La “democrazia senza giornalisti” e l’importanza del servizio pubblico

16 Giugno 2020 • Giornalismi, In evidenza • by

Pixabay / Public domain

Oggi i giornalisti si trovano in una posizione terribile. Sono lavoratori essenziali, ma decine di migliaia di persone sono state licenziate in tutto il mondo durante la pandemia. Mentre il pubblico dell’informazione è aumentato drasticamente nel 2020, la crisi dei ricavi – in particolare la carenza di entrate pubblicitarie che affligge il giornalismo dal 2008 – è stata trasformata dal COVID-19 in un possibile “evento di estinzione mediatica”, come ha messo in guardia un recente studio prodotto da BBC Media Action in collaborazione con Luminate.

La crisi delle entrate sta colpendo duramente il giornalismo e sta contribuendo a uccidere i media di tutto il mondo. Il giornalista del Botswana Ntibinyane Ntibinyane già in aprile faceva notare che tutti i giornali africani fossero a rischio di chiusura sulla scia della pandemia e all’inizio di maggio ci sono stati licenziamenti in diverse grandi aziende sudafricane e un crollo della pubblicità in paesi diversi come Bolivia, Regno Unito, Filippine, Brasile, India e Liberia, per citarne solo alcuni. In questo momento di urgenza, sono necessarie nuove idee e soluzioni su larga scala per salvare il giornalismo indipendente, la sua diversità e il pluralismo dei media, anche se non sembra esserci la volontà politica di attuarle.

Per queste ragioni, Democracy Without Journalism: confronting the misinformation society, l’ultimo libro dello studioso e storico dei media Victor Pickard, è essenziale. In questo libro approfondito e autorevole, Pickard propone per gli Stati Uniti qualcosa di più sulla falsariga di un modello europeo con un’emittente pubblica sostenuta dal governo ma indipendente, tasse sui giganti della tecnologia che verrebbero utilizzate per sostenere le notizie, e sussidi per i media.

Il Professore della Annenberg School for Communication della University of Pennsylvania vede anche un ruolo importante per le piccole comunità che possono creare le proprie testate e per le cooperative di stampa locale, e sottolinea l’importanza che i giornalisti si impegnino insieme ai loro pubblici in aree dove la copertura giornalistica è minore. La speranza è che riducendo le pressioni commerciali sui media, la qualità possa migliorare, il che alla fine aiuterà i cittadini non solo a essere meglio informati, ma forse anche meno polarizzati politicamente di quanto non lo siano oggi. Pickard siede nel consiglio di amministrazione del gruppo statunitense di attivismo mediatico Free Press ed è stato coinvolto direttamente nei maggiori dibattiti politici negli Stati Uniti e in altri paesi.

Anya Schiffrin: Nel suo libro lei parla dell’importanza dell’opzione pubblica per i media e mi chiedo se la pandemia le abbia dato qualche speranza. La crisi sanitaria ha mostrato quanto sia importante la qualità dell’informazione per le società, ma pensa che queste settimane abbiano reso più o meno probabile l’opzione pubblica negli Stati Uniti?
“Victor Pickard: Nel breve periodo, la pandemia ha aumentato la consapevolezza dell’importanza vitale del giornalismo per la società, soprattutto in momenti come questo. I dati dei sondaggi pre-pandemia suggerivano che la maggior parte degli americani non fosse a conoscenza del fatto che il giornalismo locale fosse in difficoltà, ma ora c’è una crescente consapevolezza attorno al fatto che che il giornalismo sia in forte crisi. I nuovi dati dei sondaggi mostrano invece che gli americani sarebbero persino favorevoli a far sovvenzionare il giornalismo dal governo”.

“Non credo che questi recenti cambiamenti porteranno immediatamente alla creazione di una ‘opzione pubblica’ per il giornalismo negli Usa, ma hanno già portato a un modesto aumento del budget per l’emittenza pubblica. Credo sia probabile che continueremo a muoverci verso il finanziamento d’emergenza per il giornalismo. Ma è il futuro post-pandemico del giornalismo che tutti noi dobbiamo considerare – perché ci sia un futuro per la maggior parte delle forme di giornalismo locale c’è bisogno una riforma strutturale e investimenti pubblici permanenti”.

“Nel lungo periodo, la crisi del giornalismo in corso – e i cambiamenti nel modo in cui pensiamo al giornalismo – potrebbero aiutare a creare le basi per la fondazione di un sistema di media pubblici americani più forte, soprattutto perché il giornalismo locale continua a scomparire. Potremmo anche assistere a esperimenti a livello locale, come i giornali municipali o i sussidi statali, che abbiamo già visto nel New Jersey”.

“Sarà necessaria però un’opzione pubblica nazionale a livello sistemico, il che solleva immancabilmente diverse questioni. In primo luogo, come la pagheremo? Nel mio nuovo libro affronto questa domanda nel dettaglio, ma in realtà ci sono molti modi: dalla tassazione dei media e dei monopoli di piattaforma, alla ridefinizione dei sussidi ai media già esistenti, all’utilizzo di voucher fiscali individuali. Io suggerisco la cifra di 30 miliardi di dollari all’anno di fondi pubblici per i media. Si tratta di una cifra piuttosto modesta rispetto ad altre recenti spese, come la legge sugli incentivi o il precedente taglio delle tasse di Trump”.

“Una seconda domanda è come garantire l’indipendenza di un’emittente pubblica. Molti Paesi democratici in tutto il mondo l’hanno capito; penso che anche noi possiamo farlo. Ovviamente, abbiamo bisogno di protezioni strutturali e di firewall tra i governi e i media. Dobbiamo democratizzare il sistema decentrando il potere dal livello federale ai governi statali e alle comunità locali. E dovremmo fare affidamento su comitati consultivi indipendenti che ci aiutino a dettare l’allocazione delle risorse nelle aree di maggiore bisogno, come i ‘deserti di notizie’ e le comunità meno servite”.

“Infine, come possiamo fare in modo che le persone si rivolgano a queste istituzioni mediatiche una volta che le abbiamo costruite? Si tratta di una sfida cruciale, ma ci sono segnali precoci che suggeriscono che se le comunità locali sono impegnate – se sono coinvolte ovvero a tutti i livelli nella progettazione, nel governo e nella produzione dei propri media – si fideranno e si affideranno ai loro media locali”.

Victor Pickard

AS: Sarebbe possibile espandere semplicemente la NPR (National Public Radio) o la PBS (Public Broadcasting Service) invece di creare una nuova struttura?
VP: “L’espansione e la ridefinizione di NPR e PBS è certamente una delle opzioni possibili. Dovremmo chiarire che queste reti non sono più principalmente di radiodiffusione, ma che le stazioni di radiodiffusione pubbliche diventeranno centri multimediali. Questo sta già accadendo in una certa misura, ma richiede ancora un cambiamento psicologico tra gli americani – soprattutto i politici – per cancellare le distinzioni artificiali tra le trasmissioni pubbliche e altri tipi di giornalismo”.

“Ciò che questa transizione significherebbe per i giornali di adesso è una questione aperta. I giornali potrebbero essere inseriti in una rete nazionale di media pubblici o rimanere al di fuori di essa come enti senza scopo di lucro o a basso profitto che collaborano con i media pubblici locali o si completano a vicenda. Per quanto io ami i giornali, la preoccupazione non è mai stata quella di salvarli di per sé. Si tratta piuttosto di preservare il giornalismo, e si dà il caso che nella maggior parte delle zone del Paese i giornali siano l’ultimo baluardo del giornalismo nel complesso”.

“Ci sono chiari vantaggi nel costruire sulla rete pubblica di radiodiffusione invece di creare qualcosa di nuovo da zero. Potremmo anche sfruttare altre infrastrutture pubbliche già esistenti, come biblioteche, università e persino uffici postali, per fornire spazi per la produzione di notizie locali. In definitiva, dovremo essere creativi nel proporre opzioni senza scopo di lucro, perché le opzioni commerciali da sole non possono fornire il giornalismo locale di cui abbiamo davvero bisogno”.

AS: Che cosa possiamo imparare dalle esperienze di altri paesi per quanto riguarda la creazione di qualcosa di nuovo?
VP: “Non ci sono molte nuove istituzioni in fase di creazione al momento, ma stanno cominciando a emergere molti esperimenti attivisti su piccola scala. Più in generale, gli altri Paesi democratici tendono ad essere meno schiavi del fondamentalismo di mercato, e quindi più propensi a identificare e a rispondere ai fallimenti sistemici del mercato. Questo è un modo per imparare dalle migliori pratiche internazionali”.

“Altri paesi si stanno muovendo più rapidamente verso modelli di sovvenzione, soprattutto per il giornalismo locale. Cominciano anche a capire come i monopoli di piattaforme come Google e Facebook stiano privando le testate giornalistiche della loro giusta quota di entrate pubblicitarie”.

“Quello che possiamo imparare dalle esperienze di altri Paesi è che questa è una crisi giornalistica globale. Certo, la crisi ha colpito prima e più duramente negli Stati Uniti per ragioni strutturali, soprattutto per il nostro eccessivo affidamento sui ricavi pubblicitari rispetto all’industria giornalistica di altri paesi. Ma i sistemi mediatici commerciali di tutto il mondo sono alle prese con molti degli stessi problemi strutturali. Questo ci dice che è necessaria una riforma strutturale sistemica”.

AS: Come affronteresti Facebook e WhatsApp e Twitter? Qualche riflessione sulle decisioni in materia di copyright in Australia e in Francia? Sembrano un raggio di speranza. Gli altri paesi dovrebbero seguirne l’esempio?
VP: “Penso che queste recenti decisioni siano generalmente un buon segno del fatto che le società democratiche stiano cominciando a tenere a freno i monopoli delle piattaforme per via di una serie di danni sociali. Tuttavia, penso che sia importante che non ci limitiamo a ridistribuire gli introiti pubblicitari agli stessi editori commerciali che hanno contribuito ad esacerbare la crisi del giornalismo, disinvestendo nelle loro redazioni e privilegiando il profitto rispetto al principio”.

“Invece di sostenere modelli commerciali falliti o proteggere gli imperativi di profitto delle industrie minacciate, ho sostenuto la necessità di ridistribuire quel denaro a un fondo pubblico per i media che possa concentrarsi sui ‘deserti di notizie’ e altri problemi sociali urgenti. Altrimenti rischiamo di socializzare i costi e di privatizzare la ricchezza generata da quelli che dovrebbero essere considerati beni pubblici. In altre parole, questo non dovrebbe riguardare i Rupert Murdoch del mondo. Piuttosto, si tratta di noi, del grande pubblico. Si tratta della nostra continua lotta per realizzare una società democratica”.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Antonio Nucci

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