Il web, le authority e la verginità perduta

20 Gennaio 2014 • Digitale • by

Senza la neutralità della rete, senza la Magna Charta del web, dobbiamo aspettarci una guerra dei prezzi che metterà tutti contro tutti, in un mondo virtuale alla Hobbes. E chi perderà in tutto questo? Chi ha la voce meno potente, chi non usa la rete a scopo di profitto, gli utenti e i cittadini comuni. La profezia viene dal prestigioso periodico statunitense The New Yorker. Ma la minaccia è già realtà, tanto che uno specialista della net neutrality come Marvin Ammori considera ormai da tempo la imparzialità del web alla stregua di un dead man walking. Il fatto che i provider debbano trattare tutti i contenuti senza discriminazioni costituisce le fondamenta dell’architettura della rete per come l’abbiamo conosciuta finora. Un’architettura nata aperta: questa apertura, lo scriveva nel suo “Galassia Internet” Manuel Castells, è stato l’elemento di forza per eccellenza del web. Ma mentre la “verginità” della rete ha continuato finora a essere inscritta nella costituzione materiale del web, la mancanza di una adeguata costituzione formale, di una “legge scritta”, si sta ritorcendo contro Internet e la sua stessa essenza. Un tallone d’Achille molto pericoloso, che ha dato lo spunto alla authority statunitense (la Federal Communications Commission) per aprire una partita il cui esito è l’esatto opposto degli obiettivi dichiarati.

Arma a doppio taglio:
Tutto comincia almeno un decennio fa:  come chairman della Federal Communications Commission (Fcc), Michael Powell comincia ad articolare una vera e propria policy sulla neutralità della rete. La palla passa poi al Congresso, ma non va mai in porta, e così nell’era Obama la Fcc di Julius Genachowski decide di fare da sé. Ma il pacchetto di regole “Open Internet Order”, il tentativo di formalizzare il principio di neutralità, diventa un’arma a doppio taglio. La fragilità giuridica della direttiva consente a Verizon di portare l’Fcc in tribunale, e la Corte d’appello del Columbia district emana una sentenza che – nell’ammettere la friabilità delle regole dell’authority – apre di fatto la strada alla fine della net neutrality. Negli Stati Uniti ormai il fondamento della rete viene dato per morto. Prontamente dalle colonne dell’Huffington Post un battagliero Craig Aaron invita a firmare per riportare in vita il defunto. “R.i.p.”, taglia corto il Wall Street Journal“dead man walking”, è invece l’annuncio macabro di Wired.  Ma il taglio forse più acuto è proprio quello del New Yorker, che oltre a prendere atto della fine di un’epoca si spinge oltre e tenta di rispondere alla domanda: “sì, ma chi, ha ucciso la net neutrality?” Colui che ha coniato l’espressione “net neutrality”, il professor Tim Wu della Columbia Law School, espertissimo di rete, copyright, comunicazione, punta il dito dalle colonne della rivista proprio contro l’authority. “Che cosa ha spinto l’Fcc a utilizzare una strategia legale che persino a un mio studente sarebbe sembrata debole?”, domanda Wu.

In effetti, se è vero che la sentenza apre di fatto un varco per la negazione della net neutrality, è notevole anche il fatto che il pronunciamento non si imperni sulla invalidità del principio in sé. E’ proprio la direttiva dell’Fcc ad essere ritenuta illegittima poiché, come spiega a nome della Corte il giudice David Tatel,  finora “la Fcc ha scelto di classificare i provider di banda larga in modo tale da non considerarli come common carriers, perciò il Communications Act proibisce all’authority di regolarli come se invece rientrassero in quell’ambito”. Il risultato è che, se prima al web mancava una costituzione formale, ora è la sua stessa costituzione materiale ad essere scossa nelle fondamenta, con i provider – Verizon in primis – pronti ad andare avanti per smantellare il principio di neutralità. Se la Fcc non si attiva per classificare la banda larga all’interno dei servizi di telecomunicazione – cosa che per ora non sembra voler fare – il mondo alla Hobbes è dietro l’angolo.

Il grande assente:
Cosa farà ora la Fcc? Ricorrerà in appello alla Corte suprema, rischiando una sentenza ancor più definitiva contro la net neutrality? Probabile, stando alle dichiarazioni di Tom Wheeler, a capo della authority. Oppure riformulerà la classificazione della banda larga disinnescando la trappola, come molti attivisti ed esperti auspicano? Meno probabile. Mentre attendiamo di scoprire se davvero l’Internet del futuro sarà sempre meno orizzontale e sempre meno free, in Italia un’altra partita ha avuto di recente un momento di svolta e rimane comunque tutt’altro che chiusa. Sarebbe infatti pronto ad entrare in vigore il 31 marzo il regolamento Agcom sul diritto d’autore di cui su Ejo avevamo parlato di recente. “Non minaccia la libertà del web”, ha assicurato Agcom nel giorno dell’approvazione del provvedimento, quel 12 dicembre che ha visto susseguirsi le comunicazioni entusiastiche di Marco Polillo (presidente Confindustria Cultura), Gino Paoli (presidente Siae), Giulio Anselmi (presidente Fieg), e tanti altri. Luci – ed entusiasmi – che stridono però con le preoccupazioni espresse da Frank La Rue ed altri. Oltre agli appelli delle Nazioni Unite erano giunte anche le osservazioni della Commissione europea, ma è soprattutto al Parlamento che bisogna guardare se si cerca il grande escluso, o il grande assente. Perché i poteri di intervento che Agcom disegna per se stessa nel regolamento sembrano da una parte restringere il coinvolgimento della magistratura. Dall’altra, definiscono un ambito su cui alcuni parlamentari e la stessa Presidente della Camera avevano sollecitato l’intervento del legislatore. Cosa succede adesso?

L’entrata in vigore del regolamento è tutt’altro che pacifica. Sul fronte legislativo, dopo l’iniziativa di parlamentari come Felice Casson, continua in Parlamento il tentativo di riprendere le briglia di un tema delicato come il diritto d’autore e la regolamentazione del web. Proprio di recente trenta parlamentari hanno presentato un ulteriore disegno di legge. Sul fronte giudiziario, alcune forze organizzate della società civile tuonano battaglia: “ci appelleremo al Tar e se necessario adiremo alla Corte costituzionale, anche alla Corte di giustizia e alla Corte europea dei diritti dell’uomo”, annuncia ad Ejo Fulvio Sarzana, giurista esperto del settore che ha già chiamato a raccolta per questa istanza associazioni di consumatori (come Altroconsumo), per i diritti digitali (come Agorà), per i diritti civili. Comunque vada a finire, in questo caso come in quello americano i nodi della faccenda sono incredibilmente simili: per cominciare, si gioca il futuro della rete per come la conosciamo. Poi, dal tentativo di regolamentare il web quest’ultimo può uscire con una costituzione formale che mette a regime i principi che finora l’hanno fondato. Ma può viceversa anche uscirne irreggimentato e completamente stravolto nell’assetto. Last but not least, su entrambe le sponde dell’Oceano, la debolezza d’intervento delle reciproche assemblee legislative fa sì che siano due authority a giocare in posizione d’attacco. Ed è così che, tra competenze istituzionali incerte e battaglie legali annunciate, in attesa di un ruolo propulsivo del Parlamento e dei cittadini, la prateria del web perde sempre di più la sua natura di terra vergine.

Photo credits: UWW ResNet / Flickr CC

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