Lo strano caso di @tigella che va a Chicago

17 febbraio 2012 • Digitale • by

Claudia Vago non ama definirsi giornalista. Nessun manuale della professione la definirebbe tale. Lavora nell’online per la Regione Emilia Romagna, dove vive nel piccolo paese di Busana. Su Twitter, dove ha 10728 follower, di sé dice solo “Leggo, scrivo, sono curiosa”. Ma proprio sul social network di Jack Dorsey, come @tigella, è una delle personalità più influenti nel mondo dell’informazione online italiana. In occasione della Primavera Araba e poi in contemporanea alle manifestazioni del movimento #Occupy con i suoi retweet ha fornito un coverage costante e preciso su Twitter dando visibilità a fonti dirette, costruendo una narrazione di quegli eventi. A fine anno è anche stata una delle ideatrici di A Year In Hashtag, un progetto di archiviazione degli hashtag più importanti del 2011 raccolti in un unico discorso che ha ripercorso i maggiori eventi dello scorso anno.

Ora Claudia Vago ha intrapreso un nuovo progetto, dedicato all’imminente inizio della manifestazioni di #OccupyChicago, annunciate – come già per #OccupyWallStreet – da AdBuster – per tutto il mese di maggio nella città dell’Illinois in cui, tra il 15 e il 22 si terranno il G8 e l’annuale summit della NATO. Dopo Zuccotti Park, @tigella ha deciso di andare sul posto per raccogliere e produrre in prima persona quanto più materiale possibile da raccogliere in un sito di prossima messa online. E fare liveblogging dal nuovo campo che occuperà Chicago.

Per portare a compimento il suo progetto, Claudia Vago si è rivolta alla sua readership, ai suoi follower e ai suoi lettori, invitandoli a contribuire “dal basso” alle spese necessarie al viaggio. Per farlo ha utilizzato la piattaforma Produzioni dal basso, utilizzata per il finanziamento di idee in crowdfunding: 2600 euro il preventivo, distribuiti in 260 quote acquisibili per diventare “azionisti” di questo progetto giornalistico. La cifra è stata raggiunta il 15 febbraio. Intervistata da Giovanni Boccia Artieri, tigella ha commentato così, offrendo non pochi spunti di riflessione: “Mi piace l’idea del rapporto diretto “lettore”/giornalista (anche se io fatico a definirmi “giornalista”): mi piace il tuo lavoro, il tuo approccio ai fatti, il modo di raccontare le cose e allora ti pago perché tu possa farlo, uscendo sia dalla logica dell’editore che paga un giornalista e lo manda a seguire un evento sia da quella del giornalista freelance che, una volta realizzato il proprio reportage, torna e cerca di venderlo a un editore. Sono entrambi modelli in crisi e forse occorre inventare una strada alternativa. E a volte nemmeno inventare, dato che quello che sto facendo è quasi nuovo per l’Italia ma esiste da molti anni in altri Paesi”.

In Italia ricordiamo la prima piattaforma nata per sostenere inchieste giornalistiche con il crowdfunding è stata youcapital di Associazione Pulitzer fondata nel gennaio del 2010.

L’esperimento di Claudia Vago mostra una volta in più quanto Twitter stia modificando il giornalismo, presentandosi come strumento aggiuntivo per i professionisti, come fonte, ma soprattutto come portavoce di nuovi modi e tecniche di intendere l’informazione. @tigella a #OccupyChicago è un’esperienza che nasce dalla Rete e da lei è sostenuta. Ed è, nei fatti, un’iniziativa giornalistica. Difficile possa diventare il modello del giornalismo del futuro in assoluto, ma potrebbe aprire la strada alla proliferazione di initiziative crowdfunded simili, sdoganando un “modello di business” che altrove, grazie a piattaforme come Kickstarter, sta trovando applicazione anche nel mondo dei videogiochi e della ricerca scientifica. In particolare, questa forma ibridata di citizen journalism e social media potrebbe garantire a eventi nati e promossi online, come era nel caso di Zuccotti Park, una rappresentanza giornalistica – più definita della massa di tweet di tutti gli utenti – sin dal loro inizio, aiutando anche i media mainstream a non arrivare in ritardo con il coverage. #OccupyWallStreet iniziò a fare notizia a tende già montate, forse #OccupyChicago avrà sorte diversa.

Ma non mancano le critiche a questa iniziativa e all’entusiasmo con la quale è stata accolta.  LSDI ad esempio si chiede se con tutta la copertura che già ne fanno i social network ci sia bisogno di altri “corrispondenti” che coprono #Occupy; se, ovvero, il contributo della Vago non servirà di fatto solo a generare altro “rumore” online e se vi sarà un effettivo valore informativo aggiuntivo. In particolare si punta il dito contro la facilità con cui iniziative di questo genere vengono indicate come “il futuro del giornalismo”, con un entusiasmo troppo aprioristico, da chi poi – nonostante l’origine dal basso – non verrà coinvolto ulteriormente nella fase realizzativa. Ma anche contro le dichiarazioni stesse della Vago che raccolti i contributi economici per pagarsi alloggio, vitto ecc. a Chicago per 10-20 giorni, in risposta ad un commento su un suo post avrebbe detto: “Non credo che resterò tutto il tempo all’accampamento: io vado per raccontarlo, non per occupare. Cercherò di dormire lì qualche notte, ma mi servirà un posto tranquillo in cui rimettere insieme i materiali da pubblicare, ogni giorno, nel sito”.

Come abbiamo puntualizzato prima, il futuro del giornalismo professionale non sarà di certo il crowdfunding di progetti come questo. Molto probabilmente, però, il giornalismo dovrà sempre più spesso confrontarsi con occasioni simili. Perchè gli strumenti tecnologici lo consentono e i cinguettii sono diventati una nuova divaricazione dell’informazione in Rete. La valutazione si dovrà poi esprimere sul prodotto finito e sarà la qualità a decretare il giudizio finale sul viaggio di @tigella a #OccupyChicago. E a quel punto sapremo se l’informazione  italiana ne avrà effettivamente beneficiato.

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