Anonimato delle fonti: “croce e linfa del giornalismo”

18 settembre 2008 • Etica e Qualità • by

Schweizer Journalist, 08/09.2008
Le fonti anonime sono allo stesso tempo «la croce e la linfa del giornalismo» – per lo meno secondo Clark Hoyt public editor del New York Times, garante dei lettori e incaricato  – quando necessario – di far luce  sugli errori commessi dalla propria redazione.

Da un lato, affinché il giornalismo possa adempiere al suo ruolo di tutela della democrazia,  la salvaguardia delle fonti è irrinunciabile: i giornalisti riescono ad ottenere certe informazioni delicate solo grazie alla possibilità di non esporre i propri informatori – sia per non mettere a rischio la loro vita, sia per evitare che incorrano nella perdita del posto di lavoro o in disagi finanziari a causa di soffiate circa eventuali attività criminali e di corruzione. Diversamente, prendiamo l’esempio, del New York Times, il quotidiano non avrebbe mai potuto rivelare che il governo Bush sorvegliava illegalmente il traffico telefonico internazionale.

L’altra faccia della medaglia: considerando la durissima lotta agli scoop, il fatto che una fonte possa restare nell’anonimato è un invito a tessere intrighi. I giornalisti – e con loro i lettori – vengono depistati, Si diffondono così supposizioni e dicerie non sufficientemente documentate che depistano i giornalisti e con essi i loro lettori. Uno di questi casi, in cui il New York Times si è lasciato strumentalizzare, è stata la notizia della presunta relazione extraconiugale di John Mc Cain. Prendendo spunto da questo fatto, Hoyt alla Columbia University, ha chiesto agli studenti di analizzare in maniera scientifica i cambiamenti intercorsi nella cronaca negli ultimi due anni, partendo dal , periodo in cui i capi di redazione hanno approvato dei criteri di massima secondo i quali occorre un approccio più rigoroso con le fonti anonime.

Il risultato è sorprendente: le direttive hanno effettivamente sortito  un certo effetto dimostrando  che è possibile manovrare anche una grossa e pesante nave cisterna con più di 1200 redattori a bordo. Infatti l’uso delle fonti anonime è stato ridotto della metà rispetto a quanto avveniva in precedenza. Soprattutto nella prima pagina, particolarmente curata dai caporedattori, hanno cominciato ad apparire molto più raramente.

Nel dettaglio, tuttavia, restano ancora molte cose da migliorare. Ciò che i giovani ricercatori hanno criticato, suggerisce anche ad altre redazioni la necessità di agire:

– Nell’80% dei casi l’uso delle fonti anonime «non è stato spiegato adeguatamente ai lettori» («not adequately described to readers»); di conseguenza è rimasto oscuro il motivo per cui è stata accordata la protezione della fonte e «in che modo essa è venuta a conoscenza di ciò che ha rivelato». («how they know what they know»).

– più spesso che in passato alle fonti è stata accordata la possibilità di esprimere opinioni, nonostante il regolamento sia volto ad impedire proprio questo.

Tra l’altro gli studenti hanno avuto l’occasione di presentare i loro risultati al caporedattore del New York Times Bill Keller e a Jill Abramson, vice caporedattore e responsabile dell’attualità – un transfer  di conoscenze   che non capita tutti i giorni.

Fonte: Clark Hoyt, Culling the Anonymous Sources, in : New York Times v. 8.6.08
Traduzione: Marta Haulik
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