Dal Guardian una nuova cultura dell’informazione

7 marzo 2012 • Digitale • by

Corriere del Ticino, 07.03.2012

Nel 1999 Andrew Leonard, esperto di nuovi media, mise in evidenza come il coinvolgimento del pubblico nella narrazione di una notizia fosse un valore aggiunto per tutti: per la redazione, per la notizia e per il lettore. E soprattutto metteva in luce il fatto che il pubblico vuole essere coinvolto, basta interpellarlo.

Nel 2004 Tom Curley, direttore dell’Associated Press, durante il discorso di apertura della conferenza dell’Online News Association, disse che “l’informazione come lezione sta lasciando spazio all’informazione come conversazione”.

Nel 2006 Jay Rosen, professore di giornalismo alla New York University, evidenziava come la blogosfera e il web avevano rotto il monopolio dei giornalisti nella selezione delle notizie spostando il dibatttito sulla necessità di un giornalismo di servizio pubblico sulla necessità invece di un giornalismo che prevedesse il coinvolgimento del pubblico e l’interazione con lo stesso.

Nel 2012 Alan Rusbridger, direttore del Guardian online, conferma e rilancia quando dice che “i giornalisti non sono gli unici esperti al mondo” e il loro lavoro redazionale oggi non è più possibile senza la collaborazione e la partecipazione dei lettori. Concetto che Rusbridger espresse già nel 2010 in un convegno organizzato  dall’EJO.

Di fatto però, insieme al suo giornale, fa molto di più, incarna ed esprime un nuovo modo di intedere e fare giornalismo in cui il classico modus operandi della redazione, il cuore del giornale cambiano profondamente e alla radice.

C’è chi come Steffen Konrath del Future of Journalism Lab parla di redazione liquida nella quale “esperti delle fonti”, “curatori dei contenuti” e “analisti dei dati” concorrono nel trovare le fonti in rete, decidere quali informazioni inserire nel discorso pubblico, curare i contenuti e le varie forme nelle quali presentarli ai lettori, integrare la notizia, aggiornarla con le esperienze e le informazioni dei cittadini, chiedere ai lettori di commentare, condividere e approvare, verificare l’impatto della notizia sul pubblico.

Una dinamica redazionale della quale il Guardian è foriero rispetto a tutte le altre testate. Per capirlo basta vedere il video  che il sito inglese ha lanciato per pubblicizzare la sua campagna sul giornalismo aperto del quale la rete ( si vedano in merito l’articolo di Rossano su LSDI e quello di Pier Luca Santoro su Il Giornalaio) e i media mainstream parlano da giorni. Brillante già solo per la scelta di voler spiegare il processo produttivo della notizia del giornalismo moderno attraverso una storia radicata e condivisa nell’immaginario collettivo di tutti: la favola dei tre porcellini e il lupo.

Nel video viene reinterpretata come un fatto di cronaca investigativa nella quale il lupo cattivo, che con un soffio ha tentato di buttare giù le case dei tre porcellini, viene catturato e bollito dai tre per difendersi. Ma grazie all’interazione e al coinvolgimento dei cittadini, in particolare attraverso i social network, la narrazione della storia si evolve e assume nuovi contorni portando alla luce la verità: il lupo era innocente e i tre porcellini si sono inventati tutto per truffare l’assicurazione e salvarsi dai debiti con le banche.

Un messaggio quello trasmesso dal video che mette in luce l’innovazione e le potenzialità del giornalismo di nuova generazione: creare una nuova cultura dell’informazione nella quale giornalisti e cittadini collaborano insieme alla lettura e alla scrittura di ciò che accade nella società. Ognuno con il suo ruolo, le sue conoscenze ed i suoi limiti nell’interesse del bene comune, di una società migliore, di un giornalismo meno autoreferenziale e più trasparente.

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