La via di Blendle ai micropagamenti per le news

10 giugno 2015 • Economia dei media, Più recenti • by

Blendle.com

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Blendle è stata fondata un anno fa in Olanda con l’obiettivo di cambiare il modo in cui le notizie sono consumate e lette, puntando sui micropagamenti: con questa formula, i lettori possono pagare per ogni articolo che leggono online e scegliere tra diverse testate, su un’unica piattaforma. Dopo il successo in patria, la startup ha ricevuto finanziamenti dal New York Times e da Axel Springer in Germania, dove proprio in questi giorni Blendle ha lanciato la sua versione tedesca, con l’obiettivo di riproporre il suo modello anche in altri contesti.

Alexender Klöpping, giornalista 28enne co-fondatore di Blendle, ha spiegato all’Ejo perché crede che il suo modello abbia avuto successo e perché potrebbe averlo anche altrove. Dal suo punto di vista, il segreto è stato essere capace di attirare lettori molto giovani e il fatto di avere un business model in grado di favorire i freelance. L’azienda, al momento, è già in positivo, nonostante offra ai suoi lettori la possibilità di essere rimborsati se non apprezzano quello che leggono.

I micropagamenti non sono una nuova idea per il giornalismo, ma questo approccio ha ricevuto accoglienza ambivalente da parte dei gruppi mediatici: solo nell’aprile dello scorso anno, ad esempio, un giornale americano, il Winnipeg Free Press, ha decido di adottare per primo i micropagamenti, chiedendo ai suoi lettori 27 centesimi per ogni articolo letto o una tariffa mensile per superare il suo paywall. Nel 2013, uno studio di Nick Geidner e Denae D’Arcy, due docenti di giornalismo alla University of Tennesee aveva riscontrato come i micropagamenti avrebbero potuto avere un impatto sostanziale sul modo in cui ci informiamo, dato che – stando almeno ai risultati di quel paper – i lettori non erano molto propensi a pagare per articoli con cui non erano d’accordo.

Gli editori scelgono i prezzi
Con Blendle, sono gli editori a fare il listino prezzi per gli articoli. I contenuti dei magazine, di norma, hanno un prezzo che oscilla tra i 20 e i 40 centesimi, mentre quelli dei quotidiani costano tra i 10 e i 20. Solo nel caso di alcuni pezzi più lunghi, in stile New Yorker, si devono sborsare fino a 80 centesimi. “Davvero, sono gli editori a decidere”, ci dice Klöpping, confermando che anche il compenso per i giornalisti è una questione stabilita esclusivamente dalle redazioni, “noi non partecipiamo ad alcuna decisione attinente ai prezzi”. Agli editori va il 70% degli introiti, mentre Blendle tiene per sé il restante 30. Il modello è simile a quello di Niuzly, un’altra startup attiva nel settore dei micropagamenti per il giornalismo, dove i freelance possono ricevere direttamente l’80% di quello che viene incassato per ogni articolo pubblicato.

I freelance possono diventare editori di se stessi
Blendle sigla gli accordi per gli articoli che compariranno sulla sua piattaforma direttamente con gli editori, ma i freelance possono iscriversi per vendere i loro contenuti in modo indipendente se fanno parte di un collettivo di autori. Un esempio di successo è quello di TPO Magazine, un gruppo di giornalisti che ha deciso di diventare editore, in modo da ricevere i pagamenti in prima persona. “TPO è solo un nome che li unisce”, spiega Klöpping all’Ejo, “lavorano davvero bene e spesso incassano più di testate strutturate”.

Soddisfatti o rimborsati
Se un lettore di Blendle non apprezza quello che legge, ha sempre l’opzione di chiedere un rimborso, anche se a numero limitato. Blendle, infatti, traccia quante volte una persona acquista un pezzo e quanto spesso chiede indietro la cifra spesa. Al momento, fa sapere Blendle, solo il 5% degli utenti ha chiesto un rimborso. Klöpping è convinto: il pubblico sotto i 35 anni probabilmente ha voltato le spalle ai media tradizionali, ma gravita ancora attorno ai brand giornalistici in grado di offrire del giornalismo di qualità. Nonostante questo, registrarsi su un sito di news e pagarne i contenuti non è ancora una pratica troppo comune perché questo pubblico, generalmente, non si lega a una testata quanto lo facevano le generazioni precedenti: “semplicemente”, continua Klöpping, “non fa parte della loro identità”.

I lettori possono accedere a molte testate online gratuitamente, ma sono ancora disposti a mettere mano al portafoglio per contenuti interessanti e personalizzati, dice Klöpping citando YouTube, sulla cui piattaforma è possibile accedere a molti brani musicali gratuitamente, ma gli amanti della spendono volentieri 10 euro al mese per usare Spotify, che li aiuta a scegliere sulla base dei propri gusti: “ci sono talmente tante fonti online che è davvero difficile trovare quello che è rilevante per te, se non hai molto tempo”, dice il co-fondatore di Blendle, “e noi aiutiamo a realizzare questa cosa”.

Blendle, infatti, pubblica ogni giorno una classifica degli articoli più letti su tutti i magazine e i giornali offerti dalla sua piattaforma. In questo modo, i lettori possono connettersi con Twitter o Facebook e vedere cosa gli altri stanno leggendo. “Ma sono persone in carne e ossa a selezionare gli articoli migliori”, continua Klöpping, in modo che i lettori che si interessano a un tema in particolare possano ricevere aggiornamenti specifici.

Espansione all’estero
La startup continua la sua ricerca di nuovi modi per consumare il giornalismo e sta collaborando con gli editori per integrare la sua piattaforma per i micropagamenti su siti esterni anche all’estero, in modo che questi possano vendere articoli singoli senza che sia necessario fare un abbonamento completo per un paywall. Al momento, Blendle dice di avere 250mila utenti in Olanda, circa il 2% della popolazione nazionale. Il sito non ha speso un singolo euro in pubblicità, ma questo approccio potrebbe cambiare in mercati più ampi. “Finora è andata bene in Olanda, questo potrebbe essere dovuto al fatto che gli olandesi sono matti”, scherza Klöpping, “ma penso possa essere dovuto anche ad altro”. Dopo l’Olanda, Blendle è ora presente anche in Germania, dove ha siglato un accordo con tutte le testate del paese, 18 quotidiani e 15 settimanali. Il prossimo passo potrebbe essere la Francia.

Articolo tradotto dall’originale inglese

 

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