COVID-19 e giornalismo: Iran

6 Maggio 2020 • Brevi, Giornalismi • by

Il Coronavirus SARS-Cov-2 / Pixabay / public domain

Questo articolo è parte di una serie dell’EJO dedicata alla copertura giornalistica del Coronavirus COVID-19 nel mondo. La lista completa degli articoli è disponibile qui e in inglese.

L’Iran è uno dei paesi più colpiti dal COVID-19. La risposta della Repubblica Islamica all’epidemia è stata controversa e la copertura mediatica della crisi si è limitata principalmente alla riproposizione della narrazione ufficiale. Allo stesso tempo, l’assenza di inchieste indipendente e di verifica dei fatti affidabile ha infiammato la diffidenza nei confronti dei media nazionali.

Inoltre, la leadership del Paese e i media statali sono accusati di aver cercato di coprire l’entità reale dell’epidemia di COVID-19 e di aver anche messo in circolazione teorie del complotto secondo cui il virus potrebbe aver avuto origine da un’arma biologica prodotta dagli Stati Uniti.

La risposta dei media iraniani all’epidemia è inevitabilmente un sottoprodotto dello stretto controllo dello Stato sull’informazione. Quasi tutte le agenzie di stampa in Iran sono infatti gestite direttamente dallo Stato o hanno legami stretti con l’establishment. L’unico fornitore di servizi radiotelevisivi del Paese è l’Islamic Republic of Iran Broadcasting Corporation (IRIB) ed è sotto il controllo del leader supremo Ayatollah Ali Khamenei. Tutte le agenzie di stampa sono gestite direttamente da diversi rami del sistema e le agenzie private si affidano al supporto del governo per sostenere le loro attività. I giornali, ad esempio, dipendono dalle importazioni di carta che vengono sovvenzionate e stanziate dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica.

C’è un elenco sempre crescente di linee guida e limitazioni sia ufficiali sia implicite per l’informazione e superare queste linee può scatenare duri rimproveri e conseguenze per i giornalisti e le loro testate. Non sorprende quindi che i media iraniani si siano attenuti al racconto ufficiale sull’epidemia.

Chiudere un occhio
Le autorità hanno negato la presenza della malattia in Iran fino alla conferma ufficiale dei primi decessi il 19 febbraio 2020. Da allora il Ministero della Salute ha tenuto briefing quotidiani con la stampa per annunciare gli ultimi dati sul numero di infezioni e mortalità attribuite al virus. L’attendibilità delle statistiche è stata messa in discussione da cittadini, giornalisti indipendenti e media stranieri. Tra gli esempi più significativi di tali critiche ci sono un noto articolo del Washington Post che includeva immagini satellitari dei siti di sepoltura (12 marzo) e una precedente analisi del New York Times sulla copertura mediatica del Coronavirus (28 febbraio).

I funzionari sanitari iraniani hanno più volte indicato come il reale conteggio delle infezioni da Coronavirus e dei decessi è superiore alle cifre ufficiali. Rick Brennan dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad esempio, ha recentemente visitato l’Iran e il il 17 marzo ha dichiarato a Reuters che il vero costo del COVID-19 potrebbe essere cinque volte più alto dei numeri ufficiali. Nonostante questo contesto, a tutt’oggi nessun media iraniano ha avviato un’indagine indipendente sulla questione. Alcuni esponenti politici iraniani, compresi i parlamentari, hanno censurato il governo per aver minimizzato la portata dell’epidemia. Alcune testate hanno ignorato le accuse, mentre altre le hanno pubblicate senza alcuna verifica o segnalazione aggiuntiva.

Dopo lo scoppio della pandemia, i giornali privati hanno pubblicato principalmente articoli basati sulle narrazioni ufficiali condite da lievi critiche. Queste sono state rivolte soprattutto all’amministrazione del presidente Hassan Rouhani e agli amministratori comunali, non alla risposta complessiva della Repubblica islamica all’epidemia. Il quotidiano persiano Donya-e-Eqtesad ha pubblicato l’1marzo una storia che descriveva come l’inquinamento atmosferico possa aggravare i rischi per la salute associati a COVID-19. L’articolo criticava il Comune di Teheran per non aver ridotto l’inquinamento atmosferico.

Tutti i principali quotidiani iraniani sono stati chiusi tra il 18 marzo e il 3 aprile per le festività di Nowruz, riducendo così l’ampiezza della copertura dell’epidemia, che in quel periodo è stata lasciata quasi esclusivamente all’emittente nazionale e alle agenzie di stampa statali.

Critiche da parte dei sostenitori della linea dura
Una volta confermata ufficialmente l’esistenza della pandemia, i conservatori iraniani hanno iniziato a criticare il governo sui social media. Commentando su Twitter il 30 marzo scorso, ad esempio, l’ex comandante del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) e deputato Mohammad Bagher Ghalibaf ha accusato l’amministrazione di “ignorare la realtà” e di “ingiustificato ottimismo”. Mehr News Agency ha pubblicato i tweet senza alcun contesto o risposta aggiuntiva da parte dell’amministrazione. In risposta alle critiche, Rouhani ha invitato gli oppositori a sostenere gli sforzi del governo. “Questo non è il momento di raccogliere seguito. Non è il momento di una guerra politica”, ha dichiarato il Presidente.

Alcuni media, e in particolare l’emittente statale IRIB, hanno addossato la colpa ai cittadini comuni per non aver seguito le istruzioni ufficiali sulla distanza sociale. A questo proposito, tuttavia, gli iraniani non sembrano essere stati più negligenti dei cittadini di altri Paesi. Il governo ha finora resistito alle richieste di imporre un blocco totale. Alcune autorità hanno sostenuto che l’isolamento infligge troppi danni all’economia e rappresenta un lusso che il Paese non può permettersi. Dicono che le sanzioni punitive degli Stati Uniti hanno devastato l’economia, che non ha nulla in riserva.

Deviare l’attenzione
I media iraniani ricorrono ormai da decenni ad evidenziare le “mancanze dell’Occidente” come strategia per distogliere l’attenzione dai gravi problemi interni. Le agenzie di stampa Fars, Tasnim e Mehr e l’emittente IRIB hanno dedicato un notevole spazio alle lotte dei governi statunitense e britannico nell’affrontare la pandemia.

I media iraniani si sono concentrati su quattro temi principali in relazione all’epidemia. Il primo di questi è l’idea che la minaccia di una pandemia sia stata giocata dai nemici della Repubblica Islamica per ridurre l’affluenza alle elezioni parlamentari iraniane del 21 febbraio scorso. La seconda è la teoria del complotto secondo cui il Coronavirus sia nato come arma biologica. Gli altri temi sono il ruolo delle forze armate nella lotta all’epidemia e la richiesta di revocare le sanzioni contro l’Iran. Questi temi hanno tutti un obiettivo simile: rimettere in riga il popolo iraniano risvegliando il nazionalismo e i sentimenti anti-occidentali.

Il “complotto” occidentale contro le elezioni
Le elezioni parlamentari si sono svolte come previsto il 21 febbraio scorso, nonostante l’opposizione e i notiziari in lingua persiana di origine straniera avessero avvertito già da settimane di come il Coronavirus avesse già raggiunto l’Iran. I primi decessi attribuiti al COVID-19 sono stati ufficialmente confermati il 19 febbraio.

Secondo il conteggio ufficiale, l’affluenza alle urne per le elezioni è stata del 42% – la più bassa registrata dalla rivoluzione islamica del 1979. I funzionari dello Stato hanno subito dato la colpa ai nemici della Repubblica, che secondo loro avevano esagerato la minaccia rappresentata dal virus per dissuadere la gente dal recarsi al voto.

Due giorni dopo il voto, nei commenti pubblicati sul suo sito ufficiale, il Supremo Leader Ayatollah Ali Khamenei ha liquidato le notizie di una pandemia di Coronavirus come “propaganda occidentale“, affermando che “[è] iniziata un paio di mesi fa e si è ampliata prima delle elezioni” – il che implica chiaramente come il tempismo fosse stato volontario.

La vignetta propagandistica di Tasnim

Questi argomenti sono stati ripresi dai media
Il 21 febbraio 2020 l’agenzia Tasnim ha pubblicato una vignetta in cui si afferma che le “voci” messe in giro dai media occidentali non sono riuscite a dissuadere il popolo iraniano dal votare, con sgomento di Washington. Un’altra vignetta trasmessa dall’emittente di stato implicava che i media stranieri di lingua persiana avessero diffuso un virus più contagioso del Coronavirus: la paura.

A quel tempo, l’IRIB insisteva ancora sul fatto che il pericolo rappresentato dal virus fosse stato esagerato. I conduttori televisivi e i presentatori dei talk show cercavano regolarmente di rassicurare il pubblico sul fatto che il COVID-19 non fosse peggio della normale influenza. Ad esempio, durante un programma dal vivo, il 22 febbraio, una presentatrice di IRIB, Atefeh Mirseyedi – che è stata presentata come medico – ha dichiarato di aver contratto il virus e di essere guarita. Nel giro di poche settimane, il racconto ufficiale è cambiato e la stessa presentatrice ha cambiato idea. Il 23 marzo Mirseyedi ha detto di nuovo di aver contratto il COVID-19, ma in questa occasione ha avvertito il pubblico che si trattava di una malattia estremamente pericolosa.

Il complotto delle armi biologiche
Le autorità iraniane sono state molto ben disposte nei confronti di una teoria del complotto che è emersa presto in relazione al Coronavirus, secondo la quale questo sarebbe stato generato come un’arma biologica prodotta dagli Stati Uniti. Queste accuse sono state ampiamente riportate dai media iraniani, specialmente da quelli che hanno legami con l’IRGC o con l’ufficio del Leader Supremo.

Ad esempio, tra l’1 febbraio e il 28 marzo 2020, Tasnim ha pubblicato diversi articoli dedicati alla teoria delle armi biologiche e ha anche diffuso un articolo che “dettagliava” la presunta storia dell’uso della guerra biologica da parte degli Stati Uniti. Il 22 marzo, invece, il Leader Supremo ha fatto un discorso televisivo alla nazione in cui ha detto che l’Iran non avrebbe accettato alcun aiuto dagli Stati Uniti, citando proprio questo complotto. Khamenei ha anche affermato che il virus sarebbe stato “costruito specificamente per l’Iran usando i dati genetici degli iraniani ottenuti con diversi mezzi”.

La vignetta complottista di Tasmin

Accuse simili erano già state fatte dal capo dell’IRGC Hossein Salami, che il 5 marzo aveva suggerito come il Coronavirus potesse essere un’arma biologica prodotta negli USA. Durante un discorso tenuto nella città di Kerman, ha detto, ad esempio: “noi prevarremo nella lotta contro questo virus, che potrebbe essere il prodotto di un attacco biologico americano, che si è diffuso prima in Cina e poi nel resto del mondo”. Salami ha aggiunto che “l’America deve sapere che se lo ha fatto, tornerà contro se stessa”.

Il 2 marzo, Tasnim ha pubblicato un’altra vignetta raffigurante il Coronavirus che racconta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump: “Missione compiuta signore, sono tornato”. La didascalia recita: “Gli Stati Uniti hanno dato una mano a diffondere il Coronavirus come arma biologica?”.

Il ruolo delle forze armate
Il 12 marzo, il Leader Supremo ha emanato un editto – pubblicato sul suo sito ufficiale – che ordina alle forze armate di condurre la battaglia contro il nuovo Coronavirus. Da allora, i media iraniani hanno ripetutamente sottolineato il ruolo dell’IRGC nella lotta contro il virus.

Il Corpo delle Guardie rivoluzionarie ha condotto un’esercitazione di difesa biologica a livello nazionale alla fine di marzo, evento che ha ricevuto un’ampia copertura mediatica. L’IRIB, ad esempio, ha dedicato all’esercitazione un notevole tempo di trasmissione, mentre le agenzie di stampa hanno pubblicato numerosi articoli e reportage fotografici. L’emblema dell’IRGC e le immagini del comandante dell’IRGC della Forza Quds ucciso, Qasem Soleimani – che è stato assassinato in un attacco drone USA il 3 gennaio – sono state le immagini che hanno dominato tutta la copertura. L’esercito iraniano regolare ha ricevuto una copertura notevolmente inferiore, nonostante abbia allestito ospedali da campo in tutto il Paese.

Sia i funzionari iraniani sia i media usano il linguaggio bellico per descrivere gli sforzi per fermare la diffusione del COVID-19. I termini usati di frequente includono “fronte avanzato”, “battaglia contro il corona” e “manovra anti-corona”. Dato che le forze armate hanno guidato la lotta contro il virus in Iran, non è forse così sorprendente che la leadership militare utilizzi analogie di battaglia per descrivere il proprio ruolo.

L’Iran non è il solo a questo proposito: anche in altri Paesi si è osservata la tendenza dei leader a utilizzare la terminologia militare per descrivere la lotta contro il Coronavirus. Tuttavia, altrove l’uso di tale terminologia non è rimasto incontestato. Ad esempio, in un articolo pubblicato dall’Atlantic, Yasmeen Serhan ha spiegato perché l’invocazione di immagini di guerra in relazione alla pandemia fosse un “parallelismo imperfetto” che poteva avere persino conseguenze indesiderate. Mentre alcuni utenti sui social media iraniani hanno messo in dubbio la saggezza dell’uso di tali metafore, i media iraniani non sono riusciti a mettere in discussione nemmeno questa pratica. Questo è l’ennesimo esempio della riluttanza degli organi di stampa iraniani a sottoporre le politiche ufficiali a un esame critico.

Sanzioni
Le autorità e i notiziari iraniani sostengono regolarmente che le sanzioni statunitensi contro il Paese abbiano minato gli sforzi per frenare l’epidemia. Alcuni media iraniani hanno pubblicato traduzioni di editoriali apparsi sul Washington Post e sul New York Times chiedendo l’allentamento delle sanzioni. Le traduzioni in persiano sono apparse il 26 marzo, solo un giorno dopo la pubblicazione originaria. Il 27 marzo i media iraniani hanno anche riferito che la questione delle sanzioni è stata sollevata da eminenti politici americani come l’ex vicepresidente Joe Biden, i senatori Bernie Sanders ed Elizabeth Warren e i membri democratici della Camera dei rappresentanti Ilhan Omar e Alexandria Ocasio-Cortez.

Mentre il 31 marzo il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha accennato al fatto che Washington potrebbe ripensare le sanzioni contro l’Iran alla luce della pandemia, l’amministrazione statunitense non ha ancora avanzato proposte concrete al riguardo. In risposta alle osservazioni di Pompeo, il presidente Rouhani ha detto in un incontro di gabinetto, trasmesso in televisione l’1 aprile 2020, che “gli Stati Uniti hanno perso la migliore opportunità di revocare le sanzioni […] Questa avrebbe potuto essere una grande opportunità per gli americani di scusarsi […] e di revocare le ingiuste sanzioni contro l’Iran”.

Tuttavia, Rouhani ha insistito sul fatto che “le sanzioni non sono riuscite ad ostacolare i nostri sforzi per combattere l’epidemia di Coronavirus […] Siamo quasi autosufficienti nel produrre tutte le attrezzature necessarie per combattere la malattia. Abbiamo avuto molto più successo di molti altri paesi nella lotta contro questa malattia”. Secondo alcuni osservatori, i commenti del presidente sono stati fatti su misura per il pubblico nazionale e avevano lo scopo di rassicurare gli iraniani sul fatto che la situazione è sotto controllo.

Fare affidamento sui social media
Come risultato della decennale copertura giornalistica unilaterale dei principali media iraniani, c’è un livello molto basso di fiducia verso queste testate. Milioni di iraniani si rivolgono invece ai social media come loro fonte di notizie preferita. Le ultime settimane hanno visto un vivace dibattito sui social sulla gestione della crisi da parte delle autorità. Molti iraniani hanno poca fiducia nella competenza delle autorità e credono che lo Stato stia coprendo la portata dell’epidemia.

Gli iraniani si sono rivolti ai social media per condividere informazioni sulla distanza sociale e sulle buone pratiche di igiene personale e, allo stesso tempo, hanno criticato i media statali per non aver adeguatamente educato il pubblico sui rischi della pandemia.

Tuttavia, la mancanza di fonti imparziali e credibili significa che la disinformazione è a sua volta diffusa. Alcuni iraniani hanno dato credito alla disinformazione online dicendo loro che bere alcolici industriali offre protezione contro le infezioni – con risultati prevedibilmente tragici. Il ricorso a tali “rimedi” ha provocato centinaia di morti e numerosi ricoveri d’urgenza in ospedale, mettendo ulteriormente sotto pressione un servizio sanitario già sovraccarico.

Le opinioni espresse su questo sito web sono quelle dei soli autori e non riflettono o rappresentano necessariamente le opinioni, le politiche o le posizioni di tutto l’EJO.

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