Giornalista per caso con la passione per la storia italiana

5 agosto 2009 • Giornalismo sui Media • by

Corriere del Ticino, 27.06.2009

 Storia di un signore del giornalismo italiano che giornalista lo è diventato un pò per caso, un pò per necessità e per una raccomandazione. Per caso, perché lui, in fondo, aveva studiato legge, per necessità, perchè erano i tempi del dopoguerra, e per una raccomandazione, perché un amico del padre, stenografo al Corriere della Sera, sapendo che al giornale cercavano ragazzi giovani a cui affidare compiti umili, lo segnalò.

Così parte la fortunata carriera di Mario Cervi, classe 1921, Milanese d’adozione, amico di una vita di Indro Montanelli, con il quale ha condiviso gli anni al Corriere, al Giornale (di cui é stato direttore dal 1997 al 2001) e poi alla Voce, che giovedì sera alla Melisa, insieme al giornalista Mauro della Porta Raffo, ha presentato il suo ultimo libro “Gli anni del piombo”. Per chi lo conosce diciamo subito che non si tratta di un libro di storia (ricordiamo “Storia della Guerra di Grecia” e i 13 volumi sulla storia d’Italia scritti con Montanelli – che in realtà – confida – li ha scritti quasi interamente lui) ma di una retrospettiva della propria vita professionale che, con semplicità e modestia, ci parla di un mestiere e di un paese di cui l’autore in prima persona ha vissuto speranze, fatti di cronaca, avvenimenti storici e cambiamenti.

E non si può che rimanere affascinati quando racconta che – alla fine del 1945 – ha esordito come semplice reporter di cronaca – «uno di quelli che raccoglievano le notizie dalla Questura, dai commissariati, dagli ospedali… e poi le passavano agli estensori, i quali scrivevano il pezzo; perchè il reporter allora era un semplice procacciatore di notizie, senza doti di scrittura» – per poi risalire i gradini del Corriere – che ai tempi si diceva essere un edificio senza scale, nel senso che una volta entrati in un certo piano si rischiava di rimanerci fino alla pensione – diventando prima estensore e poi inviato speciale, aspirazione massima per un giovane di quei tempi, anche perchè dava la possibilità di viaggiare e conoscere da vicino Paesi come l’Argentina, il Cile, il Sud Africa…

Certo il giornalismo di oggi é molto diverso da quello dei suoi esordi ma c’è un aneddoto che pare storia recente, se non attuale: tra il 55’ e il 56’ commentavo il programma televisivo di Mike Bongiorno “Lascia o raddoppia?”, un appuntamento che tutta l’Italia si fermava a guardare; tutti i miei amici intellettuali mi rimproveravano che non «dovevo occuparmi di quelle cretinate». Nel 56’ il Corriere mi invia in Israele a seguire la famosa Crisi di Suez e per un mese scrivo tutti i giorni in prima pagina. Al mio ritorno gli amici mi chiedono: «Mario ma sei stato in vacanza? Ultimamente non abbiamo letto niente di tuo sul giornale…».

Ammette poi che che se alcune abitudini del giornalismo come “le cattive notizie interessano, le buone non interessano” sono sempre esistite, dall’altra è innegabile che “la magia della carta stampata é molto diminuita”. Secondo il giornalista, infatti, siamo tornati a una situazione ottocentesca in cui c’è una maggioranza analfabetizzata che “è convinta che quelle quattro cose che gli insegna la tv sono sacrosante” e una minoranza alfabettizzata alla quale importa ancora qualcosa della cultura e che, soprattutto, legge i giornali.

E, se in conclusione ribadisce di non “aver avuto dentro di sè il sacro fuoco”, ascoltandolo e leggendo il suo libro ci rendiamo conto che in realtà si tratta di uno degli ultimi grandi vecchi del giornalismo italiano.

Scheda del libro:

Autori: Mario Cervi, Luigi Mascheroni

Titolo: Gli anni del piombo – L’Italia tra cronache e storia

Edizione: Mursia, Milano, 2009

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