Al Jazeera è libera se parla degli altri ma non fatela parlare del Qatar

14 ottobre 2011 • Etica e Qualità, Giornalismi • by

Corriere del Ticino, 05.10.2011

Non c’è dubbio: Al Jazeera passerà alla storia e definirla la Cnn araba non è retorico, perché ha prodotto gli stessi effetti. A cavallo degli anni Ottanta e Novanta, la Cnn ebbe un ruolo decisivo nel coprire e dunque orientare le rivolte che portarono al crollo del comunismo e fu strabiliante durante la prima guerra del Golfo. All’epoca era talmente ben informata e veloce da costringere i capi dei governi di tutto il mondo a tenere sempre acceso un televisore nel proprio studio per sapere che cosa stava avvenendo, nella consapevolezza che la Cnn era più rapida dei servizi segreti e dei canali diplomatici.

Al Jazeera si è affermata tra la fine degli anni Novanta e il nuovo Millennio e ha permesso al pubblico di lingua araba di informarsi aggirando la censura delle emittenti nazionali, nessuna delle quali, come noto, davvero libera. Lo ha fatto in modo esemplare? Non sempre, Al Jazeera è stata accusata di essere parziale, talvolta addirittura partigiana, di aver dato voce ad Al Qaida, di usare un doppio linguaggio (non dice in arabo quel che dice in inglese); tuttavia complessivamente  a mio giudizio a svolto un’opera meritoria e dopo 15 anni di vita il bilancio è positivo. Con qualche importante distinguo.

La libertà di Al Jazeera si ferma ai confini del Qatar, nel senso che è molto libera tranne quando deve riferire del Qatar stesso e di altri Emirati. E la ragione è che l’Emiro di questo microStato possiede e finanzia Al Jazeera.  Della serie: le rivoluzioni vanno bene, ma in casa altrui. E questo è un limite che non può essere taciuto. Nonostante la ventata di libertà che soffia in Africa e nel Vicino Oriente, nel mondo arabo non esistono ancora emittenti davvero libere, non ostacolate da conflitti di interessi evidenti come questo o da veti impliciti; il che dimostra come sia difficile il cammino verso una vera maturità democratica in quest’area del mondo.

Quando Al Jazeera potrà criticare l’Emiro del Qatar con la stessa schiettezza con cui ha seguito la primavera araba o criticato gli Usa durante l’occupazione dell’Iraq, Al Jazeera potrà davvero essere paragonata alle più prestigiose emittenti occidentali.

Il secondo distinguo riguarda il ruolo dei media nella Primavera araba, che ci ha emozionato pochi mesi fa. E’ stata davvero una grande svolta democratica voluta o dettata dal popolo? Come avevano intuito gli osservatori più esperti, le rivolte in Egitto e in Tunisia hanno portato alla caduta di due leader vecchi e malati, Ben Ali e Mubarak, ma non a un vero cambio di regime. Oggi a Tunisi e al Cairo continuano a comandare gli eserciti e il vecchio establishment, perché le rivolte non furono spontanee ma in larga misura pilotate e incoraggiate dentro e fuori l’Egitto e la Tunisia. L’analisi di questi fenomeni è complessa e richiederebbe più di un articolo, ma ricalca schemi già applicati in  Serbia durante le proteste che portarono alla caduta di Milosevic e in Ucraina durante la Rivoluzione arancione. E, come allora, tv della potenza di Al Jazeera hanno amplificato, drammatizzato, legittimato quelle rivolte, senza mai scavare dietro l’apparenza, senza mai sollevare il dubbio sull’autenticità di quei movimenti, senza interrogarsi né spiegare ovvero fallendo quella che è dovrebbe essere la missione quotidiana della stampa di qualità: sforzarsi di andare oltre e di cogliere le vere ragioni, le dinamiche più autentiche che raramente coincidono con quelle ufficiali.

Ma in questo Al Jazeera, purtroppo, è in buona compagnia.

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