5 lezioni sul data journalism dal Portogallo

14 Agosto 2019 • Digitale, Più recenti • by

Jonathan Gray / Flickr / CC BY-SA 2.0

Quando ho iniziato a lavorare nella redazione di Rádio Renascença nel 2016 avevo un obiettivo chiaro: creare una delle prime unità di data journalism in Portogallo e usare i dati e il coding per esplorare nuovi modi di raccontare storie. Nei tre anni trascorsi da allora ho incontrato numerosi fallimenti, imparato diverse lezioni di grande valore dai miei errori, attraversato momenti di grande frustrazione e provato cose nuove grazie all’influenza di blog, thread su Twitter e risposte di Stack Overflow.

Nel frattempo, il panorama mediatico portoghese non è cambiato molto. Oggi, nel mio Paese lavorano pochi data journalist. Tutti continuano a ripetere che i dati e le competenze di programmazione siano fondamentali, ma non sono tanti i corsi universitari a insegnare queste cose. Gli hackaton sono ancora indirizzati per lo più al settore tech e alla pubblica amministrazione, gli open data sono un miraggio e i progetti basati sui dati sono portati avanti dagli auto-proclamatisi (me incluso) data journalist solo occasionalmente.

Questa descrizione potrebbe far pensare che il data journalism e la sua innovazione non abbiano attecchito in Portogallo. Questo però sarebbe incorretto, anche se il cambiamento è davvero lento. Troppo lento, se paragonato con altri Paesi. Detto questo, aver speso tre anni a costruire una redazione per lavorare sui dati e a integrarla dentro il flusso di lavoro di una testata con 83 anni di storia mi ha insegnato diverse cose. Quindi, se puntate a lanciare una unità che lavori sui data nella vostra redazione, qui troverete alcune lezioni che ho dovuto imparare facendo del data journalism.

1) Diventa un unicorno (o un journocoder)
I journocoder, i giornalisti che sanno programmare, sono gli unicorni del settore mediatico: sono creature rare che non hanno solo competenze di reporting, ma sanno anche programmare e fare analisi dei dati, o hanno persino qualche skill di design. Questo mix speciale li rende molto ricercati. Se vuoi lanciare una unità di data journalism nella tua redazione, però, ho delle brutte notizie: gli unicorni sono persino più rari di quello che potresti pensare.

Il mio consiglio quindi è diventare un giornalista di questo tipo tu per primo. Se sei interessato nel data journalism, avrai probabilmente incontrato quel momento in cui vorresti realizzare qualcosa, non sai come fare e vorresti avere un programmatore al tuo fianco. Non c’è però ragione di aspettare che sia la tua azienda ad assumere un tecnico che possa aiutarti, perché semplicemente non succederà. La buona notizia, però, è che ci sono vari modi in cui poter superare quella impasse. Esistono diversi corsi online fantastici e gratuiti, GitHub è pieno di materiale interessante e la sua community è sempre pronta a offrire aiuto. Non aver paura di chiedere!

2) Controlla le tue aspettative
Avrai controllato la shortlist degli annuali Data Journalism Awards, letto il Data Journalism Handbook e visto i lavori folli di Guardian, New York Times, FiveThirtyEight, La Nación, o del Berliner Morgenpost, per citarne alcuni. Quei lavori sono capolavori e di sicuro vorrai produrre qualcosa di simile anche tu.

Aspirare alla grandezza è una cosa fantastica, ma dovrai anche imparare a gestire le tue aspettative o, in altre parole, a conoscere cosa è possibile fare alla luce delle risorse a tua disposizione. Alcune delle cose che potresti avere in mente potrebbero richiedere più tempo e più sforzi collaborativi di quelli che potresti aver messo da conto. Questo non significa necessariamente che tu non debba puntare alto, non frustrarti eccessivamente perché i risultati non sono perfetti come tu vorresti che fossero. Innamorati del processo, non del risultato finale.

3) Impara a guadagnare tempo
Il mio editor mi prende sempre in giro perché ogni volta che le viene in mente un’idea matta le rispondo dicendo che è possibile realizzarla ma che devo prima imparare a fare le cose necessarie a realizzarla. Anche se tu fossi un programmatore di grande esperienza e pieno di talento, ti servirà comunque tempo per imparare (e per pensare, per scrivere codice davvero e per fare debugging). Quindi, se tu e i tuoi editor siete davvero propensi a lanciarvi in un progetto di questo tipo, dovrai imparare a negoziare il tempo che ti serve. Guadagnare quel tempo è un investimento che porterà dei dividendi.

(Extra tip: se pensi che ti possano servire solo pochi minuti, ti sbagli. Servirà molto più tempo).

4) Non preoccuparti di sentirti un hacker dentro la tua testata
Non sto parlando delle attitudini dei giornalisti tradizionali nei confronti dei loro colleghi che programmano: mi hanno guardato storto per un po’, ma hanno cambiato idea quando hanno visto i risultati finali. La maggior parte delle organizzazioni mediatiche non è ancora pronta per i journocoder. Non è previsto che i giornalisti abbiano accesso ai server, alle API e a qualsiasi cosa vada oltre una interfaccia WYSIWYG messa a punto dai tecnici per la redazione.

Lo capisco. I journocoder sono “una cosa nuova” e chi lavora nell’IT non è abituato a interagire con questo genere di richieste da parte della redazione, ed è più abituato a rispondere che qualcosa non si può fare per via di motivi di sicurezza. I team tecnici potrebbero anche innervosirsi perché i journocoder non hanno una formazione formale in informatica e potrebbero quindi avere un approccio poco ortodosso alla materia. Noi giornalisti siamo creature mosse dalla curiosità, il che significa che abbiamo una inclinazione a rompere le cose.

Dalla mancanza di accesso di livello “admin” al tuo computer o di un access point per i server, dovrai aspettarti di dover affrontare diverse questioni, soprattutto se lavori in una redazione tradizionale. La buona notizia è che se sai programmare davvero, parlerai la stessa lingua dei tecnici e non avrai difficoltà a spiegare loro perché qualcosa sta bloccando il tuo flusso di lavoro. Potreste anche diventare amici alla fine. Non lasciare che una barriera apparente possa impedirti di fare cose nuove. Fortunatamente, ci sono diversi buoni servizi che ti faranno esplorare le cose più basic a titolo gratuito. Cercando di ottimizzare qualcosa, potresti finire a imparare cose nuove. E un giorno, forse, ti verrà data la carta di credito aziendale per pagare i tuoi stessi progetti.

5) Smetti di lavorare come se avessi dei superpoteri unici
Saper programmare e fare data analysis potrebbe farti sentire inondato di poteri magici, è comprensibile. La sensazione di essere un programmatore solitario nella tua redazione, però, potrebbe trasformarsi in sindrome da diva e potresti sentirti come se nessuno comprendesse davvero i tuoi sforzi. Ma hai mai provato a spiegarli agli altri?

Ogni volta che collaboro a un progetto con un giornalista “tradizionale”, cerco di spiegare nel dettaglio come funziona l’analisi dei dati. Se serve creare uno scraper, spiego che non esiste un modo unico per scaricare tutti i dati in un colpo solo e che occorrerà creare una sorta di “robot” che raccolga i dati pagina per pagina. Improvvisamente, i tuoi colleghi che hanno difficoltà con le competenze in fatto di dati inizieranno a capire di cosa ti occupi e inizieranno anche a suggerirti come risolvere un problema specifico. E quella è una delle più belle ricompense che possono capitare a un journocoder.

Articolo tradotto dall’originale inglese. Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo.

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