Il giornalismo cross-border e la collaborazione internazionale

16 Luglio 2019 • Giornalismi, Più recenti, Ricerca sui media • by

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Dalla pubblicazione dei Panama Papers – il principale scoop del 2016 – il giornalismo collaborativo cross-border è diventato un tema molto importante nel giornalismo. Un nuovo libro, Cross-Border Collaborative Journalism. A Step-By-Step Guide, della giornalista e ricercatrice danese-tedesca Brigitte Alfter analizza ora nel dettaglio questo settore molto vitale del giornalismo investigativo contemporaneo.

Uno degli esempi più interessanti di questo genere d’inchiesta, che esplora questioni complesse dal punto di vista internazionale cercando il massimo impatto pubblico nei diversi contesti geografici coinvolti, è stata “Grand Theft Europe”, un’inchiesta coordinata dalla testata no-profit tedesca Correctiv. Questo progetto ha coinvolto 63 giornalisti in 30 Paesi diversi e ha indagato uno dei maggiori casi di evasione fiscale in Europa. I giornalisti hanno scoperto come i gruppi criminali abbiano sottratto oltre 50 miliardi di euro agli enti fiscali europei.

Il libro di Alfter mette in chiaro come oggi, quando la politica, il crimine e gli affari varcano i confini nazionali, anche i giornalisti che vogliono indagare questi settori devono guardare inevitabilmente oltre il loro naso. Ma come si sceglie un tema cross-border e come si sviluppa un’inchiesta? Qual è il modo migliore di organizzare un network professionale? E come si fa a far lavorare senza intoppi un team interculturale? E, infine, come si comunicano i risultati del lavoro al meglio, affinché siano efficaci e immediati per diversi pubblici e in diversi Paesi? Brigitte Alfter risponde a queste domande nel dettaglio, fornendo molti esempi e consigli basati sulla sua stessa esperienza come giornalista e diverse interviste con giornalisti che sono stati coinvolti in inchieste cross-border collaborative.

Dopo aver presentato la storia, il contesto e i pionieri dell’approccio cross-border al giornalismo dagli anni ’90 ai primi ’00, Alfter fornisce anche una chiara definizione del concetto alla base di questa via al giornalismo di inchiesta: i giornalisti di diversi Paesi decidono un argomento di interesse comune, raccolgono e condividono tutto il materiale e pubblicano i risultati finali per le proprie audience nazionali.

Una strutta con sette diversi step
Secondo Alfter, il giornalismo cross-border è normalmente strutturato come un lavoro che prevede sette passi diversi: 1) il network; 2) l’idea; 3) il team di ricerca; 4) il piano di lavoro; 5) la ricerca; 6) la pubblicazione e 7) la condivisione tra i pari. Il libro, a questo proposito, fornisce anche una guida di facile comprensione per tutti i passaggi, fornendo anche consigli di grande valore.

Marina Walker, Vice-Direttrice dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) e già coordinatrice del progetto collaborative LuxLeaks, nel libro enfatizza quanto sia importante la fiducia comune all’interno dei team. In tutto il libro è evidente come questo giornalismo non potrebbe funzionare senza fiducia e come non vi sia spazio per la rivalità all’interno dei team.

Sul tema della rivalità e della competizione, Alfter cita David Leigh, già a capo del team d’inchiesta del Guardian e pioniere del giornalismo cross-border in Europa: “siamo tutti condizionati dal pensare automaticamente che la collaborazione sia un problema e che ogni altro giornalista sia un potenziale rivale. Bisogna però cambiare il proprio mindset per poter dire che gli altri non sono tuoi rivali e che si possa davvero collaborare con le altre persone”.

Nuovo materiale
La versione inglese del libro di Alfter non è la mera traduzione della prima edizione tedesca del 2017. L’autrice ha aggiunto nuovi spunti, come i riferimenti agli aspetti legali, di sicurezza e sul ruolo e i compiti dei coordinatori dei progetti all’interno dei team cross-border come una “nuova professione” che viene spesso “poco considerata”. Il coordinamento editoriale, spiega l’autrice, porta due importanti contributi: moderare il decision-making all’interno del team ed essere la forza motrice al di là della routine quotidiana.

Per illustrare come operano i coordinatori editoriali, l’autrice utilizza l’esempio di Maaike Goslinga, coordinatrice del team presso De Correspondent che, nel 2017, ha lavorato sul tema della spesa pubblica in Olanda nel settore della sicurezza e sui suoi sprechi che hanno favorito “i lobbisti potenti” e i guadagni del settore. Goslinga, nel libro, sottolinea tra le altre cose quanto siano importanti la disponibilità, la comprensione delle tradizioni giornalistiche diverse, dei linguaggi e degli approcci diverse, oltre che la fiducia nelle capacità di giudizio dei giornalisti quando si tratta di coordinare inchieste cross-border.

In tutto il libro, Alfter insiste su come il suo testo sia un manuale per professionisti, e questo è chiaramente illustrato dai diversi esempi e consigli forniti dai suoi intervistati. Alfter conosce la materia direttamente, dato che è stata tra le prime a svolgere questo tipo di inchieste in Europa. Insieme al collega Nils Mulvad, nel 200, Alfter ha fondato Farmsubsidy, un network europeo di giornalisti le cui inchieste hanno rivelato come i fondi europei per l’agricoltura abbiano beneficiato le grandi aziende e non i produttori più piccoli.

Con Journalismfund.eu, poi, Alfter ha sviluppato un network europeo di sostegno e un’infrastruttura per il giornalismo cross-border. Al momento, dirige Arena for Journalism in Europe, una no-profit lanciata lo scorso gennaio che si occupa di sostenere la collaborazione giornalistica internazionale in Europa.

Spunti dall’accademia
Alfter non è solo una professionista con ampia esperienza alle spalle in questo settore, ma si è anche occupata del tema da un punto di vista più accademico. Nel corso del libro, non mancano quindi i riferimenti a quanto scoperto dai ricercatori fin qui, a cominciare dal capitolo che racchiude numerosi risultati delle analisi dell’accademia sugli sviluppi del giornalismo cross-border.

Quando questa forma di giornalismo è esplosa nel primo decennio di questo secolo, gli accademici hanno impiegato un po’ di tempo prima di dedicargli la loro attenzione. Comunque, quando le prime inchieste di questo tipo sono state pubblicate, come i cablo di WikiLeaks (2010), Offshore Leaks (2012), LuxLeaks (2014), Football Leaks (2016), Panama Papers (2016), e i Paradise Papers (2017), gli accademici che si occupano di media hanno iniziato ad analizzare il fenomeno.

La ricerca accademica si è concentrata finora su cosa fa il giornalismo cross-border, su quali cambiamenti ha portato nel modo in cui i giornalisti descrivono i loro Paesi e gli altri, e se abbia contribuito a “europeizzare” il giornalismo. Però, anche la ricerca comparativa che non si occupa direttamente di questo genere può avere un impatto sullo sviluppo e sulla comprensione del giornalismo comparativo e cross-border, sottolinea Alfter, fornendo analisi profonde sulle diverse culture e pratiche giornalistiche che possono tornare utili anche per i team che fanno inchieste cross-border.

Alter dà diversi consigli per l’avanzamento della ricerca nel settore: serve, scrive l’autrice, maggiore analisi in profondità sui network dei giornalisti, un’analisi delle loro caratteristiche per riscontrare lavorano tutti allo stesso modo, chi soddisfano, e con chi interagiscono. Anche il setup tecnologico dei team, la questione dei finanziamenti e le pressioni di chi finanzia sono altri temi che andrebbero approfonditi. In conclusione, questi sono temi, sostiene Alfter, di grande importanza anche fuori dall’accademia e per chi fa di queste inchieste una professione.

Articolo tradotto dall’originale inglese

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