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14 dicembre 2011 • Cultura Professionale, Etica e Qualità • by

Il 1989 è un anno di svolta per i mass media della Romania: ogni singolo aspetto della società viene trasformato e le istituzioni mediatiche comuniste scompaiono per lasciare il posto a quelle democratiche. Quasi tutti i media cambiano il proprio nome, sostituendo le vecchie etichette comuniste demagogiche e aggiungendo la parola “libero” nei titoli delle testate, ad esempio: Gioventù Libera (quotidiano nazionale), Televisione Rumena libera (televisione pubblica), Vita Libera (quotidiano di Galati), Pensiero Libero (quotidiano in Costanza) e il quotidiano La Scintilla diventa La Verità. L’unica testata che non ha necessitato di un cambio di nome è stata România Liberă (“Romania Libera”), sebbene si tratti di un epiteto che ha acquisito un significato ben diverso a partire da questa data.

Sfortunatamente, nonostante il cambio di nome, nella maggior parte dei casi lo staff è rimasto sempre lo stesso. Giornalisti pre-revoluzionari, obbligati a scrivere ciò che veniva impartito per timore della censura, sono diventati post-revoluzionari e sufficientemente aggressivi da compensare la docilità impostagli in passato. Durante il breve passaggio verso il governo democratico i giornalisti si sono sentiti liberi di violare qualsiasi tipo di regola e di scrivere di ogni su chiunque senza il pericolo di alcuna sanzione.

Sono cambiati i titoli delle testate, ma coloro che hanno coordinato e censurato i giornalisti prima della rivoluzione non sono scomparsi nel nulla, bensì rimasti in una sorta di letargo per riapparire alcuni anni più tardi al timone di diverse imprese mediatiche. Ma dal momento che le abitudini e i comportamenti indotti da numerosi anni di sopravvivenza al regime comunista non possono svanire tutto ad un tratto, chi nel 1989 ha occupato posizioni di comando è difficilmente etichettabile come giornalista modello.

La prospettiva più promettente per il futuro del giornalismo rumeno è pertanto quella di riuscire a sostituire in toto la generazione educata durante l’“età dell’oro” e di contare così su giovani giornalisti pronti ad applicare ciò che hanno studiato in università piuttosto che “usi e costumi” presi a prestito dai colleghi più anziani.

Quale deontologia?

Un importante studio sociologico (“Media Self-Regulation in Romania” realizzato nel 2009 da IMAS, dal Centre for Independent Journalism e da Active Watch) ha rivelato molte anomalie rispetto ai doveri professionali generalmente accettati. Il 31% dei giornalisti ha, ad esempio, ammesso di essere obbligato ad andare in cerca di contratti pubblicitari alla stregua di agenti commerciali; molti hanno denunciato impedimenti nell’eventuale rettifica di errori; il 43% concorda sulle difficoltà a verificare le informazioni presso più fonti indipendenti e il 33% afferma quanto sia problematico presentare tutti i punti di vista delle parti coinvolte in una determinata questione.

La maggior parte dei giornalisti riconosce che le norme deontologiche non vengono rispettate e il 60% sostiene che il motivo sia di natura politica. Altre potenziali cause citate riguardano la scarsa formazione dei giornalisti, l’influenza esercitata dai datori di lavoro, la pressione del mercato e l’opacità delle istituzioni statali. La metà dei giornalisti non è consapevole dell’esistenza di un “codice etico” e il 17% afferma che certi argomenti sono un vero e proprio taboo nelle proprie redazioni.

Le questioni di etica professionale sono culminate in diversi scandali e sono state soprattutto sollecitate dalla pubblicazione, nel 2009, di ricettazioni che documentano il tentativo di due famosi giornalisti, Sorin Roşca Stănescu e Bogdan Chirieac, di ricattare una figura pubblica.

L’anno successivo è la volta di controverse ricettazioni di conversazioni di Sorin Ovidiu Vântu, proprietario di Realitatea TV, una delle più importanti stazioni televisive rumene, con giornalisti e politici. Al di là della rilevanza politica di tali episodi, questi scandali non hanno fatto altro che palesare il livello di subordinazione, se non di servilismo, che tende a regolare i rapporti tra i giornalisti e i proprietari dei media.

A una conferenza a Bucarest, nel 2011, tenuta dalla Federazione Rumena di Giornalisti MediaSind, il presidente e CEO della TVR Alexandru Lăzescu mette luce su questa delicata situazione: “I media non sono deboli solo dal punto di vista economico, bensì anche da quello etico. Determinati principi sono completamente collassati facendo guadagnare un’aria di normalità a un tale ribaltamento dei valori. In che misura i media sono realmente media e un giornalista è effettivamente un giornalista e non una sorta di arma? Se qualcuno viene definito giornalista non è detto che questi faccia realmente giornalismo. Per quasi 10 anni è imperata una pratica immorale, capace solo di minare la credibilità dei media. I ricatti della stampa in Romania – un po’ meno a Bucarest – sono organizzati con arguzia e maestria e seguono precise linee d’azione. Conosco persone esasperate da questo sistema, ormai diventato un attacco sofisticato e orchestrato in ogni dettaglio”.

Funziona più o meno in questo modo: i giornalisti investigano sugli scandali relativi a una particolare figura pubblica e poi garantiscono di non svelare mai le informazioni scoperte in cambio di denaro o di pubblicità a favore delle loro testate. Esistono anche casi in cui individui ricattati che ricoprono incarichi importanti all’interno di organizzazioni statali sono obbligati a fornire informazioni riservate.

Lăzescu – che nonostante la sua nomina di direttore della televisione pubblica rumena ha mantenuto il suo incarico di professore di giornalismo – confessa di avere molte difficoltà di comunicazione con i suoi studenti, dal momento che riconoscono ben presto la contraddizione tra ciò che viene insegnato in università e ciò che invece contraddistingue effettivamente la pratica giornalistica.

Quale libertà di stampa?

Tutte le organizzazioni non governative e le associazioni di stampa rimangono aggrappate all’idea che i giornalisti non debbano essere regolamentati da un punto di vista giuridico, al fine di evitare l’imposizione di condizioni che limitino la libertà di espressione. Sebbene si prevedano lo sviluppo e la discussione di un disegno di legge, persiste la convinzione che una volta dentro “i guazzabugli” del parlamento rumeno, quei politici che percepiscono la stampa come una minaccia tentino irrimediabilmente di “contaminarne” la regolamentazione.

Grazie alla costante pressione esercitata dalle organizzazioni industriali – soprattutto contro gli articoli 205 e 206 del Codice Penale, che condannano l’ingiuria e la calunnia – a partire dal 2006 la legge non ha rappresentato una minaccia per la libertà di stampa. Nonostante ciò, la Romania è classificata in 52esima posizione nel Press Freedom Index (2010), redatto da Reporter senza Frontiere, due posizioni ancora più giù rispetto all’anno scorso. Secondo la classifica, infatti, la Romania è digradata per il terzo anno consecutivo  (2007: 42° posizione; 2008 – 47° posizione,; 2009: 50° posizione, 2010: 52° posizione).

Non è la legge a limitare la libertà giornalistica in Romania, bensì le imprese mediatiche in cui si lavora. L’assenza di una regolamentazione o di istituzioni auto-regolamentate può avere incrementato la pratica dei ricatti e “soffocato contenuti editoriali di qualità  a favore di un giornalismo di manipolazione, opinionismo di parte e un servizio di informazione ormai trasformato in intrattenimento”, così come rivela l’indagine del Press Freedom Index “Press Freedom in Romania – 2010″.

Traduzione di Maria Elena Caiola

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