Come il crowdsourcing può raccontare la crisi dei migranti

26 novembre 2015 • Digitale, Più recenti • by

Photo credits: Massimo Sestini

Osservando le stime del numero di profughi che ha raggiunto l’Unione Europea durante il corso dell’ultimo anno, più di 800mila secondo l’Unhcr, e soffermandosi sulla varietà dei Paesi di provenienza, si nota chiaramente quanto sia necessario per gli organi di informazione riflettere sulle modalità con cui rispondere a un fenomeno tanto complesso e globale. Al fine di trovare soluzioni utili a fornire ai lettori una comprensione maggiore del fenomeno.

Molte di queste modalità innovative sono state discusse aRoma in occasione di The 19 Million Project, una conferenza/hacakton dove ben 148 giornalisti, attivisti e hacker si sono riuniti con lo scopo di pensare nuove soluzioni per la rappresentazione mediatica del fenomeno migratorio, in passato troppo spesso dipendente da ondate emotive dovute a avvenimenti particolari, come ha evidenziato anche la recente analisi pubblicata dall’Ejo. Una di queste vie da percorrere sembra essere quella del crowdsourcing e del coinvolgimento dei lettori nei processi produttivi dell’informazione. Massimo Sestini, fotografo italiano noto al pubblico per aver scattato una delle immagini più rappresentative della crisi dei migranti e per essere vincitore del secondo premio nella sezione “General News” del World Press Photo 2015, è responsabile di uno dei progetti più interessanti ad aver utilizzato questo approccio.

“Where Are You?”, lanciato lo scorso ottobre e connesso proprio a quella foto divenuta celebre, ha come obiettivo dichiarato rintracciare i cinquecento migranti presenti sull’imbarcazione ritratta e conoscerne il destino dopo lo sbarco: “una delle idee nello scattare quell’immagine era di creare la più grande foto di gruppo che avessi mai fatto nella mia vita”, spiega Massimo Sestini all’Ejo, “quel gruppo ha fatto paura, ha commosso, è stato usato e pubblicato centinaia di volte come rappresentazione delle migrazioni dei nostri anni. Vorrei che quel gruppo ora diventasse singoli. E che quei singoli si raccontassero”, continua Sestini.

“Li ho visti la prima volta da un elicottero, su quel barcone, poi sulla Bergamini, la fregata della Marina Italiana che li ha tratti in salvo, e ho avuto la possibilità di fotografarli uno a uno, ma, allora, non ho avuto modo di conoscerli. A più di un anno di distanza, mi piacerebbe sapere cosa ne è stato di loro, re-incontrare quegli sguardi in situazioni di non emergenza. Non più il gruppo, la massa, ma l’individuo che si racconta”, spiega ancora il fotografo italiano, ripercorrendo la genesi dello scatto.

È proprio l’individuo, infatti, a diventare insieme soggetto e oggetto nella costruzione di un nuovo tipo di narrativa che mira a re-umanizzare la figura del migrante, renderne noto il vissuto, raccontarne il dramma attraverso gli effetti personali, come oggetti, fotografie, video: “mi interessa il racconto della costruzione di una nuova vita, della rifondazione di una vita che è fatta di quotidianità, di oggetti quotidiani, di pensieri, di immagini, di parole”, racconta Sestini in questo senso, “e vorrei che quel gruppo diventasse tanti singoli ritratti e che ognuno di quei singoli raccontasse il proprio passato, ma anche il presente e i sogni futuri. Questo è il tipo d’informazione che può avere un ruolo attivo nel far conoscere, nel rendere partecipi, nello smuovere coscienze, nel far pensare. Ma è anche, per me, un modo per tramandare la storia di cui facciamo parte.”

Con “Where Are You?”, Sestini si è rivolto al suo pubblico in crowdsourcing, chiamando alla partecipazione collettiva attraverso web e social network, nella speranza che qualcuno possa riconoscere le persone ritratte: “mi è sembrato il modo più diretto per provare a cercare le persone che si trovavano su quel barcone”, spiega il fotografo all’Ejo, “anche chi affronta un viaggio così pericoloso, non portando nulla con sé, lasciandosi tutto alle spalle, ha un cellulare con il quale rimanere in qualche modo connesso al suo mondo, alle sue radici, al suo passato. L’idea è di creare un passaparola in rete. Non ho fretta, ho avuto la fortuna di incontrare già un gruppo di persone, è un progetto a lunga scadenza”.

Anche il progetto “The Ghost Boat”, inchiesta open source che indaga la scomparsa al largo delle coste libiche di un’imbarcazione con a bordo 243 persone di cui non sembrano essere rimaste tracce, si affida in modo importante al crowdsourcing come fonte di dati e informazioni. Attraverso interviste a familiari, personaggi coinvolti, giornalisti locali e grazie all’analisi di dati provenienti da database come Watch the Med, The Migrant Files e Missing Migrants, il team di The Ghost Boat ha dato vita ad un’indagine complessa, pubblicata a “puntate” su Medium e tradotta anche in italiano.

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https://medium.com/ghostboat

Il coinvolgimento del pubblico risulta certamente l’aspetto più innovativo del progetto, come ha spiegato a Journalism.co.uk Eric Reidy, giornalista di Matter e autore dell’inchiesta: “essere bombardati da storie gravose potrebbe portare i lettori a una condizione di impotenza e far loro accettare l’impossibilità di fare qualcosa. Ma i lettori stanno ancora contribuendo e possono ancora contribuire con qualsiasi cosa, per esempio con traduzioni“. “The Ghost Boat”, infatti, fornisce periodicamente una timeline che indica quali possono essere gli interventi da parte dei lettori: vi si trovano attività di fact-checking come controllare la lista dei presunti passeggeri o esaminare le testimonianze dei parenti dei dispersi, fino a leggere i documenti della procura che indaga sui trafficanti, oppure semplicemente condividere l’indagine sui social network.

Sia in “Where Are You?” che in “The Ghost Boat”, dove la narrazione della crisi dei migranti assume i toni dello spiccato interesse per il singolo, riflette la volontà di comprendere più a fondo un fenomeno complesso e di coinvolgere il lettore nella costruzione di un nuovo modello d’informazione. Si tratta di un approccio, migliore, aperto e necessario per rendere partecipe della questione un pubblico più ampio e valicare la barriera dell’indifferenza che aleggia, oggi, su parte della società non intoccata direttamente dal fenomeno e più a rischio di cadere nella compassion fatigue.

 

 

 

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