Le scuole di giornalismo formano i leader di domani

30 aprile 2013 • Digitale • by

L’era dei profitti elevati appartiene al passato e non tornerà più, il cambiamento delle aziende di informazione è irreversibile, in futuro anzi si ridimensioneranno e cambieranno la loro fisionomia assomigliando sempre di più alla redazione giornalistica della testata online che compare nella serie House of Cards. Perchè il titolo “Post Industrial Journalism: Adapting to the present?”  perchè la stampa come l’abbiamo conosciuta non esiste più e perchè le imprese mediatiche e le istituzioni che si occupano di informazione devono adattarsi al presente se vogliono sopravvivere. Innovare, sperimentare e progettare sono le parole chiave, e per le aziende esistenti è meglio pensare a come fermarsi, smantellare l’esistente piuttosto che proteggerlo e preservarlo. Parola di Emily Bell, speaker d’eccezione al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia. Di formazione giornalista, esperta di nuove tecnologie, marketing ed economia, dal 2000 al 2010 reponsabile dei contenuti digitali al Guardian, oggi dirige il Tow Center for Digital Journalism alla Columbia Journalism School ed è l’autrice insieme ad Anderson e Shirky del manifesto del giornalismo post industriale. Abbiamo avuto il piacere di incontrarla al Festival e di scoprire che cosa l’ha spinta ad abbandonare il mondo frenetico delle news e del giornalismo per il mondo accademico ma anche che cosa pensa degli editori europei e se a suo avviso qui da noi si rinnova abbastanza o se ha l’impressione che stiamo perdendo il treno.

Emily che cosa ti ha spinto a lasciare il Guardian per la Columbia?

“I motivi sono diversi. Nel 2000 quando lasciai i giornali cartacei per l’online feci una scelta fondamentale per la mia carriera ma anche rischiosa. A quei tempi il Guardian contava giusto 1 milione di utenti e le persone mi chiedevano se non fosse una scelta azzardata. Dieci anni sono un lungo periodo per lavorare ad una piattaforma in rapida e costante espansione, può essere davvero stancante in particolare se hai tre figli. Il Guardian è una grandiosa organizzazione, continuo a farne parte, siedo nel suo Scott Trust e  scrivo regolarmente per la testata. Semplicemente ad un certo punto ho sentito l’esigenza di cambiare, di respirare aria nuova, idee nuove e di potermi concentrare su cose diverse”.

Perchè New York?

“New York è il luogo per eccellenza, l’epicentro della tecnologia, dell’innovazione e del giornalismo. Ed è stata fortuna che la Columbia proprio in quel momento fosse alla ricerca di un profilo come il mio. E proprio come quando andai al Guardian, anche il progetto della Columbia era quello di una start up: l’idea era quella di costruire qualcosa all’interno dell’istituzione per cambiare l’istituzione stessa”.

Come è il lavoro con gli studenti?

“Il lavoro con gli studenti è molto entusiasmante, ricordo come al Guardian fosse difficile trovare le persone e le competenze giuste per fare cose nuove. Le scuole di giornalismo hanno una grande opportunità quella di cambiare l’industria formando studenti in grado un domani di essere dei leader del settore non tanto di inserirsi in posti e competenze che abbiamo già a disposizione per loro”.

Le scuole di giornalismo sono al passo con I tempi?

“Fino ad oggi le scuole di giornalismo, a differenza ad essempio di quelle delle scienze  informatiche, non sono state molto innovative. Ora però la situazione sta cambiando, devono innovare anche loro”.

Torniamo per un attimo al Guardian: vista l’attuale congiuntura pensi che la filosofia dei contenuti all for free sia una buona strategia?

“Originariamente sono stata parte di questa strategia, quindi sì, penso sia buona! Il Guardian ha una audience molto definita se lo paragoniamo ad altri brand che già hanno il paywall come il Financial Times e il New York Times. Il Guardian produce un tipo specifico di accountability journalism per il quale esiste un mercato molto esteso anche se non necessariamente monetizzabile come quello del NYT che necessita di un ampio mercato per i giornali per poter influenzare le sottoscrizioni digitali. D’altra parte il modello del NYT non è facilmente replicabile e credo che ciò che contraddistingue il Guardian come tale è la sua tradizione liberale che lo rende un produttore di nformazione aperto e accessibile a tutti. Inoltre, quando si parla di paywall, le persone sono subito portate a vedere delle entrate senza comprendere davvero il discorso del margine e del ritorno di investimento, senza contare che i costi in termini di risorse di tempo e di finanze per la creazione e l’implementazione della tecnologia sono notevoli.

Vista la struttura odierna del mercato, penso che per il Guardian sia molto più importante concentrarsi su una diffusione internazionale piuttosto che sul paywall. Quindi sono dell’idea che la strategia free del Guardian per ora sia buona poi le cose cambiano, niente è per sempre, cambia il pubblico, cambiamo i sistemi di pagamento, vedremo come sarà in futuro.

Emily, data la tua esperienza al di qua e al di là dell’oceano, quali differenze sostanziali vedi tra il mercato della stampa europeo e quello statunitense?

“Ovviamente il mercato della stampa europeo è molto più regionale ed è anche più protetto da fattori come quello linguistico. Questo rende il mercato europeo rispetto a quello statunitense anche più lento nell’innovarsi. Mentre il mercato Americano è “market driven” orientato al mercato e quindi anche molto esposto, quello europeo è più protetto e può contare su diverse modalità di finanziamento e supporto, molto spesso anche statali”.

E per quannto riguarda tecnologia e innovazione?

“In Europa ci sono gruppi di persone che fanno cose interessanti ma tendono ad essere casi isolati: ci sono centri come San Francisco, New York, intorno al MIT o in Texas dove devi essere “tech”. Negli Stati Uniti c’è una cultura imprenditoriale e di innovazione che qui non esiste. Ci sono progetti giornalistici interessanti in Svezia, in Francia, vedi ad esempio Zite, ma appunto sono ancora isolati, tecnologicamente gli States sono molto più all’avanguardia”.

Rimanendo in ambito europeo, che cosa ne pensi della questione google vs editori?

“Google di fatto è una organizzazione troppo grande, presenta la stessa minaccia al pluralismo come Microsoft negli anni novanta.

Poi se un editore riesce ad ottenere qualche miliardo da google, bene, buona fortuna, ma in realtà non è la soluzione del problema. È solo un modo per rallentare l’acqua che pian piano sale alla gola… L’industria dell’informazione è fortunata perchè profitta molto di più dall’infrangere il copyright chè dal pretendere soldi per esso. L’informazione non è un copyright business, i giornali non sono proprietari degli eventi di cui scrivono, ad esempio. Cosa succederebbe se ogni squadra di calcio in Europa si facesse pagare dai giornali per poter accedere agli eventi? L’aggregazione dei contenuti ha sempre fatto parte del business delle news. Pretendere soldi da un aggregatore di notizie a mio avviso è intellettualmente inconsistente, una cattiva legge che non aiuta gli editori ma anzi li trattiene dal cercare soluzioni migliori”.

Che cosa ti piace di più invece del tuo lavoro alla Columbia?

“Gli studenti sono grandiosi, molto talentuosi e stimolanti. Abbiamo un corso nel quale insegniamo proprio le strategie per le imprese mediatiche e abbiamo davvero la possibilità di riflettere sull’innovazione e lavorare a progetti interessanti. Il mio lavoro è molto vario, mi occupo anche di questioni amministrative o di progetti come il report che abbiamo pubblicato l’anno scorso. Poi apprezzo il fatto che ti trovi in un contesto nel quale si può discutere, dibattere anche di questioni controverse, la libertà di azione e di parola è importante, puoi alzarti in piedi e dire senza problemi un sacco di cose controverse e al tempo stesso hai anche tanti stimoli esterni con i quali confrontarti”.

I giovani formati alla Columbia trovano lavoro?

“Di recente abbiamo avuto un career day al quale ha partecipato il maggior numero di aziende e datori di lavoro che la Columbia abbia mai avuto. Non provenivano solo da aziende affermate e conosciute ma anche da start up e imprese giovani. Erano alla ricerca di profili con skills precisi come la capacità di analizzare dati, l’abilità a comunicare e a pubblicare con l’aiuto di strumenti multimediali. Questi sono quei momenti in cui senti che ciò che semini raccogli”.

C’è qualcosa che ti manca del tuo lavoro al Guardian?

“La redazione! E i suoi giornalisti, in particolare quando il giornale fa uno scoop importante”.

Quale è stato il riconoscimento più importante che avete ottenuto con il vostro report “Post Industrial Journalism: Adapting to the present?”

“Sicuramente l’interesse che abbiamo sollevato e ottenuto nel mondo professionale. Ci hanno contattato molti giornalisti,  molto più che gli editori o i manager, dicendoci quanto importante fosse il nostro lavoro per loro. Con una giornalista in particolare mi sono incontrata per un caffè e lei mi ha spiegato quanto fosse cambiato il suo lavoro dopo avere letto il report. “Devi capire quanto sia importante il lavoro che avete fatto, insegnare e dire ai ragazzi questa è la direzione nella quale stiamo andando”.  Certo abbiamo ricevuto anche qualche critica ma credo che la forza del nostro report risieda nel fatto di non esserci proposti come degli evangelisti ma di essere stati molto realisti e di avere proposto delle soluzioni. Per la Columbia inoltre è stato importante che al progetto abbiano collaborato tre scuole di giornalismo diverse”.

Mostrare ai ragazzi dove stiamo andando: nella presentazione di questa mattina al Festival, parlando di come saranno le redazioni in futuro, hai mostrato la “redazione” di una testata online che compare nella serie web tv House of Cards di Netflix: si tratta di una stanza open space senza postazioni, giovani seduti per terra con il loro laptop o ipad…

“Può sembrare esagerato ma stiamo andando proprio in quella direzione, le redazioni del futuro saranno proprio così”.

 

 

 

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