’era di Instagram

3 aprile 2014 • 10 anni di Ejo • by

Quel che ti colpisce in Hazel Thompson, quando la incontri, è l’umiltà. L’elenco dei premi internazionali vinti è impressionante e le sue foto sono state pubblicate da grandi testate, dal New York Times in giù. Eppure Hazel, londinese, è rimasta se stessa. Una fotoreporter coraggiosa, entusiasta, innamorata del suo mestiere, profondamente altruista. La sua conferenza all’Usi, accompagnata da una splendida mostra, fu una delle più emozionanti del nostro ciclo. Hazel continua a viaggiare per il mondo, instancabile testimone delle bellezze e delle miserie umane. E a osservare, con preoccupazione, la metamorfosi di un mestiere bellissimo, messo fortemente in discussione da diversi punti di vista: tecnologici ed economici in primis. Ecco il suo punto di vista

I media digitali stanno rivoluzionando il giornalismo e i media tradizionali sono da tempo in difficoltà. Anche il fotogiornalismo professionale è in sofferenza?
“Sì, purtroppo i media tradizionali sono in crisi e il fotogiornalismo non fa eccezione. Sono stati ridotti i budget per i reportage e si sono allungati i tempi per ottenere, con crescenti difficoltà, i finanziamenti necessari. Diminuisce la pubblicità e le grandi testate ancora non ottengono ricavi sufficienti dai nuovi media. Purtroppo diventa anche sempre più difficile per un fotografo professionista vivere solo grazie al proprio mestiere. Diminuiscono i mandati e i compensi sono fermi ai prezzi di 10 anni fa, mentre il costo della vita aumenta. Credo che il fotogiornalismo debba andare oltre la cerchia dei media e inventarsi, con creatività, nuove forme di finanziamento. Personalmente ho contattato io delle compagnie private, trovando i fondi per finanziare il mio ebook TAKEN. L’aspetto positivo dei media digitali è che hanno aperto nuove piattaforme di comunicazione e questo permette di rivolgersi a un pubblico più ampio e di trovare nuove forme creative di raccontare una storia”.

TAKEN- Exposing sex trafficking and slavery in India

Hazel Thompson

Nell’era di Instagram, c’è ancora spazio per il fotogiornalismo di qualità?
Penso che Instagram abbia aumentato l’interesse del pubblico per la documentazione visiva, il che è positivo: permette di raggiungere nuove audience inducendo le nuove generazioni   interessarsi ad argomenti con cui non hanno familiarità come i diritti umani, eccetera. Credo che l’era digitale, Photoshop, i social media e la fotografia iPhone abbiano incrinato la capacità di capire quanto costi il fotogiornalismo di qualità. Purtroppo, con l’accesso immediato alle foto online, il pubblico non apprezza più come prima il valore della fotografia. Credo che sappia ancora vedere quando una fotografia è di alta qualità e professionale; tuttavia diminuisce il numero delle persone disposte a pagare per foto di qualità”.

Lei è sempre stata impegnata nel “reportage umanitario”, come dimostra il suo bellissimo libro digitale TAKEN cui accennava prima. Che cosa la spinge a una scelta non facile e quale soddisfazione ne trae?
“A motivarmi è la storia in sé, la gente che incontro, la fotografia. Sono ottimista e credo che mostrare la verità attraverso una macchina fotografica aprirà gli occhi del pubblico. La mia più grande ricompensa – e al contempo l’incoraggiamento a continuare su questa strada – è vedere come la gente risponde, reagisce, si commuove e trae ispirazione per agire, talvolta donando soldi in beneficenza o impegnandosi in prima persona per aumentare la consapevolezza su questi temi. Se non c’è risposta significa che non ho fatto bene il mio lavoro. Le mie immagini devono provocare una reazione emotiva in chi le guarda”.

Oggi consiglierebbe a un giovane di diventare un fotoreporter professionista?
“Sì, consiglierei a un giovane di diventare fotoreporter professionista perché è un mestiere fantastico Però lo consiglierei solo a quelli appassionati e davvero dedicati, perché è un mestiere duro e devi essere determinato e molto motivato per sopravvivere in questo settore. I giovani fotogiornalisti hanno bisogno di essere più preparati di quanto lo sono ora, preparati a essere creativi non solo tecnicamente ma anche come imprenditori. È un’arte che le scuole di giornalismo dovrebbe insegnare”.

Articolo pubblicato originariamente su Square, il magazine dell’Università della Svizzera italiana

Photo credits: Don DeBold / Flickr CC

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