La sharing economy dell’informazione

16 settembre 2015 • Economia dei media, Più recenti • by

Adam Fagen / Flickr CC

Adam Fagen / Flickr CC

Secondo il giornalista Paul Mason, che ha dedicato all’argomento un recente articolo molto dibattuto sul Guardian, l’ascesa di una società “post-capitalista” è ormai iniziata e a confermarlo sarebbero i numerosi esempi di sharing economy in crescita in diversi settori economici cruciali.

Nel suo pezzo, Mason, Economics Editor di Channel 4 News, attribuisce la fine del capitalismo agli avanzamenti tecnologici, che rendono il lavoro sempre meno necessario, e all’abbondanza di informazione, una condizione che impedisce, nella visione del giornalista inglese, che i mercati possano formare i prezzi in modo corretto. Il primo è un problema puramente tecnologico, ma il secondo è invece una questione che ha a che vedere con l’informazione e il suo valore.

La stessa idea “post-capitalista” è stata sostenuta anche da diversi teorici dei media nel corso degli ultimi anni: Yochai Benkler, Berkman Professor di Entrepreneurial Legal Studies presso la Harvard Law School, ad esempio, ha dedicato al tema il suo intervento a Davos proprio quest’anno, parlando della disruption della fabbrica e dei pericoli della sharing economy.

L’abbondanza di informazioni minaccia i modelli di business dei media
Quindi cosa c’è di nuovo nelle tecnologie dell’informazione a mettere in crisi il mercato come elemento centrale del modo di produzione capitalistico? Come è stato sostenuto altrove, quando si combinano le tecnologie digitali con i flussi di informazione a network e la pervasività dell’informazione, quello che si ottiene è quasi inevitabilmente una diminuzione del valore economico dell’informazione. Questo spiega perché così tante aziende mediatiche stanno incontrando pesanti difficoltà a implementare modelli economici sostenibili attorno alla produzione e alla distribuzione delle notizie.

L’effetto della combinazione tra digitalizzazione dell’informazione, maneggiabilità da parte di computer e algoritmi e convergenza di tutti i media possibile grazie anche ai più piccoli smartphone con l’effetto network dato dal numero enorme di possibili connessioni è a tutti gli effetti l’abbondanza dell’informazione e, di conseguenza, il declino del suo valore economico.

Il valore sociale dell’informazione
Il paradosso più interessante a sostenre la tesi “post-capitalista” è che questi cambiamenti che impongono la crisi del valore economico dell’informazione ne suggeriscono però anche l’aumento del valore sociale. Mentre stabiliamo connessioni sociali con la comunicazione, e di conseguenza con l’abbondanza dell’informazione e le tecnologie relative, stiamo anche assemblando nuove e crescenti forme di capitale sociale.

Quelle caratteristiche dell’informazione digitalizzata e delle tecnologie della comunicazione che ne spiegano il decrescente valore economico sono le stesse che ci consentono, come individui, gruppi e comunità, di estendere la portata e la profondità della nostra abilità di mobilitare risorse sociali e, di conseguenza, aumentare il valore sociale dell’informazione.

La sharing economy sostituirà l’economia di mercato?
È proprio questo paradosso a spiegare l’ascesa della sharing economy fino al punto in cui potrebbe diventare una minaccia per la tradizionale economia di mercato. Da un lato, infatti, abbiamo il declino del valore economico dell’informazione e, dall’altro, il suo crescente valore sociale.

Questo è il modo in cui Google e Facebook hanno contribuito a mettere in crisi i modelli di business tradizionali dei media ma è anche il medesimo modo in cui Uber ha messo in discussione l’industria dei taxi e Airbnb quello dell’immobiliare. Nessuna di queste aziende è un operatore tradizionale: Uber non possiede alcun taxi e Airbnb nessuna casa. Quello che fanno queste imprese, al contrario, è gestire una piattaforma, un set di informazioni digitali e strumenti di comunicazione che consentono alle persone di mobilitare diverse risorse sociali, a cominciare dal proprio capitale sociale.

Certamente Uber è un’azienda capitalista che guadagna da questa mobilitazione ma, come nota ancora Mason nel suo articolo citato qui in apertura, dovremmo guardare oltre questo aspetto e ricordare come Altavista fosse un tempo la forma pre-figurata di quello che Google è adesso.

Waze, un’altra azienda di proprietà di Google sta sperimentando in Israele con un servizio chiamato RideWith: l’azienda sostiene che nessun profitto economico deve essere ottenuto dal servizio e che il suo obiettivo vero è, al contrario, condividere i costi tra gli utenti. Questo è il prossimo passo logico in una direzione post-capitalista, guidata dall’informazione e dalle tecnologie della comunicazione.

Ma questo è davvero il “post-capitalismo”?
Il problema di concetti come “capitalismo”, “post-capitalismo” e “socialismo” è che hanno una forte connotazione politica. Se invece guardiamo al capitalismo solo come a una situazione sociale ed economica particolare (con le sue istituzioni, regole, usi e valori) per il coordinamento di attività sociali, allora è chiaro che quella situazione sarà messa in discussione dalle trasformazioni portate dall’informazione digitale e dalle tecnologie della comunicazione e dal modo in cui saranno usate dalle persone. Questa potrebbe non essere la fine del capitalismo, ma assomiglia di sicuro all’inizio di qualcosa di diverso.

Articolo pubblicato originariamente sul sito portoghese dell’Ejo e tradotto dall’inglese

 

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