Ripensare la qualità del giornalismo

19 settembre 2018 • Etica e Qualità, In evidenza • by

Pixabay / CC0 Creative Commons

“Qualità” è la parola chiave del giornalismo in questo momento, ma può significare tutto e niente. Durante l’ultima conferenza Google Newsgeist a Lisbona, cui hanno presenziato oltre 150 professionisti del giornalismo e della tecnologia, si è di nuovo fatta strada nei dibattiti la questione su come il “buon” giornalismo possa sopravvivere e  prosperare in un’era di disinformazione, competizione serrata e distrazione. Alla maggior parte di noi del mestiere piace pensare che il nostro giornalismo sia sempre “di qualità” e cerchiamo costantemente nuovi modi di attirare più attenzione (e profitti) grazie a esso. Sempre più spesso questo concetto di qualità viene connesso alle piattaforme come Facebook, YouTube o Twitter e con il capire se a esse spetti un ruolo nel processo di selezione dei contenuti. Ma potrebbe anche avere a che vedere con la ricerca di nuovi metodi di engagement con cui connettere gli utenti con i contenuti più “di qualità” disponibili e non con tutta l’altra spazzatura di basso livello che intasa le arterie dell’informazione là fuori. Direi che è il momento di fare un passo indietro e pensare strategicamente a cosa intendiamo con “qualità”.

“Economia dell’attenzione”
Le aziende tecnologiche come Apple hanno capito tutto questo con il lancio delle loro innovazioni più recenti, pensate per migliorare i loro aggregatori di notizie e persino per aiutare a plasmare l’economia dell’attenzione e del traffico online sui vari dispositivi da loro prodotti. Le iniziative sulla credibilità giornalistica come il Trust Project stanno invece sviluppando “segnali” e “indicatori di fiducia” che promuovono “standard di trasparenza che aiutino a valutare facilmente la qualità e la trasparenza del giornalismo”. Le stesse organizzazioni giornalistiche stanno molto migliorando nell’aiutare i propri utenti a trovare contenuti di alta qualità da loro prodotti tramite il coinvolgimento personalizzato, come newsletter o app personalizzate. Ma cosa vuol dire ‘qualità’ per i consumatori di notizie?

“Notizie di qualità” significava “grande formato” (ai tempi in cui avevamo i grandi giornali) e implicava un giornalismo d’élite, serio, importante e la qualità era in qualche modo definita (di solito dai giornalisti stessi) dal non avere un approccio populista, d’intrattenimento, o dal non trattare argomenti insignificanti. Ma cosa cambia in questo senso in un’epoca in cui la componente personale ed emotiva, quella soggettiva e immediata sono dei driver significativi dell’interesse del pubblico, del dibattito e della comprensione degli eventi? E cosa cambia in un’epoca di giornalismo senza intermediari, distribuito e on-demand che si mescola nei nostri canali o feed individuali, guidati dall’intelligenza artificiale, e dalle raccomandazioni degli algoritmi?

“Qualità” indica la natura delle cose. È un po’ generico, forse, ma perché non iniziare a dire che non ha nulla a che vedere con la quantità? Il problema è che per un’organizzazione di news la quantità (o la reach) conta ancora quando si ragiona attorno a cosa ci si può permettere di produrre o a quanto tempo ogni utente deve consumare sui propri spazi o a come finanziare i contenuti. Anche gli editori di nicchia hanno bisogno di quantità a sufficienza per generare profitti. Per il momento, quindi, meglio mettere da parte il giudizio di valore che in qualche modo presuppone che il giornalismo “di qualità” sia “migliore” e concentriamoci invece sulla sua natura in senso pratico ed editoriale. Come possiamo dare al consumatore una migliore esperienza “di qualità”?

  1. Qualità = UX, user experience

Non importa quanto sia preziosa la “qualità” dei tuoi contenuti se le persone non li consumano e questo ora è in parte nelle mani di terze parti, se ti affidi ai social network o ai motori di ricerca per la distribuzione dei contenuti. Una delle più interessanti conversazioni avvenute al Newsgeist di Lisbona riguardava le piattaforme e gli sforzi che queste stanno facendo per riuscire a promuovere i contenuti di qualità e renderli più facili da identificare e fruire. Le piattaforme possono certamente fare passi in avanti nell’escludere i contenuti offensivi, disinformativi o dannosi, ma non sono editorialmente così ben equipaggiate per valutare il valore di ciò che rimane. E in ogni caso, vogliamo davvero dare loro questa responsabilità? Il primo passo è quell’eterno imperativo giornalistico: rendere i contenuti leggibili. Ciò significa sradicare ogni possibile frizione e confusione nella scelta del lettore che deve optare tra accesso al contenuto e rinuncia. Questo riguarda sia il contenuto di per sé che l’interfaccia che lo ospita.  Un pezzo di duecento parole su Axios, una testata che ha fatto della brevità il suo core business, potrebbe essere più “di qualità” per un utente di fretta che un longform minuziosamente costruito, arricchito da effetti di scroll e da elementi interattivi. La maggior parte delle redazioni digitali sta lavorando sodo su questo aspetto, ma perché allora ricopriamo i nostri articoli con pubblicità pop-up che uccidono l’attenzione?

  1. Qualità = Servizi personali + selezione

Questo riguarda innanzitutto la personalizzazione e, probabilmente, che less is more. Troppa scelta può essere controproducente: per questa ragione CompassNews ha deciso di offrire solo un numero limitato di articoli e di sommari con la sua app. La startup si è lanciata anche nella personalizzazione, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e la selezione dei contenuti su argomenti selezionati che consente agli utenti di seguire i propri interessi. Il punto di partenza del processo, comunque, è ancora un giudizio editoriale umano. Questo meccanismo, però, dovrebbe essere parte di un servizio costante che permette feedback, interazioni e coinvolgimento. Per esempio, il London Times ha dei gruppi Facebook dedicati a certi argomenti, alcuni dei quali sono ora gestiti dai lettori stessi. Altri si concentrano maggiormente sugli abbonamenti: ma anche questo deve essere più di un mero esercizio di aumento del profitto e guardare oltre: a sei mesi dall’iscrizione del lettore, ad esempio, cosa stai facendo per misurare la qualità del tuo servizio?

  1. Qualità = Valore aggiunto

La notizia, intesa come la descrizione di un evento in corso, ora viene diffusa istantaneamente. Le breaking news possono rappresentare un servizio di valore per alcune organizzazioni mediatiche ma, in un mondo immediatamente connesso, la reale opportunità di valore aggiunto sta nel fornire contesto, analisi e opinioni, come nell’esperienza, nella ricerca e nella novità. Indagare e svelare. Basta duplicare. Questo potrebbe voler dire prestare più attenzione al 30% (o quel che è) della produzione giornalistiche che normalmente non trova un pubblico. I dati sulle audience possono aiutare a risollevare la visibilità di articoli che sono meno frequentati o a trovare modi migliori per giustificarli. Ma potrebbe anche voler dire fare qualcos’altro con le tue risorse e col tempo dei tuoi utenti. Lascia la routine all’automatizzazione.

  1. Qualità = Rilevanza

Gli utenti sono tutti diversi e gli stessi individui possono essere diversi nei diversi momenti della loro giornata o della loro vita. Le filter bubble possono essere un’opportunità e non capisco perché ce ne preoccupiamo. Le ricerche disponibili mostrano che gli utenti dei social media utilizzano più fonti, non meno. Sì, potresti voler combattere i loro pregiudizi, ma prima di tutto, capisci da dove partono. In questo senso, direi che i migliori tabloid popolari sono “qualità”, perché spesso sono brillanti nel rendere le notizie politiche rilevanti per una fascia di pubblico che potrebbe non essere così interessata alla politica mainstream. Potrà non sempre piacere come lo fanno, ma la loro abilità nel creare engagement in un vasto (e spesso diversificato) pubblico può essere istruttiva.

  1. Qualità = Diversità, serendipità e gioia

Abbiamo frainteso il motivo per cui gli utenti consumano le notizie. Questo potrebbe coincidere con il tenersi informati e lo “sforzo” dei lettori, intrinseco nell’atto di consumare le notizie, potrebbe essere una ricompensa di per sé. Questa è una buona notizia per i giornalisti che producono reporting basato sui fatti, ma le motivazioni di chi legge potrebbero anche avere a che fare con qualcosa di più ritualistico, con il divertimento, lo spettacolo, il risolvere problemi e l’appagamento. Bisogna smettere di trattare queste motivazioni come se fossero qualitativamente inferiori. Vogliamo andare in palestra ma vogliamo anche godercela e prendere il sole. Le persone non sempre sanno cosa vogliono: sorprendetele. Sicuramente un valore fondamentale della qualità nelle notizie è che ti dicano ciò che non sapevi o che addirittura non volevi sapere. Per creare diversità bisogna continuare a scuotere le proprie convinzioni e i propri sistemi. Ho adorato l’idea della redazione norvegese che ha fatto scambiare tutte le scrivanie della sua redazione per un giorno. I giornalisti sportivi si occupavano di politica e via dicendo. Apparentemente il traffico è aumentato. Rinnovatevi. Uscite da Twitter. Assumete personale in maniera diversa. Spesso la più forte camera dell’eco è la redazione stessa.

  1. Qualità = Impatto

Normalmente pensiamo alla qualità in relazione al contenuto e al consumo, ma che dire degli effetti del nostro giornalismo? Ora le università sono obbligate a misurare l’impatto della ricerca che producono e hanno delle metriche formali da applicare, come citazioni o riferimenti nelle legislazioni o nei documenti programmatici. Se le redazioni potessero capire meglio l’effetto che hanno sulla vita delle persone allora potrebbero concettualizzare più chiaramente il loro valore per le persone e la comunità cui si rivolgono. I giornalisti hanno tardivamente cominciato a parlare al pubblico dell’importanza del loro lavoro per la democrazia e la salute della società, ma che prove abbiamo oltre all’autoconservazione? L’avete mai chiesto ai vostri lettori?

  1. Qualità = Esperienza emotiva

Tradizionalmente, abbiamo declassato il giornalismo emozionale a, nel peggiore dei casi, “sensazionalismo”, ma le emozioni, i sentimenti, l’identità e i valori sono componenti vitali della qualità della vita delle persone e della loro esperienza mediatica. Bisogna prenderle sul serio. Ho a lungo discusso in favore di un giornalismo “connesso emotivamente” e la prova è che funziona, anche nel contesto di una tematica seria. Un’app di news di grande successo ora ha un algoritmo che usa l’analisi dei sentimenti degli articoli per costruire un flusso di notizie personalizzato per gli utenti, in modo che dia loro una “sinfonia” di contenuti ben bilanciata dal punto di vista emotivo. L’idea è dare un’esperienza psicologicamente variegata. Il tasso di consumo è aumentato. Neva Labs sta lavorando sul più vasto aspetto del “benessere” delle notizie, provando a creare un sistema di machine learning che possa capire come il sovraccarico informativo e una dieta a base di disastri e oscurità possano mettere l’utente ko, mentre una dieta più sana possa invece migliorare la qualità dell’esperienza.

  1. Qualità = oltre le news

Le notizie stanno cambiando fondamentalmente nella loro natura e nella loro qualità. Forse il giornalismo non è sufficiente? Abbiamo sempre compreso il nostro mondo attraverso altri media a parte il giornalismo. Come ha fatto notare Hossein Derakhshan, la classica idea di notizia sta arrivando al punto in cui a certe persone semplicemente non piace più. I giornalisti rispondono, nel modo di produrre le notizie, alle necessità di video, dati e aggiornamenti. Ma Hossein suggerisce che dovremmo guardare all’espressione culturale che informa e influenza in altri modi, come il teatro o anche la musica. Forse è ora per le redazioni di cercare una collaborazione con altri comunicatori e creativi?

Articolo pubblicato originariamente sulla pagina Medium dell’autore e ri-pubblicato per gentile concessione, traduzione dall’inglese a cura di Giulia Quarta

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