Notizie, una commodity?

11 Novembre 2010 • Digitale • by

Analizzando i risultati ottenuti dall’operazione paywall del Times, Clay Shirky afferma che la difficoltà da parte dei giornali a contenuto generalista nel riuscire a mettere a punto un modello di business editoriale basato sull’accesso a pagamento è dovuto al fatto che Internet ha reso le notizie una commodity, ovvero un bene che può essere fruito, senza differenze sostanziali, da più fonti informative. Perché pagare se una stessa notizia può essere letta gratuitamente su altri siti? Ergo, chi si avventura in una operazione di questo genere è destinato a fallire: l’unico risultato sarà regalare un vantaggio alla concorrenza che potrà così acquisire quote di lettori e incrementare conseguentemente il proprio potenziale valore pubblicitario. Vero?

Prendiamo in esame lo scenario giornalistico italiano e consideriamo i lettori dei grandi quotidiani: Repubblica, Il Corriere, La Stampa, Il Giornale. Ciascuno di questi giornali ha una sua specificità e una propria identità. La stragrande maggioranza dei lettori è fedele al proprio giornale e mai ne acquisterebbe uno diverso. Il modo in cui vengono contestualizzate le notizie è diverso, i punti di vista sono diversi, le opinioni sono diverse. Il senso di appartenenza prevale. E’ la stessa logica che può essere applicata ai partiti politici. Vi possono essere delle variazioni percentuali, ma la maggioranza dei cittadini continua votare per un o stesso partito, o quanto meno per quel partito che nel corso del tempo continua a essere depositario di una certa identità culturale.

Il contenuto dei singoli quotidiani non è una commodity, la pagina del Giornale non può essere sostituita dalla pagina di Repubblica, gli articoli del Corriere, se trasferiti in un altro contenitore, non verrebbero pienamente apprezzati, poiché i lettori si attendono una certa linea e stile editoriale. Il panorama dell’informazione non corrisponde a una commodity, il prodotto notizia non è lo stesso indipendentemente da chi lo produce, almeno fino a quando i giornali riusciranno a elaborare una informazione che vada al di là del semplice lancio di agenzia. Ecco, quindi, che per quanto un giornale abbia un contenuto generalista, continua a esistere una diversità di approccio alla notizia tale da garantirne una sua originalità e unicità. Ne consegue che, nel momento in cui il contenuto di un certo giornale viene trasferito dalla carta al web, continua comunque a esistere una differenza sostanziale e, teoricamente, tale differenza potrebbe determinare la disponibilità di un pagamento dal parte del lettore.

Più i giornali si differenziano più sono in grado di intercettare un proprio pubblico, prova ne è il successo de Il Fatto. Sapete raccontare e analizzare notizie e fatti con un approccio giornalistico e una sensibilità che stabilisce una differenza sostanziale nel modo in cui vengono presentate le notizie? Se la risposta è sì, esiste la possibilità di avere un pubblico pagante. Perché allora quasi nessun giornale accetta la sfida di introdurre un sistema a pagamento per il web? Perché coloro che riconoscono la diversità e la ricchezza del giornale sono tuttora coloro che acquistano la copia cartacea. l

l successo di un quotidiano che scegliesse di far scattare una barriera a pagamento per fruire dei contenuti su web potrebbe corrispondere a ottenere lo stesso numero di lettori che oggi acquistano la copia in edicola. Sarebbe sufficiente? Sembra di no. La drastica riduzione e perdita dell’audience pre-paywall, vedi il caso del Time, viene letta unicamente in una logica sostenuta dagli schematismi di internet, in base alla quale, in considerazione del valore pubblicitario del singolo lettore, prossimo allo zero, per concepire un modello di business sostenibile si devono realizzare visite stratosferiche, di un ordine di grandezza infinitamente più grande rispetto a quello assicurato dalla carta stampata.

Condizione, quest’ultima, che innesca invariabilmente la seguente considerazione: se faccio pagare perdo lettori, probabilmente in una cifra superiore al 90%, il che vuol dire perdere la potenziale capacità di attrarre congrui investimenti pubblicitari. Ma nel caso si prendesse una decisione in questo senso si perderebbero per lo più quei lettori che non hanno un rapporto identitario con il giornale, lettori che vengono alimentati, in parte in modo casuale, dalle interconnessioni mediatiche generate dalla logica di rete.

Orientarsi verso una politica di pagamento costituirebbe un’opportunità per i giornali a contenuto generalista di enfatizzare ulteriormente la propria identità e specificità investendo risorse in una informazione più coerente con il proprio target di riferimento ed evitando dispersioni inutili, così come la produzione di un surplus di notizie concepito per alimentare un giornalismo che, tendenzialmente, mira a soddisfare tutti e nessuno.

Eppure anche in relazione a questo modello vi sono alcune controindicazioni. Da un punto di vista giornalistico la possibilità di accedere a notizie e informazioni libere da ogni restrizione crea il terreno di coltura ideale per una più ampia diffusione delle idee e consente di condividere relazioni sempre più estese. Se da una parte la ricerca di un modello di business a pagamento può avere senso da un punto di vista economico, dall’altro compromette la capacità dei giornali di influenzare un sempre più ampio numero di lettori ed è quindi controproducente in puri termini giornalistici. Come dice Shirky, in riferimento al Time, si rischia in qualche modo di scadere nell’autoreferenzialità, di rispondere a interessi di una comunità che ha propri confini culturali e identitari. Ma, ancora una volta, la scelta tra l’uno e l’altro modello, per molti giornali a contenuto generalista, non dipende, o può non dipendere, dall’effetto commodity di cui sarebbe oggetto l’informazione, quanto meno per quei giornali che hanno saputo mantenere nel tempo una propria identità.

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