Essere un corrispondente di guerra in Yemen

8 giugno 2018 • Libertà di stampa, Più recenti • by

Photo: Ali Alsonidar and Mohammed Al-Eez

La situazione mediatica in Yemen può essere spiegata con una sola parola: caos. Nel 2011, la Primavera araba è cominciata con una protesta di massa a Sana’a, la capitale dello Yemen, e si è rapidamente diffusa in tutta la regione. Di fronte alla situazione politica instabile che si è verificata da quel momento, le vite dei giornalisti sono diventate sempre più difficili e molti cittadini devono lottare con governi che non rispettano la democrazia e i diritti umani nemmeno ai livelli più minimi, come per quanto riguarda il diritto dei cittadini a vivere in sicurezza o ad avere opinioni diverse.

In un Paese come lo Yemen, dove i diritti umani fondamentali vengono spesso violati, i giornalisti, e in particolare i corrispondenti di guerra, mettono costantemente a rischio le loro vite: raccolgono informazioni dal fronte dei conflitti e sono perennemente sotto pressione e spesso non possono svolgere adeguatamente il loro lavoro a causa della molteplicità degli attori politici che cercano di controllare le loro attività. Infine alcuni media, schierati con una delle parti coinvolte nel conflitto, impongono restrizioni a ciò che i corrispondenti possono pubblicare.

Molti giornalisti si sono però rifiutati di rinunciare al proprio lavoro, che percepiscono ancora come un dovere nei confronti della società, anche in mezzo al crescente numero di attacchi e restrizioni contro di loro. I corrispondenti nordafricani e mediorientali che si assumono tale rischio, ad esempio, affrontano diversi ostacoli come pressioni e limitazioni esercitate dalle parti coinvolte nel conflitto. Queste tendono a influenzare e controllare il lavoro dei giornalisti sul campo con diversi gradi di sofisticazione. I giornalisti e i corrispondenti sono anche diventati l’obiettivo degli attacchi delle fazioni del conflitto, e si trovano spesso a dover affrontare coercizioni semplicemente per aver fatto il loro lavoro, come essere esclusi dall’accesso a diverse zone del Paese. Per esempio, i giornalisti che supportano la rivoluzione e che rifiutano il potere dei ribelli Houthi non hanno il permesso di essere presenti in territori da loro controllati nello Yemen del Nord; mentre i giornalisti che al contraro sostengono i ribelli Houthi non possono lavorare in altre aree e città come Taiz o Aden.

Molti giornalisti hanno anche dovuto lasciare il Paese, mentre altri sono stati uccisi, come è accaduto al corrispondente di Al Masdar Jamal Al-Sharaabi mentre copriva le manifestazioni antigovernative del 2011. Un altro giornalista, Mohammed Al-Absi, è stato invece ucciso perché stava conducendo un inchiesta in cui provava a dimostrare la gravità della corruzione nel Paese; altri 41 giornalisti sono attualmente tenuti in ostaggio (dati di dicembre 2017).

“Le scene di morte non possono essere dimenticate, e il loro effetto non si manifesta immediatamente, ma nel corso di anni.”

Tutti i corrispondenti che ho intervistato* hanno dovuto affrontare conseguenze psicologiche derivanti dal loro lavoro sulla guerra in atto in Yemen. In minor misura, hanno anche subito pressioni fisiche (minacce di morte) e tecniche (problemi con la trasmissione di informazioni in tempo reale). Come alcuni corrispondenti di aziende mediatiche internazionali mi hanno detto che “certe scene di morte non possono essere dimenticate e il loro effetto non si manifesta immediatamente, ma nel corso di anni”. Molti dei corrispondenti intervistati hanno poi detto di dipendere in gran parte da fonti ufficiali, istituzioni militari, rappresentanti delle autorità, testimoni, piattaforme mediatiche e da Internet. Anche le informazioni ottenute in via ufficiosa giocano un ruolo importante e molti giornalisti hanno anche ammesso di aver commesso errori nella loro copertura perché avevano ricevuto informazioni scorrette dalle loro fonti.

“Ciascuna delle parti coinvolte in un conflitto prova a portare i corrispondenti dalla propria parte. Dopotutto non può esserci consenso o accordo sul campo di battaglia, poiché i fatti in queste aree di conflitto influenzano una delle due parti, e il giornalista non può restare indifferente”, mi ha spiegato uno dei giornalisti intervistati, “questo però non vuol dire assumere un atteggiamento ostile contro una delle parti, ma attenersi alla verità, che invece non non è a favore di nessuna delle due”.

Un corrispondente infelice nello Yemen felice
In tempi passati, lo Yemen era conosciuto come “Arabia Felix”, che in latino vuol dire felice o fortunata. Ora, però, il Paese rientra nella lista di quelli meno felici al mondo, stando all’ultimo UN World Happiness Report. La classifica si basa su aspetti come prodotto interno lordo pro-capite, assistenza sociale, aspettativa di vita, livello di corruzione e libertà sociale.

Photo: Ali Alsonidar and Mohammed Al-Eez

L’infelicità dello Yemen si spiega con la critica situazione socio-politica del Paese. Lo Yemen è uno dei Paesi più poveri del mondo e numerose guerre e conflitti vi hanno avuto luogo negli ultimi anni. Il Paese è anche al centro di una serie di conflitti che minacciano la sua stabilità: la guerra con gli insorti Al-Houthi dal 2004, il movimento separatista nel Sud, l’esistenza di membri di Al-Qaeda in alcune città, i cambiamenti imposti dalla rivoluzione del 2011, operazioni militari su larga scala lanciate dall’Arabia Saudita e i suoi alleati e, più recentemente, gli attacchi terroristici in varie parti della nazione ad opera di alcune cellule fedeli all’Isis.

“Sono stato rapito, e il rapimento riflette il valore del giornalista”

Tutti i giornalisti con cui ho parlato hanno detto di aver affrontato rischi fisici (attacchi, imboscate, missili, macchine trappola e rapimenti) e rischi più generici come mancanza di giubbotti antiproiettile, pagamenti in denaro in cambio di sicurezza personale e attaccamento all’esercito. Ciò che sperimentano può essere estremo: “Sono stato rapito”, ha spiegato uno dei corrispondenti, “e il rapimento riflette il valore del giornalista e il fatto che ad alcune parti coinvolte nel conflitto non vada a genio la sua esistenza, quindi provano a sopprimere la sua voce o a fermarlo con la paura. Si tratta sempre un conflitto fra un potere, che sia un gruppo di militanti o uno schieramento armato, e un giornalista”.

“A causa del sentimento di patriottismo, molti corrispondenti non sono oggettivi o praticano autocensura”

Alcuni dei miei intervistati hanno testimoniato che la loro copertura ha risentito del controllo esercitato dall’autorità militare sul territorio in cui lavoravano. Un corrispondente di un media locale, ad esempio, mi ha detto: “ho subito molte pressioni dai ribelli Houthi, sono stato arrestato e sono stato bandito dai territori sotto il loro controllo. Riguardo alle altre parti, non ho sperimentato alcuna pressione, forse perché le sostengo”.

La protezione dei corrispondenti sul fronte non è garantita. Un ex corrispondente, nel frattempo andato in pensione, ha detto: “non c’è protezione, nessuna garanzia, ma al massimo un tentativo di avventura calcolata, ovvero cercare di ottenere le migliori garanzie, ma sapendo che il pericolo è in agguato a ogni passo”.

Photo: Ali Alsonidar and Mohammed Al-Eez

Nei teatri di guerra non esiste etica
Le differenti fazioni coinvolte nel conflitto in Yemen cercano costantemente di influenzare i corrispondenti perché si esprimano in loro favore e la situazione geopolitica in cui opera un giornalista può avere una grande influenza sui rischi che lui/lei corre (o deve correre) per poter fare il proprio lavoro. Le conseguenze psicologiche derivanti dall’essere stati in prima linea in scenari di guerra possono restare per molto tempo, addirittura per tutta la vita. Allo stesso tempo, i sentimenti patriottici potrebbero portare i corrispondenti ad abbandonare la propria oggettività o a praticare l’autocensura.

“È molto difficile restare neutrali. A volte non riuscivo a trattenermi e piangevo perché soffrivo psicologicamente, ed era molto difficile parlare di neutralità quando ci occupavamo delle sofferenze delle persone”, ha detto un corrispondente internazionale a questo proposito: “un corrispondente non ha la capacità di riunire il punto di vista di entrambe le parti e rischia di parteggiare per una delle due influenzato dal luogo in cui si trova”.

Essere un corrispondente in zone di conflitto comporta molte limitazioni e pressioni. L’interesse per un lavoro creativo, per la vita avventurosa, i rischi nel cercare la verità e la ricerca di prestigio professionale sono solo alcune delle ragioni che spingono i corrispondenti a portare avanti il loro lavoro.

Ma il lavoro del corrispondente di guerra è pieno di rischi, e la possibilità che il giornalista perda la vita è sempre presente. Ecco perché un corrispondente di guerra deve essere mentalmente preparato ad ogni possibilità, perché nelle zone di conflitto le regole etiche e umane non sono tenute in considerazione, anche per le persone neutrali, come i giornalisti.

* La ricerca per questo articolo è stata condotta intervistando otto corrispondenti che rappresentavano nove diverse istituzioni mediatiche. I principali criteri per la selezione delle fonti sono stati la loro credibilità e, implicitamente, la fiducia nella loro capacità di fornire informazioni accurate. Cinque degli intervistati erano yemeniti, uno iracheno, uno egiziano e uno libico. Tutti loro lavoravano solo in lingua araba, a parte il corrispondente iracheno, che lavorava anche in inglese per la sua pubblicazione. La maggior parte erano giornalisti assunti.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Giulia Quarta

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