Dubbi sul giornalista tuttofare

14 marzo 2008 • Cultura Professionale, Etica e Qualità • by

Neue Zürcher Zeitung, 07.03.2008

Uno studio sulle redazioni multimediali
A sentire le dichiarazioni ad effetto rilasciate ai convegni sui media, ma anche le strategie adottate dai top-manager dell’industria mediatica, attualmente sia negli USA che altrove, le redazioni tradizionali si stanno trasformando in “redazioni integrate” che si avvalgono di “piattaforme multimediali” offrendo, accanto ai testi classici, anche contenuti audio e video.

A smorzare questi venti di cambiamento ci ha pensato John Russial, dell’Università dell’Oregon che – attraverso uno studio basato su un campione di 210 quotidiani americani – ha dimostrato come nei grandi gruppi editoriali  fantasia e realtà siano ancora molto distanti. Scopo della sua ricerca è stato quello di determinare se  – come proclamato a gran voce da più parti – l’obiettivo di far convergere redazioni classiche e redazioni online sia davvero stato raggiunto.

I risultati dell’indagine, che analizza testate con una tiratura superiore alle 30.000 copie, sono però piuttosto deludenti: è vero che ovunque le redazioni si sono di fatto sviluppate in “redazioni integrate”, ma ad un ulteriore approfondimento si è scoperto che la tradizionale divisione del lavoro è praticamente rimasta inalterata. Emerge infatti che la maggior parte dei giornalisti tradizionali non dedica alla cronaca online più del 10% del proprio orario di lavoro. E, spesso, anche i videoclip messi in rete non sono girati dai giornalisti stessi ma dai fotografi di redazione. Addirittura le pagine multimediali del quotidiano online multimediali vengono aggiornate solo due volte a settimana con nuovo materiale video e audio.
Dunque evidentemente, sul piano operativo, l’integrazione avviene molto lentamente.

Ne consegue una relativizzazione delle cifre con le quali ancora l’anno scorso la Bivings Group, un’impresa di consulting con sede a Washington, ha richiamato l’attenzione mostrando con quale velocità le testate USA arrivano a sfruttare le nuove potenzialità del web 2.0 (cfr. NZZ, 7.12.2007).

Russial ritiene che la consueta “inerzia” con la quale le grosse organizzazioni  – quanto meno le tradizionali redazioni delle grandi testate – rifiutano l’innovazione non sia la sola spiegazione. Anche il fattore economico gioca in questo contesto un ruolo cruciale: seppure i video dei siti web di informazione sono costosi non sono riusciti finora ad estendere il pubblico degli utenti.
Ricercatore e professore di giornalismo e per molti anni giornalista del Philadelphia Inquirer, Russial alle scuole di giornalismo consiglia un atteggiamento prudente nei confronti della formazione multimediale. Egli non solo è scettico sulla possibilità di formare dei tuttofare in questo campo, ma dubita che siano veramente richiesti o addirittura utili.
“Presumibilmente anche in futuro uno specialista continuerà ad avere migliori possibilità di lavoro rispetto a un giornalista multimediale”, così in definitiva egli interpreta i dati della sua ricerca.

Per ogni quotidiano ha intervistato due redattori in servizio – uno del giornale stampato l’altro dell’online. La quota di risposta è di circa il 44%. Per la maggior parte delle testate ha risposto almeno uno degli intervistati, così che per il 74% dei giornali originariamente coinvolti nel sondaggio, dunque più di 150, sussiste un risultato di inchiesta.

Traduzione: Marta Haulik
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