Critica dei media: in Inghilterra uno sport nazionale

15 marzo 2010 • Etica e Qualità • by

In un’intervista all’Osservatorio europeo di giornalismo, Mike Jempson, direttore di MediaWise Trust, parla di Media Accountability (responsabilità dei media) nel Regno Unito e affronta i problemi insiti nel giornalismo partecipativo.

Signor Jempson, potrebbe nominare alcuni esempi di successo di Media Accountability?
Diciamo che da generazioni, nel Regno Unito si pratica lo sport nazionale di criticare l’attività dei media. Innumerevoli individui e gruppi d’interesse hanno prontamente fatto pressione sui mezzi di comunicazione, nei casi in cui le informazioni divulgate fossero sessiste, razziste, omofobe o, per qualsiasi altro motivo, risultassero discriminatorie. Molte di queste campagne sono state supportate anche scientificamente, un fenomeno che pian piano ha influenzato il giornalismo e ha contribuito a migliorare la pratica professionale.
La National Union of Journalists, che conta circa 30.000 iscritti, ha pubblicato delle linee guida per i giornalisti, in merito alla trattazione di temi quali la sessualità, il razzismo e la discriminazione in base all’età. Opere simili sempre destinate ai giornalisti vengono diffuse anche dai vari gruppi d’interesse, spesso in collaborazione con MediaWise. Ad esempio, i rappresentanti dei rifugiati politici e dei profughi hanno dichiarato di aver persuaso la commissione reclami della stampa a pubblicare delle linee guida affinché i giornalisti trattassero in maniera accurata queste tematiche. Un’associazione per la prevenzione al suicidio è riuscita a convincere i giornalisti che la pubblicazione di articoli che descrivono i metodi per togliersi la vita potrebbe incoraggiare questa pratica.
Ritiene che per il giornalismo on-line sia necessario stilare un nuovo codice etico?

Non vedo alcuna ragione che impedisca ai codici e le linee guida già esistenti di essere applicati anche ai prodotti giornalistici pubblicati su Internet. La vera domanda che ci dobbiamo porre è come distinguere i veri giornalisti – ossia coloro che si impegnano alla correttezza dell’informazione e a verificare i fatti che pubblicano – dai semplici osservatori individuali oppure da coloro che, in maniera polemica, rendono note le proprie opinioni facendole passare per fatti.

Può nominare una tra le innovazioni più significative che sono state introdotte di recente nel giornalismo britannico?

Ce ne sono state varie – è ancora presto per dire quali, tra queste, saranno le più rilevanti.

Nelle pagine web di molti quotidiani, ad esempio, vengono inseriti dei video, che spesso non obbediscono alle regole del più consolidato giornalismo televisivo, quali la correttezza e l’imparzialità. In altre parole: le prossime elezioni potrebbero essere influenzate da un giornalismo on-line di parte – questo rappresenterebbe un cambiamento significativo nel giornalismo politico nel Regno Unito.

Le edizioni on-line e “iperlocali” dei quotidiani locali hanno deputato i propri lettori a reporter. In questo modo le case editrici evitano di assumere altri giornalisti e risparmiano denaro. Se, da un lato, questo tipo di giornalismo partecipativo potrebbe essere considerato come una sorta di progresso democratico, dall’altro, potrebbe assestare il colpo di grazia ai tradizionali metodi di formazione del giornalismo professionale.

I testi e le immagini forniti dai lettori ai mezzi di comunicazione tradizionali alterano anche le aspettative nei confronti dell’informazione. Una maggiore attualità è accompagnata dal pericolo più consistente della diffusione di notizie inesatte. La questione è se le case editrici manderanno di nuovo i giornalisti a raccogliere e fare informazione fuori  dalle redazioni.

Traduzione di Claudia Checcacci

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