Un confronto realizzato in Svizzera nell’ambito del progetto europeo DIACOMET mostra le difficoltà del giornalismo nel raccontare la crisi climatica tra dati scientifici ed emergenze

Nel discorso giornalistico, il cambiamento climatico viene trattato per lo più secondo due registri. Il primo è quello emergenziale, che conquista la prima pagina non appena un evento atmosferico estremo irrompe nell’attualità: un’alluvione che travolge una regione, un incendio fuori controllo, un’estate di temperature record. Per alcuni giorni il clima si impone come una notizia ineludibile. Poi l’attenzione si ritrae, e il tema torna ai margini. Il secondo registro è quello dell’approfondimento, affidato soprattutto a numeri, grafici e indicatori scientifici. Qui il clima prende la forma di una curva da interpretare, di una soglia da non oltrepassare, di una percentuale da aggiornare. È una crisi osservata, misurata, quantificata con precisione: le proiezioni delineano scenari futuri, le statistiche registrano i danni, i rapporti scientifici ne documentano l’avanzare.
Sospeso tra l’urgenza dell’evento e l’astrazione del dato, il cambiamento climatico finisce così per apparire insieme intermittente e distante. Non accompagna con continuità la narrazione del presente, ma riaffiora a scatti, come un’allerta che si accende e si spegne. Anche quando i suoi effetti sono sotto gli occhi di tutti, l’informazione tende a isolarli nel tempo, trattandoli come fatti isolati più che come manifestazioni di un processo continuo. Il risultato è una percezione pubblica discontinua: una crisi strutturale continua ad assumere, nel discorso mediatico, i tratti dell’eccezione. Ma come può una crisi permanente riaffiorare solo a episodi? E che cosa, nella copertura giornalistica, contribuisce a renderla tale?
A queste domande prova a rispondere un confronto realizzato in Svizzera nell’ambito del progetto europeo DIACOMET, che ha raccolto il punto di vista di nove persone con esperienze diverse: cittadini, attivisti e professionisti della comunicazione.
Il linguaggio dei dati
I dati scientifici sono spesso il punto di partenza obbligato: offrono misura, conferiscono autorevolezza, rendono visibile un fenomeno che per sua natura è difficile da osservare direttamente. In un contesto informativo segnato da opinioni contrastanti, la scienza diventa il terreno più solido su cui costruire la notizia. Nel ciclo quotidiano dell’informazione, questo si traduce in soglie di temperatura, emissioni, proiezioni. È un linguaggio preciso, verificabile, apparentemente neutro. E proprio per questo efficace. Non chiede di prendere posizione, non impone un cambiamento immediato: organizza il problema, lo rende leggibile, lo consegna al pubblico in una forma sintetica e riconoscibile. I numeri informano. Ma non sempre aprono un dialogo. Per le redazioni, chiamate a spiegare in poche righe un tema vastissimo, affidarsi ai dati è una scelta quasi obbligata. Fenomeni complessi devono essere compressi e resi accessibili a pubblici diversi. Non si tratta di una scelta casuale, ma di una risposta ai tempi e ai vincoli della produzione giornalistica.
Il rovescio della medaglia è che questa stessa efficacia riporta spesso il racconto su un piano tecnico. I numeri spiegano la crisi, ma raramente restituiscono che cosa significhi vivere dentro stagioni instabili, dentro eventi estremi sempre più frequenti, dentro trasformazioni che si accumulano lentamente e modificano il paesaggio, il lavoro, le abitudini quotidiane. Chi lavora sul campo lo nota spesso: il problema non è tanto la scarsità di informazioni, quanto la difficoltà di tradurle. “Quando i dati sono corretti, se restano isolati dal contesto possono essere interpretati in qualsiasi modo”, osserva un partecipante. Il nodo, allora, non è aggiungere altre cifre, ma collegarle. Mettere in relazione l’aumento delle temperature con trasformazioni economiche, territoriali e sociali. Far vedere il sistema, non soltanto l’indicatore.
Altrimenti il cambiamento climatico resta lì: spiegato, misurato, certificato. Eppure lontano. E il passaggio tra consapevolezza e azione continua a essere fragile.
Quando il clima diventa notizia
Questa difficoltà di traduzione si riflette nella visibilità del tema. Il clima torna al centro del dibattito quando un evento estremo lo riporta bruscamente tra le notizie principali. Poi, superata la fase emergenziale, perde spazio. La macchina dell’informazione si sposta. Guarda altrove. “Tra il 2018 e il 2019 c’è stato un aumento esponenziale di quanto si parlava di clima, ma negli ultimi anni è drasticamente diminuito.” Nel frattempo si sono imposte altre urgenze: la pandemia, la guerra in Ucraina, le tensioni internazionali, le crisi economiche ed energetiche. Ogni nuova emergenza occupa il campo. Ogni nuova emergenza ridefinisce la gerarchia delle notizie.
Il clima non scompare, ma arretra. Viene riconosciuto come una questione seria, senza però mantenere una presenza stabile. Nel giornalismo, la competizione tra temi impone scelte continue: ciò che appare urgente prevale su ciò che evolve lentamente nel tempo. Persino quando si intreccia ad altre crisi: energetiche, economiche, geopolitiche, il clima vi appare come sfondo, raramente come la causa trasversale. Del resto, gli eventi improvvisi offrono immagini, testimonianze, sviluppi immediati. Il cambiamento climatico, invece, non esplode in un unico momento: si deposita, si stratifica, avanza per segnali. Ed è proprio questa sua natura a renderlo meno urgente agli occhi dell’informazione e più difficile da seguire nel ritmo nervoso dell’attualità. Nei momenti in cui riesce ad imporsi, l’interesse si concentra soprattutto sui danni immediati. Succede con le alluvioni in Emilia-Romagna, con gli incendi che hanno colpito la Grecia, con le frane nelle regioni alpine svizzere: l’evento domina l’informazione, mentre il processo lento che lo rende più probabile e più frequente fatica a trovare spazio. “Ogni giorno accade qualcosa legato al clima, ma spesso si racconta il dramma dell’evento, non le cause”, osserva una delle persone coinvolte nella discussione.
La distanza geografica conta: se la crisi viene raccontata come qualcosa che accade in contesti percepiti come remoti, il senso di urgenza si attenua. Quando invece entra in relazione con ciò che avviene nel proprio territorio — lo scioglimento dei ghiacciai, frane sempre più frequenti, estati più lunghe e aride — la percezione del rischio cambia. E la crisi climatica entra più facilmente nell’esperienza quotidiana.
La distanza nel racconto giornalistico
C’è poi un altro problema, più sottile. Se la crisi appare immensa, sproporzionata rispetto alle possibilità del singolo, la reazione può essere il rinvio. Non necessariamente la negazione. Più spesso una forma di sospensione. Un modo per sottrarsi, almeno per un momento, al problema. “Se mi sento impotente, preferisco non pensarci.” A rafforzare questa distanza concorre il modo in cui il tema viene presentato. Molta diagnosi, poca praticabilità. Molta precisione tecnica, pochi margini d’azione percepiti come realistici. Nelle notizie compaiono di rado indicazioni concrete su ciò che si possa fare, a livello individuale o collettivo. “C’è molta informazione tecnica”, osserva una delle persone coinvolte nel confronto, “ma poche indicazioni pratiche su ciò che possiamo fare nel nostro piccolo.” La gravità del problema viene spiegata con accuratezza; molto meno chiaro è lo spazio di intervento che resta aperto a chi legge. La stessa rappresentazione degli attivisti può accentuare questo divario. Spesso appaiono come una categoria separata, quasi specialistica: quelli che agiscono, mentre gli altri osservano. Accanto a loro compaiono governi, istituzioni, grandi aziende, percepiti a loro volta come gli unici soggetti davvero in grado di incidere. Si crea così una distanza simbolica tra chi fa e chi assiste.
Il pubblico resta ai margini. Informato, forse. Ma ai margini.
La conseguenza è una consapevolezza incompleta: il problema viene riconosciuto, ma non si traduce automaticamente in scelta, in gesto, in partecipazione.
Rendere la crisi riconoscibile
Il confronto organizzato in Svizzera permette di osservare questa dinamica più da vicino. I workshop dedicati al cambiamento climatico mostrano che cosa accade quando le persone hanno il tempo di discutere, di fare domande, di collegare il tema alla vita di ogni giorno. È una condizione rara nel ciclo ordinario delle notizie, dove tutto corre e quasi nulla sedimenta. Quando si parte dal vissuto, qualcosa cambia. Il clima smette di essere soltanto uno scenario futuro o una minaccia lontana. Diventa ciò che modifica il territorio, le stagioni, le abitudini, le condizioni materiali dell’esistenza. “Quando colleghiamo ciò che succede al clima con quello che vediamo ogni giorno intorno a noi, diventa più difficile considerarlo un problema distante.”
È in questo passaggio che la crisi diventa più riconoscibile. Non più soltanto una catastrofe annunciata, ma un processo già in corso. Non più solo una questione globale, ma qualcosa che prende forma nei luoghi vicini, nelle scelte ordinarie, nei comportamenti collettivi. E quando emergono esempi concreti di ciò che è possibile fare, lo sguardo si sposta. Dall’impotenza alla possibilità. L’idea di azione, a quel punto, si allarga. Non resta confinata ai governi o alle grandi aziende, ma si distribuisce su più livelli del vivere comune: nelle scelte di consumo, nel voto, nella partecipazione civica, nel modo in cui si abita una comunità. “Se so che posso fare qualcosa, anche di molto piccolo, allora posso affrontare anche questo problema.” Così cambiano i numeri. Non spariscono, ma smettono di apparire astratti. Trovano posto dentro un filo più continuo, più riconoscibile, più radicato nel concreto.
Ed è qui che la questione torna al giornalismo. Se il cambiamento climatico diventa più comprensibile quando viene ancorato al vissuto, la vera sfida non è soltanto trasmettere nuovi dati scientifici né amplificare l’allarme. La sfida è costruire continuità. Tenere insieme eventi e cause. Legare la dimensione globale a quella locale. Mostrare non solo che cosa accade, ma perché accade e quali spazi di azione restano aperti.
Non si tratta di rendere il clima più emergenziale. Si tratta di raccontarlo anche quando non fa rumore.
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