Perchè il giornalismo sportivo non è di serie B

10 febbraio 2012 • Giornalismi • by

Ne abbiamo parlato con Nicola Roggero, giornalista di Sky Sport, che ha seguito i principali avvenimenti sportivi, dalle Olimpiadi ai mondiali di calcio a quelli di atletica leggera. È specializzato nelle telecronache di calcio inglese, atletica e football americano.

“Lo sport vive di informazione, visto che sono più numerosi coloro che ne parlano, rispetto a coloro che lo praticano” (Roidi 2004, 189). Una verità innegabile soprattutto alle nostre latitudini dove il quotidiano più popolare è da sempre  la Gazzetta dello Sport. Un tempo c’era il Guerin Sportivo, la rivista sportiva più anziana in circolazione (nata nel 1912), poi sono arrivati ben quattro quotidiani dedicati interamente allo sport, caso unico nel panorama dell’informazione mondiale. Il loro successo era dovuto alla divisione territoriale: la Gazzetta dello Sport (fondata nel 1986) spopolava soprattutto nell’area di Milano, Tuttosport (1945) nell’area di Torino e della fascia tirrenica, Stadio (anch’esso nato nel 1945) a Bologna e nel versante adriatico infine il Corriere dello Sport (1924) a Roma e nel sud Italia.

Una situazione che non è riuscita a ripetersi in alcuna parte del mondo, dove invece i quotidiani sportivi faticano addirittura ad imporsi. Per esempio in Spagna e in Francia sopravvive soltanto una singola grande testata. In Italia invece è proprio Altro  sulla stampa quotidiana che si scrive  di più di sport. Le quattro testate si sono poi ridotte a tre per opera del Corriere dello Sport che si fuse con Stadio generando un unico prodotto editoriale e dando vita alla situazione attuale comunque senza paragoni con altri paesi europei. Quando in Italia si parla di sport, operai, dottori, studenti e direttori di banca parlano tutti la stessa lingua. Nicola Roggero è critico su questo: “Lo trovo un fatto negativo: se tutti, indipendentemente dal grado d’istruzione e dall’attività svolta, parlano la stessa lingua in materia di sport, vuol dire che l’argomento stimola un dibattito di basso livello. Lo sport, in Italia, è trattato con la moviola e il linguaggio di Biscardi, non con la cura che meriterebbe un’attività socialmente così importante. I tre quotidiani sportivi si occupano ormai solo di calcio, ma attenti ad argomenti di “pancia”: il mercato, le polemiche sull’arbitraggio, i flirt tra calciatori e veline. Basta sfogliare L’Equipe e si vola su un altro pianeta”. Come fa una testata giornalistica sportiva  ad avere così tanta presa sui lettori all’indomani di un evento sportivo che la tv o internet hanno già ripreso e mostrato da tutte le angolazioni? “Credo sia una delle sfide cui è chiamata la carta stampata. Resto dell’idea che il giornale spiega quello che la tv mostra. Un grande giornalista, Guglielmo Zucconi (papà dell’editorialista di Repubblica Vittorio) diceva che la televisione è l’asino leccatore del lettore di giornale. L’asino leccatore era addetto a preparare la cavalla alla monta, stimolandola nelle parti intime: ecco, mi sembra che l’esempio sia perfetto. Il lettore viene stimolato dalla tv ad approfondire l’argomento sulla carta stampata. Che in futuro vedo con sempre meno cronaca dell’evento (inutile, la tv lo ha già illustrato e internet informato) e sempre più riflessione. Mi spiego: inutile descrivermi i gol di una partita o il tempo di Bolt sui 100 metri. Meglio raccontarmi “perché” una squadra ha segnato o Bolt va così forte”.

Per capire l’importanza che la stampa sportiva ricopre nel panorama giornalistico italiano per prima cosa bisogna scorrere i più recenti dati Audipress, quelli che si riferiscono al secondo ciclo della rilevazione da aprile a luglio 2011. Questi confermano alla Gazzetta dello Sport la medaglia d’oro come quotidiano più venduto e più letto in assoluto, con circa 4 milioni di lettori nel giorno medio* e 575.000 visite al sito web della testata. Quarto posto invece per il Corriere dello SportStadio.

Come mai allora il giornalismo sportivo viene ancora considerato un giornalismo di serie B, non all’altezza dei grandi temi trattati da chi si occupa invece di politica, cronaca o cultura? Nonostante la grande valenza culturale che la pratica sportiva ha, il giornalismo sportivo è lasciato ai margini: “In Italia lo sport è considerato un’attività di secondo piano, riservata ai ricchi di muscoli ma poveri di intelletto. E dunque deve essere tale anche chi se ne occupa, dimenticando che lo sport ha avuto penne come Gianni Brera, Orio Vergani, Giorgio Fattori, Bruno Roghi, Gualtiero Zanetti e, tra i contemporanei, Gianni Mura, Gianni Clerici, Oscar Eleni, Gigi Garanzini, Roberto Beccantini. Occasionalmente, ma con grande piacere, si sono occupati di sport Giorgio Bocca (eccellente sciatore di fondo), Enzo Biagi, Indro Montanelli (seguì un paio di Giri d’Italia). Chi si occupa di sport, fra l’altro, deve ormai avere dimestichezza con problemi economici, sociali, politici (pensiamo a una manifestazione come l’Olimpiade, toccata in passato dal terrorismo e dai boicottaggi prima americano e poi sovietico). L’immagine del giornalista sportivo è purtroppo legata all’ospite di Biscardi o al cronista di calcio mercato. La realtà, e ne ho fatto gli esempi, è fatta invece di ben altro spessore”.

Roggero, da grande esperto di calcio inglese, ci può spiegare meglio quali sono le differenze che riscontra nel linguaggio del giornalismo sportivo made in England rispetto a quello nostrano? “Il linguaggio del cronista inglese è assai più asciutto, in linea con un paese meno propenso del nostro a cedere alle emozioni. Anche qui è un fatto di cultura: l’italiano è più passionale, dunque parla di più (un telecronista inglese dice un terzo delle parole del suo omologo nello stivale) e a voce più alta. In questo caso però il maggiore trasporto non lo annovero tra i fatti negativi: in fondo anche gli inglesi hanno il termine ‘passion’, e nelle giuste proporzioni trovo corretto ci sia”.

 
Bibliografia:

Roidi, V (2004): La fabbrica delle notizie. Piccola guida ai quotidiani italiani, Laterza, 2004, p. 189

*Dati Audipress “Indagine sulla lettura dei quotidiani e periodici in Italia” riferita al secondo ciclo, da aprile a luglio 2011, www.audipress.it

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