I giornalisti e la ruota del criceto

23 settembre 2010 • Digitale • by

Più velocità, più notizie, più traffico. Come la logica del click per view ha cambiato il giornalismo

La cover story dell’ultimo numero della Columbia Journalism Review, titolata The Hamster Wheel, a firma di Dean Starkman, analizza e critica apertamente il modello dominante del giornalismo attuale. Starkman mette in evidenza una sorta di meccanismo perverso, da lui appunto definito come La ruota del criceto, che tende ad omologare l’attività giornalistica attorno ai principi che regolano l’attuale mercato dell’informazione online.

Il giornalista come un criceto, le cui attività si esauriscono in una corsa fine a sé stessa, senza mai arrivare a una meta, senza veri obiettivi, movimento per il movimento. Le critiche di Starkman nei confronti di un giornalismo fondato sulla velocità e sulla quantità, partono da una considerazione molto semplice: negli anni – afferma il giornalista – è diminuito il numero di giornalisti ed è aumentato il volume delle notizie pubblicate. Un fenomeno che interessa trasversalmente l’intera industria editoriale. Ciò significa che il numero di notizie pro-capite, prodotte dal singolo giornalista, tende a crescere in conseguenza del modello di business imperante sulla rete: più notizie, più click, uguale maggiore ritorno pubblicitario.

Già nel 2008 il Project for Excellence in Journalism (PEJ) sintetizzava il fenomeno descritto da Starkman: “le storie pubblicate sui giornali tendono a essere confezionate con maggiore velocità da un numero di giornalisti sempre più ridotto e con minore esperienza”.

Tutto questo ha creato quello che Starkman definisce news panic, il panico della notizia per la notizia così come una mancanza di disciplina. I siti dei giornali – avverte Starkman – propongono un numero di notizie che non potranno mai essere umanamente lette da un singolo lettore, teoricamente si dovrebbe togliere invece di aggiungere.

L’approccio del giornalista alla notizia è inevitabilmente cambiato. Se una volta veniva premiata la notizia meglio documentata e l’originalità dell’approfondimento, oggi tende a essere valorizzato il click per view dell’articolo esposto in rete, vale a dire il traffico che una certa notizia è e riuscita a movimentare. Cambia di conseguenza l’approccio del giornalista alla notizia e ci si adegua alla forma mentis del web. Si tende, per esempio, a valutare il tempo che deve essere investito per la scrittura di una storia in base all’impatto che può avere sul traffico: vale la pena interrogare più fonti, approfondire o è meglio preferibile una scorciatoia che possa dare uguali o migliori risultati in termini di traffico generato? O ancora: non conviene privilegiare il blog, un’opinione costruita con uno stile a effetto, che contiene un tanto di provocazione e allarmismo?

Più velocità e più notizie. Più notizie che pur non avendo unreale valore giornalistico alimentano traffico. Perchè non averle? Nel suo articolo Starkman propone alcuni dati che stimolano una riflessione: al Wall Street Journal, nel 2010, si pubblicavano circa 26 mila storie all’anno; nel 2008 ne sono state prodotte 38 mila e solo primo trimestre di quest’anno se ne sono prodotte 21 mila!. Il tutto non tiene conto di prodotti blog e succedanei complementari al web. Nel frattempo al WSJ ilnumero di giornalisti si è ridotto da 323 a 281 (dati 2008), una contrazione che significa una contrazione della redazione del 13% contro un aumento di produzione del 46%.

Internet, commenta Starkman, da la possibilità di pubblicare qualsiasi cosa in momento, ma varrebbe la pena essere un po’ più cauti e garantire gli interessi dei lettori senza inseguire sempre e comunque l’obiettivo del click per view. Ma per gli editori scrivere il più possibile, nel modo più veloce possibile equivale a monetizzare il prodotto poiché alimenta il traffico generato.

D’altra parte avere più velocità, alimentare a dismisura la produzione significa sia ridurre i tempi di esecuzione sia essere commercialmente più competitivi. Ecco quindi che si riducono le notizie e le storie che vengono create in modo originale, per iniziativa dei singoli giornali, diventando sempre più dipendenti dalle notizie diffuse dalla Pubbliche Relazioni. Secondo quanto documentato da Robert W. McChesney e John Nichols nel libro The Death and Life of American Journalism, dal 1980 a oggi il giornalismo è infatti sempre più ostaggio delle notizie generate dalla lobby delle PR.

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