Quando le storie si trovano tra i dati

1 aprile 2015 • Digitale, Più recenti • by

Una mappa del progetto "Reading the Riots" / The Guardian

Una mappa del progetto “Reading the Riots” / The Guardian

Helena Bengtsson, Digital Projects Editor al Guardian non ama il termine Big Data: “non parlo di Big Data”, ha dichiarato infatti al pubblico della Big Data for Media Conference che si è tenuta presso la sede londinese di Google la scorsa settimana, “mi riferisco piuttosto a ‘grandi quantità di dati’ per il giornalismo. I Big Data sono molto più complessi e non possono essere processati con gli strumenti canonici”. Durante il suo talk, Bengtsson ha fatto riferimento a diversi esempi di come diversi grandi quantitativi di dati sono stati utilizzati dalla sua redazione e in tutto il mondo per produrre degli articoli di data journalism.

Per approfondire: Come i Big Data cambiano la ricerca sui media, di Thomas Schmidt

Il primo, “Reading the Riots”, è frutto della collaborazione tra il Guardian e la London School of Economics ed è stato basato sui dati ottenuti analizzando ben 2,5 milioni di tweet inviati durante le rivolte di Londra nel 2011. Oltre a questo, la giornalista del quotidiano londinese ha citato come esempi di best practice anche il progetto “Cracking the Codes”, realizzato dal Centre for Public Intergrity usando dati raccolti da 84 milioni di richieste di aiuto medico negli Usa.

Bengtsson, poi, ha anche discusso un nuovo progetto in fase di realizzazione da parte del servizio pubblico giapponese, NHK: in questo caso si tratta di una serie di documentari realizzati sulla base di “disaster data” riguardanti il terremoto e lo tsunami avvenuti in Giappone nel 2011. Per questo progetto, NHK ha investigato gli sforzi di ricostruzione usando i Big Data, includendo anche l’analisi di alcuni trend demografici sfruttando i dati dei segnali di telefonia mobile, che mostravano dove le persone vivessero prima e dopo gli eventi, che hanno ucciso oltre 20mila persone.

Per approfondire: Il data journalism è il nostro punk, di Paulina Pacula

Helena Bengtsson - Credits: Aynur Simsek, INMA

Helena Bengtsson – Credits: Aynur Simsek, INMA

In questo caso, i data journalist hanno raccolto e analizzato informazioni da parte di 750mila computer aziendali, riscontrando come oltre 20mila connessioni di business siano andate perse dopo il terremoto. Inoltre, il team di NHK ha anche studiato i movimenti di traffico nel periodo del disastro, usando i segnali satellitari dei sistemi di navigazione delle auto. Bengtsson ha specificato che, per quanto l’esempio giapponese sia un eccellente caso di data journalism, i reporter hanno potuto accedere a dati cui di solito non è possibile utilizzare in questo genere di progetti. Inoltre, l’Editor del Guardian ha anche ricordato l’esperienza con i file di WikiLeaks, definendo i “War Logs” afghani come “il dataset più interessate sui cui abbia mai lavorato”.

“Abbiamo analizzato questo dataset utilizzando metodi tradizioanli e non”, ha spiegato Bengtsson, “una delle ragioni che mi fa amare il data journalism è che mi aiuta a trovare l’ago nel pagliaio. Il data journailsm è trovare la storia e il dettaglio interessante, piuttosto che trovare dei trend”. A questo proposito, ha chiosato ancora Bengtsson ricordando la collaborazione con l’organizzazione di Julian Assange, “avremmo potuto trovare ancora più storie interessanti tra i file di WikiLeaks se avessimo avuto allora alcuni degli strumenti di cui disponiamo oggi”.

Per approfondire: Data journalism dall’università al locale, di André Haller

Rispondendo a una domanda del pubblico che le chiedeva come persuadere i giornalisti a non aver paura dei dati, Bengtsson ha rispsoto: “non so per quale ragione i giornalisti pensino che il data journalism sia troppo difficile per loro. Trovo sconcertante che i reporter possano seguire e comprendere la complessità di alcune storie ma andare nel panico di fronte a un file Excel”. Ma, ha concluso, più il data journalism viene praticato e diffuso nelle redazioni, più i migliori giornalisti si metteranno a farlo: “abbiamo solo bisogno di storie da raccontare, storie, storie e storie”.

Articolo tradotto dall’originale inglese, pubblicato originariamente sul sito dell’International News Media Association (INMA) 

 

 

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