Il giornalismo di qualità è un processo

21 dicembre 2018 • Cultura Professionale, Più recenti • by

© Pixino

All’epoca si trattava solo di pornografia. “La riconosco quando la vedo”, aveva affermato il giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Potter Steward nella sentenza, per certi versi rivoluzionaria, “Jacobellis vs. Ohio” del 1964, un giudizio che ha grandemente contribuito a definire ciò che dovesse essere ritenuto legale all’epoca e ciò che non lo era in materia di proiezioni pubbliche (la sentenza consentì la distribuzione del film Les Amants di Louis Malle, giudicandolo non pornografico, ndr). “Lo riconosco quando lo vedo” sembra anche un’affermazione comune quando si parla di giornalismo di qualità. Molti dei dibattiti sui media di questi tempi, infatti, spesso vertono sulla questione di cosa sia veramente la qualità nell’informazione. E a prima vista, la risposta sembra facile. Ma più si scava a fondo, più il concetto diventa confuso. E perché mai dovrebbe importare?

Che cosa si intende per qualità?
Importa perché il giornalismo è in difficoltà. I modelli economici tradizionali stanno venendo sconvolti e così anche la fiducia, mentre le minacce per i giornalisti stanno crescendo persino in Europa. Sempre più nuovi talenti sembrano rinunciare a entrare nella professione anche per questi motivi e se la tendenza dovesse continuare, la sopravvivenza della professione stessa potrebbe essere messa a rischio. Non è un caso se si stanno moltiplicando le iniziative a sostegno del giornalismo di qualità. Il Consiglio d’Europa, ad esempio, ha creato una commissione di esperti che lavori su alcune linee guida per gli stati membri (chi scrive questo articolo ne fa parte), ma anche altre iniziative volte a intensificare la fiducia nel giornalismo e alcuni progetti attivi, come il Trust Project, stanno cercando di dare una mano.

Qui è il punto in cui si inserisce il dibattito esplicito sulla qualità: se vogliamo salvare il giornalismo, non dovremmo focalizzare le nostre energie e le nostre risorse sulla sua fascia alta, quella di più alta qualità? Forse – ma dove inizia davvero questa fascia alta? Ci sono parecchi esponenti del mondo del giornalismo nel suo insieme che ad esempio vorrebbero negare ogni sostegno al giornalismo scandalistico o ai tabloid. “Dov’è la qualità?” chiedono, riferendosi a queste pubblicazionio. Dov’è il valore aggiunto quando si scrive dell’abbigliamento per una possibile gravidanza di Meghan Markel, o articoli sensazionalistici sulla probabilità di una visita aliena dallo spazio? Dov’è la qualità, chiedono, nel resoconto macabro e dettagliatissimo di qualche incidente mortale dove persino i familiari delle vittime non hanno avuto occasione di conoscere in precedenza tutti i particolari? Altri ritengono che siano i servizi di moda a non poter essere definiti giornalismo di qualità. Al massimo, dicono, questa tipologia di contenuti si può giustificare se serve a finanziare “le cose serie”.

Cosa sono le “cose serie”?
Ma allora che cosa sono le “cose serie” quando si parla di informazione? Si tratta solo di articoli di politica o di economia, o di inchieste di qualsiasi tipo? Che dire della cronaca sportiva, del giornalismo gastronomico o delle parti più piacevoli della sezione culturale – e, a proposito, dove inizia la cultura di “qualità”? È qui che diventa palese che definire ciò che è e ciò che non è “giornalismo di qualità” non è solo un compito incredibilmente difficile. È anche un pendio scivoloso che può condurre a vari generi di potenziali abusi. I regimi autoritari, ad esempio, non avranno alcuna difficoltà a dire cosa sia la qualità dal loro punto di vista: certamente niente che comprenda lo sfidare il potere. E non c’è nemmeno bisogno di tornare agli incendi di libri della Germania di Hitler. Un esempio più recente è la decisione di Viktor Orbán in Ungheria di proibire i gender studies in nome della qualità. Ci si può scommettere che in futuro non vedremo servizi molto obiettivi sulle questioni di genere da parte dei media controllati dal governo di Budapest. La lezione è questa: definire la qualità in base ai contenuti porta alla censura. Quindi, come si può definire la qualità senza cadere in questa trappola?

La qualità riguarda i processi, non solo il risultato finale
C’è una sola soluzione: l’espressione “giornalismo di qualità” deve essere separata dal giudizio sui singoli contenuti. Chiunque abbia esperienza di redazione nel coordinamento di notizie di alta qualità sarebbe d’accordo sul fatto che persino lì, occasionalmente, ci scappano dei contenuti di più bassa fattura. Non sto parlando necessariamente di disinformazione, ma piuttosto di cose tipo articoli “copia-incolla” messi insieme in fretta per rispettare una scadenza o per accontentare un capo. Ad esser onesti, c’è molto cattivo giornalismo anche nelle pubblicazioni di qualità. Piuttosto che essere associato ad un articolo pluri-premiato, il concetto di “qualità” dovrebbe essere connesso ai processi che portano a quel risultato: scrivere reportage sul campo, consultare una seconda o terza fonte, avere un secondo o terzo paio di occhi che controllino il pezzo, utilizzare informazioni pertinenti, restare indipendenti da interessi economici, esibire un procedimento di verifica dei fatti a prova d’esame, offrire trasparenza nell’affrontare errori relativi ai fatti e opinioni giornalistiche sbagliate, tenere il passo con la selezione e la formazione di persone di talento –  ed alimentare una cultura che sia pronta a controllare questi procedimenti.

Fare in modo che all’interno delle redazioni vengano rappresentati una diversità di background sociali e punti di vista porterebbe la qualità ad un livello ancora più alto. Vedendola così anche i servizi di moda possono davvero essere giornalismo di qualità, se si seguono queste procedure invece che scrivere pezzi fasulli. In definitiva, il giornalismo consiste nell’aiutare i cittadini a prendere le proprie decisioni e farsi un’opinione in merito a tutti gli argomenti, non solo in merito alla politica o all’economia. Si tratta di gestire il potere di raccontare, di sollevare il sipario, spiegare e ritrarre il mondo. E si tratta dell’ambizione – e del dovere – di rendere queste cose interessanti. Senza pubblico, il giornalismo non raggiungerà nessuno di questi obiettivi.

Inutile dire che in tutto ciò le dimensioni contano. Più è grande un’organizzazione mediatica e più facilmente questi standard potranno essere implementati. Una redazione di tre persone, ad esempio, non può permettersi una sezione per la verifica dei fatti. Eppure, la corretta raccolta e verifica dei fatti sarà comunque al centro della loro attività. Che dire poi dei blogger solitari, che cercano di alzare la propria voce al di sopra del rumore? Meritano le stesse protezioni e lo stesso supporto che richiede il giornalismo di qualità? Non proprio. Un blogger è protetto dal diritto della libertà di parola proprio come qualsiasi altro individuo, ma il semplice scrivere, registrare o filmare qualcosa e pubblicarlo sul web non può qualificarsi come il genere di giornalismo istituzionalizzato che qualsiasi democrazia dovrebbe apprezzare e sostenere.

C’è il forte bisogno di accountability da poter esercitare di fronte a un insieme di regole e norme condivise. Questa forma di controllo può essere solo di natura collettiva e in grado di operare secondo procedure la cui attendibilità è sempre verificabile. Si parla molto della saggezza della massa nel mondo digitale, ma alla fine i meccanismi di questo stesso mondo si riducono alla separazione della massa in individui. Il giornalismo rappresenta una forza per contrastare questa separazione. Deve continuare ad esserlo e venire supportato in veste di istituzione.

Articolo tradotto dall’originale inglese da Claudia Aletti. Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non rispecchiano necessariamente quelle di tutto l’Ejo

 

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