<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>EJO - European Journalism Observatory</title>
	<atom:link href="http://it.ejo.ch/feed" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://it.ejo.ch</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 22 Feb 2012 06:54:55 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator>
		<item>
		<title>Demand Media in perdita a causa di google</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5994/nuovi-media/come-lalgoritmo-di-google-ha-compromesso-le-performance-di-demand-media</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5994/nuovi-media/come-lalgoritmo-di-google-ha-compromesso-le-performance-di-demand-media#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 22 Feb 2012 06:54:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Macri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Demand Media]]></category>
		<category><![CDATA[eHow]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[modelli di business]]></category>
		<category><![CDATA[Rosenblatt]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5994</guid>
		<description><![CDATA[“Pubblichiamo soltanto ciò che la gente è interessata a leggere” afferma Richard Rosenblatt, fondatore di Demand Media, un servizio di informazione che fornisce servizi a diversi siti e giornali grazie all&#8217;apporto ultra economico di freelancers e alla creazione di contenuti verticali. Tra questi eHow.com &#8211; il sito di maggior successo, che propone soluzioni alle più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/dmedia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5995" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/dmedia-300x244.jpg" alt="" width="300" height="244" /></a>“Pubblichiamo soltanto ciò che la gente è interessata a leggere” afferma Richard Rosenblatt, fondatore di <a href="http://www.demandmedia.com/">Demand Media,</a> un servizio di informazione che fornisce servizi a diversi siti e giornali grazie all&#8217;apporto ultra economico di <em>freelancers</em> e alla creazione di contenuti verticali. Tra questi eHow.com &#8211; il sito di maggior successo, che propone soluzioni alle più diverse domande &#8211; e Livestrong.com, sito dedicato alla salute, alla cura e prevenzione dei tumori. “Non amo definire i miei collaboratori giornalisti – dichiara Rosenblatt. Gli unici che ci chiamano giornalisti sono i giornalisti. I nostri collaboratori sono freelance ed esperti negli ambiti più diversi”.</p>
<p><span id="more-5994"></span>Demand Media, un&#8217;iniziativa editoriale di successo, sviluppata sulla logica dei social networks. Nulla di alternativo a quanto proposto dai giornali, ma un vero e proprio collettore di informazioni per rispondere a domande concrete che vengono poste dai cittadini. Un mondo parallelo al giornalismo tradizionale che riesce a stabilire un nuovo legame con i lettori. Questo è quanto stato sino ad oggi. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco, nemmeno se create dando credito al modello di business considerato vincente, ovvero quello plasmato sulle dinamiche di internet.</p>
<p>Un anno fa Demand Media era una delle aziende più corteggiate a Wall Street. Al momento del suo ingresso in Borsa, era il gennaio del 2011, riuscì a capitalizzare, a fronte di ricavi irrisori, una cifra prossima al miliardo di dollari. D&#8217;altra parte, si sa, le aspettative generate dallo sviluppo di internet rendevano legittimo scommettere su più avanzate prospettive di business. Ma coloro che hanno investito nel futuribile modello di Demand Media si stanno oggi leccando le ferite. Nell&#8217;ultimo trimestre fiscale, terminato il 31 dicembre scorso, la società ha registrato una perdita netta di 6,4 milioni di dollari contro ricavi dell&#8217;ordine di 84,4 milioni di dollari. Risultati ben diversi da quelli realizzati nel trimestre del precedente anno, quando si era registrato un utile di un milione di dollari e ricavi di 73,6 milioni di dollari. La causa principale della perdita subita, vale una lezione. La società afferma che i risultati sono iniziati a peggiorare sensibilmente nel momento in cui Google ha modificato il proprio algoritmo di ricerca. Un&#8217;iniziativa che ha contribuito a una drastica diminuzione del flusso di traffico verso i siti di Demand Media. Si valuta infatti che la contrazione sia stata di un buon 25%. Incredibile, ma vero: se ci si muove in una logica internet la dipendenza dai criteri di ricerca di Google può mettere a terra iniziative che erano state garantite, per definizione, come iniziative di sicuro successo. Una disavventura che ha fatto sì che il management di Demand Media avviasse dei cambiamenti per rendere i propri contenuti meno vulnerabili agli umori di Google. “Avevamo costruito un ecosistema basato sulle modalità di ricerca che le persone utilizzavano su Google. Una impostazione che si è rivelata eccellente solo fino ad un certo momento. Serve ora una nuova impostazione le cui fondamenta siano essenzialmente legate alla fruizione da dispositivi mobili, social network e che faccia leva soprattutto su contenuti video.</p>
<p>Il modello Demand Media ha fatto finora assegnamento su 7 mila collaboratori che hanno generato una media di 5 mila articoli al giorno dietro un compenso compreso tra 10 e 20 dollari con un criterio basato sulla pubblicazioni di informazioni contenenti le parole più ricercate dai motori di ricerca. Una impostazione che aveva consentito di ottenere traffico elevato e investimenti pubblicitari di rilevante portata. Ma come dimostrano i recenti risultati, le strategie che prevedono una replica dell&#8217;andamento degli indici di ricerca di Google possono essere perdenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5994/nuovi-media/come-lalgoritmo-di-google-ha-compromesso-le-performance-di-demand-media/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Serbia: un piccolo mercato con tanti problemi</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5998/etica/un-piccolo-mercato-con-tanti-problemi</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5998/etica/un-piccolo-mercato-con-tanti-problemi#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 16:21:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>EJO</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà di stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5998</guid>
		<description><![CDATA[Milica Jevtic e Marko Nedeljkovic in Ethics &#38; Quality, Media Policy, 12 gennaio 2012 Sebbene in Serbia vivano solo sette milioni di persone, ci sono ben 610 organi di stampa e 456 piattaforme digitali di news. La mancanza di trasparenza rispetto alla proprietà dei giornali, la limitata libertà di stampa, l’ingerenza del governo sono alcuni dei problemi con i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #888888;"><strong><img class="alignleft" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://en.ejo.ch/wp-content/uploads/SERBIA-300x171.jpg" alt="" width="300" height="171" />Milica Jevtic e Marko Nedeljkovic in Ethics &amp; Quality, Media Policy, 12 gennaio 2012</strong></span></p>
<p>Sebbene in Serbia vivano solo sette milioni di persone, ci sono ben 610 organi di stampa e 456 piattaforme digitali di news. La mancanza di trasparenza rispetto alla proprietà dei giornali, la limitata libertà di stampa, l’ingerenza del governo sono alcuni dei problemi con i quali i media serbi sono confrontati. Nonostante queste difficoltà, l’introduzione di nuove tecnologie potrebbe rivelarsi un possibile rimedio.</p>
<p><strong>IL MERCATO</strong></p>
<p>La stampa: uno dei maggior problemi della stampa nazionale è l’enorme concorrenza che domina il settore. Secondo i dati forniti dalla “ Serbian Business Registers Agency” sono presenti sul mercato non meno di 610 organi di stampa, tra cui 20 quotidiani e 83 settimanali. La maggior parte di questi sono diffusi su tutto il territorio nazionale. Secondo i dati forniti dall’Associazione dei giornalisti indipendenti serbi (NUNS) nel 2009 gli inserzionisti hanno investito 36 milioni di euro in annunci pubblicitari negli organi di stampa registrati, ciò significa che mediamente ogni singola pubblicazione deve sopravvivere con solo 72000 euro, ovvero 6000 euro al mese (<a href="http://www.nuns.rs/dosije/32/01.jsp">NUNS: Media Dossier No. 32, 2010 / NUNS: Dosije o medijima broj 32, 2010</a>). Gli organi di stampa, che sono più della metà dei media del paese, ricevono solo il 22 per cento della somma globale spesa in pubblicità.</p>
<p><span id="more-5998"></span>Gli imprenditori  preferiscono investire in pubblicità televisiva. Secondo l’ <em>International Television Expert Group</em> tre anni fa la Serbia deteneva il primato mondiale di tempo trascorso davanti allo schermo. Il cittadino serbo medio passa 302 minuti al giorno guardando la TV, ossia più di cinque ore. In confronto il cittadino medio americano trascorre 298 minuti al giorno davanti allo schermo. Se consideriamo il fatto che solo il sette per cento degli utenti di internet legge l’edizione online dei giornali, diventa evidente che la stampa fatica a sopravvivere.</p>
<p>I media elettronici: secondo i dati raccolti dalla <a href="http://www.rra.org.rs/cirilica">Republic Broadcasting Agency</a>, in Serbia sono registrate 134 stazioni televisive (sei delle quali con copertura nazionale, 30 regionale e 98 locale) oltre a 322 stazioni radiofoniche (cinque con copertura nazionale, 48 regionale, una provinciale e  268 locale). In Serbia sono presenti due emittenti di servizio pubblico, la Televisione pubblica Serba (<a href="http://www.rts.rs/">Radio-televizija Srbije/Radio-Television Serbia – RTS)</a> con due stazioni televisive e tre canali radiofonici, e la Televisione pubblica della Vojvodina (<a href="http://www.rtv.rs/">Radio–televizija Vojvodine/Radio-Television Vojvodina – RTV)</a> con altrettanti canali televisivi e radiofonici. Attualmente una delle sfide maggiori è la digitalizzazione dei programmi televisivi. La transizione dal sistema analogico a quello digitale, prevista inizialmente per il 4 aprile 2012, slitterà alla fine del 2012 e verrà completata solo nel giugno del 2015.</p>
<p>Internet: Secondo i dati forniti dall’Agenzia di statistica della Repubblica serba, il 41,2% delle famiglie serbe è collegato a Internet, il 42,2% per cento dei cittadini ha fatto uso di Internet negli ultimi tre mesi, più di 1&#8217;900&#8217;000 accedono a   Internet  quasi giornalmente e solo il 53 per cento non ne ha mai fatto uso. I social network sono usati dal 91,8 per cento della popolazione tra i 16 e i 24 anni, una percentuale unica al mondo. Facebook, il social network più affermato nel mondo, ha  in Serbia più di 3&#8217;120&#8217;000 profili (fonte: <a href="http://www.socialbakers.com/facebook-statistics/">Socialbakers</a>).</p>
<p>Associazioni di giornalisti: Ci sono due associazioni di giornalisti in Serbia, l&#8217;Associazione dei giornalisti serbi<a href="http://www.uns.org.rs/"> / Udruzenje novinara Srbije (UNS)</a>, fondata nel 1981, che conta più di 6000 membri, e l&#8217;Associazione indipendente dei giornalisti serbi<a href="http://www.nuns.rs/"> / Nezavisno udruzenje novinara Srbije (NUNS)</a>, di cui fanno parte 3300 membri, fondata nel 1994 da giornalisti insoddisfatti dei risultati raggiunti dall&#8217;<em>UNS</em>. Sin dalla separazione ci sono stati conflitti tra queste due associazioni , che ostacolano la solidarietà tra giornalisti. Secondo i dati più recenti sono circa 10000 i giornalisti che lavorano per i media serbi. Si noti che il  <a href="http://www.savetzastampu.rs/">Press Council</a> ha iniziato le sue attività sono nel settembre 2011.</p>
<p><strong>LA PROPRIETÀ</strong><strong></strong></p>
<p>La struttura proprietaria dei media serbi è caratterizzata da una chiara mancanza di trasparenza anche per ciò che concerne la partecipazione statale. Lo stato è proprietario dell’agenzia di stampa <em>Tanjug</em>  e possiede un pacchetto azionario sia del più vecchio quotidiano dei Balcani<em> Vecernje novosti</em>, sia di <em>Politika, </em>sia di <em>Dnevnik </em>di Novi Sad. Le agenzie di stampa  <em>Beta</em>, <em>FoNet</em> e <em>Infobiro</em> sono invece in mani private.  Attualmente ci sono cinque stazioni radiofoniche a diffusione nazionale, <em>TV Avala, TV B92</em>, <em>TV</em> <em>Prva</em>, <em>TV Pink</em> e <em>TV Happy.  </em>A queste si aggiungono due canali, RTS1  e RTS2, che appartengono al servizio pubblico. Le emittenti televisive <em>Pink</em> e <em>Happy</em> sono le uniche a diffusione nazionale che sono completamente di proprietà di cittadini fisicamente e legalmente residenti in Serbia. Un rapporto redatto dal Consiglio anti-corruzione evidenzia il fatto che nel periodo 2008-2010 non meno di 18 dei media più importanti (12 quotidiani, 7 settimanali, 6 stazioni televisive e 5 stazioni radio)  erano in mani sconosciute.</p>
<p>La presenza massiccia di compagnie <em>offshore</em> nelle società detentrici delle azioni serve il più delle volte a nascondere i reali proprietari. Sempre secondo il Consiglio anti-corruzione,<em> </em> la<em> TV Prva</em>, la <em>RTV B92</em>, la <em>Radio Index</em>, come pure i giornali <em>Vecernje novosti</em> e <em>Press </em>sono di proprietà di società registrate a Cipro, mentre la <em>TV Avala </em>e la <em>TV Standard</em> sono di proprietari austriaci sconosciuti.  Di conseguenza è impossibile risalire ai veri padroni e il pubblico associa frequentemente alcuni organi di stampa con l’uomo d’affari dietro a queste compagnie <em>offshore</em>.  Per esempio il giornale <em>Vecernje novosti  </em>si presume sia di Milan Beko, proprietario di tre società all’estero.</p>
<p>Essendo impossibile stabilire a chi appartenga veramente questo o quell’organo di stampa, non è possibile escludere violazioni alla legge che vieta la concentrazione dei media nelle stesse mani.</p>
<p>Il quotidiano più popolare del paese, il <em>Blic</em>, e il più vecchio settimanale della Serbia, la <em>Nedeljne informativne novine</em> (<em>NIN</em>), sono in mano a editori come  Ringier Axel Springer. Ringier pubblica, oltre al <em>Blic</em> e alla <em>NIN</em>, due quotidiani, un settimanale e numerose pubblicazioni specializzate.</p>
<p><strong>FORMAZIONE</strong><strong></strong></p>
<p>In Serbia i futuri professionisti dei media sono formati presso diverse facoltà pubbliche e private. La più antica facoltà di giornalismo è a Belgrado, la facoltà di scienze politiche, fondata nel 1968. Anche alla facoltà di filosofia a Novi Sad e alla facoltà di filosofia di Nis si tengono corsi di pubblicistica. Il settore dei media viene trattato anche alla facoltà di media e comunicazione all’università di Singidunum, alla facoltà di cultura e media all’università Megatrend, alla facoltà di scienze sociali a Novi Pazar. Anche l’Accademia dell’arte di Belgrado offre corsi nel settore dei media. Alla facoltà di sport ed educazione fisica a Belgrado  si possono frequentare corsi di giornalismo sportivo.</p>
<p>Secondo l’ultima ricerca condotta tra il luglio 2010 e del 2011 dal Centro Media della facoltà di scienze politiche dell’Università di Belgrado, <a href="http://www.fpn.bg.ac.rs/wp-content/uploads/2011/07/Profesija-na-Raskr%5Fcu.pdf"> Centar za medije i medijska istraživanja, </a> e diretta dal Prof. Dr. Miroljub Radojkovic e dalla Prof. Dr. Snjezana Milivojevic la maggior parte dei giornalisti ha un alto livello di formazione. Secondo le statistiche, il 73 per cento dei giornalisti è in possesso di una laurea, il rimanente 27 per cento ha un diploma di scuola superiore. La ricerca precedente condotta nel 2002 mostrava che solo il 56 per cento dei giornalisti era laureato.</p>
<p><strong>CONCLUSIONI</strong></p>
<p>Mentre il resto del mondo discute il futuro della professione giornalistica e le sue trasformazioni sotto l’influenza delle nuove tecnologie, i giornalisti serbi sono preoccupati della loro insoddisfacente situazione finanziaria e della poca stima di cui godono. Nel sottosviluppato mercato serbo, domina il giornalismo urlato. A causa della pressione esercitata dalla spietata competizione nel settore, la maggior parte dei media ha rinunciato a ricerche e articoli di approfondimento. Nessuna sorpresa quindi che a dominare siano il giornalismo scadente e i contenuti da tabloid.</p>
<p>I media locali si ritrovano in una situazione particolarmente difficile poiché sono esposti alle forti pressioni esercitate dagli uomini di potere locali. Spesso da loro dipendono le risorse necessarie alla sopravvivenza di questi organi di stampa. In una tale situazione, per i lettori è impossibile valutare l’attendibilità delle informazioni e per i giornalisti è difficile offrire una copertura neutrale.</p>
<p>Inoltre, un numero sempre maggiore di scuole di giornalismo offre una formazione veloce e superficiale a studenti non formati al rispetto di standard etici e professionali. Gli  sforzi volti a far progredire la professione ne soffrono.  La lotta per la sopravvivenza sarà una tra le grandi sfide che i media locali dovranno affrontare negli anni a venire, ma non la sola.</p>
<p><strong><span style="color: #888888;">Traduzione dall&#8217;inglese <a href="http://en.ejo.ch/4002/ethics/small-market-many-problems"><span style="color: #888888;">&#8220;Small Market, Many Problems&#8221;</span></a> a cura di Alessandra Filippi</span></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5998/etica/un-piccolo-mercato-con-tanti-problemi/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Finanza e politica a braccetto anche nei media</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5984/giornalismo-sui-media/finanza-e-politica-a-braccetto-anche-nei-media</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5984/giornalismo-sui-media/finanza-e-politica-a-braccetto-anche-nei-media#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 08:57:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[Unicredit]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5984</guid>
		<description><![CDATA[Vendere l’Italia come un prodotto e vendere un prodotto come fosse l’Italia: quello che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato un paradosso conquista invece il campo mediatico italiano negli ultimi mesi. Se già dalla scorsa estate le prime pagine di cronaca politica sono diventate indistricabili dall’economia, la visita del premier Mario Monti negli Stati Uniti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Time.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5989" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Time" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Time-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" /></a>Vendere l’Italia come un prodotto e vendere un prodotto come fosse l’Italia: quello che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato un paradosso conquista invece il campo mediatico italiano negli ultimi mesi. Se già dalla scorsa estate le prime pagine di cronaca politica sono diventate indistricabili dall’economia, la visita del premier Mario Monti negli Stati Uniti rappresenta forse il livello più estremo – mediaticamente parlando &#8211; di questa sintesi di linguaggi e prospettive. E mentre le banche vengono interpellate di frequente dalla stampa come protagoniste delle vicende politiche europee, d’altra parte proprio sui media una banca, la Unicredit, utilizza i valori e i simboli nazionali per attirare investimenti. Un capovolgimento di prospettive e un matrimonio di linguaggi che conferma ancora di più quanto le dinamiche finanziarie e quelle politiche siano interconnesse – questo mettono in scena i media.</p>
<p> <span id="more-5984"></span></p>
<p>PRODOTTO ITALIA</p>
<p> Non sono passate molte settimane da quando, come descritto in una <a href="http://it.ejo.ch/5537/etica/l%E2%80%99italia-di-monti-la-crisi-la-stampa-e-la-bandiera">analisi pubblicata a dicembre su Ejo</a>, la costruzione mediatica <em>mainstream</em> ha cominciato ad impostare un frame interpretativo ben preciso. Un Paese in difficoltà e la necessità di sacrifici sono stati ribaditi in numerosi editoriali sui giornali italiani, costruendo un meccanismo narrativo paragonabile a quelli dei momenti di guerra. In particolare il discorso costruito dai due quotidiani mainstream, la <em>Repubblica </em><em>e il</em><em> Corriere della Sera</em>, si è incentrato sulla criticità del momento e sulla situazione di emergenza nazionale. Difficoltà e criticità che rendono apparentemente inspiegabile, ma che in realtà si pongono in continuità, con la rappresentazione del viaggio del premier italiano negli Stati Uniti, capace secondo i giornali di sedurre in pochissimo tempo politica e mercati. Dopo “Salva Italia” e “Cresci Italia”, i quotidiani italiani battezzano implicitamente il “Vendi Italia”. I toni encomiastici sono dilaganti, a tal punto che Enrico Mentana, votato nelle ultime settimane al ruolo di grillo parlante dei media italiani, l’11 febbraio nel tg serale di La7 parla di segnali preoccupanti per i mezzi di informazione italiani. Dopotutto la stampa americana non ha dato grande risalto all’incontro di Monti con Obama, segnala il conduttore, e la copertina di Time rilanciata dai giornali del Belpaese non è che l’edizione europea del settimanale statunitense. Ma questi appaiono particolari trascurabili (e trascurati) da parte della maggioranza dei quotidiani italiani.</p>
<p>Federico Rampini per <em>Repubblica</em> descrive sin dal titolo Monti come un eroe: <a href="http://www.pierferdinandocasini.it/wp-content/uploads/2012/02/Il-Professore-nella-fossa-dei-leoni-Federico-Rampini-la-Repubblica.pdf">“Il Professore nella fossa dei leoni”</a>. Da una parte,  la difficoltà della “missione” e quindi il valore della sua riuscita, la “sintonia intellettuale” Monti-Obama, la unicità dell’impresa (di sedurre la finanza) “in cui mai si erano cimentati i predecessori”, incapaci “tanto di parlare l’inglese quanto di proporre contenuti”. Dall’altra, la natura della missione: convincere gli investitori globali, “vendere il proprio sistema Paese” (“in senso buono”, tiene a precisare l’inviato). Ancora più sbilanciato sul versante degli elogi è l’articolo di Vittorio Zucconi <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/10/il-professore-che-piace-allamerica.html">“Il Professore che piace all’America”</a>. Il Corriere della Sera come da tradizione è più moderato nei toni, perlomeno su Twitter: il direttore Ferruccio De Bortoli il 10 febbraio mattina esprime disappunto per l’enfasi data dai media alla visita di Monti in Usa e chiede <a href="http://twitter.com/#!/DeBortoliF/status/167872582241095680">“maggiore sobrietà”</a>. Sulla carta, ad ogni modo, anche il Corriere parla di <a href="http://twitter.com/#!/DeBortoliF/status/167872582241095680">riassetto delle relazioni</a> tra i due Paesi e mette in evidenza le nuove <a href="http://www.corriere.it/editoriali/12_febbraio_10/aperture-credito-gaggi_36fa4020-53b0-11e1-a1a9-e74b7d5bd021.shtml">aperture di credito</a>. Una perifrasi, quella delle aperture di credito, che sintetizza bene l’ambivalenza della credibilità politica e di quella finanziaria, che nella rappresentazione mediatica recente sembra ormai appiattita verso un unico significato. Se a dicembre la legittimità del governo Monti si basava sulla sua presunta competenza nel traghettare l’Italia fuori da una crisi economica, a febbraio gli elogi al premier si costruiscono sulla sua capacità di “sedurre” i mercati e perfino (parola di Rampini) di “vendere” il sistema – Paese.</p>
<p>VALORE ITALIA</p>
<p>Un meccanismo di significazione inverso ma a suo modo coincidente con quello appena visto è stato utilizzato dalla banca Unicredit per la sua pubblicità diffusa qualche settimana fa attraverso televisioni e giornali. Nello <a href="http://www.youtube.com/watch?v=DHlafn4EtB4">spot video</a> una giovane donna si arrampica su un asse portabandiera per sistemare una bandiera italiana avvolta su se stessa. La scena si svolge tra grattacieli e uffici. “Se sentite il bisogno di azioni concrete, partecipate alla campagna di ricapitalizzazione Unicredit”, recita la voce narrante, mentre i passanti che assistono al dispiegamento della bandiera applaudono entusiasti. Il passaggio logico che traina lo spot è chiaro: le azioni concrete sono volte a salvare la banca e, attraverso questa, il Paese. Non a caso nella pubblicità cartacea figurano semplicemente le due bandiere, quella italiana e un’altra con il logo della banca,  una sull’altra. Una sovrapposizione di immagini ma anche una connessione semantica inversa e analoga a quella vista nella prima parte dell’analisi. Se Monti in America ha “venduto” il prodotto Italia alla finanza, in questo caso invece è la finanza a utilizzare il sentimento nazionale per “vendersi” ai suoi potenziali investitori ovvero gli italiani. Lo scambio dei valori – monetari e patriottici – non fa che ribadire la connessione fra economia e politica nella rappresentazione che la società dà di se stessa attraverso i media. E nonostante questo appiattimento di significati confonda molti e lasci perplessi altri, la conclusione è abbastanza evidente: piaccia o no, sui media di oggi l’ambivalenza tra aperture di credito politiche e valori della finanza è ormai una costante.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5984/giornalismo-sui-media/finanza-e-politica-a-braccetto-anche-nei-media/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Chi ha Tempo non aspetti Tempo</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5979/nuovi-media/chi-ha-tempo-non-aspetti-tempo</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5979/nuovi-media/chi-ha-tempo-non-aspetti-tempo#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 07:53:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pier Luca Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5979</guid>
		<description><![CDATA[Uno degli assiomi di base che porta a ritenere che le prospettive dell&#8217;industria editoriale siano inevitabilmente proiettate verso l&#8217;area digitale e online  è la differenza che esiste attualmente tra il tempo che mediamente viene dedicato a ciascun  media e gli investimenti pubblicitari allocati per ogni mezzo allo stato presente. Dati (vd. immagine), citati a più riprese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/media-consumption-time-vs-adv-revenues.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-5981" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="media-consumption time vs adv revenues" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/media-consumption-time-vs-adv-revenues-300x218.png" alt="" width="300" height="218" /></a>Uno degli assiomi di base che porta a ritenere che le prospettive dell&#8217;industria editoriale siano inevitabilmente proiettate verso l&#8217;area digitale e online  è la differenza che esiste attualmente tra il tempo che mediamente viene dedicato a ciascun  media e gli investimenti pubblicitari allocati per ogni mezzo allo stato presente.</p>
<p><a href="http://kpcb.com/insights/internet-trends-2011">Dati</a> (vd. immagine), citati a più riprese da fonti diverse, mostrano come l&#8217;online, ed attualmente ancor più tutta l&#8217;area legata al web in mobilità, abbia prospettive di raccolta pubblicitaria davvero rilevanti a danno prevalentemente della carta stampata che, al contrario, oggi assorbe investimenti apparentemente sproporzionati rispetto al tempo che le persone dedicano ad essa.</p>
<p>Se certamente si tratta di una fotografia della situazione reale, come tutte le istantanee racconta solo una parte, modesta, del filmato, per restare nella metafora, del percorso, rischiando di trarre in abbaglio chi si basasse solo su questo elemento. Meglio qualificare e specificare.</p>
<p><span id="more-5979"></span></p>
<p>In primis, come noto, il modello dominante, basato sui CPM non si fonda  sul tempo ma, come dice <a href="http://www.marketingterms.com/dictionary/cpm/">il termine</a>, sul numero di volte che l&#8217;annuncio viene visualizzato e, dunque, essenzialmente dal volume di utenti che visita un determinato sito.</p>
<p>Attualmente dunque, il tentativo di, un <a href="http://www.mondaynote.com/2012/01/29/refining-the-model/">modello di business</a> sostenibile per la versione online dei quotidiani, e più in generale dei giornali, pare fondamentalmente concentrarsi, ad oggi, sui volumi, sulle quantità di traffico, di accessi al sito web. Le recenti mire espansionistiche del <em>The New York Times</em> con l’edizione indiana, del <em>Guardian</em> in versione dedicata specificatamente agli USA, <em>El Pais</em> verso l’America Latina, ed ora anche la globalizzazione dell’<em>Huffington Post</em>, rappresentano, nella mia decodifica, l’evidenza più concreta di questo approccio. Lo testimonia, anche, l’utilizzo prevalente dei social network come veicolo esclusivamente atto a promozionare i contenuti sul sito per, appunto, portare visitatori allo stesso.</p>
<p>In termini di <a href="http://marketingland.com/report-social-networking-accounts-for-19-of-time-spent-online-social-ads-the-u-s-leader-in-display-1993">tempo</a>, inoltre, la battaglia sembra essere vinta dai social network che hanno visto triplicare negli ultimi anni la quantità di tempo che le persone trascorrono mentre navigano in Rete arrivando a pesare attualmente circa un quinto del totale.</p>
<p>Al concetto di tempo speso vanno necessariamente abbinati due elementi: quelli di coinvolgimento e di attenzione. Entrambi elementi che non sembrano attualmente, in generale, essere favorevoli all&#8217;industria dell&#8217;informazione. Come dimostra sia la <a href="http://giornalaio.files.wordpress.com/2011/11/trend-quotidiani-online-sett-2011-vs-sett-2010.jpg">scarsità di tempo</a> che viene dedicata dai lettori alla visita all&#8217;edizione dei principali quotidiani italiani, per restare in casa nostra, o  la forte <a href="http://www.journalism.org/analysis_report/who_placing_ads">autopromozionalità</a> registrata dallo studio “Digital Advertising and News” pubblicato la scorsa settimana da <em>Pew Research Center Project for Excellence in Journalism</em> che ha analizzato 22 siti di organizzazioni editoriali diverse, dai quotidiani ai broadcaster passando per magazines e aggregatori, esaminando 5.300 annunci pubblicitari pubblicati a fine gennaio di quest’anno, testimonianza, a mio avviso, di debolezza.</p>
<p>Preziosa in tal senso, <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2011/10/engagement-new-digital-metric.html">la tesi</a> di Alan D. Mutter, autorità riconosciuta del settore, che spiega come<em> la rincorsa verso il traffico online ha posto le organizzazioni editoriali in una condizione di ” grandi audience e scarsi ricavi”. Un errore strategico nell’epoca in cui la fedeltà dell’utenza, la passione, il coinvolgimento sono la chiave per costruire un business sano e profittevole per le imprese editoriali.</em></p>
<p>Mutter riassume la formula di calcolo e valorizzazione su come <a href="http://www.webanalyticsdemystified.com/downloads/Web_Analytics_Demystified_and_NextStage_Global_-_Measuring_the_Immeasurable_-_Visitor_Engagement.pdf">misurare l’immisurabile</a>: il coinvolgimento del visitatore ad un sito web, al quale si aggiunge il recente contributo di <strong>Alan Pearlstein,</strong> Presidente-CEO di <em>Cross Pixel Media</em>, che <a href="http://adage.com/article/digitalnext/kill-cpm-buy-time-ad-impressions/232636/">qualifica</a> ulteriormente significato e valore del tempo speso rispetto ai parametri attualmente prevalenti.</p>
<p>Come emerge dal <a href="https://giornalaio.wordpress.com/2011/12/15/audience-la-massa-intelligente/">documento</a> di analisi realizzato dallo staff di <em>The Economist</em>, l’esistenza di un gruppo di persone, la massa intelligente, così come viene definita, sufficientemente ampio ed altrettanto evoluto può rappresentare il nucleo centrale di riferimento per contenuti di valore non massificati che costituiscano elemento di qualificazione e differenziazione atti a rendere sostenibile, anche, economicamente il passaggio da un approccio essenzialmente quantitativo ad uno maggiormente improntato su criteri qualitativi.</p>
<p>Anche in questo caso, come sempre avviene, si tratta di spazi non illimitati dove solitamente, a parità di condizione, i first comers riescono a guadagnare posizioni di rilievo difficili poi da scalfire da parte di altri che entrano successivamente.</p>
<p>Insomma, per guadagnare attenzione e coinvolgimento delle persone chi ha tempo non aspetti tempo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5979/nuovi-media/chi-ha-tempo-non-aspetti-tempo/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Lo strano caso di @tigella che va a Chicago</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5970/nuovi-media/lo-strano-caso-di-tigella-che-va-a-chicago</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5970/nuovi-media/lo-strano-caso-di-tigella-che-va-a-chicago#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 17 Feb 2012 12:13:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[@tigella]]></category>
		<category><![CDATA[Chicago]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Vago]]></category>
		<category><![CDATA[occupy]]></category>
		<category><![CDATA[Occupy Wall Street]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5970</guid>
		<description><![CDATA[Claudia Vago non ama definirsi giornalista. Nessun manuale della professione la definirebbe tale. Lavora nell&#8217;online per la Regione Emilia Romagna, dove vive nel piccolo paese di Busana. Su Twitter, dove ha 10728 follower, di sé dice solo &#8220;Leggo, scrivo, sono curiosa&#8221;. Ma proprio sul social network di Jack Dorsey, come @tigella, è una delle personalità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/tigella.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5975" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="tigella" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/tigella-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a><a href="http://tigella.altervista.org/">Claudia Vago</a></span> non ama definirsi giornalista. Nessun manuale della professione la definirebbe tale. Lavora nell&#8217;online per la Regione Emilia Romagna, dove vive nel piccolo paese di Busana. Su Twitter, dove ha 10728 follower, di sé dice solo &#8220;Leggo, scrivo, sono curiosa&#8221;. Ma proprio sul social network di Jack Dorsey, come <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://twitter.com/%23!/tigella">@tigella</a></span>, è una delle personalità più influenti nel mondo dell&#8217;informazione online italiana. In occasione della Primavera Araba e poi in contemporanea alle manifestazioni del movimento #Occupy con i suoi retweet ha fornito un coverage costante e preciso su Twitter dando visibilità a fonti dirette, costruendo una narrazione di quegli eventi. A fine anno è anche stata una delle ideatrici di A <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://yearinhashtag.com/">Year In Hashtag</a></span>, un progetto di archiviazione degli hashtag più importanti del 2011 raccolti in un unico discorso che ha ripercorso i maggiori eventi dello scorso anno.</p>
<p>Ora Claudia Vago ha intrapreso un nuovo progetto, dedicato all&#8217;imminente inizio della manifestazioni di <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://twitter.com/%23!/search/%23occupychicago">#OccupyChicago</a></span>, annunciate &#8211; come già per <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://twitter.com/%23!/search/%23occupywallstreet">#OccupyWallStreet</a></span> &#8211; da AdBuster &#8211; per tutto il mese di maggio nella città dell&#8217;Illinois in cui, tra il 15 e il 22 si terranno il G8 e l&#8217;annuale summit della NATO. Dopo Zuccotti Park, @tigella ha deciso di andare sul posto per raccogliere e produrre in prima persona quanto più materiale possibile da raccogliere in un sito di prossima messa online. E fare liveblogging dal nuovo campo che occuperà Chicago.</p>
<p><span id="more-5970"></span>Per portare a compimento il suo progetto, Claudia Vago <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://tigella.altervista.org/manda-tigella-a-occupare-chicago/">si è rivolta</a></span> alla sua readership, ai suoi follower e ai suoi lettori, invitandoli a contribuire &#8220;dal basso&#8221; alle spese necessarie al viaggio. Per farlo <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.produzionidalbasso.com/pdb_887.html">ha utilizzato</a></span> la piattaforma <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.produzionidalbasso.com/">Produzioni dal basso</a></span>, utilizzata per il finanziamento di idee in crowdfunding: 2600 euro il preventivo, distribuiti in 260 quote acquisibili per diventare &#8220;azionisti&#8221; di questo progetto giornalistico. La cifra è stata <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.unita.it/tecnologia/addio-giornali-inviata-a-chicago-br-ci-vado-con-i-follower-di-twitter-1.382085">raggiunta</a></span> il 15 febbraio. <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://mediamondo.wordpress.com/2012/02/10/quando-tigella-occupy-chicago-re-intermediare-linformazione-disintermediata/">Intervistata</a></span> da Giovanni Boccia Artieri, tigella ha commentato così, offrendo non pochi spunti di riflessione: &#8220;Mi piace l’idea del rapporto diretto “lettore”/giornalista (anche se io fatico a definirmi “giornalista”): mi piace il tuo lavoro, il tuo approccio ai fatti, il modo di raccontare le cose e allora ti pago perché tu possa farlo, uscendo sia dalla logica dell’editore che paga un giornalista e lo manda a seguire un evento sia da quella del giornalista freelance che, una volta realizzato il proprio reportage, torna e cerca di venderlo a un editore. Sono entrambi modelli in crisi e forse occorre inventare una strada alternativa. E a volte nemmeno inventare, dato che quello che sto facendo è quasi nuovo per l’Italia ma esiste da molti anni in altri Paesi&#8221;.</p>
<p>In Italia ricordiamo la prima piattaforma nata per sostenere inchieste giornalistiche con il crowdfunding è stata <a href="http://www.youcapital.it/">youcapital</a> di Associazione Pulitzer fondata nel gennaio del 2010.</p>
<p>L&#8217;esperimento di Claudia Vago mostra una volta in più quanto Twitter stia modificando il giornalismo, presentandosi come strumento aggiuntivo per i professionisti, come fonte, ma soprattutto come portavoce di nuovi modi e tecniche di intendere l&#8217;informazione. @tigella a #OccupyChicago è un&#8217;esperienza che nasce dalla Rete e da lei è sostenuta. Ed è, nei fatti, un&#8217;iniziativa giornalistica. Difficile possa diventare il modello del giornalismo del futuro in assoluto, ma potrebbe aprire la strada alla proliferazione di initiziative crowdfunded simili, sdoganando un &#8220;modello di business&#8221; che altrove, grazie a piattaforme come <a href="http://www.kickstarter.com/">Kickstarter</a>, sta trovando applicazione anche nel mondo dei videogiochi e della ricerca scientifica. In particolare, questa forma ibridata di citizen journalism e social media potrebbe garantire a eventi nati e promossi online, come era nel caso di Zuccotti Park, una <em>rappresentanza</em> giornalistica &#8211; più definita della massa di tweet di tutti gli utenti &#8211; sin dal loro inizio, aiutando anche i media <em>mainstream</em> a non arrivare in ritardo con il coverage. #OccupyWallStreet iniziò a fare notizia a tende già montate, forse #OccupyChicago avrà sorte diversa.</p>
<p>Ma non mancano le critiche a questa iniziativa e all’entusiasmo con la quale è stata accolta. <a href="http://www.lsdi.it/2012/perche-non-e-il-caso-di-mandare-qualcuno-a-chicago/"> LSDI </a>ad esempio si chiede se con tutta la copertura che già ne fanno i social network ci sia bisogno di altri “corrispondenti” che coprono #Occupy; se, ovvero, il contributo della Vago non servirà di fatto solo a generare altro &#8220;rumore&#8221; online e se vi sarà un effettivo valore informativo aggiuntivo. In particolare si punta il dito contro la facilità con cui iniziative di questo genere vengono indicate come &#8220;il futuro del giornalismo&#8221;, con un entusiasmo troppo aprioristico, da chi poi &#8211; nonostante l&#8217;origine <em>dal basso</em> &#8211; non verrà coinvolto ulteriormente nella fase realizzativa. Ma anche contro le dichiarazioni stesse della Vago che raccolti i contributi economici per pagarsi alloggio, vitto ecc. a Chicago per 10-20 giorni, in risposta ad un commento su un suo post avrebbe detto: “Non credo che resterò tutto il tempo all’accampamento: io vado per raccontarlo, non per occupare. Cercherò di dormire lì qualche notte, ma mi servirà un posto tranquillo in cui rimettere insieme i materiali da pubblicare, ogni giorno, nel sito”.</p>
<p>Come abbiamo puntualizzato prima, il futuro del giornalismo professionale non sarà di certo il crowdfunding di progetti come questo. Molto probabilmente, però, il giornalismo dovrà sempre più spesso confrontarsi con occasioni simili. Perchè gli strumenti tecnologici lo consentono e i cinguettii sono diventati una nuova divaricazione dell&#8217;informazione in Rete. La valutazione si dovrà poi esprimere sul prodotto finito e sarà la qualità a decretare il giudizio finale sul viaggio di @tigella a #OccupyChicago. E a quel punto sapremo se l&#8217;informazione  italiana ne avrà effettivamente beneficiato.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5970/nuovi-media/lo-strano-caso-di-tigella-che-va-a-chicago/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>MEDIADEM si avvia alla conclusione</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5964/etica/mediadem-si-avvia-alla-conclusione</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5964/etica/mediadem-si-avvia-alla-conclusione#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 09:35:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michael Wise</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà di stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5964</guid>
		<description><![CDATA[Mentre gli autori di MEDIADEM continuano la loro ricerca, prende forma  il progetto di media policy da 2,65 milioni di euro.  In un&#8217;approfondita analisi, Evangelina Psychogiopolou dell&#8217;Hellenic Foundation for European and Foreign Policy (ELIMEP) di Atene, direttrice del progetto, guida un gruppo di ricerca volto ad analizzare se la media policy dell&#8217;Europa stia rinforzando o inibendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Mediadem.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5967" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="Mediadem" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/Mediadem-300x90.jpg" alt="" width="300" height="90" /></a>Mentre gli autori di MEDIADEM continuano la loro ricerca, prende forma  il progetto di media policy da 2,65 milioni di euro.</strong></p>
<p><strong> </strong>In un&#8217;approfondita analisi, Evangelina Psychogiopolou dell&#8217;Hellenic Foundation for European and Foreign Policy (ELIMEP) di Atene, direttrice del progetto, guida un gruppo di ricerca volto ad analizzare se la media policy dell&#8217;Europa stia rinforzando o inibendo un sistema mediatico libero e indipendente.</p>
<p>L&#8217;obiettivo di MEDIADEM è localizzare e sviluppare politiche mediatiche che siano su misura delle peculiari oscillazioni che stanno avvenendo lungo tutto il panorama mediatico europeo. Il progetto di ricerca vanta collaborazioni con 14 università in 12 paesi, due nazioni candidate ed è finanziato dal settimo Framework Programme for Research della Commissione Europea come parte della convenzione di sovvenzione Citizen in the European Union. La considerevole ricerca in corso ha avuto inizio nell&#8217;aprile 2010 e si concluderà nel marzo del 2013.</p>
<p><span id="more-5964"></span><strong>Profilo del progetto:<br />
</strong>Sono state sviluppate tre categorie di media policy all&#8217;interno del progetto MEDIADEM con fine di indirizzare e foraggiare lo sviluppo della qualità nei media in tutta Europa. In accordo con la sua policy, il progetto cerca prima di tutto di introdurre e mantenere un ambiente legalmente legittimato, di promuovere standard professionali ed etici e infine di <a href="http://www.mediadem.eliamep.gr/project/summary/">rafforzare il tasso di alfabetizzazione mediatica</a>.</p>
<p>Il piano di lavoro di MEDIADEM consta di quattro fasi distinte e ha avuto inizio con la produzione di un report completo di quelli che sono i fondamenti teorici degli obiettivi del progetto di ricerca. La prima fase ha anche fornito informazioni di contesto sui 14 differenti mercati dei media che partecipano al progetto.</p>
<p>La seconda fase, che attualmente è in corso d&#8217;opera, approfondisce la ricerca empirica con il contributo di 14 casi di studio, uno per ogni nazione che prende parte al progetto. Questi studi approfonditi si danno l&#8217;obiettivo di indirizzare le media policy non solo esaminandone le legislazioni, ma anche delineandone il progetto di sviluppo. Per determinare se le singole media policy promuovono la varietà e l&#8217;indipendenza dei media, l&#8217;analisi si è focalizzata sulle politiche di regolamentazione facendo delle comparazioni su un piano continentale.</p>
<p>La terza fase, invece, costruirà sulle informazioni raccolte nella fase iniziale del progetto. Questo passaggio, secondo MEDIADEM è progettato per <a href="http://www.mediadem.eliamep.gr/project/work-plan/">&#8220;spiegare i modelli variabili di media policy e porre come obiettivo la libertà dei media e la loro indipendenza&#8221;</a>.</p>
<p>La quarta fase, invece, promulgherà il cambiamento all&#8217;interno di tutti i sistemi mediatici in Europa formulando strategie concrete il cui scopo è influenzare sia i governi che gli altri attuatori non politici delle media policy.</p>
<p>I report finali di tutte le fasi del progetto saranno stesi grazie a una varietà di strumenti di ricerca, incluso l&#8217;esame delle risorse primarie e secondarie, interviste semi-strutturate e conferenze.</p>
<p>Quando sarà concluso, il progetto avrà prodotto un portfolio di ricerca di dimensioni monumentali che includerà anche un report teorico, un report di background collettivo, 14 casi di studio specifici per ogni paese, due report comparativi, un paper collettivo sulla policy insieme a numerosi fascicoli di policy, tre workshop dedicati ai case study, 14 gruppi di discussione nazionali e una conferenza finale.</p>
<p>I target cui MEDIADEM vuole rivolgersi con la letteratura e la ricerca prodotta sono le comunità accademiche, policy makers governativi e non, professionisti dei media, organizzazioni per i diritti umani e, tra le altre, le autorità giudiziarie di livello europeo.</p>
<p>Dando un&#8217;occhiata approfondita sugli scenari delle 14 nazioni distinte, i progetto MEDIADEM vuole avanzare proposte significative che possano avere un impatto a lungo termine su ogni mercato.</p>
<p>Tutte le informazioni, insieme all&#8217;attuale portfolio di ricerca si possono trovare <a href="http://www.mediadem.eliamep.gr/">qui</a>.</p>
<p><strong><span style="color: #888888;">Traduzione dall&#8217;originale inglese &#8220;<a href="http://en.ejo.ch/4155/media_politics/mediadem-project-moves-into-final-year"><span style="color: #888888;">MEDIADEM Project Moves into Final Year</span></a>&#8221; a cura di Philip di Salvo</span></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5964/etica/mediadem-si-avvia-alla-conclusione/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La TV ai tempi di Internet</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5957/giornalismo-sui-media/la-tv-ai-tempi-di-internet</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5957/giornalismo-sui-media/la-tv-ai-tempi-di-internet#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 15 Feb 2012 07:06:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Piero Macri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo sui Media]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[giornali]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[Internet TV]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
		<category><![CDATA[Sky]]></category>
		<category><![CDATA[smart Tv]]></category>
		<category><![CDATA[TG]]></category>
		<category><![CDATA[tv]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5957</guid>
		<description><![CDATA[Lo stile e le abitudini di vita delle persone sono drammaticamente cambiati nel corso degli ultimi ventanni. Gli orari della giornata hanno una cadenza diversa, i ritmi sono diversi, il tempo trascorso dentro e fuori casa è diverso. L&#8217;acquisto del giornale in edicola, il TG consumato dalla famiglia nel salotto di casa sono tutte abitudini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/TG1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5663" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/TG1-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Lo stile e le abitudini di vita delle persone sono drammaticamente cambiati nel corso degli ultimi ventanni. Gli orari della giornata hanno una cadenza diversa, i ritmi sono diversi, il tempo trascorso dentro e fuori casa è diverso. L&#8217;acquisto del giornale in edicola, il TG consumato dalla famiglia nel salotto di casa sono tutte abitudini che tendono ad essere superate. Esiste, soprattutto, una tendenza a un consumo individuale. L&#8217;evoluzione di internet ha assecondato questi cambiamenti rendendo possibile un flusso di informazione in tempo reale, 24 ore su 24. Noi tutti, oggi, ci aspettiamo che in un qualsiasi momento sia possibile essere aggiornati su quanto accade nel mondo, nel nostro paese, all&#8217;interno delle comunità in cui viviamo e operiamo. L&#8217;informazione ha fatto propria la logica anywhere-anytime-anydevice: accessibilità ovunque, in qualsiasi momento e da qualunque dispositivo.</p>
<p><span id="more-5957"></span>Il corollario all&#8217;interno del quale si è sviluppato il new deal dell&#8217;informazione è la convergenza della tipologia dei contenuti – voce-video-testo – in un&#8217;ottica multimediale. In buona sostanza le potenzialità tecnologiche permettono di soddisfare la domanda di informazione in un ordine temporale e formale completamente diverso dal passato. Eppure, a ben vedere, il cambiamento si è compiuto attraverso una maturazione avvenuta all&#8217;interno dei singoli canali di comunicazione, radio, tv e giornali.</p>
<p>Raramente si è assistito a tentativi di fusione completa delle tre anime dei media con lo sviluppo e implementazione di una nuova generazione cross-mediale. Ciascuno dei diversi segmenti dell&#8217;informazione ha proceduto a innovare e complementare l&#8217;offerta primaria introducendo nuove formula di fruizione dei contenuti perpetuando una netta separazione netta tra i vari comparti. Tuttavia la figura giornalistica che avanza all&#8217;orizzonte è sempre più caratterizzata dalla capacità di governare in modo trasversale professionalità che in passato sono sempre state esclusive. Chi operava all&#8217;interno della TV, chi all&#8217;interno dei giornali, chi nella radio.</p>
<p>Può essere che le modalità con le quali si potrà compiere l&#8217;integrazione del tutto saranno determinate dalla disponibilità di nuovi dispositivi di fruizione pensati per una comunicazione convergente, per esempio la smart TV o Internet TV, un oggetto dentro cui possono essere consumate diverse tipologie di contenuti, broadcasting e internet. Ma esiste anche la possibilità che emerga un fornitore che si distingua per un&#8217;offerta integrata.</p>
<p><span style="font-size: small;">Aziende tradizionali che operano in questo settore, ma al di fuori del mercato televisivo, inizieranno a produrre contenuti internet metabolizzabili dalle smart TV. E accanto a questi player, uno per tutti Time Warner, si affiancheranno aziende di nuova generazione come Netflix nonché aziende come Google e Apple, che potranno probabilmente avere un ruolo cruciale sul fronte della distribuzione. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Nel Regno Unito si stima che il 75% dei 9,5 milioni di televisori che ci si attende vengano venduti nel 2012 apparterranno a questa nuova categoria di prodotto. In base ai dati resi disponibili nel 2010 si sono vendute nel mondo 43,6 milioni di smart TV. Nel corso dell&#8217;anno la crescita stimata è del 47%, per un volume complessivo di 64 milioni di apparecchi. E nei quattro anno successivi il tasso di crescita medio annuo dovrebbe attestarsi nell&#8217;ordine del 19%, incrementi che nel 2016 si tradurrebbero in vendite equivalenti a oltre 150 milioni di unità. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Di fronte a questi potenziali cambiamenti appare del tutto antiquata la formula in cui si traduce attualmente l&#8217;informazione televisiva italiana. Non solo non esiste l&#8217;intenzione di mettere a frutto il know how delle risorse esistenti all&#8217;interno dei tre diversi canali – Rai Uno, Rai Due e Rai Tre – per dare vita a un&#8217;offerta di maggiore qualità giornalistica, ma si rimane agganciati a una competizione interna che genera soltanto un&#8217;inefficienza generale. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">Si continua a proporre un servizio statico, basato su appuntamenti informativi – i TG &#8211; che non hanno alcuna flessibilità in termini di fruizione. L&#8217;unica vera innovazione è arrivata da Sky che ha creato un&#8217;offerta giornalistica che rende possibile accedere all&#8217;informazione, in qualunque fascia oraria, differenziata per macroargomenti. </span></p>
<p><span style="font-size: small;">In tutti questi anni stile e vita degli italiani sono cambiati, ma l&#8217;offerta informativa degli anni duemila si basa su regole che appartengono ancora al passato. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5957/giornalismo-sui-media/la-tv-ai-tempi-di-internet/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Google oscura alcuni siti in India</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5926/etica/google-oscura-22-siti-in-india</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5926/etica/google-oscura-22-siti-in-india#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 13:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Philip Di Salvo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5926</guid>
		<description><![CDATA[ Notizie preoccupanti quelle che arrivano dall&#8217;India. Nei giorni scorsi Google avrebbe acconsentito a oscurare alcuni contenuti segnalati da un tribunale indiano che, a detta dello studioso Mufti Aijaz Arshad Qasmi, capofila di un&#8217;azione legale contro 22 siti e altrettante aziende, sarebbero stati offensivi nei confronti della religione e di alcuni personaggi pubblici indiani. BigG avrebbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/google_india_logo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-5928" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="google_india_logo" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/google_india_logo.jpg" alt="" width="294" height="104" /></a> Notizie preoccupanti quelle che arrivano dall&#8217;India. Nei giorni scorsi Google <a href="http://www.ibtimes.com/articles/295161/20120208/google-kneels-before-indian-censorship-god-objectionable.htm">avrebbe acconsentito</a> a oscurare alcuni contenuti segnalati da un tribunale indiano che, a detta dello studioso Mufti Aijaz Arshad Qasmi, capofila di <a href="http://www.washingtonpost.com/business/google-facebook-remove-content-as-india-threatens-lawsuits-for-offending-religious-sentiments/2012/02/06/gIQAJjUntQ_story.html">un&#8217;azione legale</a> contro 22 siti e altrettante aziende, sarebbero stati offensivi nei confronti della religione e di alcuni personaggi pubblici indiani. BigG avrebbe accettato, accogliendo la richiesta e rendendo irraggiungibili le pagine in questione in India. Il caso indiano nasce per via di una legge, promulgata lo scorso anno, che rende le aziende responsabili di quanto viene pubblicato sui propri siti web e, nel caso di una rimostranza, garantisce a queste solo 36 ore per rimuovere i contenuti sotto esame prima di subire il procedimento della corte.</p>
<p><span id="more-5926"></span>Nei casi sollevati da Qasmi, Mountain View sarebbe stata l&#8217;unica azienda a dare seguito alle richieste del tribunale, mentre Facebook e Yahoo, a loro volta coinvolte nel caso insieme alle altre, avrebbero preso tempo cercando di dimostrare la loro estraneità nei confronti dei contenuti ritenuti offensivi. Nel proprio caso, Facebook avrebbe cercato di dimostrare come le immagini e i video criticati non avessero alcuna connessione con una URL riferita a facebook.com e come tale non fossero da considerarsi di competenza dell&#8217;azienda di Mark Zuckerberg. Yahoo, invece, avrebbe cercato di chiamarsi fuori dalla causa presentandosi come azienda che offre servizi mail e chat ai suoi clienti e non una piattaforma di condivisione e come tale da considerarsi estranea alle rimostranze della petizione di Qasmi.</p>
<p>La prossima udienza sul caso è fissata per il primo di marzo.</p>
<p>Google si è difesa dicendo che la decisione di accettare la richiesta di oscuramento sarebbe in concordanza con la sua policy relativa alle decisioni dei tribunali locali, ha confermato il portavoce indiano Gaurav Bhaskar. E come tale, legittima. Molti osservatori hanno però posto l&#8217;attenzione sulla facilità con cui i materiali siano stati resi inaccessibili in via preventiva per evitare complicazioni ulteriori da un eventuale processo. Questo modus operandi non potrebbe tramutarsi in una facile occasione di censura? I dubbi sulla <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2012/feb/07/internet-censorship-india-democracy?newsfeed=true">salute della democrazia</a> indiana non sono pochi e le recenti <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/2011_Indian_anti-corruption_movement">proteste anti-corruzione</a> non fanno altro che confermare queste preoccupazioni. Nel frattempo il sito di Qasmi, dal non felice dominio fatwaonline.in, è stato vittima di un non rivendicato <a href="http://www.hindustantimes.com/technology/SocialMedia-Updates/Website-of-petitioner-against-Facebook-Google-defaced/SP-Article1-807865.aspx">attacco informatico</a> che lo ha reso inaccessibile. Sulla pagina delle news sarebbe anche apparsa la scritta &#8220;meglio non fare arrabbiare i siti di social network&#8221;.</p>
<p>Dando un&#8217;occhiata alle statistiche di <a href="http://www.google.com/transparencyreport/governmentrequests/IN/">Google Transparency</a> si può notare come le richieste di rimozione provenienti dalle autorità indiane tra gennaio e giugno 2011 siano state ben 68 e la maggior parte di queste mosse in seguito a contestate &#8220;offese&#8221; a personalità politiche con le ufficiali motivazioni di &#8220;diffamazione&#8221; o &#8220;critica al governo&#8221;. Anche al di là del caso indiano, la situazione di altri paesi democratici non è rosea: le rischieste provenienti dalla <a href="http://www.google.com/transparencyreport/governmentrequests/DE/">Germania</a> sono state addirittura 125, 92 quelle partite dagli <a href="http://www.google.com/transparencyreport/governmentrequests/US/">Usa</a> e 65 quelle dal <a href="http://www.google.com/transparencyreport/governmentrequests/GB/">Regno Unito</a>. L&#8217;<a href="http://www.google.com/transparencyreport/governmentrequests/IT/">Italia</a> si ferma a 36, mentre le richieste di oscuramento <a href="http://www.google.com/transparencyreport/governmentrequests/CH/">mosse dalla Svizzera</a> sarebbero meno di 10.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5926/etica/google-oscura-22-siti-in-india/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pinterest sarà il social media del 2012</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5930/nuovi-media/pinterest-sara-il-social-media-del-2012</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5930/nuovi-media/pinterest-sara-il-social-media-del-2012#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 07:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Marano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nuovi Media e Web 2.0]]></category>
		<category><![CDATA[Mashable]]></category>
		<category><![CDATA[Pinterest]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5930</guid>
		<description><![CDATA[Se è vero che i social network sono destinati a dominare – se non a monopolizzare – Internet, conviene dare un&#8217;occhiata a quelli che sono gli astri nascenti di questo settore sul web. Stando a Mashable,  il social network del 2012 sarà Pinterest: una piattaforma per la condivisione di immagini, una sorta di ibrido tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/pinterest-cover-story.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5933" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="pinterest-cover-story" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/pinterest-cover-story-300x183.jpg" alt="" width="300" height="183" /></a>Se è vero che i social network sono destinati a dominare – se non a monopolizzare – Internet, conviene dare un&#8217;occhiata a quelli che sono gli astri nascenti di questo settore sul web. Stando a Mashable,  il social network del 2012 sarà <a href="http://pinterest.com/"><strong><em>Pinterest</em></strong></a>: una piattaforma per la condivisione di immagini, una sorta di ibrido tra un sito di book marking e un microblog. E benché  vi sia possibile accedere solo su invito, i numeri parlano a suo favore: <em>Pinterest </em>ha già oltre <a href="http://www.webnews.it/2012/02/08/pinterest-10-milioni-utenti/">dieci milioni di utenti</a>, l&#8217;anno scorso si è assicurato 37 milioni di dollari di finanziamenti, e ha ricevuto diverse recensioni entusiastiche (tra cui quella di <em>Time</em>, che l&#8217;ha incluso tra i cinquanta migliori siti del 2011). A distanza di due anni e mezzo dalla sua nascita,  nelle ultime settimane ha iniziato a raccogliere molto interesse, sia da parte degli utenti sia da parte dei mezzi di comunicazione. Come accaduto in passato, ciò significa che al di là del passaparola online, il servizio ha davvero dei meriti: prova ne è la crescente presenza di link a <em>Pinterest</em> sulle altre piattaforme sociali.</p>
<p><span id="more-5930"></span>Il primo aspetto, riferito alla sua funzione di book marking, è evidente nella possibilità di raccogliere illustrazioni e fotografie d&#8217;ogni genere, catalogandole a proprio piacimento secondo vari argomenti, già esistenti oppure creati ex novo: vengono così visualizzate delle <em>board</em> virtuali tematiche (per esempio: casa, cibo, giardinaggio, storia, &#8230;). Il secondo, quello di microblog,  si concretizza in una versione leggera e rapida del già sintetico Tumblr, attraverso la possibilità di Repost &#8211; in questo caso, di “Repin” &#8211; dei contenuti pubblicati da altri.</p>
<p>Oltre a consentire una connessione con i proprio profili Facebook e Twitter, la piattaforma suggerisce gli utenti da seguire, selezionati tra i più cliccati tra quelli degli argomenti che sono stati scelti. La funzione “Pin It!”, inoltre, se aggiunta alla barra dei preferiti del proprio browser, fa sì che quando si visita un sito <em>Pinterest</em> isoli tutti i contenuti multimediali presenti sulla pagina: con un semplice clic, diventa possibile aggiungere un&#8217;istantanea alla propria bacheca, scegliendo a quale categoria assegnarla. Anche qui, sono presenti le due funzioni di “Comment” e “Like” già esistenti su altri social network.</p>
<p>Ma non ci sono soltanto le immagini: anche i video possono essere “pinnati” (neologismo che, come “twittare”, probabilmente penetrerà man mano nel nostro gergo quotidiano), rendendo questa creatura un&#8217;evoluzione degli strumenti audiovisivi finora disponibili su Internet.</p>
<p>Come hanno necessariamente imparato tutti coloro che utilizzano i social network per lavoro, anche in <em>Pinterest</em> non c&#8217;è soltanto l&#8217;aspetto ludico. Esiste anche un modo per sfruttarlo a scopi professionali e, innanzitutto, informativi. Anzi, ci sono diversi modi:</p>
<p><strong>Presentare le proprie storie</strong>: il modo più immediato, per un giornalista, di utilizzare questo social network è la promozione del proprio lavoro; cosa che già fanno diverse agenzie di informazione, come <em>USA Today </em>per le idee regalo di tecnologia e <em>Time</em> per le copertine settimanali. Ma questa prospettiva è intrigante anche per i singoli operatori: come sta facendo Twitter, anche <em>Pinterest</em> potrebbe servire da amplificatore del lavoro dei giornalisti, aiutando in parte anche la loro propensione al personal branding. Inoltre, per un reporter c&#8217;è un ulteriore asso nella manica da giocare: il caricamento di immagini e video da mobile, il che permette di tenere i propri follower costantemente aggiornati sul proprio lavoro.</p>
<p><strong>Trovare idee per storie di successo</strong>: usando la funzione “Popular” (con cui si può vedere quali sono i contenuti che hanno ottenuto il maggior numero di Like e Repin), un giornalista scopre facilmente i pin con più successo, selezionandoli in base alle categorie di interesse. Inoltre, con una sorta di Google search all&#8217;inverso, si possono sfruttare le fotografie, le immagini e i video scovati su <em>Pinterest</em> per completare al meglio i propri articoli (citandoli correttamente), o addirittura incorporarli nel proprio blog/sito a corredo dei testi. Con l&#8217;effetto collaterale, magari, di rendere famoso un semplice navigatore della Rete, che aveva caricato senza particolari obiettivi un capolavoro scattato nel tempo libero.</p>
<p><strong>Creare un portfolio giornalistico</strong>: per i fotoreporter, il sito creato dal Cold Brew Labs di Palo Alto rappresenta una miniera d&#8217;oro: pubblicizzare e vendere le proprie immagini, catalogare gli scatti per categorie, abbinare un prezzo a ciascuna fotografia e linkarla al proprio sito personale (per indirizzarvi il pubblico dei fan), sono alcune delle opzioni utilizzabili agevolmente. Ma i vantaggi non si limitano all&#8217;aspetto commerciale: visualizzando i trend del momento, i professionisti della comunicazione visiva possono da un lato seguire i gusti e gli interessi dell&#8217;audience, dall&#8217;altro iniziare una proficua collaborazione con colleghi momentaneamente sulla cresta dell&#8217;onda.</p>
<p>Il concetto chiave della “next big thing” del web è dunque quello di <strong><em>Social Content Curation</em></strong>: l&#8217;atto di scoprire, raccogliere, e presentare del contenuto digitale ruotante intorno a specifiche tematiche, e di farlo nella prospettiva dell&#8217;apprezzamento e della condivisione da parte del maggior numero di utenti della rete. Sta diventando un ingrediente base della ricetta usata da molte aziende per la propria presenza online, ma non è un&#8217;attività semplice da gestire. Non tutti i contenuti, infatti, sono uguali: bisogna saper selezionare i migliori, con un occhio sempre rivolto alle esigenze specifiche del proprio pubblico. Ciò vale, forse ancor di più, nel caso dei giornalisti: in quanto aggregatori di notizie, costoro non possono permettersi di sbagliare nella scelta dei materiali &#8211; sia testuali sia multimediali – da offrire ai lettori. Per questo motivo, <em>Pinterest</em> rappresenta, per chi fa il mestiere dell&#8217;informatore, da un lato una sfida, dall&#8217;altro una palestra per affinare le tecniche di selezione.</p>
<p>Con la proliferazione delle comunità virtuali, non possono che moltiplicarsi anche i servizi offerti sul web: se valgono le leggi del mercato, solo i migliori sopravviveranno, ridefinendo un panorama dove ci sarà un leader per ciascun settore e una galassia di competitor focalizzati su nicchie di utenti. Ciò che conta è che i futuri dominatori mostrino un&#8217;offerta sempre migliore, anziché approfittare della propria posizione per monopolizzare il web, limitandone le potenzialità. Soprattutto nell&#8217;ambito dell&#8217;informazione, l&#8217;apporto di singoli e di comunità geniali, padri di nuove modalità di divulgazione, è fondamentale.</p>
<p>Se il giornalismo ha ancora un futuro – e noi siamo convinti di si – questo non può che trovarsi anche sui social network, dove, lungi dall&#8217;essere cancellati, i classici ruoli di autore e lettore vengono rimodellati, a beneficio della verità.</p>
<p>La bacheca su <a href="http://pinterest.com/graziait/">Pinterest di Grazia</a>, uno dei primi magazine italiani ad aver scommesso sul nuovo social network.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><strong><br />
</strong></div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5930/nuovi-media/pinterest-sara-il-social-media-del-2012/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Tanto rumore mediatico a discapito della verità</title>
		<link>http://it.ejo.ch/5936/etica/tanto-rumore-mediatico-a-discapito-della-verita</link>
		<comments>http://it.ejo.ch/5936/etica/tanto-rumore-mediatico-a-discapito-della-verita#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2012 13:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca De Benedetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Etica e Qualità]]></category>
		<category><![CDATA[Concordia]]></category>
		<category><![CDATA[Schettino]]></category>
		<category><![CDATA[un mese dal naufragio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://it.ejo.ch/?p=5936</guid>
		<description><![CDATA[Anche a volerla scansare, la parola “eroe” torna incessantemente nella marea di fogli stampati dedicati al naufragio della Concordia. Da una parte sta l’ortodossia della cronaca e del giornalismo, concentrata sui fatti, l’individuazione delle responsabilità e la ricerca della verità. Dall’altra c’è l’arte della fiction, la capacità spesso creativa di trasformare i protagonisti in personaggi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/concordia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5938" style="margin-left: 3px; margin-right: 3px;" title="concordia" src="http://it.ejo.ch/wp-content/uploads/concordia-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Anche a volerla scansare, la parola “eroe” torna incessantemente nella marea di fogli stampati dedicati al naufragio della Concordia. Da una parte sta l’ortodossia della cronaca e del giornalismo, concentrata sui fatti, l’individuazione delle responsabilità e la ricerca della verità. Dall’altra c’è l’arte della fiction, la capacità spesso creativa di trasformare i protagonisti in personaggi, di distinguere tra buoni e cattivi, di trarre lezioni morali. Temi giornalistici come il naufragio della Concordia dimostrano che questa distinzione è decisamente superata. Il quadro che emerge a un mese dal naufragio è quello di un giornalismo che si ibrida con altre forme narrative, che asseconda tendenze più o meno recenti e che inoltre avvia una riflessione su se stesso. Perciò è interessante osservare senza pregiudizio le declinazioni e i registri adottati dal giornalismo nazionale ed estero nel raccontare le vicende della Concordia. Vediamo alcuni casi paradigmatici.</p>
<p><span id="more-5936"></span><strong>Reality e memoria</strong></p>
<p>Un mese dopo il naufragio, il <em>Corriere della sera</em> pubblica “il memoriale”. La foto e la storia di ciascuno dei morti è accompagnata dal commento di Marco Imarisio, che osserva: “Appena un mese, e questi volti ce li stiamo dimenticando”. I trenta giorni di racconto giornalistico  stavano per concludersi con un silenzio totale, prima che Mediaset pubblicasse <a href="http://www.video.mediaset.it/video/tg5/servizio/283284/concordia-sulla-plancia-dopo-lo-schianto.html">il video della plancia</a> e che scattasse l’anniversario. Sei giorni dopo la tragedia, invece, l’attenzione era ancora altissima: il 18 gennaio <em>Repubblica</em> dedicava alla vicenda 11 pagine a partire dalla prima. Sul <em>Corriere</em> la Concordia arrivava a pagina 9. Anche la televisione faceva da cassa di risonanza continua alla notizia, con i vari speciali e <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=180849&amp;sez=STORIE">l’immancabile modellino</a> di Bruno Vespa. Arrivati al 26 gennaio invece la pagina riservata alla Concordia è una sola, la 20 su <em>Repubblica</em>, e il tema è diventato quello ambientale. Se dovessimo rappresentare su un grafico la copertura mediatica che la Concordia ha avuto sui quotidiani <em>mainstream</em>, osserveremmo una disparità tra le prime due settimane, in cui la vicenda viene seguita ora per ora e ogni novità acquista uno spazio ingombrante, e il resto dei giorni. Una caratteristica che non dipende solo e tanto dalla distribuzione temporale della storia e delle novità giudiziarie, quanto da una tendenza giornalistica. Un caso paradigmatico di questa tendenza è stato di recente quello dell’omicidio di Sarah Scazzi, seguito con attenzione quasi morbosa dai media per poi lasciar cadere quasi nel silenzio le successive novità giudiziarie. Meccanismi narrativi che si imperniano sul forte potere di identificazione  di una vicenda – Sarah è una giovane ragazza come tante in un paesino come tanti, i dispersi della Concordia sono gente comune e “avremmo potuto essere al posto loro”. Forse ha ragione Imarisio, quei volti della Concordia li dimenticheremo, ma la questione è soprattutto se arriveremo a leggere come la storia è andata a finire, e se un eventuale capovolgimento delle responsabilità troverà lo stesso spazio di quelle individuate oggi sui giornali. A certe perversioni giornalistiche fa da contraltare stavolta una metariflessione:  il giornalismo comincia anche a riflettere su se stesso e gli esempi non mancano. Un caso evidente è quello del TgLa7, in cui il direttore Enrico Mentana lascia trasparire più di una volta <a href="http://tv.fanpage.it/mentana-su-la-costa-concordia-da-tragedia-a-reality/">un certo disturbo per l’attenzione mediatica</a> quasi compulsiva che la vicenda sta attirando. Tant’è che l’11 febbraio sera, quando la questione ritorna per lo scoop del video sulla plancia, la conduttrice sottolinea che “dobbiamo, tornare a parlarne”.</p>
<p><strong>Fiction e Parodia</strong></p>
<p>Ma la questione è soprattutto <em>come</em> se ne parla, non solo <em>quando</em>. Proprio concentrandoci su questo aspetto troveremo che il giornalismo oltrepassa la cronaca e si fa “finzione”. Non è necessario dire cose non vere o sconfinare nel cattivo gusto per trasformare il fatto in finzione, e i giornali italiani lo dimostrano bene. Un caso interessante è quello dell’<em>instant book </em><a href="http://www.corriere.it/cronache/12_febbraio_02/libro-corriere-edicola_41235582-4da2-11e1-bd39-8bec83f04289.shtml">pubblicato dal Corriere</a> e curato da Imarisio e Sarzanini. L’obiettivo dichiarato del libro rimane la ricerca della verità (scopo giornalistico), ma il registro narrativo sconfina in quello del racconto. Un ibrido in cui la verità da indagare diventa anche la piega intima dei personaggi. E per quanto i due autori dichiarino più volte che “non bisogna cercare eroi”, tutta la costruzione narrativa del libretto pare andare nella direzione opposta: la “lezione”, la morale sta proprio in “quei grandi gesti individuali che andrebbero citati ogni volta che si parla del comportamento di Schettino” (pag. 70). La chiave del libro sta proprio in questa tensione tra cronaca e racconto, realtà e finzione, protagonisti e personaggi. La tendenza al giudizio morale e a puntare il dito su cattivi e buoni si trova con diverse sfumature anche nella stampa tradizionale. Mercoledì 18 gennaio, il Corriere fa parlare l’immagine: De Falco e Schettino in foto nella stessa posizione, l’uno affiancato all’altro, fanno da contrappunto al catenaccio sul “vada subito a bordo”. Lo stesso giorno Repubblica si spinge oltre e in prima pagina parla delle “telefonate della vergogna”. Il titolo fa parlare Schettino: <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/18/si-ho-sbagliato-manovra.html">“Si, ho sbagliato manovra”</a>. E al colpevole fa da contraltare l’eroe, che ancora una volta appare tale nel suo negare di esserlo: <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/18/altro-capitano-eroe-non-sono.html">“L’altro capitano, L’eroe non sono io”</a>, è il titolo del pezzo di Bonini e Mensurati. In particolare nella prima settimana, in cui l’attenzione dei media sulla vicenda è massima, è effettivamente soprattutto sul comandante Schettino che si concentra l’attenzione. Bisognerà aspettare qualche giorno e pagina perché il lavoro giornalistico punti sulle responsabilità della compagnia di crociera Costa e di Carnival che ne è proprietaria, mentre di quelle eventuali della Capitaneria  sull’”inchino” <a href="http://www.seareporter.it/news/inchino-esposto-codacons-contro-autorita-portuali-e-capitanerie-di-porto/">quasi non si trova cenno</a>.  Il risultato è paradossale: quando il 24 gennaio, più di 10 giorni dopo la tragedia, <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/24/lo-strano-silenzio-di-mister-arison-il.html">Rampini fa notare su Repubblica</a> l’anomalo silenzio del patron  americano della Carnival, intanto l’America ha già riso di Schettino ad esempio durante il David Letterman Show. La telefonata del “vada a bordo cazzo” diventa il titolo di apertura di giornali e tg stranieri, in Francia come in Germania e negli Stati Uniti. La tendenza a far cadere sul Capitano la gogna mediatica si concilia nel caso di alcuni media internazionali con la ricerca dell’idioma, del tratto tipico dell’italianità. L’idioma (l’italianità stereotipata) e l’idiota (Schettino e la sua incoscienza) sommati insieme sfociano nella parodia. Un esempio evidente è dato da David Letterman che nel suo show serale usa come intermezzo un attore vestito da capitano della Concordia e <a href="http://tv.liquida.it/focus/2012/01/23/costa-concordia-david-letterman-ironizza-sulle-dichiarazioni-di-schettino/">ironizza apertamente su Schettino</a>, ma casi analoghi si trovano <a href="http://www.dailymail.co.uk/news/article-2087704/Costa-Concordia-Captain-Francesco-Schettino-I-left-I-FELL-lifeboat.html">sulla stampa</a>.</p>
<p>E se <a href="http://www.repubblica.it/cronaca/2012/01/23/news/der_spiegel_schettino-28655077/">Der Spiegel</a> con un editoriale di Jan Fleuschhauer non si sorprende che il capitano fosse un italiano, c’è da chiedersi che fine abbia fatto in tutto questo rumore mediatico l’individuazione delle responsabilità che vanno ben oltre confine. Sono proprio queste che, superata l’emergenza, consentono di esercitare un controllo critico da parte del lettore sulla realtà.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://it.ejo.ch/5936/etica/tanto-rumore-mediatico-a-discapito-della-verita/feed</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

