I doni del controllo mediatico

13 Maggio 2009 • Giornalismi, Giornalismo sui Media • by

Schweizer Journalist, maggio/giugno 2009

Evidentemente, a differenza di banche, assicurazioni e industrie automobilistiche, le case editrici non sono considerate elementi fondamentali del nostro sistema, al punto da non meritarsi neanche di ricevere un “pacchetto di salvataggio” in tempo di crisi. Tuttavia, per molti rimangono il “quarto potere”, un essenziale pilastro portante delle nostre democrazie occidentali. È realistico pensare che, senza il giornalismo di qualità diffuso tramite i quotidiani, verrebbe necessariamente a mancare un efficace controllo del potere politico, che comporterebbe, come conseguenza più naturale, il collasso del complesso equilibrio di potere che sta alla base delle democrazie più avanzate.

Come sottolineano anche gli studiosi di comunicazione mediatica Michael Schudson e Michelle Haas nella Columbia Journalism Review, fino ad ora queste affermazioni erano soltanto presupposti non supportati da prove. Per un settore professionale come il giornalismo – a cui appartengono massime squisitamente ciniche come: “Se tua madre dice di volerti bene, provalo!” – si tratta di un approccio “eccessivamente negligente nei confronti di uno dei presupposti caratterizzanti della professione”.
Gli economisti James Snyder Jr. del MIT e David Strömberg dell’Università di Stoccolma hanno prodotto proprio le “prove” che mancavano a Schudson e Haas. I due esperti hanno osservato come la quantità di notizie pubblicate sui membri del congresso americano potesse influire, da un lato, sul livello di informazione degli elettori e dall’altro, sul’attività dei politici stessi. Per raggiungere questo obiettivo, lo studio si è concentrato sulle edizioni online di 161 quotidiani per oltre 10 anni.
Ecco la loro trovata: se, dal punto di vista geografico, il bacino di lettori del quotidiano coincide con un distretto elettorale, i deputati del luogo saranno molto più spesso oggetto dell’attenzione delle testate locali, rispetto ad altri stati in cui non si può riscontrare la medesima corrispondenza. Il confronto tra i campioni di dati raccolti porta alla luce conclusioni sorprendenti: se i giornali regionali consentono agli elettori di essere costantemente aggiornati in merito all’operato dei propri deputati, gli elettori saranno sicuramente più informati, ma è stato osservato che anche il comportamento dei membri del congresso è diverso nei distretti in cui il controllo dei mezzi di comunicazione è più serrato. Ad esempio, tendono a prendere le distanze dalle linee politiche generali di partito e si impegnano nelle commissioni parlamentari che si occupano delle necessità del distretto da loro rappresentato. Il loro sforzo viene ripagato immediatamente: la distribuzione dei quotidiani all’interno dello stato federale di un determinato distretto elettorale sarà più ampia nei casi in cui la geografia “politica” e quella “economica” corrispondono, quindi maggiore spazio sarà dedicato tra le pagine “locali” ai rappresentanti del popolo.
In questa prospettiva, la razionalizzazione generalizzata che testate americane, sia con sede a Washington che in altre capitali, hanno iniziato a praticare appare una misura davvero poco lungimirante, soprattutto perché riguarda quasi tutti i corrispondenti che fino ad ora si sono occupati delle pagine della feconda politica locale e che hanno contribuito ad aggiornare gli elettori in merito all’attività dei propri eletti. Nelle ultime edizioni di American Journalism Review e del Project for Excellence in Journalism, Jennifer Dorroh ha raccolto cifre molto preoccupanti in proposito, in una relazione dedicata alla condizione delle schiere dei giornalisti nella capitale americana. In base al rapporto, dagli anni ottanta ad oggi, il numero delle testate che ha deciso di mantenere un ufficio di corrispondenza a Washington si è dimezzato (per ulteriori approfondimenti: http://www.journalism.org/node/14678). Un dato non meno drammatico è l’aumento del numero di giornalisti che lavorano per pubblicazioni settoriali o newsletter, a cui si va a sommare la riduzione dei corrispondenti esteri di circa un decimo, registrata nell’arco degli ultimi venti anni
Basta considerare, ad esempio, la nuova newsletter ecologica, ClimateWire, che a Washington può permettersi il doppio dei corrispondenti rispetto al servizio di informazione di Hearst, che deve coprire le redazioni di 16 quotidiani. La maggioranza dei giornalisti che si occupano degli Stati Uniti d’America, non lavora infatti per agenzie del calibro di AP o del Washington Post, ma collaborano con editori di nicchia come quelli di Congressional Quarterly, che grazie alle numerose newsletter e servizi informativi online come CQ Budget Tracker e CQ Senate Watch, rispondono alla domanda di informazione proveniente da un pubblico molto limitato ma redditizio.
Fonti:

Michael Schudson/Danielle Haas: Feet to the Fire, Columbia Journalism Review January/February 2009 http://www.cjr.org/the_research_report/feet_to_the_fire.php
James M. Snyder/David Strömberg, Press Coverage and Political Accountability, NBER Working Paper No. W13878, March 2008 http://www.ssc.upenn.edu/ier/Events/Snyder&Stromberg(2008).pdf
Jennifer Dorroh, Statehouse Exodus, in: American Journalism Review, May/June 2009
Project for Excellence in Journalism: The New Washington Press Corps, February 2009 http://www.journalism.org/analysis_report/new_washington_press_corp
Traduzione di Claudia Checcacci
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