Social network: salvezza o pericolo per l’informazione?

3 ottobre 2011 • Digitale • by

Per garantirsi un futuro da re incontrastato dei social network, Mark Zuckerberg ci mette la faccia: quella degli ottocento milioni di utenti già iscritti al portale. Dice bene Nicholas Thompson del New Yorker: il Bill Gates del Duemila  ha capito benissimo che “più le vite virtuali degli utenti prendono piede sul social network, più dipendiamo dalle scelte di chi guida la compagnia, riguardo alla privacy, ai modi di organizzare il dialogo con gli amici, alla pubblicità”. Allora non deve stupire che i cambiamenti annunciati alla conferenza annuale di San Francisco abbiano acceso il dibattito: le scelte di Zuckerberg & co. hanno effetti diretti sui propri utenti. E anche se oggi sfuggono alla lente degli osservatori, ancora più interessanti saranno gli effetti indiretti per il mondo dell’informazione e del giornalismo, sempre più aggrappato al social networking e ormai persuaso che sia questa la chiave vincente per aprire al giornalismo le porte dorate del terzo millennio, quello dei nativi del web.

Negli stessi giorni in cui il gigante Google, forse il concorrente più temibile di Facebook, implementa il suo Google Plus e cerca di colmare un gap di qualche anno e di molti utenti, Zuckerberg mette al mondo Timeline. E la battezza come “un nuovo modo per esprimere chi sei: tutte le tue storie, tutte le tue applicazioni”. A partire dal 4 ottobre nessuno nel popolo di Facebook potrà fare a meno di Timeline: la sua vita digitale  (per modo di dire) scorrerà, come in un album di famiglia di nuova generazione, nell’apposita “linea del tempo”. Pensieri, foto di famiglia, eventi, il tutto in ordine cronologico, saranno il puzzle della nostra storia personale a portata di friends, poco importa che nella vita reale siano veri amici oppure no. Certo, sarà possibile rimuovere o aggiungere contenuti, e “salvaguardare” così la propria privacy. Ma anche per chi volesse nascondere qualche post, il rapporto con la Timeline sarà fitto e quotidiano.

Intanto i giornali tradizionali, i prestigiosi giornali su carta che il ventesimo secolo ha lasciato in eredità, continuano a guardare con occhi stupefatti quel meccanismo di Facebook da cui sembra quasi impossibile uscire. The Guardian suona l’allarme: Facebook sta diventando un monopolio, scrive David Mitchell. E dall’altra sponda dell’Europa la Repubblica per voce di Ernesto Assante denuncia: altro che web libero, Facebook è un giardino chiuso, il walled garden di cui parla anche Alexis Madrigal. L’incubo dell’Occidente, quel grande fratello che controlla le vite di tutti, potrebbe ancora apparire un brutto sogno se le notizie del giorno non confermassero almeno qualche sospetto. L’ultimo scoop arriva il 25 settembre, quando Nik Cubrilovic, sedicente hacker ma anche blogger e imprenditore, annuncia: “Il log out da Facebook non è abbastanza”. Cubrilovic ha infatti scoperto il cookie che consente a Zuckerberg e soci di tracciare l’attività sul web dei propri utenti anche dopo che hanno fatto log out dal proprio profilo. Cresce nel frattempo il numero di coloro che – in veste di cittadini, esperti o gruppi organizzati –  puntano il dito sul problema della tutela della privacy, il vero tallone d’Achille di Facebook: proprio per questo motivo l’Autorità irlandese per la protezione dei dati personali avvierà entro le prime due settimane di ottobre un’indagine in tutti i paesi dell’Ue per accertare se e come il social network tutela la privacy dei suoi utenti; i risultati dovrebbero arrivare entro l’inizio del 2012.

Nel frattempo Facebook spinge ad un aumento delle condivisioni e programma di inserire a breve anche pulsanti come “voglio”, “leggo”, “ascolto”, fino ad arrivare alla condivisione automatica di ogni azione sul web. Nota Jessica Guynn sul Los Angeles Times che “più Facebook conosce e comprende della vita delle persone più può trarne profitto” con la pubblicità e il marketing, fino ad anticipare le tendenze del mercato. E intanto Zuckerberg da San Francisco, nella corsa galoppante verso il monopolio dei social network, offre un assaggio del futuro: Facebook sarà un’esperienza per tutti, sostiene il ragazzo prodigio, quando non ci sarà neppure bisogno di cliccare per condividere e tutto verrà condiviso per default. Zuckerberg lo chiama “Frictionless sharing”, altri lo chiamano “Facebook is scaring me!”.

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