L’occhio del giornalismo e il corpo della politica

21 febbraio 2014 • Media e Politica • by

Sembra che negli anni Cinquanta all’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro bastasse vedere una spalla scoperta per ingaggiare risse verbali in locali pubblici. È questo uno degli aneddoti raccolti nell’ultimo libro di Vittorio Roidi, “La fidanzata del presidente. Sesso, politica e informazione. Storia di un rapporto tempestoso”. Il docente di Etica e deontologia professionale a La Sapienza racconta cronache e scandali che hanno coinvolto “il Palazzo” dall’inizio della storia repubblicana ai tempi recenti e di come sia labile il confine tra il legittimo diritto a sapere e l’altrettanto legittimo diritto alla riservatezza.

Del difficile rapporto tra privacy, politica e giornalismo si è discusso nell’incontro di ieri nell’aula congressi del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza di Roma. Il professor Michele Prospero, docente di Scienze politiche nello stesso ateneo, ha fatto gli onori di casa e introducendo il testo di Roidi ha parlato di “privatizzazione della politica, un nuovo rapporto tra politica e sfera privata”. Negli ultimi anni, come è ben spiegato anche nel volume di Roidi, si è infatti assistito a un cambiamento sostanziale che ha siglato il passaggio dalla sacralità della politica nell’Italia repubblicana, dove alcuni scabrosi argomenti restavano fuori dal flusso giornalistico, alla svolta di Tangentopoli, la cui cesura netta ha portato all’attuale scenario – dove i confini tra pubblico e privato sono spariti del tutto e che il professore vede definito dalla “scuola del sospetto”. In quest’ottica,  il giornalismo tende ora ad amplificare elementi che precedentemente non rientravano all’interno della sua narrazione. Di conseguenza, è facile comprendere come sia stata la dimensione estetica della politica a diventare preponderante nella seconda Repubblica, con un’attenzione maggiore riservata ai sentimenti e al corpo.

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Un esempio di introduzione della sfera sessuale nella costruzione dell’immaginario del politico è dato dall’autoesaltazione di Silvio Berlusconi e delle sue capacità fisiche e sessuali. I discrimini che segnano cosa debba essere diffuso da chi fa informazione rimangono ancora l’interesse pubblico della notizia e l’essenzialità dei particolari che vengono resi noti al cittadino, il che equivale a dire che la sfera privata di personaggi che rivestono cariche istituzionali debba essere necessariamente rispettata se le possibili notizie non sono rilevanti per la loro vita pubblica. In paesi come gli Stati Uniti, al contrario, il politico che prende il potere non può avere zone nascoste perché l’interesse pubblico prevale sulla privacy, tanto che anche le cartelle cliniche del Presidente sono rese pubbliche. “Ma non possiamo paragonare l’Italia ad altri contesti – precisa Roidi – anche per le differenze religiose e culturali che caratterizzano il nostro Paese”.

A questo proposito, Antonello Soro, Garante per la protezione dei dati personali, ha posto l’accento sul profilo del giornalismo italiano, strettamente intrecciato all’evoluzione della società stessa e sulla necessità di aggiornamento del codice deontologico, che per alcuni casi in particolare dovrebbe diventare più esplicito. Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera ha invece fatto presente come dalla ormai celebre festa di Casoria con Noemi e Berlusconi, la cronaca politica abbia “cambiato passo”. “Non è che i giornalisti hanno deciso di occuparsi della vita privata dei politici – ha spiegato la giornalista – sono stati costretti ad occuparsene proprio per esercitare quel famoso ruolo da cane da guardia. In quel caso il problema era che chi partecipava a quelle feste poi diventava ministro. E nel caso dell’allora governatore della Regione Lazio Piero Marrazzo il problema è che l’uomo politico era diventato ricattabile. Nelle altre democrazie di solito in questi casi si risponde, come ha fatto il presidente francese Hollande per esempio, chiarendo la sua posizione nel caso del tradimento con l’attrice Julie Gaye, facendo cadere l’arma del ricatto”. Il rischio è che si faccia un uso politico e scandalistico delle vicende, come è avvenuto per l’ex presidente Marrazzo, e come ha fatto lo stesso Dario Franceschini quando chiese “Fareste educare i vostri figli da Berlusconi?”. In questo caso la politica usa il privato per i suoi regolamenti di conti, il piano mediatico e politico si mescolano mettendo in discussione il ruolo del giornalismo come watchdog.

La vicenda della festa per i 18 anni di Noemi Letizia a Napoli, a cui partecipò il presidente del Consiglio Berlusconi, suscitò le famose dieci domande del quotidiano La Repubblica relative a questioni ritenute di pubblico interesse. In quel caso il giudice del tribunale civile di Roma, a cui l’ex Premier si era rivolto chiedendo un milione di euro di danni, scrisse: “In un paese democratico costituisce un diritto-dovere della stampa chiedere conto e ragione dei comportamenti a chi ricopre cariche politiche ed esercita il potere di governo, per soddisfare l’interesse pubblico della formazione del giudizio complessivo di valore sulla persona che occupa posizioni di vertice, non solo sull’attività pubblica svolta, ma con riferimento al patrimonio etico e alla coerenza dei comportamenti”. Alcuni comportamenti che in linea generale sono ricompresi nella sfera privata finiscono per rientrare nella categoria dell’interesse pubblico nel momento in cui contraddicono posizioni politiche, valoriali ed etiche espresse ufficialmente dai personaggi coinvolti. Su un altro fronte, i tanti appelli al diritto alla riservatezza da parte di chi difendeva la posizione del Cavaliere nei giorni della bufera mediatica sarebbero dinamiche di difficile manifestazione in paesi come gli Stati Uniti, dove, come sopra ricordato, il concetto di privacy del personaggio pubblico è declinato in un senso molto più ristretto.

L’intervento del giornalista di Repubblica, Carlo Bonini, si è focalizzato sul rapporto tra il professionista dell’informazione e la realtà che è chiamato a documentare: “Sulla privacy abbiamo due grandi paradossi. Il primo riguarda l’intraneità del giornalismo al potere che dovrebbe controllare. Il giornalismo italiano manca di coraggio, preferisce attendere che arrivi prima la magistratura penale in modo da raccontare una storia al riparo del lavoro di altri. Un giornalismo troppo intraneo, al punto di essere arrivati allo scempio e alla buffonata dello streaming, l’inganno finale del giornalismo. La politica raccontata in diretta streaming, come nel colloquio recente tra Renzi e Grillo, è uno strumento di manipolazione della scena. Si perde il ruolo di cane da guardia del giornalismo. Siamo uno strano paese, ed ecco il secondo paradosso, in cui la battaglia per la privacy la fa chi riveste incarichi pubblici rilevanti, cioè proprio chi ha una sfera della privacy più ridotta”.

Si è passati così all’analisi del recente caso dell’ex ministro Fabrizio Barca vittima di uno scherzo della trasmissione di Radio 24 “La Zanzara” di David Parenzo e Giuseppe Cruciani. Roidi, dal 2001 al 2007 segretario dell’Ordine nazionale dei giornalisti, ha apostrofato così la vicenda: “Fai una telefonata imitando Nichi Vendola a Barca per gioco? Tu giornalista iscritto all’albo (i due conduttori sono entrambi giornalisti, nda) non puoi giocare. Il comportamento deve essere conforme al proprio ruolo. Ci sono casi in cui gli Ordini regionali, definiti malconci da Bonini, hanno svolto la loro funzione a dovere, inviando richiami a chi aveva assunto atteggiamenti contrari al decoro della categoria. Quello de La Zanzara è stato un atto sleale e questo l’Ordine non lo consente”.

Prima di chiudere non poteva mancare un accenno alla rimodulazione delle pratiche giornalistiche imposte dalle nuove tecnologie, Internet su tutte. “Ma il rapporto tra cittadino e giornalista non cambia” sottolinea nel suo libro Roidi prendendo in prestito una frase pronunciata da Tim Berners-Lee al summit di Davos del 2010: “Attenti a non mischiare le cose preziose create grazie alle nuove tecnologie con la tanta spazzatura che c’è in giro”. L’informazione professionale diventa sempre più importante proprio perché il numero di informazioni cresce e solo i giornalisti ne possono garantire la qualità.

Il convegno si è concluso riallacciandosi al titolo del libro di Vittorio Roidi, il Presidente, in sostanza, deve dichiarare il nome della fidanzata?: “La democrazia si basa sulla conoscenza, di cui il giornalismo resta un raccordo decisivo, fa da ponte tra il cittadino e le istituzioni. La privacy è un diritto individuale di cui sempre più viene apprezzata la qualità. Ma colui che svolge un’attività pubblica su delega dei cittadini da questi deve farsi conoscere, senza veli. Quanto alla fidanzata, se ne ha una, è conveniente che la presenti ai propri elettori”.

Photo credits: Palazzo Chigi / Flickr CC

 

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