Una stretta alla gola per la radiotelevisione pubblica danese

29 ottobre 2018 • Media e Politica, Più recenti • by

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Il mio parrucchiere, un signore in età di pensionamento, è anche jazzista e ha preso l’abitudine di suonare la tromba per mezz’ora ogni mattina prima di aprire il suo negozio, quando gli uffici del centro di Copenhagen sono ancora deserti. Durante la giornata è solito accendere la sua radio e ascoltare P8 Jazz, un programma della Danish Broadcasting Corporation (DR). Presto questo dovrà finire, purtroppo: la stazione radio P8 Jazz terminerà infatti le sue attività a causa del nuovo gigantesco programma di tagli all’orizzonte della radiotelevisione danese. Il mio parrucchiere è adirato: “la Danimarca ha una tradizione jazzistica importante, ogni anno i fan arrivano da tutto il mondo per il Jazz Festival di Copenhagen”.

Il programma di tagli cambierà non solo la quotidianità degli amanti del jazz, ma anche quella del mio parrucchiere. Quello che è in atto è un attacco generale alla libera formazione dell’opinione pubblica nel Paese. La radiotelevisione danese, al momento ancora finanziata attraverso il canone, nei prossimi cinque anni dovrà infatti ridurre il suo budget del 20%. “Ci stiamo avvicinando al modello sovietico”, ha dichiarato il  sociologo danese Peter Duelund. Al momento, la Danish Broadcasting Corporation (DR) gestisce sei canali televisivi e otto stazioni radiofoniche interregionali, con un budget annuale di 3,5 miliardi di corone danesi (circa 470 milioni di euro). Se tutte le misure di risparmio venissero effettivamente messe in atto, resterebbero solo tre canali tv e cinque stazioni radio. Dei 3400 dipendenti attuali, 420 dovrebbero andarsene nei prossimi tre anni e tra questi vi sarebbero anche 90 collaboratori addetti ai programmi d’informazione.

Posso accettare alcuni di questi cambiamenti, sia come giornalista che come attivista per i diritti umani. Per farla semplice: il nostro Paese era democratico anche quando avevamo un solo canale della DR, in bianco e nero. Il problema sta però nella vastità del cambiamento previsto per il futuro. Una riduzione del 20% è una stretta alla gola e la si può vedere solo come una vendetta. I politici, soprattutto quelli appartenenti ai partiti di centro e di destra, conducono già da tempo una guerra contro la DR “rossa” e “troppo di sinistra” e sono andati in brodo di giuggiole alla notizia dei tagli imminenti. È importante però ricordare che la maggior parte dei giornalisti che hanno fatto carriera in politica in Danimarca, come il parlamentare Morten Løkkegaard, l’ex ministro degli affari esteri Uffe Ellemann e l’ex commissaria Ue Connie Hedegaard, appartengono tutti a partiti liberali o conservatori: a mio modo di vedere, è assurdo parlare di “DR rossa”. La radiotelevisione danese è piuttosto un pilastro portante del welfare state danese e non ne mette in discussione i principi.

Ancora più problematici sono però i cambiamenti al contratto di servizio pubblico tra la DR e il governo. Questo testo regola dal 2003 questioni come la quota di produzioni che devono essere prodotte in Danimarca. In un paese di appena 6 milioni di abitanti, questo ha un senso, ma il nuovo contratto, invece, è un letto di tortura. Un esempio: il cosiddetto principio della “lunghezza di un braccio”, in vigore attualmente, dice che il governo (e in questo caso anche il Parlamento) può determinare solo delle linee guida, mentre sta alla DR implementarle direttamente nelle notizie, nell’intrattenimento e negli altri formati e contenuti. Il precedente direttore di DR Christian Nissen ha analizzato i contratti e ha scoperto che il primo testo del 2003 comprendeva solo nove pagine, mentre la versione del 2015 racchiude 21 pagine e regola su altre 20 le direttive per gli anni dal 2019 al 2023. Il regolamento è molto più dettagliato (da 56 a 172 punti) e si esprime ora pure sul numero di cori, di musicisti per le orchestre e sullo spostamento della produzione di film a aziende private. Il braccio si è accorciato molto.

I nuovi contratti per il servizio pubblico hanno anche un carattere molto più ideologico. La DR, ad esmpio, si deve ora impegnare esplicitamente anche a seguire la “tradizione cristiana”. A quanto pare, ad alcuni politici non piace che l’ottima inviata per il Medio Oriente, Puk Damsgaard, si vesta come le donne arabe quando lavora in Siria e in Iraq e forse pensano che il servizio pubblico debba diventare un missionario cristiano. A questo si aggiunge che la radiotelevisione danese verrà poi finanziata tramite l’economia domestica dello Stato, quindi con le imposte, e non più attraverso un canone diretto. I politici populisti-conservatori della maggioranza nel Folketinget (il Parlamento danese) si sono così assicurati un meccanismo di controllo diretto sull’emittente di servizio pubblico.

Purtroppo, anche gli editori privati si sono accaniti contro la DR e in questa riforma c’è anche la loro vittoria. Il loro obiettivo, come quello dei loro omologhi in vari Paesi, è di limitare l’offerta online di radio e tv pubbliche, dato che tutti ormai hanno adottato un paywall. Tutti tranne il servizio pubblico. La loro idea è che, pubblicando gratuitamente online contenuti eccellenti, le emittenti di servizio pubblico distorcono il mercato in cui i loro contenuti sono invece disponibili a pagamento. A DR non sarà quindi più concesso pubblicare pezzi lunghi, commenti, interviste o inchieste giornalistiche sul proprio sito Internet. Il risultato è che l’offerta online del servizio pubblico danese perderà sensibilmente in qualità. Il mio parrucchiere potrà passare ad ascoltare P2 Klassik: trasmettono molte marce funebri.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo. Articolo tradotto dall’originale tedesco da Georgia Ertz

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